martedì 19 maggio 2015

Sto bene

Foto: mediatica


Quando manco da un po' sul blog, come si dice dalle mie parti: "Bene bene o male male."
Vi rassicuro dicendovi che bene bene. Non ho il blocco dello scrittore, sto ancora scrivendo ma lo sto facendo in un'altra maniera e da un'altra parte perché ho a che fare con delle scadenze ristrettissime e ciò comporta uno sclero della sottoscritta non indifferente del tipo:
"Simona, dove sono i calzini neri?"
"La pasta in bianco."
Uno domanda una cosa e io rispondo con un'altra, siamo a questi livelli. Senza considerare che c'ho talmente il cervello in fibrillazione che mi smuove anche il corpo a tal punto che il Santo ha detto "Nel letto non mi pare di averci una donna, ma un furetto. Riesci, di grazia, a stare un pelino ferma?"
Nulla, o mi prende a badilate o invento dialoghi anche la notte.
Nel fine settimana poi ho un evento nel mio giardino, di cui posterò maggiori dettagli dopo, ma sappiate che è in costume e quando dico in costume non intendo il bikini ma costumi d'epoca, ergo: schianteremo di caldo e ci struggeremo come calippi al sole. Molto bene.
La presentazione di domenica è andata benissimo e ringrazio tutto lo staff. Certo sarebbe stato meglio se non ci fossero state quelle tre, quattrocento persone a sentirmi, sarei stata più a mio agio chessò con sei, sette persone. Quindi immaginatevi scene da panico con polizia coi manganelli e richieste di autografo da così tanta gente che non sapevo nemmeno più come mi chiamavo. Qualcuno mi ha addirittura paragonata alla Kinsella e io per riconoscimento gli ho firmato un avambraccio. Devo imparare a gestire la notorietà, che vi devo dire.
Poi abbiamo apportato delle modifiche in giardino che si possono riassumere in 5 vocali "AIUOLA".
Quindi non mi sono fatta mancare nemmeno del buon sano giardinaggio e nemmeno la palestra, che in alcuni giorni (tipo quelli dove il mio culo sta attaccato alla sedia dalla mattina alla sera) la vedo come un'ancora di salvezza. Vedete voi come sto messa. 
Il lavoro va bene e come tutti i lavori in cui c'è da gestire un forno, in queste giornate con 40° dove sembra Luglio, è piacevole e fresco come una granita alla menta. 
Ho finalmente fatto il cambio degli armadi constatando che non entro più nella metà dei vestiti che ho tirato fuori e quando guardo le foto di dieci anni fa piango come una vite tagliata  e vorrei prendermi ad accettate il culo e una bella porzione di cosce. Poi, non so voi, a me sti 40° fanno comodo perché mi abbassano la pressione ma  mi gonfiano come un canotto e alla sera ho già i polpacci a tronco di pino in modalità Sora Lella.
Detto ciò, va tutto molto bene. Le giornate sono belle, si cena fuori, sono arrivate le lucciole ad allietare queste sere di estate precoce e pure le zanzare, le possino ammazzà.
Vi lascio promettendo nuove e succose notizie molto presto.
Sì, sì, molto presto.
Stai a vedè.








venerdì 8 maggio 2015

Presento Mi piaci, ti sposo. (c'è un medico in sala?)



“Ciao, sono Simona Fruzzet...”
No, non mi garba. Nome e cognome sa proprio di persona seria.
“Mhh...sì, ecco, sono Simona e...be'...”
Cominciamo bene, mo' balbetto pure. Rifacciamo.
“Ciao, sono Simona e sono qui per presentare...”
Ma che è, na presentazione di prodotti per la casa?
Di nuovo.“Buon pomeriggio a tutti i presenti.” Bene, sembra il discorso del dirigente d'azienda.
“Salve!” sembro 'mbriaca.
“Olè!” così la Incontrada.
“Miei cari amici vicini e lontani, buonasera!” Bello. Efficace. Ma sembro Nunzio Filogamo.
E niente, sto cercando un modo carino per presentarmi domenica a Roma.
Micaela de Le nuove mamme on the road, mi ha invitato a presentare Mi Piaci,ti sposo all'interno dell'evento del Fleming home.
Per inciso: Io. Non. Ho. Mai. Presentato. Un. Mio. Romanzo.
Ergo: non ho idea di cosa devo dire, fare, baciare, lettera e testamento. Quello magari lo faccio perché si preannunciano figure di merda e io vorrò morire lì, a Roma, sotto una seggiolina di formica e un bicchiere di plastica in mano.
Insomma dicevo: domenica presenterò Mi piaci, ti sposo, all'interno di un evento troppo troppo bellino. Il tutto si svolge al Fleming Home (cliccate qui per vedere di che si tratta e com'è bello) in occasione dell'inaugurazione della libreria dedicata al Bookcrossing.
È un evento veramente per tutti ( mamme, papà, bambini, ragazzini, single, donne in carriera, uomini d'affari, tronisti e nonne con la sciatica.) dove potrete far partecipare i bimbi ai laboratori, scambiare libri, passare una giornata in compagnia di chi più vi piace, incontrare autori (Insieme a me Natalia Cattelani e Claudio Colaiacomo), in una cornice bella, confortevole, a prova di bambino.
In poche parole puoi:
Se arrivi la mattina pure pranzare al Fleming Home a buffet a un prezzo vantaggioso e se ora ti affligge la prova costume sappi che hanno la cucina light.
Far partecipare i bambini ( se ne hai, sennò volendo porti tu' nipote o il bimbo della vicina) ai tanti laboratori fighissimi che ci sono.
Venire da sola o con il marito, o con un'amica, un fidanzato, un'amante (in questo caso tutti i presenti ti reggeranno il gioco sotto un cospicuo pagamento), in poche parole è un evento anche se non sei bimbo-munita.
Puoi pascolare sia all'interno che all'esterno nell'ampio giardino in tutta tranquillità.
Puoi prenderti un caffè e fare due chiacchere in una cornice libresca.
Puoi scambiare libri e portarne di nuovi. E no, non puoi scambiare la suocera e manco tu'madre. No, nemmeno se le volessi lasciare tutte e due senza avere niente in cambio. E no, nemmeno puoi lasciare tuo marito per avere indietro Raoul Bova. Solo libri. E per cortesia siate seri, essù.
Insomma, una bella bella bella giornata ci aspetta.
Il mio intervento è alle 14.30, praticamente all'ora del caffè. Sta' a vede' che roba.
Io ci provo a fare la persona seria ma non prometto niente. Anzi ve lo dico già da ora: sicuramente finirò per raccontare barzellette e fare un numero da circo. O sennò mi prende male e faccio scena muta. O sennò mi prende bene e parlo a ruota libera del meteo, delle mezze stagioni che non ci sono più, del bucato che più bianco non viene manco se fai il prelavaggio, del si stava meglio quando si stava peggio e del Venezia è bella ma non ci vivrei. Insomma: amenità.
Bene, che si fa? Vi aspetto? Venite a prendere un caffè? Le facciamo due chiacchere? Si passa la festa della mamma insieme a Roma, tra libri, presentazioni, ricchi premi e cotillons?
Di seguito vi lascio tutti i link che vi possono tornare utili e ovviamente mi piacerebbe che veniste a prescindere. Ma se venite alla mia presentazione perché avete letto il libro o perché leggete sempre i miei deliri su questo blog, be' ci terrei tanto a conoscervi e a riconoscervi. Così, d'acchito. Anche perché, essendo la presentazione di ebook, non ci sarà nessuno con una copia del libro in mano e per evitare figure tipo:
“Ciao Simo, sono Lara!”
“Lara chi?”
“Sonoquellacheleggeiltuobloehocommentatoilpostdel10FebbarioholettoituoilibrisonodiRomahotrecanieuncriceto”
propongo un nostro segno di riconoscimento. Sì, ma quale? Un fiore all'occhiello? Una parola d'ordine? Il dito medio alzato? Si accettano suggerimenti e mi raccomando esagerate con la fantasia e l'estrosità.
Mi vedo già andare incontro a una con un fiore appuntato sulla giacchina, abbracciarla con ardore ed esclamare “Carissimaaaa!! Grazie di essere qui e di leggermi!Sei Francesca?”
“No, mi chiamo Monica, non so chi tu sia e sono qui per pranzare. E ora chiamo la vigilanza.”
No, davvero. Ma non vedo proprio l'ora di fa' ste figure.
Vi aspettooooo!!

-Su twitter e su facebook : #bookcrossingday per fotografare lo scambio libro
-Programma della giornata:

ProgrammaBookcrossing1
ProgrammaBookcrossing2


p.s. Ma quanto è figa la locandina? Non vi fa venire in mente 'Il negozio dietro l'angolo' di C'è posta per te?






lunedì 4 maggio 2015

Lettera aperta a Kate Middleton


                                                                foto: il messaggero.it

Cara Duchessa di Cambridge,
mi permetto di scriverle una missiva dal basso del mio rango. Però prima una richiesta: possiamo darci del tu? Bene.
Cara Kate, ascolta un po', ti devo dire due cose che sono come le notizie: una bella e una brutta. Iniziamo dalla bella.
La bella notizia è che  voglio informarti  che mi garbi tanto, e bada bene che non è paraculaggine per avere uno sconto sui mezzi per tutte le volte che verrò in Inghilterra, oh no, proprio (checché se ne dica) trovo che William non potesse trovare di meglio. Hai una grazia innata e una bellezza fine, non prorompente, vistosa o volgare. Il tutto condito da un sorriso dolce, un'eleganza naturale e una raffinatezza e un garbo che tante si sognano. E alla gente piaci Kate, stai serena, soprattutto alle donne. Magari gli uomini preferiscono tu' sorella, ma a noi sciure e massaie, piaci proprio perché incarni la principessa perfetta.
E qui veniamo alla cattiva notizia:
Kate, na pregunta.
Come ti sei permessa?
Come ti sei permessa di partorire la mattina alle 8 e presentarti lo stesso pomeriggio bella e in forma come se fossi appena uscita da un corso intensivo di figaggine?
Come?
Perché noi, donne della plebe, non ce lo spieghiamo. Giuro. Bada bene che non è un'accusa: è invidia. Dopo averti visto così magnificamente bella a poche ore dal parto comincio a credere pure agli alieni, al mostro di Loch Ness e ai cerchi nel grano.
Hai partorito per via naturale tre kg e sette di roba  (per le non-mamme in ascolto vi sposso assicurare che è come far uscire un cocomero da un buco predisposto all'uscita di una nespola) e avevi un'andatura da mannequin che sfila a Parigi.
I tuoi capelli erano lucenti, in piega, con morbidi boccoli che ondeggiavano al vento.
Pancia? Non pervenuta.
Piedi gonfi? Neppure, visto il tacco che indossavi.
Pelle? Diafana.
Espressione: serena e giuliva.
Marito? Stempiato e con la chierica stile San Francesco.
A parte William (e detto tra noi fai qualcosa pe' sto ragazzo che era tanto caruccio da giovane e ora mi si sta Carletizzando), il resto è innaturale, lo capisci? Non puoi essere amata da un popolo se ti presenti a cinque ore dal parto così figa. Non è umanamente possibile. Quindi i casi sono due: o hai partorito tipo un mese fa. O era tutta una farsa e non hai manco partorito. Ci sta. 
Abbiamo avuto un barlume di speranza quando, durante la gravidanza, eri verde dalle nausee mattutine. Lì abbiamo esultato "Sììììì!!!Kate è una di noi!” Non per portarti merda, eh? Eravamo solo felici che tu fossi 'normale'. Gli incontri ravvicinati col cesso, in gravidanza sono routine. Il tuo sarà anche reale, ma sempre cesso è. 
Ma de che, dico io.
Ma de che, signore mie!
Quella era una finta. Quella era per ridimensionare un po' il tutto, perché far vedere che facevi jogging, cavalcavi un cavallo o facevi  bungee jumping pareva brutto. Perché te avresti fatto anche questo, lo so!
E no, non dire di no. Mi pare già di vederti mentre scuoti la testa e dici “Ma sì che è possibile! Anche col primo figlio sono uscita solo dopo poche ore fresca come una peonia appena annaffiata dal giardiniere di corte!”
Smettila. Smettila subito se non vuoi che prenda il primo aereo e ti venga a tirare per i capelli.  No, che non è normale! Una donna, a cinque ore dal parto ha solo una richiesta: “Vojo dormi'!” seguita da “Toglietemi tutto ma non il mio letto”. Chiaro? Un donna, a cinque ore dal parto, ha un' andatura da papero con seri problemi di ernia al disco e le gambe se le trascina dietro così allargate che nel mezzo ci può passare benissimo un camion rimorchio in corsa. Una donna, a cinque ore dal parto non ha dei capelli, ha una massa informe, unta e scarmigliata, che rischia che le ci covino le cicogne. Una donna, a cinque ore dal parto, non ha la pelle diafana, no. Spesso e volentieri ha la faccia chiazzata dai capillari rotti grazie allo sforzo perché sempre da lì deve uscire, anche se a vederti sembra che tu non l'abbia partorita dalla reale patonza, ma che tu l'abbia trovata sotto un cavolo nell'orto reale. A meno che tu non l'abbia diversa da noi, tipo che si apre a cerniera e puoi ravanare quanto vuoi, o che sia come la borsa che usa mi'madre per andare all'iper che vista da fuori sembra una pallina, ma se la apri è capace di contenere una spesa da sfamare cinque persone. Poi la richiude, la ripone e ualà, non sembra nemmeno. E poi i piedi: Ti sembra normale avere quei piedini da fata? Quelle cavigline sgonfie ed esili? Sì?
NO! No, perdio! Non è normale. Ma te non sei gonfiata come un canotto le ultime settimane? Non ritenevi acqua come un cammello? Cosa c'hai, i vasi comunicanti? Ndo cazzo la mettevi l'acqua, la ritenzione, la cellulite? Dove???
Io ho rimesso i tacchi dopo quasi un anno! Te possino, Kate, guarda. A cinque ore dal parto sei molliccia e sempre gonfia, e sogni solo un paio di pantofole comode e leggermente deformate come quelle de tu' nonno. Non solo: dopo aver partorito non entrerai mai più nel tuo numero, perché a noi, donne della plebe, il piede aumenta di un numero. Ci scriverei un trattato su sta cosa, guarda! E la pancia. La pancia, Kate. Ma c'avevi su la pancera del dottor Gibò? Una guaina? Ti hanno infilato il tubo dell'aspirapolvere in gola e aspirato come si fa coi piumoni al cambio degli armadi? Dov'era quella pancia molliccia, confortevole, morbida della donna che ha appena partorito? Chè, appena sparata la bambina, ti si è ritirata come le maree a Mont Saint Michel? Dov'è quella pancia gonfia d'aria che se ti chini a prendere il ciucciotto parte un concerto che manco quello di capodanno? 
Il vestito? Quel vestito, così carino, un po' stile anni settanta, stretto di spalle e giù liscio e  lievemente aderente a noi non sarebbe entrato manco in una coscia, sai? Quanto hai preso in gravidanza, tre grammi? Perché tu non ingrassi e non ti deformi? Per giustizia divina dovevi almeno prendere dieci kg! Perché noi sì e tu no?
E poi che cazzo sorridevi, abbi pazienza. Che noi col calo degli estrogeni ci viene da piangere già al settimo secondo e prendere a sassate la suocera al quarto minuto. E tu serena, bella, tranquilla che agiti la manina come se invece di aver appena partorito tu fossi sul lettino massaggi di una SPA.
Kate, ti giuro, da una parte ti prenderei a sberle, perché sei cattiva, ingiusta, ci fai sentire delle inette, delle nullità, delle trasandate.
Dall'altra però, ti bacerei e ti direi grazie. Grazie perché sei un bell'esempio di grazia e leggiadria (anche in questo caso) perché tutto ciò che fai è sinonimo di pacatezza e naturalezza ed è per questo che mi piaci tanto.
Ma t'avverto, se col terzo, non mi prendi almeno dodici kg, non ti presenti coi capelli a nido di rondine e in ciabatte, io non ti rivolgo più la parola. Intesi?
Ah sì, un'ultima richiesta: che me la chiameresti Alice la principessina? Sai com'è, tanto per farmi passare questo fastidio che adesso provo nei tuoi confronti. Un fastidio sano eh, per carità. Tipo quel leggerissimo fastidio che sono sicura che hai provato tu nell'unica spinta che hai dato. Perché ne avrai data una, così a occhio e croce, e mormorato “Tho! Una principessina!” con la stessa naturalezza ed espressione di quando io trovo due tuorli nello stesso uovo.
No Kate, non è così per tutte. Noi spingiamo.

Perché valiamo, tipo la pubblicità. E perché, sempre parlando di spot, evidentemente la nostra patonza è differente.



lunedì 27 aprile 2015

Intervista su LeadingMyself




Voi vi siete mai sentiti dei leader? No? Manco io. A dire il vero ogni volta che faccio test attendibilissimi e scientifici (tipo quelli su FB credibili come mi'madre che dichiara di saper fare la spaccata) mi vien fuori che io sono una leader, ma io non ci credo. Non è falsa modestia, credetemi. Sapete cosa significa leader? In parole spicce: a capo di un'organizzazione, di un'impresa e quella roba lì. Ma vi pare, onestamente, che io sia in grado? È già tanto se faccio combaciare famiglia, lavoro, hobby e interessi. A volte qualcosa mi si sminchia, ma credo faccia parte del gioco. Insomma tutto sto pappiè per dirvi che sono stata contattata da LeadingMyself, un sito che parla delle donne, delle loro storie, dei loro successi, del loro coraggio e del loro talento:

L’idea di questo blog nasce dalla volontà di creare una community consapevole e informata su leadership e gender equality, attraverso esempi, case history e partecipazione diretta. 

A me hanno proposto un'intervista leader, che sarebbe:


In questa rubrica intervisteremo chi ce l’ha fatta, chi ha avuto il coraggio di seguire i propri desideri e ambizioni. Vi faremo conoscere la persona, le sue paure, i suoi dubbi e le sue vittorie. Capiremo insieme come nasce una vera leader.
Dopo aver letto questo ho detto sì vabbè, ciaone. Ora si renderanno conto che hanno sbagliato persona, mi dicono c'è stato un errore e saluti cari alla famiglia. Invece no. Invece cercavano proprio me e se penso che hanno intervistato donne come Andrea Mirò (cantante), Anna Paola Concia (politico) Valeria Fedeli (senatrice) Anna Premoli (scrittrice) e poi donne manager e di spicco in Italia, capite bene che l'idea di far parte di questo gruppo di donne mi metteva un po' di agitazione.
Ringrazio Barbara per avermi scovato su un settimanale, letto la mia storia (e il mio ultimo romanzo!) e deciso che con il mio percorso potevo essere di aiuto o di esempio per chi crede ancora nei sogni. Vi invito a visitare il loro sito LeadingMyself per scoprire storie bellissime di donne che cercano di cambiare qualcosa in tempi difficili, perché come dicono l'ideatrici "Il progetto è ambizioso e si scontra contro chi dà questo paese per perduto....ma noi andiamo avanti grazie ad esempi splendidi come voi!"
Quindi non mi resta che fare un in bocca al lupo a questo progetto, a loro che ci mettono anima e core, e a tutte le donne che ci sono state e che verranno dopo di me, perché forse qualcosa si può cambiare. Con coraggio, tenacia e voglia di rischiare. 
E ora,   lusingata, onorata, emozionata e un filino agitata vi segnalo la mia intervista . 
Buona lettura. (si dice buona lettura?)

martedì 14 aprile 2015

Un tè per due

Disclaimer: post ad alto contenuto di foto, cose rosa e fiori.

A volte a me parte l'embolo. A volte...diciamo spesso, spesso a primavera. Ogni anno ne ho una nuova, infatti l'anno scorso di questi tempi costruivamo la Craft Room, invece quest'anno ho deciso di renderla più abitabile. Io la amo, non so se si è capito. E come la amo io, la amano anche gli altri, tipo che domenica, coi miei genitori, dopo aver pranzato in giardino, ce la siamo proprio gustata. La mia mamma si è messa in verandina e c'ha preteso il caffè e il mi' babbo non si è mosso dalla poltroncina mormorando ogni tre per due "Ah, come si sta bene qui." Per schiodarli li ho dovuti pagare.
E quindi niente, ce la godiamo, soprattutto di questi tempi. Il Santo e Alice ci leggono, io ci scrivo. E siccome quando scrivo magno e bevo molto, ho bisogno del tè. E allora anda e rianda in casa per mettere su l'acqua, poi guarda se bolle, poi metti il filtrino, poi torni in casa perché ti sei scordata lo zucchero...insomma, delle giratine che non vi dico. L'ho fatto un giorno, due giorni e al terzo giorno mi son detta "Aspetta un attimo: ho un tavolo, una sedia, delle prese elettriche, un lavabo e non devo aver paura di usarli!". E Allora l'ideona: mi organizzo per farmi un tè in Craf Room senza dover uscire tutte le volte, sia mai che nel tragitto mi sbrani un orso marsicano. Stamattina, complice una vetrina maledetta che mi ha strizzato l'occhio, ho trovato tutto l'occorrente. Un vassoio mooolto caruccio, con le zampucce che faceva proprio al caso mio. Non ho trovato invece il bollitore elettrico ma è questione veramente di poco, datemi due giorni e l'avrò. Ho messo tutto sulla stufetta in maniera carina perché anche l'occhio vuole la sua parte e oltre starci bene, spero sia anche funzionale.





Il quadretto l'ho fatto l'anno scorso per incorniciare gli incontri con le Tea Ladies e mi pare adatto per stare lì quando non viene usato per gli eventi.

 



Ovviamente per vedere se il vassoio funge, mi sono immaginata una sorta di pic nic teifero. Tipo che se ho voglia di stare fuori metto la mia coperta di patchwork e mi prendo il tè seduta in terra.





 Le bandierine non sono lì sempre, sono solo la prima striscia di una serie che ho cucito per un evento che darò in giardino a fine Maggio (e di cui vi parlerò più avanti. Sì, tipo quello di Jane Austen dello scorso anno). 



Non paga di cotanta fortuna da aver trovato nello stesso negozio quello che mi serviva, t'ho trovato anche delle tovagline che lèvate. Ognuna corredata da il suo sottobicchiere, l'ho trovate belle e perfette per i pranzi in giardino. O un tè. O anche un panino con la porchetta, se volete. Fatto sta che mi piacciono un mucchio.





 Infine, un bel primo piano delle mie stupenderrime tazze che ho acquistato in Inghilterra. Ditemi: cosa sono, cosa??? E niente, un post poco scritto, molto fotografato, perché questa primavera a me stimola un casino di foto del mio giardino, L'erba così verde e rigogliosa d'estate te la sogni, quindi ne approfitto.



Ci siamo: al mio piccolo progettino manca giusto il bollitore e poi ci sono. Anzi no: devo riempire la zuccheriera e aggiungere due cucchiaini, poi vi aspetto per un tè.



martedì 31 marzo 2015

L'intervista alla tv



Oggi è il mio compleanno. Alè, sì, tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri cara Simo, tanti auguri a te. Finito? Molto bene. Dicevo: compio la bellezza di 24 anni letti al contrario. Ergo: 42. Ed è inutile che mi diciate “Ma come li porti beeeeneee!” perché io li ho e me li sento tutti. Soprattutto a livello psichiatrico. Tipo che questo post lo avevo già scritto e poi, non si sa come, l'ho CANCELLATO. L'unico neurone che mi ritrovo ha dato forfait, capite? Prima ne avevo un bel numero che riuscivo a tenere a bada con un cane da pastore, ora no. Neuroni specchio che mi abbandonano così, senza preavviso. Insomma, tutto questo per dire che io vi volevo parlare di un'intervista tv che mi ha fatto 50 Canale. Lo so, pare strano anche a me che mi abbiano contattato, infatti lì per lì pensavo fosse uno scherzo, invece no: impavidi loro. Il tutto, ovviamente, per parlare dei miei libri, del mio percorso, del mio successo (???) 
Vi dico subito che  il poro cristo incaricato di gestirmi è arrivato direttamente da Assisi: San Francesco.
Sto scherzando, non arriva da Assisi.
San Francesco un giorno mi chiama per propormi un'intervista. Prima gli rido in faccia, poi siccome mi pareva brutto, gli do del pazzo. Riesce a convincermi col suo entusiasmo mentre io per contenere il mio mi son presa a martellate gli alluci. Perché voi non potete capi' il problema. Io ho una voce che sembro Paperino che ingoia elio e ho una finezza pari solo a Floriana Secondi del GF dopo una sbornia. Una fa-vo-la. Il mio terrore era:
-si incrina la telecamera
-non mi manderanno mai in onda
-il giornalista ci ripensa e mi da buca
-l'unica che mi guarderà e apprezzerà sarà mi'madre che anche con la varicella e la febbre a 40° arrivò a dirmi “Che bella figliola che ti c'ho”
Lo so che capita a tutti di non piacersi rivedendosi o risentendosi, ma vi giuro che io parto molto svantaggiata. Fidatevi. Senza contare che quando si va in tv per qualsiasi motivo si dovrebbe quantomeno regolarsi un attimo, avere una dizione che sia comprensibile in tutta Italia e un minimo di garbo. Io non ho nessuna delle tre e a niente è valso il mio avvertimento “Non sono fatta pe' ste cose, io te lo dico.” Nulla, l'intervista s'ha da fare.
San Francesco mi ha proposto qualche location:
“Facciamo al Duomo?”
“Sì, mo' magari mentre faccio finta di reggere la torre di Pisa! Ma anche no!”
“Sui lungarni?” ha tentato di nuovo.
“Ma sei pazzo? C'è pieno di gente!”
“Al mercato vecchio? È un bel posto, caratteristico.”
L'idea era buona, poi mi son vista tra il banco delle triglie e degli scorfani mentre un pescivendolo in canottiera e pelo in vista urlava “Donneee!! Pesce frescoooo!!”
“No.”
“Per le vie del centro?”
“Scordatelo.”
“In un bar?”
“Ma figurati!”
“A cavallo, alle giostre, al luna park, al mare, ai monti, in collina, dove? No, ma dimmi te!”
“Non si potrebbe fare in un luogo un po' appartato dove non ci sia nessuno, tipo una cantina, uno spogliatoio di una palestra chiusa, un camerino, un bunker, ad esempio?”
Già un ciuffo di capelli gli è diventato bianco, io vi avverto. Ha contato fino a dieci per non uccidermi all'istante e mi ha proposto un bel luogo verde: un viale alberato. Ho accettato solo perché in un cespuglio o in un rovo avrei potuto trovare rifugio. Ho anche pregato per una epidemia di cagarella per tutti i podisti, hai visto mai.
Arrivo all'appuntamento cercando di sistemarmi al meglio i capelli che, grazie al vento, mi facevano pericolosamente sembrare Cameron Diaz in Tutti pazzi per Mary: un ciuffo davanti tutto ritto che pareva avessi ingoiato una scatola di viagra.
San Francesco scende di macchina con tutto l'armamentario e a me prende l'ansia.
“Oddio, leva sta roba che a me mi viene il patema d'animo! Dimmi almeno che domande mi farai! E se poi vengo male? Ma non ce l'avete una controfigura, una doppiatrice, perdio!?”
“Simona, ti prego, STAI CALMA.” Capisco che lui è già stravolto ma quando dici a una donna 'stai calma' è la fine.
“Io sono calma!Calmissima! Non so che cazzo di domande mi farai, ho dei capelli che sono una merda, ci sono 67 podisti, 43 cani con rispettivi padroni, non ho fatto in tempo a perdere quei tre quattro kg che mi avrebbero fatto sembrare più magra, ma nonostante ciò sono calma! Chè, non si vede?”
San Francesco mi guarda con compassione poi, stancamente, mi dice “Dai, seguimi.”
Lo seguo entusiasta come uno che percorre il miglio verde.
“Okay,” mi dice “Mettiti qui.”
“Sono al sole.”
“Per forza! Sennò non ti si vede!”
“Non ci vedo nemmeno io! Quando abbiamo finito avrò bisogno di un bastone perché mi son bruciata le retine!”
“Per favore. Te lo chiedo per favore. Stai bonina? È perfetto qui.”
“Mmh. Se lo dici te.”
“Iniziamo. Abbiamo qui Simona Fruzz...”
“Alt!”
“Che c'è???”
“Mi stanno lacrimando gli occhi e mi si sta sciogliendo il trucco. Non sembra che tu faccia un'intervista a una scrittrice, sembra che tu la faccia a un pierrot.”
Francesco si passa una mano tra i capelli, esausto.
“Stai bene, okay? Il trucco va bene.”
“E i capelli? Non sembro una pazza?”
“Non più di quello che tu sei in realtà. Vogliamo proseguire, di grazia?”
“Proseguiamo. Certo però...se sapessi già le domande...”
“Niente domande! Penso a tutto io! Tu devi essere naturale, va bene? Ti preeeegoooo.” Il ragazzo è stanco, dovrebbe prendersi le ferie.
“Ci provo. Perché a dirla tutta non è facile essere naturale con un microfono sotto il mento e uno che ti riprende.”
San Francesco chiude gli occhi, inspira, fa training autogeno per non abbattermi a colpi di microfono e mi invita ad andare avanti.
Quando finiamo l'intervista, mi rassetto il giacchetto, agguanto la borsa e dico “Okay, è stato un piacere, grazie di tutto. Fammi sapere quando esce!”
Ma lui mi ferma “Ma dove vai? Non abbiamo mica finito.”
Mi son cascate le ovaie, le mascelle e la borsa. Volevo morì.
“Oddio, e ora che devo fa'?”
“Mi servono le immagini per corredare il servizio! Facciamo qualche ripresa mentre passeggi, okay? Tranquilla. Fai come se non ci fossi, cammina serena, serena.”
No, ma avete idea? Far finta che davanti a te non ci sia nessuno a parte un fringuello o una cagata di piccione.
Ma il giornalista lo vedo stanco, stremato, e prima che gli venga in mente di uccidermi e darmi in pasto alle nutrie, decido che forse sì, ce la posso fare. Cerco di passeggiare senza pensare a niente domandandomi come minchia fanno quelli dell 'isola dei famosi a far finta di nulla, e nonostante sia scettica sento che sono tranquilla, serena, naturale...
“Stop!”
“Che c'è?”
“Dobbiamo rifarla. Sei davanti a un bidone della spazzatura!”
Evidentemente ero troppo naturale. La rifacciamo da capo e ci fermiamo di nuovo. Una signora curiosa come una scimmia col canetto al seguito mi sta fissando come se fossi l'anticristo. Non ha mai visto un'intervista, perdio?!
Signora bella, di grazia, può andarsene gentilmente affanculo? Può togliermi dai piedi il suo cocker nano e farlo defecare un po' più in là? Sia gentile.
Nulla. Imbalsamata. Abbiamo dovuto spostarci noi.
Ma alla fine è andata. Servizio bello, perfetto, professionale e tutto il merito va al giornalista, chiaro. Il quale, a fine riprese, mi ha detto “Lavorare con te è faticoso e impossibile. E sei pazza, lo sai vero?”
No, onestamente non lo sapevo. Non me l'ha mai detto nessuno.
La sera, sul divano accanto al Santo, abbiamo rivisto il servizio.
“Bello!” ha esclamato il consorte.
“Davvero? Non dovrei dimagrire 5 kg, rifarmi il naso e le tette e fare un corso di dizione e pretendere una controfigura e gesticolare meno?”
“No. Vai benissimo così.”
“Dici? Ma davvero io sono quella lì?” dico sgomenta guardando la tele.
“Né più né meno.”
“Francesco ha detto che lavorare con me è faticoso e impossibile.”
“Davvero? Pensa te a viverci con una così.”
"Fai dell'ironia?"
"No, amore, ma che scherzi? Guarda, guarda il filmato. Tranquilla."
Sono sicura di essere venuta un cesso e sono sicura che non mi abituerò mai a questo genere di cose perché una ci deve essere portata, no? 
Tipo portata a forza, intendo.





martedì 24 marzo 2015

La prima sigaretta


                                                                                     Foto: http://www.newspedia.it/


"Ecco, sì, allora. Io direi di cominciare a parlare di cose serie, tipo: la scuola e tutto quello che ci gira intorno. Perché vedi, figlia mia, te adesso sei grande e mica vai più alle medie che, vojo di', avevate al massimo 13 anni, qui no è diverso. Ci sono ragazzi di 17, 18, 19 anni, anche di più se uno boccia, no? E mica voglio dire che il male è nell'età, ci mancherebbe. E non c'è nemmeno il male, se vogliamo. Ti volevo solo dire che è tutto un po' diverso, abitudini diverse, orari diversi, gente che viene da sé in motorino, gente che viene in macchina, gente che fuma. Ecco, appunto, il fumo. Sappi che la sigaretta normale è un optional. A scuola tua, come in tutte le scuole di Italia, gira anche altro fumo, roba forte. Da mamma ti dico: non la provare quella roba lì che poi ti senti male. Però riconosco che come tutti (perché mica sarai diversa, no?) forse un giorno vorrai provare a fumare, per forza. Ed è inutile che io ti consigli di non farlo perché ne diventeresti dipendente e soprattutto perché sei asmatica e mica ti fa bene. Ah certo, potresti dirmi che anche mio fratello è asmatico e fuma come una ciminiera. Sì, infatti, non ha mai capito una fava, ma contento lui, contenti tutti. Insomma, lo sai che io e babbo non vorremmo, ma sai anche che  a un certo punto della vita, della tua crescita personale e del tuo sviluppo, può darsi che tu abbia voglia di provare una sigaretta. Ci sta tutto. E sarebbe normale. Bene.
Sappi, figlia mia, che nonostante io sia contraria, prima di saperti a fumare di nascosto nel bagno chissà che cosa, prima di saperti a spruzzarti profumo 'sennò in casa se ne accorgano', prima di nasconderti da tua madre, la prima sigaretta te la do io. E la fumi a casa. Vuoi provare? Non c'è problema. Si prova. Se poi ti garba, okay, non posso dirti niente per farti cambiare idea, anche i pipponi delle conseguenze sulla salute ti risparmio, guarda.  Se invece non ti garba, meglio. Però evita di prendere fumo in giro, evita di nascondermi la sigaretta, tanto se vuoi fumare, posso sbraitare quanto mi pare e tu lo faresti lo stesso. Di nascosto. Che è peggio, come diceva un puffo. Quindi niente, pensaci. Se un giorno vuoi provare lo faremo. Magari insieme (io non l'ho mai fatto e sarebbe un bel modo di iniziare, no?). Nel migliore dei casi sputeremo anche le tonsille, nel peggiore ci divideremo un pacchetto. Quindi voglio che tu sia tranquilla. Se è un'esperienza che vuoi fare, io sono qui. Puoi contare su di me."
Lei mi guarda attenta. L'ho colpita, lo so. Non si aspettava questa mia resa, questa mia mano tesa verso di lei, io, che il fumo lo odio. Ma io sono io. Lei è lei. Ed è giusto che faccia le sue esperienze, tanto le farebbe ugualmente, magari nel modo più insano che c'è. Ha capito però che io ci sono. Ora mi getterà le braccia al collo e mi dirà "Non aspettavo altro che il tuo appoggio. Grazie mammaaaa!!" Per fare le cose per bene dovrebbe partire anche una musica di sottofondo molto commovente, perché il momento è catartico. Il pippone saggio da madre a figlia ha sempre un suo perché, sono quelle tacche della vita incise con forza. Lei un giorno ricorderà questo momento e racconterà ai nipoti 'Quella volta che mia madre mi offrì una sigaretta'. Minchia, mi sento di aver fatto troppo la cosa giusta. 
Lei mi guarda.
Io la guardo.
Lei mi guarda.
Io la guardo.
Eccolo il momento, il suo ringraziamento.
Apre bocca e mi dice quasi offesa "A me sembri scema. Ma che discorsi fai? Ma proprio a me? Apri al gatto vai, che son du' ore che miagola perché ha fame. Mah!" Scuote la testa e si rimette a studiare.

Sono stata incisiva a bestia. Ho colpito. Sì, il muro a suon di testate per la figura di merda. Molto bene.







lunedì 16 marzo 2015

Io scrivo, tu scrivi, egli muore

                                     
                                                                                 (Foto http://www.alqamah.it/)


Ma voi, quando siete intenti a fare qualcosa che vi piace, curate il vostro aspetto? Domanda che rivolgo alle creative, tipo a quelle che cuciono, che fanno decoupage o a chi crea in generale. No, perché io in questo sono un disastro, nel vero senso della parola. Se non lo sapeste ho iniziato il quarto romanzo. Mi sono lasciata un mesetto di tempo dall'uscita di Mi piaci, ti sposo per rimettermi in batteria, raccogliere le idee tutte insieme, rispolverare alcune bozze, riunire gli appunti e rimettermi al lavoro. E sono in piena fase creativa e quando dico in fase creativa intendo che posso avere uno sguardo ebete e appannato mentre tu mi parli di quanto siano aumentati i cavoli cappuccio al mercato, solo perché sto pensando che la mia protagonista potrebbe dire proprio quella frase lì, o potrebbe fare colà. Non solo: quando comincio a scrivere su qualsiasi cosa tipo retro di bollette o tra una riga e l'altra di Tutto Città che ho trovato in macchina, direi che ci siamo. È la fine. Per ovviare a tutto ciò mi sono comprata anche un taccuino fighissimo. Peccato che sia piccolo e dopo tre righe è già pieno. Non ce la posso fare. E questo è quando sono fuori che, voglio dire, se pensi ai cazzi tuoi manco ti accorgi delle mie paturnie. Il problema è in casa, tipo che se apro al postino mentre sto scrivendo, gli prende un infarto e mi muore lì, sullo zerbino, con la bolletta dell'acqua tra le mani. E non è una bella scena. Premettiamo che io non scrivo di notte. Lo so, è molto figo, lo fanno quasi tutti, anche quelli che di giorno magari hanno tempo. Semplicemente la notte porta ispirazione. A me no. Io la notte devo dormi', come ho già dichiarato diverse volte. La mia fase più produttiva è la mattina e il primo pomeriggio. Dopo le cinque c'ho un deficit dell'attenzione, mi distraggo molto più facilmente e mi si annebbia il cervello, che è già compromesso di suo. Quindi quando va tutto bene e lavoro permettendo, mi piazzo al pc verso le 7.30 e scrivo più o meno alacremente fino verso 12.30. In tutto questo tempo mangio, bevo, mangio, mangio, mangio e mangio. Dovreste vedere le carte che ho sul tavolo. E scrivo, ovvio. Sono una che si distrae facilmente quindi devo avere la televisione spenta e isolarmi un attimo. In fase critica sono arrivata a mettermi i tappi gialli di silicone nelle orecchie. E come son bellina in quel frangente, non potete capì: sembro un minions. Non sono metodica, ecco quello no. Sono una che scrive di getto, di istinto e di pancia, infatti ogni volta temo che mi escano idee di merda ma la mia storia dice il contrario. Sono capace di prendere appunti e farmi partire l'embolo mentre aspetto Alice in piscina (alcuni punti salienti di Chiudi gli occhi l'ho partoriti lì) e rimanere imbambolata davanti al classico foglio bianco pur avendo quattro ore libere a disposizione. E non parliamo di come mi curo. Per farvi un esempio: il grandissimo Andrea Camilleri, tutte le sante mattine si sveglia, sa che deve corre più veloce del leone...ah no, questa è un'altra storia. Dicevamo, si sveglia, fa colazione, si lava, si pettina, si sbarba, si veste bene, si improfuma e invece di prendere la porta e uscire come uno si aspetterebbe, si rinchiude nel suo studio a scrivere. Tutte le mattine. Bello e lindo, sia mai che qualcuno bussi alla porta all'improvviso.
Sì. Prova a farlo a casa mia. Che se apri all'improvviso, dallo spavento muori sul colpo. Tanto per cominciare io scrivo in pigiama. Se non ho motivo di uscire, io non mi cambio, mi fa proprio fatica. Al massimo, dico al massimo, mi metto una tuta. Pettinarsi è un optional, tanto quando non mi torna un passaggio mi ci passo le mani 8000 volte e quindi è inutile. Truccarsi? Impossibile, tanto quando non mi viene una parola mi strofino le mani sul volto fino a che non la trovo. A volte sfrego così forte sbuffando un ARGH! che ho paura di prendere fuoco da un momento all'altro. La mia mente e le mie idee mi prendono talmente tanto che mi imbruttisco. Letteralmente. Non sto scherzando. Sto na chiavica, sembro più pazza di quello che sono in realtà anche se sembra impossibile. Mi piace coccolarmi con il tè e mangio cioccolatini uno dietro l'altro. Ergo: ogni volta che finisco un romanzo sono tre kg in più. Ne vale la pena? Forse.
Quindi ora sapete che oltre a dirmi “Ho letto il tuo romanzo, mi è piaciuto!” per farmi davvero felice dovreste dirmi “E sei anche magrissima!”
Voglio dire, che vi costa dire una bugia?


lunedì 9 marzo 2015

Al ristorante giapponese


                                                                                           (Foto: Vanity Fair )



Io ho delle amiche simpatiche, simpaticissime. Così simpatiche che mi hanno proposto una cena al ristorante giapponese. Che non è nemmeno un male se non fosse che io sto alla cucina orientale come Siffredi alla castità. Potete ben capire la mia gioia e il mio gaudio davanti a questa proposta, quindi me ne sono uscita con “Se sono in minoranza, ok, ci sto" sicura che la maggior parte delle donzelle si sarebbero mosse a compassione e mi avrebbero proposto una carbonara alla trattoria più vicina. Ebbene. Ero la sola a essere scettica e a remare contro vento. Figuriamoci, vada per il risto-giappo.
Devo ammettere che appena arrivata alcune cose mi sono piaciute subito: l'ambiente in generale, molto moderno con alcuni tocchi kitsch, i lampadari colorati, le luci soffuse e il trenino di piattini. Il trenino di piattini l'ho adorato, mi ha fatto tornare bambina. Praticamente è un giochino: c'è un nastro che serpeggia indisturbato e silenzioso per tutto il locale facendo dei ghirigori tra i tavoli e cosa c'è su questo nastro? Cibarie, su dei piattini coloratissimi che mi sarei ficcata in borsa da quanto erano bellini. “Insomma,” mi hanno spiegato “tu prendi dal nastro cosa vuoi e mangi.”
Semplice. Certo. Sapessi cosa c'è nel piatto sarebbe anche più facile.   Presa dalla novità e da un entusiasmo pari solo a un'estrazione dentale senza anestesia, mi aggiudico il posto vicino al nastro trasportatore. Le amiche simpatiche mi esortano a servirmi.
“Prendi. Prendi qualcosa, su.”
Io guardo passare sti piattini striminziti e mi sogno un piatto di lasagne. Riconosco qualcosa tipo il riso, il resto mi pare roba finta, ma decido di far finta di nulla.
In compenso l'amica Elisabetta sta arraffando quattro piattini alla volta e li distribuisce tipo rancio al grido di “Mangiate, tho! Magna questo! Al volo!” e lancia i piatti come se fossero frisbee, fa scorte come se dovesse partire per l'isola dei famosi e stare a digiuno tre mesi, e si arraffa pure il dolce per paura che qualcuno glielo sgraffigni. Io, diversamente nipponica, invece faccio fatica ad agguantare quello che mi passa sotto il naso. È una cosa che mi mette ansia perché devi essere veloce, scegliere in tre secondi sennò il piattino va via e sono cazzi tuoi, non lo rivedrai mai più perché quello al tavolo dopo te lo prende e te lo mangia e te rimarrai sempre con quella sensazione del treno che passa solo una volta nella vita e te lo sei fatto scappare. Senza contare che avevo l'istinto di prendere un pezzetto, assaggiarlo e se non mi piaceva, riporlo nel piattino e farlo scorrere per donarlo a quello più avanti. Che voglio dire, mi sembrerebbe anche più logico, no? Tipo ci dai un morso “Non mi piace”, lo rimetti lì e il piattino va a qualcun altro che magari apprezza di più. Peccato. Mi hanno detto che non si può fare. Pensavo che il nastro, onestamente, servisse a quello. Però, visto che mi passava tutto sotto il naso, aspiravo con le narici tipo Folletto per carpirne almeno gli odori, ma nulla, mi pareva tutto uguale. E niente, avevo un posto fighissimo ma molto impegnativo perché se è vero che arraffi la qualunque, dall'altra fai da cameriere e devi sta attenta alle prenotazioni.

“Simo, passami la cipolla fritta, lesta!”
“Eh?”
“La cipolla fritta!Corri sennò il piattino va via!”
“E qual è la cipolla fritta? Cazzo, dimmi almeno il colore del piattino!”
“Verde!”
“Tho, eccoti la cipolla. È buona?”
“È un totano.”

“Corri! La zuppetta!”
“Eh?”
“La zuppettaaaa!! prendila, veloce!”
“E qual èèèèè????”
“Quella nera e dorata col coperchio!”
“Ah. Il Sacro Graal?”

“Simo, prendimi gli spaghetti di soia!”
“Zitta, non mi dire nulla. Forse stavolta ce la faccio. Sono quelli che sembrano un ammasso di peli e capelli trovati dietro il cesto della biancheria di una bettola che spacciano per albergo?”
“Mi è passata la fame.”

“Prendimi il sushi col tonno!”
“Tho!”
“Rimettilo là, questo è salmone!”
“Non sono capitan Findus, mangiati il branzino e chetati!”

“Prendimi il piattino rosso!”
“A me verde!”
“Blu!”
“Blu e rosso!”
“Giallo!”
“Giallo, verde e blu!”
Mi sembrava di giocare a Strega comanda color. Paro paro. Ho lanciato dei piatti a caso, dato della verdura a chi mi chiedeva pesce e fritto a chi mi chiedeva lesso.
E si sono pure lamentate. Non capisco perché. Cioè, manco contente di come distribuisco il rancio. E ho capito che se vuoi stare lì devi avere dei requisiti ben precisi. Devi essere: veloce, sicura, riconoscere una balena da un tacchino, una roba fritta da una in umido, non daltonica, con un recondito sogno di essere una cameriera, abbastanza sveglia per rubare da sotto il naso di quello davanti il piatto che ti interessa, e stare al tuo posto senza importunare i vicini di tavolo con domande tipo “È buono? Di cosa sa? Se non vomita nei prossimi dieci minuti lo prendo anche io.”
Non solo: mi dicono che dovrei provare a mangiare con le bacchette. Ste cose nere  e lunghe, buone solo per tenerti la crocchia di capelli al posto della matita. Comunque ci provo e dopo diciotto tentativi andati a vuoto, l'istinto sarebbe di piantargliele nel petto tipo palo di frassino con i vampiri. L'amica Claudia, vedendomi in prossimità di una crisi di nervi mi allunga una forchetta "Tieni, minchia che pena che mi fai." Ho visto la luce in fondo al tunnel, giuro.
Devo dire però che ho mangiato. Sì sì. Dopo aver sezionato e analizzato ogni piatto manco fossi una dei Ris. Con l'amica mia Manuela (l'unica che dopo l'entusiasmo iniziale ha cominciato a rimpiangere un'amatriciana o una pizza quattro stagioni) pescavamo un piattino a caso e, posizionato sotto i nostri occhi, ci ponevamo dei quesiti.
“Secondo te cosa è?”
“Mah...pare pesce.”
“Dici? Annusa un po'.”
Sniiiiff “Mmh...non so. Vivisezioniamolo.”
“Accendi il registratore: oggi, 6 Marzo, ore 21.30, mi appresto ad effettuare incisione a Y sul corpo della vittima. Di primo acchito pare una seppia, ma potrebbe essere un crotalo. Ci accingiamo all'assaggio. Prima la collega.”
“Gnam... sì, è pesce in salsa barbecue.”
“Positivo. È pesce il salsa barbecue.”
“Con pezzetti di zucca.”
“Altri elementi all'indagine: con pezzetti di zucca.”
L'amica Anna, l'esperta, interrompe questa analisi da far invidia a Kay Scarpetta con un: “Cretine, è pollo con carote in salsa di soia.”
Non c'abbiamo capito un cazzo. Papille gustative andate, completamente 'mbriache. Nemmeno il medico legale possiamo fa'. Mai una gioia 'orcomondo.
Però abbiamo fatto lo stesso con la maggior parte dei piatti, usando le bacchette per spostare letti di alghe, scambiando mille ingredienti tra loro e imboccandoci a occhi chiusi tipo penitenza. Ho assaggiato più o meno con entusiasmo quasi tutto, ma alla fine ho mangiato: riso con verdurine, pesce fritto, una cima di broccolo scondita per la quale mi hanno preso per il culo anche i ricoverati degli ospedali di tutta Italia, tre pezzi in croce di finocchio crudo (tipico appunto della cucina giapponese) e due fette di ananas alla quale mi sono attaccata con una voracità che sembrava non mangiassi da tre mesi. Praticamente un menù come se fossi stata a casa. Che bella esperienza.
Da ripetere senz'altro.
Sì.
Come no.
Certamente.
Si vede che sono convinta?






martedì 3 marzo 2015

Ci sono giorni in cui





Ci sono giorni in cui mi alzo la mattina, mi guardo allo specchio e mi vedo figa. No, aspe': dopo colazione, un po' di trucco e parrucco. Quindi dicevo: mi vedo figa. Ammiro i miei capelli che alla soglia dei 42 anni non hanno bisogno di tinte, la pelle tirata e senza rughe, la bocca turgida e un naso niente male. E ci sono giorni in cui, nonostante un restauro durato quanto l'era glaciale, io mi vedo un cesso a pedali. Quei quattro capelli bianchi in croce che tengo mi sembra che luccichino e splendano di luce propria e mi sento a un passo da sembrare Crudelia de Mon. Vedo distintamente le rughe intorno agli occhi soprattutto se rido (e subito li sgrano sorpresa alla 'Porcatroia!' per vederle scomparire), la bocca mi sembra vuota e sgonfia come la borsa dell'acqua calda che giace in garage e il naso mi ricorda Bartali “L'è tutto da rifare!”

Ci sono giorni in cui esco di casa truccata, ben pettinata, con tacco 12 e un abitino perfetto per un red carpet o una prima a La Scala, solo per andare dalla fruttivendola o a prendere il giornale. Così, perché mi va. E ci sono giorni in cui gli appuntamenti richiederebbero un abbigliamento adeguato (visite mediche, incontri di lavoro, feste e cerimonie) in cui avrei voglia di presentarmi in pigiama, ma opto per una tuta. Solo perché il pigiama è troppo leggero. E “No, gli stivali di gomma con i quali vai nell'orto, non vanno bene.” Ovvio che in quel frangente in cui tu'nonna con la sciatica in confronto a te sembrerebbe la Bundchen, tu incontri la qualunque.

Ci sono giorni in cui una battuta su di me mi fa scompisciare dalle risate tanto da metterti la fascia come Miglior amico dell'anno. Davvero, sei forte. Ti voglio bene un casino.
E ci sono giorni in cui la stessa identica battuta te la farei ingoiare aiutandomi con una vanga con la quale ti percuoterei per oltre otto ore consecutive fino a che non stramazzi a terra. Morto, possibilmente.

Ci sono giorni in cui agguanto la motosega e mi depilo con dovizia. Estirpo il pelo alla radice, lo minaccio e mi prometto che mai più e mai poi, le mie gambe assumeranno l'aspetto di una foresta di mangrovie. E ci sono giorni in cui, anche se non mettessi le calze, potrei benissimo uscire con i miei pantaloni a frange naturali e mi sentirei a mio agio comunque.

Ci sono giorni in cui mi spalmo la crema anticellulite, antirughe, antietà, antiritenzioneidrica, antinestetismi, antitutto con una convinzione tale che già dopo la prima spalmata mi sento asciutta, liscia e levigata come il culetto di un bebè dopo il bagnetto. E ci sono giorni in cui, aprendo lo sportello del bagno, mi cascano tra le mani diversi tubetti e barattoli scaduti che io guardo borbottando “E questa cosa è? Crema che fa sparire la cellulite in tre settimane? Ma che cazzata!” e via, la frullo dalla finestra.

Ci sono giorni che vado in palestra con una carica pazzesca, sentendomi Jamie Lee Curtis nelle videocassette anni '80 di ginnastica tonificante. Una bomba. Tonica. Scolpita. Soda. In una parola: figa. E pronta ad affrontare 59484 ore di allenamenti estenuanti. Anzi, rinnovo pure l'abbonamento per i prossimi vent'anni.   E ci sono giorni che al solo pensiero di recarmi in palestra mi provoca un attacco di depressione. Figuriamoci alzare un alluce o far roteare un mignolo. Staccarmi dal divano e dal plaid potrebbe provocare un danno permanente al mio stato psicofisico. Che, voglio dire, è già molto compromesso.

Ci sono giorni in cui mi vedo magra. Semplicemente. Ventre piatto. Culo giusto. Cosce a posto. Non ho niente di cui lamentarmi. Avanti così, bella de mamma.
E ci sono giorni in cui, mangiando la focaccia con la salsiccia, bofonchio “Mmh...sì, dovrei mettermi a dieta. Gua', guarda che rotolini.” E allora vedo i maniglioni antipanico, i cuscinetti adiposi, la pelle a buccia d'arancia, le braccia gonfie, la pappagorcia all'Enrico VIII e i polpacci alla Rummenigge.

Ci sono giorni in cui un abito o un paio di pantaloni mi entrano al volo. Questi indumenti mi scivolano addosso che è na bellezza. Fatti su misura. Valorizzano il mio corpo. La zip sdrucciola via che sembra pagata e i pantaloni dio come si chiudono bene. Va là. In formissima la Simo.
E ci sono giorni in cui gli stessi indumenti pensi si siano ristretti nottetempo perché non ti entrano manco per il cazzo. Manco se preghi in sanscrito. Manco se ti affidi a una sarta. La zip non sdrucciola, ma caraccolla. Si inceppa. Si accascia e non se move. Ferma lì la bastarda, se la tiri indietro ti agguanta la ciccia facendoti vedere le stelle, se provi a tirarla avanti muori asfissiata dal trattenere troppo il respiro. E se ci riesci, a tirarla tutta su dico, cerca di non muoverti troppo che potresti sembrare l'incredibile Hulk quando diventa verde: strappi qualsiasi cosa.

Ci sono giorni in cui semplicemente siamo in preda al ciclo, agli ormoni, agli umori dettati da chi ci circonda, a una fame atavica, a un sana malinconia mista scazzo o una sacrosanta infingardia mista a pigrizia.
E ci sono giorni in cui basta una parola, una telefonata, un complimento, un sogno erotico, un buon libro, un bel film, una frase carina, una aggrovigliata lotta tra le lenzuola o semplicemente il fatto che ci sia il sole e che sia quasi primavera, o che sia giorno di stipendio o l'aver visto una borsa di Prada scontata del 70% , che tutto ci pare più bello, roseo, alla nostra portata. E in quel frangente saltelliamo felici che manco Bambi nel bosco.
Prima che gli ammazzino la mamma.
Ecco, appunto.




martedì 24 febbraio 2015

L'amore fraterno (dov'è?)

Voi avete fratelli, sorelle, fratelli&sorelle, nani da giardino, criceti?
E siete mai stati gelosi marci degli elementi citati sopra? Io da mori'.
Lo dico sempre: io non sono gelosa del Santo, (quella gelosia ossessiva che ti fa perdere il lume della ragione, scatena scenate e controlli compulsivi di cellulari, ndovai, cosa fai, con chi sei, hai guardato quella lì mo' per tre mesi scordatela e via dicendo), forse perché la gelosia l'ho tutta esaurita col mi' fratello. Voi non avete idea. Non avete idea. Da piccola c'ho patito le pene dell'inferno, so cosa è la gelosia marcia, quella che ti devasta. Poi così violenta come si è presentata, se n'è andata. E ora non lo sono manco di lui. Però non era colpa mia, era colpa degli eventi.
Diciamo subito che fino a 5 anni ero sola. Una principessa. Brutta come la fame, ma pur sempre principessa. Coccolata dai nonni, da babbo e mamma e tanto tanto rompicoglioni. Non mangiavo, non dormivo, non cagavo. Salvo sparare ogni tanto proiettili di cacca duri come sassi di fiume. Capite bene che vita con questa gioia di bambina. Però ero sola e avevo tuuuuutti per me.
Compio cinque anni e nasce lui: bello, paciocco, roseo. Che mangia come un bufalo. Dorme come un cherubino 'mbriaco. E caga a comando. Una favola. E tutti, ovviamente, a dire “Ma che bello, ma che bravo, ma che amore!” L'ho odiato fin da subito. Maledetto scarafaggio, brutta merdina puzzolente che mi sposti dal podio con la tua perfezione. Appena l'ho visto ho tramato vendetta, anche perché, non volendo, il confronto con me scattava subito e io, che fino ad allora  mi ero difesa  nella mia imperferzione, ne uscivo sconfitta.
Dentro di me scattò un despota: io sono la maggiore e comando io. Tu devi subire.
Allora, prima di tutto, le prendi. Quando mi pare e quante ne voglio. Se ti voglio prendere a schiaffi da qui a domattina devi tacere. E infatti il mi' fratello ne ha prese così tante che gli ho mescolato i neuroni e non si ricorda più una fava. Botte da orbi da diritto e da rovescio. Certe ciaffate CIAAFF! In pieno viso. Così, senza motivo. Anzi un motivo c'è: mi stai sul cazzo. Mia madre ci lasciava giocare in cameretta e da sotto sentiva certi stonfi “Che succede lassù?”
“Nulla, mamma!Nulla! (Ciaf! Zitto te! Se parli ne prendi altri due.Ciaf!)” Ogni scusa era buona. E mi prendeva la Barbie, e mi toccava l'album e mi prendeva un pennarello e guardava fuori dalla finestra e mangiava lo yogurt e dormiva...insomma, così, schiaffi a cazzo di cane. Poi ho smesso. Non perché mi faceva pena. Ho smesso quando è stato abbastanza grande e grosso da ridarmele. Stronza ma mica scema.
E lui, porino, era taaaanto bravo con me. E la cosa mi faceva anche incazzare perché sarebbe stato più facile farsi la guerra, e invece no! Lui perfetto! Nonno gli comprava le Big Babol e lui con la sua vocina chiedeva “A Simona le compriamo?” Amore, pensava sempre a me. Non solo: un pacchetto lo divideva equamente e mi serbava le gomme o le caramelle. E se erano dispari ne dava una in più a me.
Io? Poveri voi. Io quando nonno mi comprava le Big Babol, pur di non dargliele le mettevo tutte in bocca. Tutte. Sembravo il padrino. O gliele ciucciavo tutte davanti per poi rimetterle nell'incarto “Le vuoi?” sogghignavo. Che bastarda. Nella maggior parte dei casi poi nascondevo, omettevo, tacevo.
Poi doveva essere la mia cavia. Io la dottoressa, lui il paziente. Muto. Ricordo ancora quel giorno in cui gli ho voluto misurare la febbre con la delicatezza di un rinoceronte. Di quando gli ho estratto un vetro dal piede a mani nude senza pinzette e di quando gli ho buttato l'alcool su una ferita aperta. Florence Nightingale sarebbe stata fiera di me.
Vabbè, poi gli ho rinchiuso le mani nel cofano della macchina.
Distrutto a colpi di manganello il galeone playmobil.
Obbligato a giocare a Barbie con voce in falsetto pena rinchiuderlo nello sgabuzzino delle scope.
Obbligato ad arredarmi ogni scalino di marmo di casa nostra in ogni stanza della casa di Barbie per poi sbuffare “Hai finito? Bene, non ho più voglia. Metti tutto a posto. E veloce che voglio fare un altro gioco.” Si incazzava come una scimmia. Infatti a volte si è ribellato. Mi ha decapitato bamboline, nascosto Bimbo d'oro, smontato pezzo per pezzo la vespa di Barbie, tirato una fucilata con la carabina, e lanciato una forchetta che ha rischiato di portarmi via un occhio. Io allora gli spezzavo le matite, i big jim e le gambine.
Quell'amore fraterno così vero e genuino.
Ora ci ridiamo. Ma tanto. E non siamo gelosi l'uno dell'altra, per niente. Forse l'abbiamo esaurita. L'ho esaurita, a dire il vero.
Anche il Santo ride. Di sollievo.
Infatti il mi' fratello gli dice sempre “Non hai conosciuto la iena. Me la sono sorbita tutta e solo io. Ringraziami e baciami le chiappe.”

E ora non ditemi che coi vostri fratelli e sorelle era tutto amore perché non ci credo.
Ma proprio per nulla.



martedì 17 febbraio 2015

Cosa è successo questa settimana



                                                                 

In primis, il riscontro dell'uscita del libro accolto a mani aperte e tanti sorrisi da chi lo aspettava, le prime recensioni positive, le vostre foto con il mio libro, e messaggi personali così belli che ho deciso di tatuarmeli sul braccio.
No, tranquilli, non rischio di montarmi la testa perché c'è, ringraziando Dio, chi mi smonta in tre secondi.
“Allora? Che fai di bello?”
“Ho cambiato lavoro, sempre nel solito ambito però.”
“Scrivi ancora?”
“Sì, il terzo romanzo è uscito una settimana fa con la Piemme.”
“Ahahhahah! Seee te piacerebbe! Ma quando la smetterai di dire cazzate?”
Adoro il modo in cui mi prendono sul serio. E' commovente.


C'è stato San Valentino. E no, non l'ho festeggiato. E no, non siamo avvezzi a ste cose. E sì, mi piacciono le coppie che si fanno i regalini e pure quelle che non se li fanno. Mi piace chi lo festeggia e pure chi non lo festeggia. Mi piace che si regalino fiori e anche chi i fiori li regala il resto dell'anno. Mi piace chi porta i cioccolatini alla morosa e mi piace anche chi si dimentica non solo San Valentino ma pure l'anniversario. Sì, mi piacciono i baci perugina ma anche i mon cheri.
Ergo: fate un po' quel che cazzo ve pare, che con la Simo andate sempre bene. Vivi e lascia vivere.

E' tornato il Santo dopo un'assenza di poco più di due settimane. E' andato in un paese molto molto lontano (fa molto Shrek sta frase) così lontano che gli auguravo la buonanotte alle quattro del pomeriggio e l'ho svegliato con Skype nel bel mezzo di un sogno (e se scopro che stava sognando Mulan invece che la sottoscritta lo prendo a badilate). Insomma per dialogare una roba semplice come rimettere la sveglia e fare i conti con la calcolatrice per sapere che ore erano laggiù.
Ho passato quindici giorni un po' spersa: non sapevo a chi raccontare le mie minchiate, tipo quante volte sono andata al gabinetto, com'era vestita ridicola l'impiegata delle poste, che ho un livido sul polpaccio e chissà come me lo sono fatto, “Secondo te mi sta meglio la maglia blu o quella rossa?”, “Hai mica visto le forbicine?”. Questa roba qui. Perché è facile farselo mancare fisicamente, (è una gran bella presenza il mio topo devo ammetterlo) , ma farselo mancare per le cazzate non è da tutti.
Di contro quando all'aeroporto gli ho chiesto “Amore! Ma come ti senti dopo quindici giorni senza di me?”
mi ha risposto “Riposato.”

Mia suocera ha installato WhatsApp. A ottantatré anni.
Rileggete la frase, plis.
Pare strano anche a voi? Anche a me. Soprattutto vederla che passa il dito sul tablet nuovo non con il polpastrello ma con l'unghia. Fa effetto tipo sulla lavagna. Non si può sentire. E mi è toccato farle ripetizioni. Io, che scambio il cellulare col telecomando.
“Quindi ricapitoliamo. Questo è per...?”
“Le foto!”
“No! E' per vedere i filmati! You tube.”
“Iutub.”
“Brava. E questo è per...”
“Telefonare!”
“No, è Google, serve per le ricerche.”
“Ricerche.”
“Andiamo avanti, se vuole mandare un messaggio senza spendere soldi va su...?”
“Wiscill”
“Eh?”
“Wrhoooommm”
“No...”
“Wascingggg”
“Asco...”
“Weringgg”
“Oohhhhh!!! Mo' basta! Esca da questo corpooo!”
“Ma non si chiama così?”
“No. WhatsApp. Ripeta con me.”
“Uozz!”
E niente, lei manda i messaggi con Uozz. Se poi non capite un cazz non è colpa mia.




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