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Romanzo Rosa, Rom Com o Romance?



Lo so, la risposta sembrerebbe facile "Sono la stessa cosa!", ma in realtà non è così. 
Se ti va di scoprire la differenza questo post è per te.
Anche se spesso sono usati come sinonimi, questi tre termini indicano sfumature e filoni differenti del genere narrativo sentimentale.
Analizziamoli insieme:

Romanzo Rosa- è il termine storico italiano tradizionalmente associato alla narrativa d'amore classica, sulla scia di autrici come Liala o dei celebri romanzi Harmony. Caratterizzato da un tono struggente, idealizzato e da atmosfere evocative, questo genere punta su una rappresentazione dei sentimenti molto intensa, quasi cavalleresca o tragico-romantica.
La narrazione si sviluppa attorno a una struttura convenzionale in cui l'arco narrativo è guidato principalmente dal destino o da ostacoli esterni. 
I protagonisti si trovano a soffrire per eventi fuori dal loro controllo, come segreti inconfessabili, malintesi, disapprovazione familiare, differenze sociali o malattie. Rispetto alle evoluzioni moderne del genere, la passione viene trattata con maggiore pudore, rimanendo sfumata e suggerita attraverso la tensione emotiva, gli sguardi e i sospiri, senza mai sfociare in scene di sesso esplicite.
Dal punto di vista stilistico, la storia predilige storicamente una prospettiva unica, focalizzata quasi sempre sulla protagonista femminile, oppure la presenza di un narratore onnisciente in terza persona, ideale per accompagnare il lettore attraverso le vicissitudini e i drammi dei due amanti.
(Esempio: Le pagine delle nostra vita - Nicholas Sparks)


Romance - È il termine anglosassone ormai adottato universalmente per definire il macro-genere sentimentale moderno. Per essere definito tale, deve rispettare due regole fondamentali:
1- la storia d'amore è il motore centrale della trama 
2- deve avere obbligatoriamente il lieto fine. 
Il romance comprende infiniti sottogeneri (dal fantasy romance allo dark romance, dal historical al contemporary) e tratta la sensualità e la psicologia dei personaggi in modo diretto.
Poiché la storia d'amore non è una sottotrama ma l'asse portante dell'intera narrazione, il romance trova il suo vero fulcro nella trasformazione interiore dei protagonisti. Il legame affettivo diventa così il motore della loro crescita, all'interno di un registro flessibile che spazia dalla profondità emotiva a una spiccata carica sensuale.
L'arco narrativo è guidato prevalentemente da un trauma o da una ferita del passato; per potersi concedere all'altro e costruire un legame autentico, i protagonisti sono chiamati a superare i propri blocchi emotivi. Questa evoluzione interiore viene esplorata affrontando con realismo le dinamiche di coppia contemporanee, con un'attenzione specifica al benessere psicologico e alla sfera sessuale, la cui rappresentazione può variare da toni appena accennati fino a descrizioni molto esplicite.
Per permettere al lettore di vivere appieno la tensione e la maturazione di entrambi i personaggi, la narrazione adotta quasi sempre il doppio punto di vista (dual POV), alternando i capitoli tra le due prospettive.
Il lieto fine, come dicevamo, è obbligatorio; senza questo requisito, la narrativa anglosassone non lo classifica nemmeno come romance. 
(Esempio: la serie Bridgerton di Julia Quinn)


Rom Com - è un sottogenere del romance caratterizzato da un tono leggero, brillante e fortemente ironico. 
Pur mantenendo la struttura classica del genere e l'immancabile lieto fine, la sua vera priorità narrativa è far sorridere ed intrattenere il lettore, riducendo al minimo il dramma o i traumi cupi per preservare un'atmosfera sempre frizzante.
La dinamica tra i protagonisti si regge su battibecchi spumeggianti, sarcasmo e continui botta e risposta. I personaggi tendono a punzecchiarsi in situazioni bizzarre (a volte grottesche) o divertenti equivoci, spesso valorizzati da espedienti narrativi classici (trope) come il fake dating (la finta relazione), l'enemies to lovers (da nemici ad amanti) o la forced proximity (la vicinanza forzata).
L'arco narrativo è guidato da una crescita personale in chiave comica, infatti i difetti dei protagonisti — come l'orgoglio, la sbadataggine o piccole manie — vengono volutamente esagerati per poi essere gradualmente smussati dalla relazione.
Dal punto di vista stilistico, la narrazione predilige la prima persona o una terza persona (sebbene non manchi talvolta il dual POV), puntando tutto sull'immedesimazione, sull'autoironia e sul monologo interiore.
(Esempio: Sai tenere un segreto? - Sophie Kinsella)


Alla luce di tutto questo, ti sembrano ancora la stessa cosa? Chiamarli semplicemente libri d'amore è corretto?
Qualcosa mi dice di no ;-)

L'importanza della copertina

 



Chi di voi sceglie un libro in base alla copertina? Io alzo la mano. Colpevole. 

La copertina è il biglietto da visita di un libro, poi che la stessa rispecchi il contenuto o ne sia più o meno all'altezza, è un altro discorso.

Io ammetto di lasciarmi incantare dalle belle copertine; che siano lucide, opache, non ha importanza ma, insieme a un titolo accattivante, fa sì che in una libreria fisica o on line, attiri la mia (e immagino la vostra) attenzione mentre faccio un giro tra gli scaffali virtuali e non.

Una premessa a questo punto è necessaria: se il vostro manoscritto verrà pubblicato da una CE, la vostra voce in capitolo può variare a seconda di quanto siete autorevoli. Un autore affermato può 'mettere becco' dopo un incontro sul da farsi con la casa editrice. Dipende molto anche da quest'ultima: se è una CE seria (grande o piccola che sia) farà di tutto per andare incontro all'autore pur mantenendo la decisione finale. Altre volte invece non rimane che accettare perché viene 'amorevolmente' proposta con tono fermo. Conosco autori non soddisfatti della copertina dei propri libri, ma ci si può fare poco.

Altro discorso se decidete di pubblicare in self: lì la copertina è tutta nelle vostre mani. Opaca, lucida, in bianco e nero, colorata, minimal, ricercata, quello che volete. Sarete voi a deciderla e a progettarla. Quando dico voi, non intendo necessariamente voi in quanto autori, ma il grafico che vi affiancherà. Ebbene sì, il mio consiglio spassionato è di affidarsi a un grafico o a un professionista che possa aiutarvi a creare la copertina che avete in mente. A questa consapevolezza non ci si arriva subito; all'inizio si pecca di superficialità e ingenuità (anche io ci sono caduta) ma col tempo si impara a riconoscere non solo di aver bisogno di aiuto, ma anche di un professionista del settore che ci consigli.

Qui apro un'altra parentesi: se oltre a scrivere siete degli smanettoni e siete bravi con la grafica, niente vieta che facciate tutto da soli. Così come potreste usare il disegno di vostra nipote per la copertina della vostra raccolta di racconti per l'infanzia o un ritratto a carboncino di vostro padre per una raccolta di poesie. L'importante è che il risultato finale sia gradevole e d'impatto. Per arrivare a questo bisogna avere delle conoscenze di base che solo un grafico esperto possiede. Non basta caricare una foto, il titolo in Times New Roman, il vostro nome e via. O meglio, può bastare, ma non può mai essere professionale. C'è il rischio che risulti un 'prodotto fatto in casa', poco appetibile e di scarso impatto.

Quindi bisogna affidarsi sempre a un grafico? Nì. Se siete bravi ne potete anche fare a meno, altrimenti è necessario. 

Il mio consiglio: per capire meglio questo delicato processo, vi consiglio di farvi un giro nelle librerie on line. Le copertine 'rabberciate' o fatte in casa, vi salteranno subito agli occhi. E una copertina poco appetibile e poco curata, purtroppo, non invita all'acquisto anche se il romanzo o i racconti al suo interno sono sensazionali. Il rischio di non essere letti per una copertina bruttarella, purtroppo c'è. Ovvio che affidarsi a un grafico ha un costo, ma è uno dei migliori investimenti insieme all'editing che possiate fare per la vostra opera. Internet in questo senso ci viene d'aiuto rispetto ad anni fa: sia FB che Instagram sono pieni di grafici freelance che non vedono l'ora di collaborare con voi. La spesa di tale servizio potrebbe non essere troppo alta se presentate a un grafico già una base su cui lavorare, perché un conto è chiedere di farla di sana pianta dopo le vostre direttive, un conto è partire da una foto da voi scelta e chiedere il corredo di titolo e nome. Di seguito un elenco dei siti dove potete scegliere delle immagini o delle foto free da poter usare per i vostri lavori: 

 -unsplash 

-Iso republic 

 -burst 

 -freepik 

 -pixabay 

 infine ricordate che una copertina è come un diamante: è per sempre.

Consigli per scrivere meglio? Scrivere!

 



Lo so, lo so, risposta troppo semplice la mia. Diciamo che in questa battuta un po' di verità c'è.

Ci sarebbero da aprire tantissime parentesi, vediamone alcune:
- se vuoi scrivere bene/meglio devi leggere. E tanto. Più leggi (e ti consiglio generi diversi), meglio è. Acquisirai tecniche, ti approccerai a nuovi stili, ti farai una cultura non solo come lettore, ma anche come scrittore.
- partecipa a qualche corso di scrittura creativa tenuto da qualcuno di autorevole. Grazie ai social se ne trovano tanti, anche on line.
- consulta e leggi manuali. Ma quelli seri, non 'Come scrivere un romanzo in tre giorni', quelle sono buffonate e stanne alla larga. Ci sono pubblicazioni molto valide e un bravo librario ti saprà certamente consigliare.
- infine il banalissimo SCRIVI. La scrittura è sì attitudine, ma va allenata. Più scrivi e più scrivi meglio. Dedicale almeno un'ora al giorno, poco importa se sono pagine di un diario, lettere immaginarie o post sui social. Cimentati in racconti, prova alcuni stili, esegui gli esercizi che ti suggeriscono i  manuali, insomma, non abbandonare la penna o il pc. Perché sì, si può scrivere anche a mano, l'importante è farlo. In caso contrario, il riprendere a scrivere dopo essere stati per molto tempo fermi, è faticoso e frustrante. Abbiamo meno idee, ci inceppiamo, il nostro lessico è terra terra ed entriamo in un circolo vizioso di inerzia che ci fa solo male. Quindi sforzatevi di scrivere almeno una pagina al giorno e sì, anche quando non ne avete voglia, soprattutto se volete che diventi il vostro lavoro. 

La mia esperienza: su questo aspetto io sono molto fortunata. La scrittura per me è fondamentale, comunico attraverso un fiume di parole che riverso ogni giorno sulla mia pagina Facebook. Al di là dell'esigenza mia personale di buttare giù pensieri per stare bene, trovo che mi aiuti molto questa sorta di 'palestra' giornaliera. Personalmente non mi ritaglio del tempo per scrivere sui social, semplicemente scrivo. Tuttavia mi rendo conto, anche leggendo post molto vecchi, di quanto io abbia affinato la tecnica, il lessico, il registro. Questo perché farlo tutti i giorni (a volte anche più volte al giorno) per 12 mesi e per dieci anni, non può che aiutarmi a migliorare. E tutto questo senza rendermene conto. 
Quindi, se davvero ci tenete a scrivere bene, dedicate un pochino di tempo tutti i giorni alla scrittura. Scegliete la formula che più vi piace e... buona scrittura! 

 

Cosa sono i TROPES e dove trovarli




Risposta semplice: nei romanzi (di qualsiasi tipo)

Vediamo nel dettaglio cosa sono i TROPE. Prendiamo, ad esempio, il genere rosa (o romance) che offre un'infinità di trope (con sottogruppi). Se di primo acchito questa parola vi lascia basiti e/o indifferenti, io sono sicura che anche voi ne preferite uno o più di uno, nei romanzi che scegliete.

I tropes, infatti, non sono altro che 'temi' ricorrenti nelle trame dei romanzi (o nelle sceneggiature dei film). Spesso sono dei veri e propri cliché, ma ognuno di noi ha senz'altro il suo preferito; sono, in pratica, quelle particolari situazioni che ci fanno preferire un romanzo (o un film) a un altro.

Vediamone qualcuno con esempi concreti. 


ENEMIES TO LOVERS 

Qui i protagonisti (la coppia) inizialmente si odia. Possono essere colleghi ed ostacolarsi a vicenda sul lavoro o far parte di un gruppo e battibeccarsi di continuo. Potrebbe essere un incontro in età adulta tra il bullo della scuola e la protagonista... insomma, una storia fatta di scontri e battute al veleno. Ovviamente sappiamo tutti come andrà a finire, ma è il trope che va per la maggiore anche perché permette una sequenza molto vivace di dialoghi e una, non troppo velata, attrazione tra i due.


FAKE DATING

Alzi la mano chi ha visto almeno una volta un film in cui la protagonista deve far finta di avere un fidanzato da presentare alla famiglia. Oppure una pellicola in cui una coppia deve fingere di stare insieme per raggiungere uno scopo. Se in quest'ultimo caso la coppia si detesta, di tropes ne abbiamo ben due: enemies to lovers + fake dating. Sì, i tropes all'interno di un romanzo possono essere molti.


ONLY ONE BED

Come da traduzione: un letto solo. Sono tutte quelle situazioni in cui i protagonisti si ritrovano, loro malgrado, a dividere un letto solo. Probabilmente ci saranno scene in cui tenteranno di rimanere divisi con una sfilza di cuscini, lui che magari tenterà di dormire nella vasca da bagno, salvo poi entrare nel letto, lei che dirà: "Mi rifiuto di dormire con te!" etc etc. Anche qua potremmo affiancargli i due tropes precedenti come nella più iconica commedia romantica. Un esempio lampante è nel film 'Ricatto d'amore' con Sandra Bullock e Ryan Reynolds (in cui troviamo anche il fake dating e enemies to lovers)


FRIENDS TO LOVERS

Qui non si odia nessuno, anzi. I protagonisti sono amici, ma andando avanti nella storia si renderanno conto di essere innamorati. Sembra una narrazione facile e scontata, ma forse è la più insidiosa. 


SMALL TOWN

Qui abbiamo una storia d'amore ambientata in un piccolo paese o una piccola città. Uno dei due protagonisti arriva dalla grande città e dovrà scontrarsi con una realtà ben diversa da quella che conosce fino a incontrare, inaspettatamente, l'anima gemella. Un esempio, per quanto riguarda i miei romanzi, è 'Un tè con Mrs. Brown'.  


SECOND CHANCE

Seconda chance e già capiamo dove andiamo a parare. Qui i protagonisti sono stati in passato amanti/sposati/fidanzati o potrebbe trattarsi del primo amore mai dimenticato. Si ritroveranno anni dopo e assisteremo al loro ri-innamoramento. Anche qui i trope potrebbero essere tanti. Questo, anche se in maniera blanda, è presente in 'Io ti salverò'. 


GRUMPY/SUNSHINE

Chi ha letto 'Mi piaci, ti sposo/Parigi mon amour' comprenderà al volo questo trope. Alice, la protagonista, è solare, pasticciona e sognatrice. Leonardo, il protagonista  maschile, è burbero, a tratti scontroso e per niente incline alle smancerie. Il trope è proprio questo: la differenza abissale tra le due personalità. Alla fine i due caratteri riusciranno a trovare un compromesso e il bello è proprio seguirli in questo loro percorso.


FORCED PROXIMITY

Convivenza forzata (che a volte va a braccetto con il trope One bed only). Qui veramente si aprono mille scenari e possibilità. I protagonisti potrebbero essere costretti a condividere un appartamento, una casa/vacanze per un disguido, un piccolo ufficio etc etc. A volte questo trope è usato come incipit. Immaginate di rimanere bloccate in un ascensore con un tipo bellissimo... Questo trope lo troviamo in 'Come hai detto che ti chiami?'


BROTHER'S BEST FRIEND

Quando la protagonista si innamora del migliore amico di suo fratello (esempio). Quest'ultimo spesso non è d'accordo e metterà i bastoni tra le ruote etc etc. Questo trope, in genere, si trova nei romanzi indirizzati ai più giovani. 


AGE GAP

Qui abbiamo una notevole differenza di età. Spesso è lui più maturo e lei è la classica ragazza ingenua/innocente. L'ho trovato spesso nei sottogeneri del romance classico come i dark romance, mafia romance, talvolta i mistery romance. Più difficile il contrario (Lui più giovane di lei)  ma lo troviamo in 'In amore vince chi rischia' di Anna Premoli. 


Posso fare a meno dell'editor?



NO.

Ma io a italiano avevo 10. NO.

Ma me lo corregge mio cuggino, è un tipo che legge molto. NO.

Ma l'ha letto mia mamma (cugina, sorella, mi nonna) e ha detto che è bello. NO.

Mi sono avvalso di un'App, di un sistema, di un sito, e... NO. L'editing non è la correzione di bozze.

L'ho riletto 8 volte e torna tutto. NO. E comunque 8 volte sono poche. Rileggilo e procurati un editor.

Me lo corregge l'intelligenza artificiale. Peggio mi sento. Utile per affiancamento e ricerche (con controlli incrociati), ma non riconosce la vostra voce e rischiate di appiattirvi.

Si capisce che è un NO chiaro e tondo? Fidatevi, per quanto a voi il vostro testo sembri PERFETTO, in realtà non lo è. Alla prima stesura è IMPOSSIBILE. Non solo: se siete alle prime armi c'è da metterci le mani in modo massiccio. Ai nostri occhi, il nostro libro, è come un figlio: si vedranno solo i pregi. A elencarci i difetti saranno quelli che non sono coinvolti emotivamente tipo la maestra, il capo scout, il prete della parrocchia, il suo allenatore di calcio e via dicendo. Vi diranno che sì, il bambino è tanto caruccio, ma dovrebbe smussare un po' quel piglio ribelle, essere meno introverso/permaloso/chiassoso, studiare un po' di più etc etc.

Un editor sul vostro testo farà uguale. E quando ve lo riconsegnerà pieno di note a margine e feroci segni rossi vi sentirete morire e l'istinto sarà quello di gettarlo dalla finestra e darvi all'ippica. Tranquilli, è un processo dal quale passiamo tutti, anche i più navigati hanno attraversato momenti di scoramento. Il rapporto con l'editor deve essere basato sulla stima e la fiducia. Lui non è lì per dirvi che il vostro romanzo è bellissimo (a dire il vero può anche non piacergli per niente), non è quello il suo compito, il suo lavoro. Lui è lì per far sì che il vostro romanzo diventi un bel romanzo. E questo può accadere solo se ci affidiamo a occhi esterni e professionali in grado di individuare i punti deboli su cui mettere le mani e i punti forti da far emergere. Una dote necessaria per far sì di lavorare bene con un editor è l'umiltà. A nessuno fa piacere, soprattutto dopo tanto lavoro, sentirsi dire 'Va riscritto', 'Questo pezzo non va bene', 'Devi ampliare/togliere un capitolo'. Lavorare con un editor è un lavoro duro, sfiancante, spesso anche frustrante, ma se riusciamo a comprendere che tutto ciò è finalizzato a rendere il vostro testo più bello, vi assicuro che imparerete a tagliare, riscrivere e a non affezionarvi troppo alle vostre parole. 

L'editor, dalla sua, deve avere la capacità di 'sentire' l'autore, non snaturarlo, non prevaricarlo e scegliere le parole giuste per un confronto rispettoso. L'editor in gamba fa 'lavorare' l'autore stesso sul proprio testo suggerendo, suggestionando e guidando affinché lo scrittore faccia da sé. L'editor non scriverà al vostro posto, non vi dirà le parole che dovete scrivere, non ve lo consegnerà dicendo 'fa schifo'. Può rifiutare un incarico, quello sì, ma dal momento che decide di lavorare sul vostro testo si innescherà una danza a due fatta di complicità e duro lavoro. Qualsiasi decisione, scelta stilistica e via dicendo, viene messa sul tavolo e discussa per riuscire a trovare un accordo. 

La mia esperienza: Io ho avuto modo di lavorare con alcuni editor. Con alcuni mi sono trovata benissimo, con altri meno. Ho mollato quelli con cui non mi trovavo, appunto perché l'editing è una fase molto delicata e faticosa del processo di un romanzo e ritengo che vada fatta con chi sentiamo un certo feeling, altrimenti qualsiasi contestazione, anche la più banale da entrambe le parti, diventa una guerra estenuante. Così come l'editor può rifiutare un incarico se non sente di poter seguire un autore come meglio crede. Ripeto: è un rapporto delicato che si basa sul rispetto, sulla stima, sul riconoscere la professionalità e le esigenze di chi abbiamo davanti. Se vengono a mancare queste basi, si va poco lontano. Io ho avuto la fortuna di incontrare la mia attuale editor nel 2016. Sara ha l'occhio critico e spietato di un cecchino, non mi risparmia niente, ma allo stesso tempo (appunto perché mi ha seguito in tutti questi anni) riesce a non imporsi brutalmente scegliendo l'atteggiamento giusto per farmi lavorare in tranquillità. 

Ricapitolando: no, non se ne può fare a meno. E quando pensate 'ma sì, forse non è così necessario', pensate che pure Stephen King ha un editor, figuriamoci se non ne abbiamo bisogno noi. Non solo: a volte un editor di professione pubblica un romanzo e a sua volta ha bisogno di un editor. Quindi la risposta alla domanda del titolo è un secco e sonoro NO, soprattutto se volete pubblicare in Self. In questo caso un editor professionista ha un costo che dovrete sostenere personalmente, se invece pubblicate con CE (serie) fa parte del pacchetto. Tuttavia tutto quello che ho esposto rimane. Forza e coraggio!

Ho finito il mio romanzo. E adesso?

 



Una delle ultime richieste che mi sono state fatte per questa rubrica è proprio questa: ma ora che ho finito il romanzo, come mi muovo?

Allora, facciamola facile: partiamo proprio dall'inizio.

Voi avete scritto un romanzo (lungo o corto che sia non ha importanza) e questo giace nel famoso cassetto. Buona norma sarebbe di lasciarlo decantare un pochino e rileggerlo con occhi e mente fresca dopo un po'. Questo vi aiuta a 'scorgere' da soli eventuali incongruenze.

Qui si aprono due strade: provare a mandarlo a una casa editrice o pubblicare come autori indipendenti.

Pubblicare con CE. 

Presentare un manoscritto a una casa editrice è un passo molto importante e richiede che sia fatto con molte accortezze. Prima cosa da fare: presentarlo al meglio. Quindi un testo impaginato bene, con un font chiaro e leggibile, possibilmente senza errori, con una sinossi degna di questo nome (n.b. la sinossi non è la trama, non è la quarta di copertina. La sinossi è un'esposizione dettagliata del vostro romanzo, dall'inizio alla fine. Una sorta di riassunto) corredato da una biografia coerente, avrà una chance in più di essere letto.

Quindi mettiamo che il vostro romanzo, a livello tecnico, sia pronto (o quanto meno curato al meglio). A questo punto non rimane che mandarlo a una casa editrice, ma attenzione, non fatelo a caso. Dovete individuare una CE che pubblica QUEL tipo di romanzo, il vostro genere. Totalmente inutile mandare un fantasy a una CE che pubblica solo rosa, quindi non resta che spulciare  i titoli in catalogo. Altra cosa molto importante è individuare se ACCETTANO manoscritti, altrimenti perderete solo tempo.

In tutta questa ricerca potrete imbattervi in CE a pagamento. CE medio/piccole che saranno interessate al vostro manoscritto, ma richiedono un contributo da parte dell'autore. Ognuno fa la scelta che vuole, ma taglio corto: state alla larga da questo tipo di pubblicazione.

Un'alternativa a tutto questo potrebbero essere i concorsi letterari (seri) ai quali mandare il vostro romanzo. Tra le tante sezioni in gara, spesso c'è proprio 'romanzo inedito' in cui il primo premio consiste proprio nella pubblicazione con una casa editrice. Questo non ci salva del tutto dall'incappare in una CE a pagamento, ma se siamo fortunati e abbiamo scelto il concorso giusto è un'opportunità molto valida. O quantomeno potrebbe essere un primo riscontro sulla validità del vostro testo. Un'altra alternativa ancora: provare ad affidarsi a un'agenzia letteraria. L'agente letterario è una figura molto importante e il suo compito (in parole povere) è di fare l'intermediario tra voi e una CE, aiutandovi a presentare al meglio il vostro testo. A volte (non sempre) le agenzie offrono anche un servizio di lettura e analisi del testo (a pagamento) per chi volesse 'testare' la propria scrittura.

Pubblicare in self.

Il Self Publishing è per tutti, ma non da tutti. Teoricamente chiunque potrebbe pubblicare in self, in pratica meh. Ci vuole una bella dose di intraprendenza, impegno e spirito critico. Il self publisher si deve di fatto sostituire all'editore e deve mettere in atto tutte le procedure che spettano alla CE.

Quindi per prima cosa devi avvalerti di un editor, una figura professionale che revisioni il tuo testo. Sì, professionale. No, tuo cuggino che aveva 10 a italiano non vale. Poi ti ci vuole un correttore di bozze (spesso una figura copre entrambe le cose), un grafico per la copertina, chi ti impagina il testo e chi ti fa le veci di un ufficio stampa. Così sembra spaventoso, ma con impegno ce la si fa, l'importante è affidarsi a figure professionali in grado di colmare le vostre lacune sul tema. (di tutte queste figure parleremo nel prossimo articolo)

La mia esperienza: Io conosco entrambe le realtà e ho avuto la fortuna (per quanto riguarda la CE) di lavorare con un colosso come il Gruppo Mondadori; allo stesso tempo ho trovato la mia cifra nel Self Publishing, una realtà che mi sta dando tante soddisfazioni. Cosa è meglio? Cosa è peggio? Non c'è una risposta definitiva, c'è solo una risposta personale. Dipende da cosa si vuole 'in quel momento', quale strada vogliamo far intraprendere al nostro romanzo, le nostre esigenze e cosa ci è più congeniale in quel momento. Entrambe le possibilità (purché siano fatte con serietà e competenza) sono validissime. Quindi il consiglio spassionato che vi do è: prendetevi del tempo e pensateci bene. Valutate i rischi, i benefici e i costi di entrambe le opzioni, in ogni caso lavorate bene (anche avvalendovi di un editor personale prima di spedire il manoscritto a una CE). Il discorso sulla pubblicazione è lungo e complesso, qui ho cercato solo di dare un'infarinatura di base. Magari più avanti affronteremo temi più specifici. In ogni caso vorrei fosse chiara una cosa: scrivere e pubblicare non è uno scherzo, non è un passatempo; è un lavoro serio che prevede impegno e costanza. Tenete in mente questo mentre stringete al petto il vostro manoscritto e buona fortuna. 

Scrivere la propria storia non è mai una buona idea



"La mia vita è un romanzo!"

"Me ne sono capitate talmente tante che ci potrei scrivere un romanzo!"

Alzi la mano chi ha sentito almeno una volta queste frasi. Lo so, siamo tanti e sto per darvi una notizia poco gradevole: per quanto la nostra vita a noi sembri interessantissima, agli occhi degli altri è una come tante. E non è nemmeno degna di essere raccontata per filo e per segno. Ma come, direte, nei post precedenti hai detto che dobbiamo scrivere principalmente di ciò che conosciamo e la nostra vita la conosciamo bene!

E qui casca l'asino, la penna e pure il calamaio.

Raccogliere o attingere informazioni da ciò che conosciamo non vuol dire 'scrivere un romanzo'. Un romanzo ha bisogno di una storia e di una trama che regga. Se voi provaste a raccontare la vostra vita senza seguire uno schema narrativo, ma semplicemente narrando la cronologia dei fatti, il povero lettore si addormenterebbe alla terza pagina. Sì, anche se noi ci stiamo emozionando. Questo accade perché siamo coinvolti, ci siamo dentro perché l'abbiamo vissuto, perché quella mamma (ad esempio) è davvero la nostra mamma. Ciò non toglie che potete partire da un fatto personale e costruirci una trama. Un lutto, una promozione, la nascita di un figlio, un riscatto e via dicendo, ma dovete 'staccarvi' dal personaggio, farlo muovere da solo e fargli vivere una 'sua' personalissima vicenda. Un romanzo non è la pagina di un diario, il lettore non è interessato a voi, ma a ciò che raccontate. Detto ciò ci sono fior fiori di autobiografie interessantissime e romanzi centrati sulla vita dell'autore, ma se siete su queste pagine difficilmente avrete gli strumenti necessari per arrivare SUBITO a quel livello.

Tutta questa premessa entra in gioco se decidete di PUBBLICARE e presentare il vostro manoscritto a un editore. Vi metteranno davanti a questa realtà perché se non siete un autore famoso e/o non avete scalato una montagna a mani nude, difficilmente saranno interessati alla vostra vita. Allora che si fa? mi domanderete voi.

SCRIVETE, rispondo io. Scrivetela la vostra storia, mettetela nero su bianco, buttate fuori le emozioni, fatelo se vi fa stare bene. Scrivetela per voi, per i vostri figli, per i nipoti, per lasciare qualcosa alla vostra famiglia, per rileggerla davanti al camino nelle sere d'inverno. Insomma scrivete senza pensare alle conseguenze. Se invece il vostro obiettivo è pubblicare, bisogna che mettiate in conto questi scogli da superare. 

La mia esperienza: inutile negarlo, in tutti i miei romanzi c'è un po' di me, a volte un po' tanto. Alle mie eroine posso far dire delle cose a cui tengo, farle messaggere di pensieri personali, ma non è di certo la mia storia. L'idea, il fulcro del romanzo, il guizzo, la spinta sì, può nascere da un vissuto, ma intorno c'è sempre una storia a sé. Un esercizio molto interessante da fare è mettere nero su bianco i punti cruciali della vostra vita (perché indubbiamente non tutto quello che vi è capitato è 'così' appetibile) e non solo vi accorgerete che la lista è comune a milioni di persone, ma che spesso non è collegata ad altri fatti.

Domandatevi sempre: "Perché devono leggere la mia storia? Cos'ha di diverso dalla loro?" Se la risposta è semplicemente "Perché è la mia", ahimè, mi spiace dirvelo, ma non è la risposta esatta. Il lettore vuole riconoscere degli elementi e immedesimarsi certo, ma vuole sognare, emozionarsi, sorprendersi... non leggere la propria storia riflessa.

E poi, cosa c'è di più bello che usare un po' di fantasia? ;-) 


La scaletta serve davvero?




Dipende. 

Se provaste a fare questa domanda in un gruppo frequentato da scrittori, le risposte potrebbero essere tante e tutte diverse.

A: C'è chi preferisce pianificare punto per punto.

B: C'è chi scrive a braccio e riguarda tutto alla fine.

C: C'è chi la butta giù per poi stravolgerla.

D: C'é chi si segna solo i punti salienti.

E: C'è chi non la usa per niente.

Ognuno ha il suo metodo e su questo non c'è una regola. L'unica cosa che mi viene da sottolineare è: il contesto cambia a seconda del genere che scriviamo. Esempio: gli scrittori di gialli e thriller possono non avvalersi della scaletta? Ne dubito (ma questo rimane un dubbio mio) perché questo genere comporta una serie di incastri talmente perfetti da essere studiati a tavolino. Discorso diverso per un romance o una commedia dove ci possiamo permettere 'divagazioni' fuori scaletta senza che il tutto venga rimesso in discussione. Un'altra cosa da non sottovalutare è la lunghezza: più la nostra storia è lunga, più la scaletta, a mio avviso, si fa necessaria perché si rischia di perdere il controllo. Tutto quello che scrivo può essere messo in discussione e mi preme sottolineare che non c'è una regola. Non c'è scaletta sì - scaletta no. Dipende da voi, da come vi trovate meglio, da come preferite lavorare. Quindi non date retta a chi vi dice DEVI fare la scaletta e nemmeno a chi vi dice SCRIVI SENZA che è meglio. L'unica cosa sarebbe provare. Un po' come quelle persone che per andare a fare la spesa fanno la lista punto per punto seguendo il percorso del supermercato e quelle che invece vanno a braccio, a sentimento avendo tutto in testa. Nel primo caso indubbiamente si fa prima e non ci si dimentica nulla, nel secondo si rischia di dimenticarsi qualcosa e fare avanti indietro perdendo tempo. Non è detto però; magari nel secondo caso la persona in questione ha tutto chiaro in mente e porterà a casa la spesa che si era prefissata. Forse ci ha messo un pochino di più, ma forse no. Questo per farvi capire che è una questione di metodo. Ognuno ha il suo.  

Scrivere la scaletta ha indubbiamente dei vantaggi, ci fa avere sotto gli occhi tutta la storia e scorrendo i vari punti collegati tra loro ci permette di individuare, eventualmente, dei buchi di trama. Non solo: ci aiuta anche a focalizzarci su determinate scene e scrivere un capitolo piuttosto che un altro. Tuttavia la scaletta non deve spaventare, non è scritta nella pietra; la scaletta è fatta anche per essere stravolta e tutto questo fa parte del processo creativo. L'importante è che abbiate in mente prima l'idea della storia, poi la trama, infine butterete giù la scaletta. A quel punto potete mettervi al lavoro.

La mia esperienza: io uso la scaletta. A volte è proprio una scaletta di pochi pioli, altre volte una vera e propria scalinata. Più il romanzo è ostico, più mi rendo conto che 'fermare' i vari capitoli nero su bianco mi rende la vita più facile. Per la stesura dei gialli/thriller ho un metodo molto creativo: butto già la trama e poi individuo i  vari capitoli. Ogni capitolo ha una breve frase riassuntiva che viene trascritta in un post it; successivamente viene attaccato a una lavagnetta di sughero. Quindi ho avuto (nel caso di Io ti salverò, ad esempio)  un post it con su scritto:

 1 - Prologo bambine in barca

 2 - Sarah Jane da Harold

 3 - Sarah Jane Lizzie Bistrot 

e via dicendo. 

I vari punti salienti del romanzo sono stati attaccati alla lavagnetta, ma dalla prima messa in opera ho cambiato alcune cose. Ho aggiunte scene, ne ho tolte altre. Questo sistema mi permette non solo di avere un'occhiata istantanea del mio romanzo, ma di spostare i post it (le scene o capitoli) in modo che il libro ne acquisti di fluidità. Inoltre mi ha permesso di capire che in alcuni punti mancava un 'aggancio' concreto. A volte un capitolo (con frase di scena annesso) è diventato talmente lungo che è stato necessario farne due, quindi ho dovuto numerare di nuovo i capitoli e spostarli sulla lavagnetta. A volte invece ho accorpato due capitoli (Due scene, due post it), perché il punto saliente che credevo 'mi portasse via' pagine e pagine funzionava meglio se messo insieme a quello successivo. Insomma, la scaletta nella quasi totalità dei casi è fatta per essere stravolta, per cambiare, per essere una scala sì, ma mobile.

Per citare un film: tenete d'occhio le scale(tte), a loro piace cambiare! ;-) 

Dove ambiento la mia storia?



C'è da dire che se tutti gli autori dovessero scrivere solo di luoghi visitati personalmente, non esisterebbero molti romanzi; tuttavia il mio consiglio spassionato è: documentatevi per bene. (Mi riferisco ai generi romance, thriller, chick-lit etc...)

Purtroppo, a volte, si trovano degli strafalcioni evitabili se solo l'autore si fosse documentato per bene e non si fosse impuntato a far svolgere la sua storia nel Texas (paese a caso che non conosce).

Ma perché andiamo a cercare luoghi esotici? (in gergo letterario per luogo esotico si intende accattivante). La risposta in genere è una sola: perché siamo figli della nostra storia, del nostro passato pieno di tv. La storia di una fioraia di New York risulta da subito già più interessante di una fioraia di Parma (città a caso). Quindi perché privarsi di poter far muovere i nostri personaggi nella grande mela? Non dobbiamo, infatti. A meno che la città e le usanze/abitudini americane le conosciate almeno un pochino, altrimenti rischiamo di far mangiare alla nostra protagonista fioraia cibi che di americano non hanno niente e magari di sbagliare pure orario della cena; di farla arrivare al lavoro con gli orari dei negozi italiani, raccontare le dinamiche della metro basandoci sull'esperienza fatta a Parigi; di farle indossare degli abiti che a ottobre gli americani non indossano, di farle vedere un bel tramonto all'ora sbagliata e per giunta nel posto sbagliato. Anche qui, appunto perché il lettore è un tipo sveglio e attento, troverete sempre qualcuno che nel 'vostro' posto c'è stato o, pensate un po', ci vive proprio.

Per ovviare a questi inconvenienti non resta che documentarsi per bene. In questo la rete ci aiuta molto; grazie a Google Maps possiamo passeggiare per strade senza esserci mai stati, girare intorno a un monumento, rendersi conto della vastità di un parco. Inoltre è facile reperire le temperature dei vari mesi, alcune nozioni su usanze e costumi, e perfino cosa dice la legge a proposito di alcune questioni.

Più il vostro romanzo fa perno sul luogo, più dovete essere precisi. Vi assicuro che avere un'ottima cultura di serie tv americane, non vi basterà per far immergere il lettore in quella realtà.

Inoltre domandatevi sempre se la vostra storia 'reggerebbe' anche in una capitale italiana. Se l'ambientazione non vi serve e/o non è così importante perché la protagonista potrebbe davvero viverla ovunque, non rischiate. Anche perché un bel romanzo si regge su una bella storia, su quello che avete da dire. Se invece, per far muovere i vostri beniamini, avete bisogno di quel posto preciso che guarda caso è la stazione di New York (magari c'è un elemento all'interno che è il motivo scatenante del vostro giallo) o un castello della Loira (magari siete stati attratti da una curiosità e avete deciso di partire da lì), allora non vi resta di armarvi di pazienza e studiare. In pratica si torna a scuola.

E se invece io ci sono stato? Sono salvo?

No, bisogna stare attenti anche qui, perché aver passato le ferie in quei luoghi, anche se siamo dei navigati viaggiatori, avremo di quel luogo solo lo sguardo e il punto di vista del turista, che non è lo sguardo e il punto di vista di chi ci vive. Vi assicuro che si capisce subito quando un autore si è documentato e/o ci ha vissuto o se ci ha trascorso solo una settimana in ferie. Il rischio di cadere nella trappola in cui la protagonista si chiama Charlotte che tutte le mattine prende la Metrò dopo essere passata da una boulangerie a comprare tre macarons e una baguette per girare a destra verso il Louvre sistemandosi il basco sulle ventitré rimanendo folgorata alla vista della Tour Eiffel (tutto volutamente senza virgole) è molto forte. A Parigi non tutte si chiamano Charlotte, alcuni nemmeno la prendono la metro e non comprano baguette e macarons e se possono evitano la calca dei turisti del Louvre e di certo non fissano la torre Eiffel in preda alla sindrome di Stendhal. Una parigina manco la vede più la torre Eiffel. Questo per farvi un esempio. Quindi valutate bene. 

La mia esperienza: io preferisco ambientare le mie storie in luoghi che conosco o quanto meno ho visitato. Come viaggiatrice, da sempre preferisco immergermi 'totalmente' nei luoghi che visito quindi affitto una casa. So la differenza tra una presa di corrente statunitense e una italiana, banalmente come funziona una lavanderia a gettoni, a che ora chiudono i supermercati e cosa posso trovarci, come funziona un ufficio postale, se ci sono regole per l'orario in cui tosare il prato, cosa mi chiede un agente di polizia se mi dovesse fermare per strada, cosa fare se trovo un cerbiatto in mezzo alla carreggiata. Questo perché (per quanto riguarda gli Stati Uniti) non solo ci ho 'vissuto' due mesi, ma una volta finito il romanzo ambientato nel Maine (Io ti salverò) ho consegnato la prima bozza a una collaboratrice che vive laggiù, pregandola di scovare usi e abitudini che avevo erroneamente attribuito alla protagonista. La verità? Nonostante tutto avevo peccato di superficialità, avevo descritto alcune inesattezze. Cose viste in tv che mi avevano in qualche modo contaminato. Avrei potuto fare a meno della sua consulenza? Certo che sì, il mio libro non è tradotto e il mio pubblico è tutto italiano, nessuno avrebbe notato alcunché. Ma io lo sapevo. E saperlo e non fare niente mi metteva a disagio di fronte al mio pubblico. La cura per il vostro romanzo e la vostra storia non è mai tempo perso, parola di Simona. P.s. Siate impavidi, ma cercate anche di essere credibili.


Scrivi solo di ciò che conosci oppure...

 



Il titolo di questo post sintetizza uno dei consigli più spassionati che possono darvi gli addetti ai lavori. In verità c'è un'estensione: Scrivi solo di ciò che conosci... e se non conosci documentati bene!

Quando si scrive un romanzo o anche un racconto, conoscere bene l'argomento di cui si parla non solo fa immergere il lettore, ma indubbiamente ci evita di incappare in errori grossolani che possono trasformarsi in riscontri poco piacevoli. Questo perché troverete sempre qualcuno che quel mestiere o quella situazione la conosce perché è il suo mondo e leggere castronerie al riguardo è molto fastidioso. Il lettore è non solo molto esigente, ma fa fatica a immedesimarsi se si rende conto di essere in qualche modo raggirato o illuso.

Questo in parole povere vuol dire che se volete ambientare un racconto o un romanzo nello spazio, in cui la protagonista ripercorre le gesta di Samantha Cristoforetti, a meno che di non essere a vostra volta un'astronauta, difficilmente potete essere credibili. Conoscere, non dico alla perfezione, ma almeno a grandi linee l'argomento di cui trattiamo è fondamentale per la buona riuscita del vostro progetto.

Se il vostro protagonista è un medico chirurgo e la vostra storia si svolge in ospedale, non basta essere stati operati di cistifellea per raccontare come si opera in tale ambiente, ma bisogna come minimo conoscere qualche nozione. Più la vostra storia entra nello specifico, più avrete bisogno di padroneggiare il mezzo. Potete raccontare la storia d'amore tra un'infermiera e un medico dove l'ospedale fa solo da sfondo, certo, ma non potete descrivere minuziosamente gli strumenti usati, le procedure, gli step di un'operazione a cuore aperto solo basandovi su quello che vedete in tv o avete letto nei libri altrui. Qui entra in gioco la tecnica dello Show, don't tell (mostra, non raccontare) che affronteremo più avanti, che è appunto la capacità di 'mostrare' al lettore la scena, non raccontarla. Per fare ciò è indubbio che se la scena l'avete vissuta in prima persona o fa parte del vostro bagaglio, sarà più facile per voi portare il lettore 'dentro' la scena. In caso contrario tutto risulterà un pochino superficiale e piatto.

Qual è allora l'alternativa per non scrivere sempre le solite cose? Documentarsi. 

Qualora voleste far svolgere i vostri fatti in un ambiente che non fa parte della vostra vita, bisogna documentarsi bene. A volte la ricerca e la documentazione richiede mesi, spesso anni (parola di chi scrive romanzi storici) e niente viene lasciato al caso. Quindi, soprattutto se siete all'inizio, la cosa più corretta è affidarsi alle vostre conoscenze. 

La mia esperienza: io per quanto riguarda questo aspetto sono molto fobica e/o perfezionista. Scrivo solo di ciò che conosco, ma non mi limito a quello, mi appoggio a figure professionali in grado di scovare eventuali errori grossolani. Entra in scena una psicoterapeuta? Mi consulto con una psicoterapeuta per mostrare al meglio il suo intervento. Un protagonista secondario è un pescatore e lo voglio descrivere all'azione? Io non pesco, quindi non mi rimane che far leggere quel capitolo a un pescatore vero per avere conferma della veridicità di quello che ho scritto/inventato basandomi sui ricordi che ho di mio zio, coadiuvata dai film trasmessi in tv. Per quanto mi riguarda, una volta finita la stesura, consegno il manoscritto a delle persone 'del mestiere' per scovare incongruenze (nei ringraziamenti del miei libri trovate sempre le mie parole di gratitudine verso queste figure). Ritengo che tutto ciò sia doveroso nei confronti del lettore che non deve sentirsi preso in giro e inoltre la storia risulta più credibile e immersiva. Lo so che sembra esagerato, ma vi assicuro che quasi tutti lavorano così. 

E la parte della ricerca e della documentazione è una delle cose più divertenti, parola di Simona.


Concorsi letterari: croce e delizia

 



Ricevere un premio per ciò che abbiamo scritto è di fatto molto gratificante. Infatti il primo consiglio che do quando mi chiedono A chi potrei far leggere le mie cose? è: "Prova a partecipare a un concorso letterario."
Vediamo perché.
Se il primo passo da fare è uscire dalla comfort zone e dal guscio dell'anonimato, il secondo è senz'altro quello di mettersi alla prova. Avere un profilo personale sui social, magari in modalità privata (in cui i nostri contatti sono tutti amici/colleghi/parenti), non basta per testare se i nostri scritti hanno del potenziale. Tendenzialmente tutti commenterebbero con lodi e complimenti anche in presenza di lacune, appunto perché coinvolti affettivamente.
Partecipare a un concorso letterario, non solo vi mette di fronte a uno scontro alla pari (persone che hanno la passione della scrittura come voi), ma sarete 'giudicati' da scrittori, giornalisti, editori, insomma gente del mestiere che sa riconoscere quando c'è stoffa e quando no.
Inoltre, si impara a stare dentro un certo range di battute o di pagine; si impara cosa vuol dire 'cartella', a non uscire fuori dal seminato se il tema è specifico, a cercare un titolo accattivante, a impaginare come si deve, a fare le primissime cose per bene. Vi verranno dati degli step da rispettare e dovranno essere eseguiti alla lettera, pena l'esclusione dal concorso.
In Italia non tutti i concorsi sono uguali, se fate una ricerca veloce su Google lo vedrete anche da soli. Ci sono premi molto prestigiosi in cui la posta è alta, sia in fatto di premi, di giuria e di riscontro. Alcuni premi fanno proprio curriculum.
Altri, invece, sono organizzati da piccole realtà o piccoli editori in cui, spesso, il primo premio è proprio un contratto editoriale. Questo, detto così, è molto appetibile, ma spesso in questa pratica si nasconde una magagna che potremmo riassumere in 'contributo da parte dell'autore'. Detto in maniera molto cruda: dovete pagare. L'EAP (Editoria A Pagamento) la affronteremo più avanti perché è un tema ricorrente.
Ci sono poi alcuni concorsi in cui i primi dieci selezionati verranno invitati a far parte di un'Antologia della casa editrice che ha indetto il concorso.
Spesso all'autore selezionato gli vengono riconosciute 1 o 2 copie omaggio, ma il gioco forza di questa pratica è che, un autore felicissimo di essere stato selezionato da una casa editrice per comparire in un LIBRO vero, sarà tentato di far avere la suddetta copia ai genitori, ai nonni, alla cugina, alla migliore amica, ai colleghi, quindi di fatto acquisterà di suo pugno le copie che vuole regalare. E più il partecipante è sconosciuto e agli inizi, più questo metodo 'fa presa'. È sbagliato? No, ma basta saperlo.
Dopo queste premesse continuo a consigliare di partecipare ai concorsi letterari, ma a una condizione: non sceglieteli a caso. Il web in questo ci viene in aiuto. Cercate concorsi seri, informatevi, leggete per bene il regolamento, vedete se il contributo per partecipare (in genere si aggira intorno ai 10/20 euro per un racconto) vale la pena, in cosa consiste il premio, se dopo è previsto tutto quello che vi ho detto. Una volta preso atto delle dinamiche sarà difficile avere 'sgradevoli sorprese'. 

La mia esperienza: ho partecipato a diversi concorsi, nazionali e internazionali. Alcuni meritevoli, alcuni proprio da dimenticare, ma rifarei tutto perché SERVE tutto. Vi aiuta, in ogni caso, a farvi le ossa, a capire cosa è giusto o sbagliato per voi, a capire cosa volete. Se vi selezionano o arrivate tra i primi dieci, la gioia sarà immensa, ma ricordatevi che aver vinto un concorso letterario non fa di voi uno scrittore. La strada per diventarlo è lunga e piena di insidie, tuttavia avrete fatto la prima mossa.
Se invece, pur partecipando o avendo partecipato a dei concorsi letterari, siete sempre stati scartati, non abbattetevi, a volte (e qui lo dico piano) vengono messe davanti altre cose. No, non sono brutti e cattivi. Siete solo nel posto sbagliato al  momento sbagliato. E quando con lo stesso racconto venite ignorati da tutti i concorsi, forse allora è il caso di mettersi lì e vedere cosa è che non va. Siamo fuori tema? Forse è scritto un po' maluccio? Ci sono ripetizioni? Errori grammaticali? Quindi si ricomincia. Il primo passo lo abbiamo fatto: siamo usciti allo scoperto e ci siamo fatti leggere da chi se ne intende; ora non resta che mettersi d'impegno per migliorare.

In ogni caso, in bocca al lupo.


Siate coraggiose

 



"Di cosa hai paura?"

"Non mi sento ancora pronta a far leggere le mie cose."

Questa è la risposta che mi è stata data più volte da chi si approccia alla scrittura. Seguita spesso da "Mi vergogno un po' " e "A chi potrà mai interessare?"
Tutto legittimo. E comprensibile.
Tuttavia a volte si dimentica di quanto la scrittura sia terapeutica per noi, non solo nell'atto di buttare giù i pensieri, ma nell'offrirlo agli altri. Farlo leggere, esporlo a un pubblico ci mette, se vogliamo, in una condizione di svantaggio, e non rimane altro che fare i conti con una delle paure più grandi del nostro tempo: il giudizio.
Io quella paura la capisco.
Ci sono passata io, ci sono passati tutti.
E quando dico che è terapeutico intendo che una volta usciti allo scoperto si impara a esporsi con coraggio, a difendersi dai commenti negativi; si impara a migliorarsi, si impara ad avere un confronto. Tutte cose che finché rimaniamo abbarbicati alla comfort zone (espressione spesso abusata, ma tant'è) non 'cresceremo' di un millimetro.
Avevo pensato tempo fa di fare una 'giornata ispirazionale' a casa mia: una tazza di tè, amiche alle quali piace scrivere ma che non hanno ancora affrontato 'il giudizio'. Insomma parlare di storie, vere o di fantasia, ancora intrappolate nella loro mente.
Nessuno sarebbe salito in cattedra e avrebbe 'insegnato a scrivere'. La scrittura, in questo senso, è tecnica, attitudine, studio, ma senza il pathos, il fuoco dentro, il coraggio, a mio avviso si va poco lontano.
Nel mio cammino, spensierato e leggero se vogliamo, ho trovato proprio questo: un supporto, una spinta, qualche consiglio, una persona che mi ha detto: "Io ti capisco."
Ricordo che per me ci fu la signora Diana, una signora dalla voce e l'aspetto piacevole. Aveva già un'età da nonna, era stata una maestra; scriveva racconti e poesie, aveva pubblicato, organizzava eventi e moderava salotti letterari. Si circondava di parole, libri e colori e curava il giardino con mani sapienti. Mi diceva che anche quella era 'creatività'. Mi invitava a casa sua, piena zeppa di libri con la macchina da scrivere piazzata sul tavolo del salottino. Mi invitava a sedermi e leggeva i miei racconti di ragazzina annuendo in silenzio. Da parte sua mai un appunto su qualche errore di grammatica, di ortografia, non si soffermava mai su questi aspetti importantissimi. "Tutto questo lo affini, lo studi", mi diceva "Ma scrivi, butta fuori, hai il cuore e il cervello giusti. Hai sensibilità. Di giorno studia, ma la notte lascia uscire cosa hai dentro."
Diana ormai non c'è più. Il giardino ora è un fazzoletto di sterpaglie, ma io me la ricordo ancora come la prima persona che mi ha spinto ad avere coraggio.
Ed è quello, solo quello, che io mi prometto di fare: essere per qualcuno una Diana. Darvi una spinta affinché possiate trovare il coraggio di far sentire la vostra voce e voi stesse, anche attraverso uno scritto.



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