giovedì 25 ottobre 2018

Come si fa negli ospedali



La incontro mentre me ne sto andando. Io ho il passo rilassato di chi aspetta un documento, lei è con le spalle appoggiate alla parete azzurra, con la borsetta stretta in grembo. Sono costretta a fermarmi perché un letto mi ostacola il passaggio. Dentro al letto un anziano, un omino piccolo e indifeso con la testa calva e la pelle delle braccia segnata dai lividi delle flebo. Intorno a lui medici e infermieri in evidente stato di apprensione. Ma mai come gli occhi della signora. Ci guardiamo come ci si guarda in un ospedale: con un cenno della testa che dice speriamo bene, ma con gli occhi che scandagliano le paure più profonde.
E ci sorridiamo, come ci si sorride in ospedale: gli angoli delle labbra piegati in un sorriso senza denti, in silenzio. Ma lei non ce la fa e mentre aspetto che finiscano di prepararlo le esce un ‘È da ieri che sta male.’
Lo guardo e non dico mi dispiace anche se avverto una fitta qui, proprio allo stomaco. Domando fredda ‘Che gli è successo?’ nemmeno fossi un medico al pronto soccorso.
“Si è rotto il femore e l’hanno operato una settimana fa.”
Annuisco. Come se capissi davvero l’entità di un trauma del genere in un ottantenne.
“Ma devono operarlo di nuovo. Qualcosa è andato storto.”
Questa volta mi esce un sussurro sincopato, credo mi sia uscito un ‘Dio Santo...’
Lei stringe ancora di più la borsetta che ha in grembo e le tremolano gli occhi come ai personaggi dei cartoni animati giapponesi. Getto un occhio dietro di lei, la stanza è occupata da un altro malato, ma non c’è nessuno che possa supportarla mentre suo marito viene portato via per l’ennesima volta su quel letto.
Rimaniamo a fissarci, vorrei dirle qualcosa che possa tranquillizzarla, ma ci parliamo come ci si parla in ospedale: a sospiri e monosillabi in una sorta di discrezione mista a imbarazzo.
D’un tratto il vecchietto dentro al letto comincia a tremare. Un tremolio talmente violento e anomalo che me ne accorgo io, se ne accorge lei, se ne accorge l’infermiere ai suoi piedi che prontamente lo agguanta per un polpaccio e gli dice ‘Oh! Tutto Bene? Oh! Oh!’ mentre lo scuote. Arriva un medico vestito di verde, credo sia il chirurgo che lo opererà, agguanta la cartella, guarda l’infermiere e gli dice ‘Bisogna portarlo subito su.’ Poi la vede. È rimasta tutto il tempo lì, appoggiata alla parete, l’unico suo sostegno in questo momento, con quella borsetta ancora stretta stretta da farle venire le nocche bianche.
Il chirurgo le mette le mani sulle spalle e le dice ‘Vada fuori, ora, sarà una cosa lunga. Ci pensiamo noi, stia tranquilla.’
La donna guarda il medico come si guardano i medici in ospedale: aspettando una bella notizia che forse non arriverà.
Il vecchietto ha smesso un po’ di tremare, il letto viene spostato per agevolare il passaggio del personale e del carrello delle terapie. La guardo per l’ultima volta e le dico ‘Arrivederci’ come si dicono gli arrivederci in ospedale: con una preghiera che vada tutto bene. Lei ricambia il saluto. Nonostante il terrore che sta provando è composta e mi sorride annuendo.
Supero il letto, il carrello delle terapie, alcuni infermieri e qualche dottore. Mi accomodo in sala d’attesa come mi ha suggerito l’infermiera. Dopo una mezz’ora ritiro i miei fogli, mi butto letteralmente fuori dall’edificio e mentre aspetto che mio fratello mi porti la macchina, la vedo di nuovo. Sta camminando piano, da sola, e dopo essersi guardata intorno si siede su un muretto sotto gli alberi. La borsetta poggiata sulle gambe, le mani strette sul manico rigido. Sembra che stia aspettando la corriera. 
Salgo in auto, faccio qualche manovra e le passo davanti. Mi fermo e tiro giù il finestrino. Lei mi guarda curiosa e mi domando se mi riconosce.
“In bocca al lupo per suo marito. Andrà tutto bene!”
“Grazie”, mi dice sorridendo veramente per la prima volta.
Le faccio un cenno della mano e mi sento un bimbo sull’autobus che saluta la nonna mentre sta per partire per una gita scolastica.
“La conosci?” mi chiede chi siede accanto a me.
“No.” Rispondo.
“E allora come fai a sapere di suo marito?”
“Ci ho parlato prima.”
“Ti sei trattenuta solo pochi minuti.”
Le rispondo come ci si risponde negli ospedali: “Quando siamo qui dentro i minuti diventano ore.” 
Durante la giornata faccio cose e vedo gente, ma mi rimane attaccato addosso qualcosa che non so spiegare.
Oggi ho varcato di nuovo la porta di quell’edificio. Attendo nella sala d’aspetto insieme ai parenti anche se io un parente da visitare lì non ce l’ho. Non più, almeno.
Aprono dopo pochi minuti e lentamente tutti si incamminano nelle stanze che conoscono bene. Tranne me, che tergiverso perché non so nemmeno in che stanza si trova. Sbircio come una curiosa insolente in tutte le stanze e la trovo dopo quattro letti. È china su di lui, gli carezza un braccio. Sono soli, il letto accanto al loro è sfatto, ma vuoto. Entro piano e lei alza la testa. Mi riconosce. Mi sorride. Sorrido anche io. È vivo. Acciaccato, ma vivo.
“Salve…” incespico sentendomi a disagio. “Come va?”
“Insomma” mi fa lei continuando ad accarezzarlo. “Stanotte è stato in terapia intensiva. Ora va un pochino meglio.”
A vederlo non sembra. È molto sofferente, ha ancora qualche tubicino e gli occhi chiusi, di chi non vede da una vita. Lui ci sente parlottare e borbotta un ‘chi è che parla?’. Lei non riesce a spiegarglielo perché è impegnata a coprirlo con gesti veloci, per quel senso di pudore e rispetto tipico degli anziani.
“Non c’è tanto con la testa…” si giustifica in un sussurro.
“Sicuramente è l’anestesia” ribatto io sommessamente.
Lei mi guarda quasi con compassione come per dire ‘Magari fosse l’anestesia.’ In pochi secondi mi racconta del figlio, di come ha passato la notte, della corsa in ospedale e di come lo trova benino ora. 
Continua ad accarezzarlo mentre mi parla e lui si lascia coccolare come un bambino.
“Lei qui ha un parente ricoverato?”
“Sì” mento. Preferisco così che rivelarle che ieri l’ho vista così sola e indifesa da pensare a loro tutto il giorno. Da farmi prendere la macchina all’ora di pranzo, andare all’ospedale, pagare il parcheggio e mescolarmi con altri parenti in visita, solo per vedere come stavano due sconosciuti.
Entra un infermiere, ha in mano una scatolina, parla di lavaggi e terapie. Lei si scusa con lo sguardo, io capisco che è ora di andare. 
“In bocca al lupo ancora” mi congedo.
“Grazie. Tanto ci vediamo in questi giorni, no?”
“Certo. Arrivederci”, le rispondo.
‘Invece probabilmente non li rivedrò più’ penso mentre lui, con un po’ di fatica e sempre con gli occhi appiccicati, apre e chiude la mano in segno di saluto. Ho ricambiato, anche se non poteva vedermi.
Sono uscita quando ancora le stanze erano piene di gente che parlottava, qualcuno sommessamente, qualcuno felice di una dimissione o una buona notizia. E ho fatto quello che a volte si fa fuori dagli ospedali:
ho pianto.

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