martedì 3 marzo 2015

Ci sono giorni in cui





Ci sono giorni in cui mi alzo la mattina, mi guardo allo specchio e mi vedo figa. No, aspe': dopo colazione, un po' di trucco e parrucco. Quindi dicevo: mi vedo figa. Ammiro i miei capelli che alla soglia dei 42 anni non hanno bisogno di tinte, la pelle tirata e senza rughe, la bocca turgida e un naso niente male. E ci sono giorni in cui, nonostante un restauro durato quanto l'era glaciale, io mi vedo un cesso a pedali. Quei quattro capelli bianchi in croce che tengo mi sembra che luccichino e splendano di luce propria e mi sento a un passo da sembrare Crudelia de Mon. Vedo distintamente le rughe intorno agli occhi soprattutto se rido (e subito li sgrano sorpresa alla 'Porcatroia!' per vederle scomparire), la bocca mi sembra vuota e sgonfia come la borsa dell'acqua calda che giace in garage e il naso mi ricorda Bartali “L'è tutto da rifare!”

Ci sono giorni in cui esco di casa truccata, ben pettinata, con tacco 12 e un abitino perfetto per un red carpet o una prima a La Scala, solo per andare dalla fruttivendola o a prendere il giornale. Così, perché mi va. E ci sono giorni in cui gli appuntamenti richiederebbero un abbigliamento adeguato (visite mediche, incontri di lavoro, feste e cerimonie) in cui avrei voglia di presentarmi in pigiama, ma opto per una tuta. Solo perché il pigiama è troppo leggero. E “No, gli stivali di gomma con i quali vai nell'orto, non vanno bene.” Ovvio che in quel frangente in cui tu'nonna con la sciatica in confronto a te sembrerebbe la Bundchen, tu incontri la qualunque.

Ci sono giorni in cui una battuta su di me mi fa scompisciare dalle risate tanto da metterti la fascia come Miglior amico dell'anno. Davvero, sei forte. Ti voglio bene un casino.
E ci sono giorni in cui la stessa identica battuta te la farei ingoiare aiutandomi con una vanga con la quale ti percuoterei per oltre otto ore consecutive fino a che non stramazzi a terra. Morto, possibilmente.

Ci sono giorni in cui agguanto la motosega e mi depilo con dovizia. Estirpo il pelo alla radice, lo minaccio e mi prometto che mai più e mai poi, le mie gambe assumeranno l'aspetto di una foresta di mangrovie. E ci sono giorni in cui, anche se non mettessi le calze, potrei benissimo uscire con i miei pantaloni a frange naturali e mi sentirei a mio agio comunque.

Ci sono giorni in cui mi spalmo la crema anticellulite, antirughe, antietà, antiritenzioneidrica, antinestetismi, antitutto con una convinzione tale che già dopo la prima spalmata mi sento asciutta, liscia e levigata come il culetto di un bebè dopo il bagnetto. E ci sono giorni in cui, aprendo lo sportello del bagno, mi cascano tra le mani diversi tubetti e barattoli scaduti che io guardo borbottando “E questa cosa è? Crema che fa sparire la cellulite in tre settimane? Ma che cazzata!” e via, la frullo dalla finestra.

Ci sono giorni che vado in palestra con una carica pazzesca, sentendomi Jamie Lee Curtis nelle videocassette anni '80 di ginnastica tonificante. Una bomba. Tonica. Scolpita. Soda. In una parola: figa. E pronta ad affrontare 59484 ore di allenamenti estenuanti. Anzi, rinnovo pure l'abbonamento per i prossimi vent'anni.   E ci sono giorni che al solo pensiero di recarmi in palestra mi provoca un attacco di depressione. Figuriamoci alzare un alluce o far roteare un mignolo. Staccarmi dal divano e dal plaid potrebbe provocare un danno permanente al mio stato psicofisico. Che, voglio dire, è già molto compromesso.

Ci sono giorni in cui mi vedo magra. Semplicemente. Ventre piatto. Culo giusto. Cosce a posto. Non ho niente di cui lamentarmi. Avanti così, bella de mamma.
E ci sono giorni in cui, mangiando la focaccia con la salsiccia, bofonchio “Mmh...sì, dovrei mettermi a dieta. Gua', guarda che rotolini.” E allora vedo i maniglioni antipanico, i cuscinetti adiposi, la pelle a buccia d'arancia, le braccia gonfie, la pappagorcia all'Enrico VIII e i polpacci alla Rummenigge.

Ci sono giorni in cui un abito o un paio di pantaloni mi entrano al volo. Questi indumenti mi scivolano addosso che è na bellezza. Fatti su misura. Valorizzano il mio corpo. La zip sdrucciola via che sembra pagata e i pantaloni dio come si chiudono bene. Va là. In formissima la Simo.
E ci sono giorni in cui gli stessi indumenti pensi si siano ristretti nottetempo perché non ti entrano manco per il cazzo. Manco se preghi in sanscrito. Manco se ti affidi a una sarta. La zip non sdrucciola, ma caraccolla. Si inceppa. Si accascia e non se move. Ferma lì la bastarda, se la tiri indietro ti agguanta la ciccia facendoti vedere le stelle, se provi a tirarla avanti muori asfissiata dal trattenere troppo il respiro. E se ci riesci, a tirarla tutta su dico, cerca di non muoverti troppo che potresti sembrare l'incredibile Hulk quando diventa verde: strappi qualsiasi cosa.

Ci sono giorni in cui semplicemente siamo in preda al ciclo, agli ormoni, agli umori dettati da chi ci circonda, a una fame atavica, a un sana malinconia mista scazzo o una sacrosanta infingardia mista a pigrizia.
E ci sono giorni in cui basta una parola, una telefonata, un complimento, un sogno erotico, un buon libro, un bel film, una frase carina, una aggrovigliata lotta tra le lenzuola o semplicemente il fatto che ci sia il sole e che sia quasi primavera, o che sia giorno di stipendio o l'aver visto una borsa di Prada scontata del 70% , che tutto ci pare più bello, roseo, alla nostra portata. E in quel frangente saltelliamo felici che manco Bambi nel bosco.
Prima che gli ammazzino la mamma.
Ecco, appunto.




martedì 24 febbraio 2015

L'amore fraterno (dov'è?)

Voi avete fratelli, sorelle, fratelli&sorelle, nani da giardino, criceti?
E siete mai stati gelosi marci degli elementi citati sopra? Io da mori'.
Lo dico sempre: io non sono gelosa del Santo, (quella gelosia ossessiva che ti fa perdere il lume della ragione, scatena scenate e controlli compulsivi di cellulari, ndovai, cosa fai, con chi sei, hai guardato quella lì mo' per tre mesi scordatela e via dicendo), forse perché la gelosia l'ho tutta esaurita col mi' fratello. Voi non avete idea. Non avete idea. Da piccola c'ho patito le pene dell'inferno, so cosa è la gelosia marcia, quella che ti devasta. Poi così violenta come si è presentata, se n'è andata. E ora non lo sono manco di lui. Però non era colpa mia, era colpa degli eventi.
Diciamo subito che fino a 5 anni ero sola. Una principessa. Brutta come la fame, ma pur sempre principessa. Coccolata dai nonni, da babbo e mamma e tanto tanto rompicoglioni. Non mangiavo, non dormivo, non cagavo. Salvo sparare ogni tanto proiettili di cacca duri come sassi di fiume. Capite bene che vita con questa gioia di bambina. Però ero sola e avevo tuuuuutti per me.
Compio cinque anni e nasce lui: bello, paciocco, roseo. Che mangia come un bufalo. Dorme come un cherubino 'mbriaco. E caga a comando. Una favola. E tutti, ovviamente, a dire “Ma che bello, ma che bravo, ma che amore!” L'ho odiato fin da subito. Maledetto scarafaggio, brutta merdina puzzolente che mi sposti dal podio con la tua perfezione. Appena l'ho visto ho tramato vendetta, anche perché, non volendo, il confronto con me scattava subito e io, che fino ad allora  mi ero difesa  nella mia imperferzione, ne uscivo sconfitta.
Dentro di me scattò un despota: io sono la maggiore e comando io. Tu devi subire.
Allora, prima di tutto, le prendi. Quando mi pare e quante ne voglio. Se ti voglio prendere a schiaffi da qui a domattina devi tacere. E infatti il mi' fratello ne ha prese così tante che gli ho mescolato i neuroni e non si ricorda più una fava. Botte da orbi da diritto e da rovescio. Certe ciaffate CIAAFF! In pieno viso. Così, senza motivo. Anzi un motivo c'è: mi stai sul cazzo. Mia madre ci lasciava giocare in cameretta e da sotto sentiva certi stonfi “Che succede lassù?”
“Nulla, mamma!Nulla! (Ciaf! Zitto te! Se parli ne prendi altri due.Ciaf!)” Ogni scusa era buona. E mi prendeva la Barbie, e mi toccava l'album e mi prendeva un pennarello e guardava fuori dalla finestra e mangiava lo yogurt e dormiva...insomma, così, schiaffi a cazzo di cane. Poi ho smesso. Non perché mi faceva pena. Ho smesso quando è stato abbastanza grande e grosso da ridarmele. Stronza ma mica scema.
E lui, porino, era taaaanto bravo con me. E la cosa mi faceva anche incazzare perché sarebbe stato più facile farsi la guerra, e invece no! Lui perfetto! Nonno gli comprava le Big Babol e lui con la sua vocina chiedeva “A Simona le compriamo?” Amore, pensava sempre a me. Non solo: un pacchetto lo divideva equamente e mi serbava le gomme o le caramelle. E se erano dispari ne dava una in più a me.
Io? Poveri voi. Io quando nonno mi comprava le Big Babol, pur di non dargliele le mettevo tutte in bocca. Tutte. Sembravo il padrino. O gliele ciucciavo tutte davanti per poi rimetterle nell'incarto “Le vuoi?” sogghignavo. Che bastarda. Nella maggior parte dei casi poi nascondevo, omettevo, tacevo.
Poi doveva essere la mia cavia. Io la dottoressa, lui il paziente. Muto. Ricordo ancora quel giorno in cui gli ho voluto misurare la febbre con la delicatezza di un rinoceronte. Di quando gli ho estratto un vetro dal piede a mani nude senza pinzette e di quando gli ho buttato l'alcool su una ferita aperta. Florence Nightingale sarebbe stata fiera di me.
Vabbè, poi gli ho rinchiuso le mani nel cofano della macchina.
Distrutto a colpi di manganello il galeone playmobil.
Obbligato a giocare a Barbie con voce in falsetto pena rinchiuderlo nello sgabuzzino delle scope.
Obbligato ad arredarmi ogni scalino di marmo di casa nostra in ogni stanza della casa di Barbie per poi sbuffare “Hai finito? Bene, non ho più voglia. Metti tutto a posto. E veloce che voglio fare un altro gioco.” Si incazzava come una scimmia. Infatti a volte si è ribellato. Mi ha decapitato bamboline, nascosto Bimbo d'oro, smontato pezzo per pezzo la vespa di Barbie, tirato una fucilata con la carabina, e lanciato una forchetta che ha rischiato di portarmi via un occhio. Io allora gli spezzavo le matite, i big jim e le gambine.
Quell'amore fraterno così vero e genuino.
Ora ci ridiamo. Ma tanto. E non siamo gelosi l'uno dell'altra, per niente. Forse l'abbiamo esaurita. L'ho esaurita, a dire il vero.
Anche il Santo ride. Di sollievo.
Infatti il mi' fratello gli dice sempre “Non hai conosciuto la iena. Me la sono sorbita tutta e solo io. Ringraziami e baciami le chiappe.”

E ora non ditemi che coi vostri fratelli e sorelle era tutto amore perché non ci credo.
Ma proprio per nulla.



martedì 17 febbraio 2015

Cosa è successo questa settimana



                                                                 

In primis, il riscontro dell'uscita del libro accolto a mani aperte e tanti sorrisi da chi lo aspettava, le prime recensioni positive, le vostre foto con il mio libro, e messaggi personali così belli che ho deciso di tatuarmeli sul braccio.
No, tranquilli, non rischio di montarmi la testa perché c'è, ringraziando Dio, chi mi smonta in tre secondi.
“Allora? Che fai di bello?”
“Ho cambiato lavoro, sempre nel solito ambito però.”
“Scrivi ancora?”
“Sì, il terzo romanzo è uscito una settimana fa con la Piemme.”
“Ahahhahah! Seee te piacerebbe! Ma quando la smetterai di dire cazzate?”
Adoro il modo in cui mi prendono sul serio. E' commovente.


C'è stato San Valentino. E no, non l'ho festeggiato. E no, non siamo avvezzi a ste cose. E sì, mi piacciono le coppie che si fanno i regalini e pure quelle che non se li fanno. Mi piace chi lo festeggia e pure chi non lo festeggia. Mi piace che si regalino fiori e anche chi i fiori li regala il resto dell'anno. Mi piace chi porta i cioccolatini alla morosa e mi piace anche chi si dimentica non solo San Valentino ma pure l'anniversario. Sì, mi piacciono i baci perugina ma anche i mon cheri.
Ergo: fate un po' quel che cazzo ve pare, che con la Simo andate sempre bene. Vivi e lascia vivere.

E' tornato il Santo dopo un'assenza di poco più di due settimane. E' andato in un paese molto molto lontano (fa molto Shrek sta frase) così lontano che gli auguravo la buonanotte alle quattro del pomeriggio e l'ho svegliato con Skype nel bel mezzo di un sogno (e se scopro che stava sognando Mulan invece che la sottoscritta lo prendo a badilate). Insomma per dialogare una roba semplice come rimettere la sveglia e fare i conti con la calcolatrice per sapere che ore erano laggiù.
Ho passato quindici giorni un po' spersa: non sapevo a chi raccontare le mie minchiate, tipo quante volte sono andata al gabinetto, com'era vestita ridicola l'impiegata delle poste, che ho un livido sul polpaccio e chissà come me lo sono fatto, “Secondo te mi sta meglio la maglia blu o quella rossa?”, “Hai mica visto le forbicine?”. Questa roba qui. Perché è facile farselo mancare fisicamente, (è una gran bella presenza il mio topo devo ammetterlo) , ma farselo mancare per le cazzate non è da tutti.
Di contro quando all'aeroporto gli ho chiesto “Amore! Ma come ti senti dopo quindici giorni senza di me?”
mi ha risposto “Riposato.”

Mia suocera ha installato WhatsApp. A ottantatré anni.
Rileggete la frase, plis.
Pare strano anche a voi? Anche a me. Soprattutto vederla che passa il dito sul tablet nuovo non con il polpastrello ma con l'unghia. Fa effetto tipo sulla lavagna. Non si può sentire. E mi è toccato farle ripetizioni. Io, che scambio il cellulare col telecomando.
“Quindi ricapitoliamo. Questo è per...?”
“Le foto!”
“No! E' per vedere i filmati! You tube.”
“Iutub.”
“Brava. E questo è per...”
“Telefonare!”
“No, è Google, serve per le ricerche.”
“Ricerche.”
“Andiamo avanti, se vuole mandare un messaggio senza spendere soldi va su...?”
“Wiscill”
“Eh?”
“Wrhoooommm”
“No...”
“Wascingggg”
“Asco...”
“Weringgg”
“Oohhhhh!!! Mo' basta! Esca da questo corpooo!”
“Ma non si chiama così?”
“No. WhatsApp. Ripeta con me.”
“Uozz!”
E niente, lei manda i messaggi con Uozz. Se poi non capite un cazz non è colpa mia.




martedì 10 febbraio 2015

MI PIACI, TI SPOSO (Piemme)



È uscito! È nato!
Oddio, detta così sembra che fino a ora sia stata in sala travaglio, e per un certo verso è così.
Tutti a chiedermi “Quando esce?” (manco fosse un numero al super enalotto) “L'hai fatto?” (manco fossi stitica) e “Lo voglio subito!” (manco fossimo davanti a un trilogy).
Un travaglio in tutto e per tutto. Ma finalmente eccolo, nato il 10 Febbraio 2015, 513 kb di peso e 109 cm di lunghezza stampa. L'ostetrica dice che è una creatura frizzante e con i numeri giusti. Io quando l'ho visto mi sono emozionata tantissimo:somiglia me. Ha il mio carattere, le mie fattezze, il mio humor...Questa creatura sono io.

A parte gli scherzi, si vede che sto sclerando,nevvero?
Non capisco più nulla, e sì che dovrei essere avvezza all'uscita dei libri visto che è il terzo, ma ogni volta è un'emozione, una sfida, un brivido. E' qualcosa di mio che prende il volo e a me non resta che rimanere in attesa del responso. Sapere se ha regalato risate, commozione, spunti di riflessione o semplicemente due ore spensierate. 
E sono felicissima oggi, finalmente MI PIACI, TI SPOSO è fruibile a voi,e potete scaricarlo dai maggiori store di ebook. Visto che me l'avete chiesto più di una volta vi dico quali:
Qui sulla mia scheda libro della Piemme, potete trovare tutti i link al riguardo (Store Mondadori, Feltrinelli, Amazon...) insomma dove volete e come più vi piace. Su Amazon potete scaricare anche l'anteprima, macchevelodicoaffà.
Mi sono divertita tantissimo a scriverlo e dentro, a partire dal romanzo vero e proprio e a finire coi ringraziamenti, ci siete un po' tutte voi, mie muse.
Io spero vi piaccia e non vedo l'ora di sapere cosa ne pensate. A tal proposito dalla regia mi stanno dicendo che chi volesse, nei giorni futuri, fare una recensione sul proprio blog, il link verrà inserito nella mia scheda libro. Una figata.
Approfitto di questo post per ringraziare tutto lo staff della Piemme che mi ha accolta, seguita e coccolata manco fossi un cucciolo lasciato sul ciglio della strada.
Vabbè è per farvi capire che mi son trovata bene, no?
Via, bando alle ciance, che dire... buona lettura allora!

(Oddio, ho detto davvero buona lettura?
No, ma sto bene.
Stamattina guardavo il mio tablet con la copertina in bella vista e c'avevo gli occhi a cuoricino come l'icona di In Love. Paro paro.
A un certo punto la mi'figliola mi fa: “Mamma...”
“Eh?”
“Ma stai bene?”
“Certo. Perché?”
“No, perché stai girando il tè col cucchiaino al contrario.”
In effetti l'impugnatura mi sembrava un po' larghina...
No, ma ve lo ripeto, sto bene.
Sono un po' emozionata ma sto bene.)




lunedì 2 febbraio 2015

Il mio nuovo romanzo pubblicato da PIEMME



Dai, rileggiamo insieme il titolo. No, perché forse se lo faccio insieme a voi, comincio a crederci.
Io, Simona Fruzzetti, milite esente, automunita, con un principio di ernia al disco e un herpes latente sul labbro inferiore che si palesa in momenti di forte stress (assumendo le dimensioni della navicella madre di Star Wars) sono stata contattata dalla Piemme (Gruppo Mondadori) per far parte di una collana di eBook.
La. Piemme.
Che pubblica libri di un successo stratosferico come Il cacciatore di aquiloni e Il diavolo veste Prada (tanto per citarne due) che ha nella sua scuderia cavalli di razza come appunto Khaled Hosseini, Michael Connelly, Francesco Carofiglio, Jo Nesbo. E ora ci sono anche io: Simona Fruzzetti.
(Accidenti, magari il cognome me lo potevo cambia' per l'occasione. Uno più esotico. Già che c'ero anche il nome, chessò...Simon Fruz. Sì, così sembravo il nome di una confezione di digestivo, vabbè lasciamo perdere, ormai è andata.)
Lo so, sto tergiversando e ci scherzo su come sempre, ma davvero per me è una cosa bellissima che mi tengo dentro da tre mesi e finalmente oggi la posso far uscire.
Tre mesi, capite? Io, che vi racconto anche quante volte vado al gabinetto, ho tenuto sta cosa per me, per tutto questo tempo, e ho lavorato al progetto come una matta, divertendomi un mondo.
Quando mi ha contattata la Piemme pensavo fosse uno scherzo “Ah ah ah! Buontemponi!” ho pensato. Sì, dico buontemponi come una nonna Abelarda qualunque, allora?
Insomma mi ha contattato quella che da ora in poi chiameremo Serena (infatti se la chiami Lucia, manco se gira) per dirmi che mi hanno notato grazie ai miei scritti. Tipo che sono incappati nei miei romanzi (grazie soprattutto alla posizione in classifica di Chiudi gli occhi – sempre sia lodato, alleluia alleluia) li hanno letti e sono piaciuti. Da lì sono risaliti al blog, lo hanno letto e gli è piaciuto. Da finire di leggere e contattare Simona, il passo è breve. Come in un sogno, no? Tu ti autopubblichi, i libri vanno bene e tho! una delle più grandi case editrici ti scova e decide che tu sei, volendo, quella giusta per una collana. E io certo che volendo!E come in un sogno si sono incastrati tutti i pezzi perfettamente.
Come alcune di voi sapevano stavo già lavorando al terzo, avevo una bozza, un'idea, qualcosa che avevo iniziato tempo fa e lasciato decantare per un momento più giusto. Qualcosa di diverso dai primi due, qualcosa che rispecchiasse anche queste pagine. Innumerevoli volte mi avete chiesto “Perché non scrivi una storia ironica? È nelle tue corde!”, perché probabilmente vi ho abituati a questo, perché probabilmente io sono così anche di persona, non so. Ma una storia (almeno io che scrivo di pancia) non viene buttata giù con un colpo di bacchetta. Io la devo sentire, deve essere il momento giusto per far sì che i personaggi prendano vita in un modo invece che in un altro. E dopo Chiudi gli occhi, dove ho riversato tutto quello che volevo dire da tempo, era arrivato il momento di confrontarsi con ciò che mi è più congeniale, qualcosa che davvero mi rappresenti e che mi fa volare sulla tastiera. Ho proposto quello a cui stavo lavorando, ed è piaciuto. Subito. Alchimia perfetta, magia, il romanzo giusto al momento giusto, botta di culo, chiamatela come vi pare. So solo che sembrava che da ambo le parti non aspettassimo altro. Da lì le dita e le sinapsi hanno cominciato a lavorare alacremente per far prendere vita e sentimento a quello che sarebbe stato il mio terzo romanzo.

Quindi è con immensa gioia, mista a tremarella che vi annuncio che il 10 Febbraio 2015 esce
  MI PIACI, TI SPOSO, il mio nuovo eBook nella collana tutta al femminile IN LOVE!!



- Cosa succede se una donna sogna l'abito bianco, il marito perfetto e il matrimonio da favola senza avere uno straccio di fidanzato? Che tutto questo, ovviamente, rimanga un sogno, soprattutto se per inseguirlo si tralascia un particolare importante: l'amore. È quello che accade ad Alice, contabile trentaduenne, imbranata e sognatrice, che si è messa in testa di trovare l'uomo perfetto. Con una lunga esperienza di appuntamenti alle spalle e forte degli studi su tutte le riviste da sposa esistenti sul mercato, Alice colleziona una variopinta sequenza di delusioni. Finché, grazie alla sua irriverenza e a un equivoco madornale, nel tentativo di cogliere l’occasione per dare una svolta alla sua vita, si caccia in un pasticcio in cui a farne le spese non è solo lei, ma anche Leonardo, alto, bello e con un fiuto eccezionale per le ragazze portatrici di guai.
Supportata da Anita, badante russa saggia, pugnace ed esperta di proverbi, Alice si trova a dover rimediare al misfatto con la compagnia forzata di Leonardo, che la accusa di avergli rovinato la vita, e, allergico a qualsiasi cosa riguardi i matrimoni, dimostra di essere la vera antitesi ai sogni di Alice. Ma si sa, in questi casi, mai dire mai... e tra un gaffe e l’altra, un sms impulsivo e un bicchiere di vodka, Alice sarà costretta a rivedere i suoi piani, se vorrà trovare finalmente l'amore, quello con la A maiuscola.

Veli, pizzi e bouquet fanno da sfondo a una commedia romantica ricca di humor e ironia, dove niente va come dovrebbe e non capirete più se state piangendo dal ridere o dalla commozione - 


Oddio che ansia, mi tremano anche le mutande. Dalla regia mi stanno dicendo che è poco carino che io parli di mutande nel lancio promozionale del mio libro, ma davvero sono emozionata.
Una rivincita per me, una prova delle mie capacità, un sogno che si avvera, un'avventura che spero porti belle cose, un cammino che affronterò con la grinta e la spensieratezza che mi contraddistingue.
Vi aspetto il 10 Febbraio nei maggiori store (ve li elenco nel prossimo post), mi piacerebbe foste con me perché se io sono arrivata qui è anche e soprattutto grazie a voi, che mi leggete, che condividete, che mi confermate gradimento a colpi di like e che mi sostenete sempre. E infatti non mi son dimenticata, capiteammè ;-)

E niente, mi viene da piangere dalla felicità.
No, ma sono gli ormoni, tranquilli.




venerdì 30 gennaio 2015

Candy Crush, se lo eviti non ti uccide #1




                                                    Foto: http://geekongadgets.com/2014/12/11/candy-crush-saga-finally-comes-windows-phone/



Candy Crush, chi non lo conosce. Chi non conosce questa droga, questa piaga. Che se la conosci e sei furbo la eviti e se la eviti non ti uccide. Perché tu muori a un certo punto, sia chiaro. Ti viene detto che non hai più vite, manco fossi un gatto soriano suicida. Tu muori quando ti manca una sola mossa per finire il quadro e con le tue imprecazioni l'Italia registra un movimento sussultorio e ondulatorio non indifferente. Sismografi impazziti. Tu muori quando non hai a disposizione quei gadget che ti permettono di salvarti in extremis. Tu comunque a un certo punto muori, cerca di ricordarlo.
Per morire meno e andare avanti col gioco ci sono comunque degli escamotage, ma andiamo con ordine che il discorso è lunghissimo. Ho intenzione di illustrarvi tutto Candy Crush, dai gadget ai vari livelli, dagli ostacoli agli aiuti e via dicendo. Quindi questa è solo la prima puntata (tipo che son gentile e vi avverto)
Per giocare per prima cosa devi improvvisarti Mike Bongiorno e girare la ruota. La possibilità che tu becchi il Jackpot è pari solo alla possibilità che la terra sia a breve abitata da alieni, che Lapo Elkann azzecchi un congiuntivo e che io sia capace di registrare un programma su sky. Fatto questo la tua freccetta si fermerà ad cazzum su alcuni gadget che sul momento non ti serviranno a una beata fava., ma che a partita iniziata possono tornarti utili.
Io ho una preferenza per alcuni e un odio viscerale per altri.
Andiamo ad elencarli:

Il cambio mossa: l'icona è una mano guantata di rosso tipo Tina di Uomini&donne quando fa Jessica Rabbit. Tu puoi con quello cambiare due pedine senza giocarti una mossa. Utile quando le tue mosse sono appena venti e quando all'ultimo le tenti tutte pur di superare quel livello sul quale sei inchiodato dalla Prima Comunione. Spesso il cambio mossa non risolve nulla, ma ci provi per non avere rimorsi. Quando la freccia mi si ferma lì, getto la spugna. Anzi, il guanto.

Il lecca lecca: tralasciando facili fraintendimenti alla 50 sfumature de sta ceppa, il lecca lecca serve per disintegrare una pedina. Vuoi far scoppiare una pedina per levartela di torno? Bene, prendila a martellate col chupa chups, checcevò? È uno dei miei preferiti perché sfracassa tutto e quando arrivi all'ultimo che ti manca una gelatina da scoppiare, il lecca lecca ti viene in aiuto come un super eroe, e ti appare pure la Madonna. Lo prendi, lo sbatacchi a forza sulla gelatina e quella sparisce. Voglio provare su mia suocera.

L'accoppiata stelle e strisce: io la chiamo così perché una pedina è a strisce, l'altra quando scoppia pare un fuoco d'artificio di stelline. Quando nel tuo livello riesci ad averle accanto, se le accoppi, formano un pasticcone esplosivo che farebbe felice qualsiasi pusher. E travolge decine di pedine alla volta come uno tzunami. Quando riesci a metterle accanto, appunto. Perché se la ruota ti si ferma su questo segno e poi decidi di utilizzarla, le due pedine col cazzo che te le mette accanto. Ennò bello. Una a destra e una sinistra, una a ponente e una a levante, una che ti guarda la porta del bagno e una che ti si affaccia in cucina. Per carità comode, eh? Però vederle insieme è raro come vedere insieme me e un libro sulla fisica quantistica.

I pescetti di silicone: Ecco, questi io ce l'ho qui, non mi vanno proprio giù. A mio avviso utili come una ruspa in cucina o un paio di sci per una vacanza a Sharm el Shake. A parte il fatto che i pescetti di silicone io li ho davvero nel terzo cassetto del comò e li uso nel reggiseno per avere una parvenza di tette che il Signore ha pensato bene di negarmi, e poi non servono a nulla. Mosci come dei Nemo drogati, saltellano e nuotano in modalità sminchio, facendo saltare due gelatine di numero senza cambiare minimamente nulla al tuo schema, mentre tu imprechi come Sampei che pesca in una piscina. Il vuoto cosmico.
Fanno scoppiare gelatine a caso, una massa informe di pesci rincoglioniti, indomabili e totalmente inutili perché passano in venticinque e ti fanno scoppiare tre caselle. Minchia, allora passate in tre!Che passate a fare tutti insieme? Li odio e li trafiggerei con un grissino in cima a un Faro con Kevin Costner.

La ciambella rosa: quella che pare la ciambella di Peppa Pig, in realtà può regalare diverse soddisfazioni. A seconda di dove la sposti ti regala tre pedine a strisce che ti fanno saltare tutta la fila. Una roba così sarebbe utile averla a portata di mano alla Posta, lanciarla tipo tra la gente e quella in due secondi ti cancella la fila, ti fa saltare tutti in aria come dei petardi, ti sgombera la strada e ti apre un varco che manco Mosè con le acque. Meditate gente, meditate.

La pallina V: la pallina V potrebbe significare Vittoria oppure un più probabile Vattelapijanderculo.
Sulla pallina V non ci casco mai e quindi non ho ancora capito come funziona sta cosa. Una volta mi ha trasformato delle pedine in altre pedine, poèsse che sia un mago. Poi sono scoppiate e mi aspettavo, a dire il vero, che uscisse pure un coniglio dal cilindro, ma niente. Appena mi rinvengo ve lo dico.

Combo: il combo è uno dei miei preferiti, e anche questo è molto distruttivo e devastante (c'è un medico in sala? Analizziamo la Simo, per cortesia). È una palla nera piena di coriandoli, un ferrero rocher gigante, una pralina al cioccolato fondente. Una sfera molto permalosa che basta che tocchi una qualsiasi altra pedina, che te la fa fuori. È una palla killer. Una bomba a orologeria. Che se per caso la accoppi a quella a strisce crei un'arma di distruzione di massa. Comincia a scoppia' tutto, arrivano razzi terra aria da destra, da sinistra, dall'alto e dal basso che pare essere a Beirut.
Io amo il Combo, è la mia palla di salvezza. Combo for ever. Ci voglio fa' na maglietta.

Come ho detto, questa è solo la prima parte. Ci sono miliardi di cose da dire e una di queste sono le svariate combinazioni di tutto quello che ho citato sopra. Avete nel frattempo suggerimenti, consigli, richieste, vite da darmi, trucchi del mestiere, ricchi premi e cotillon?
No, basta che me lo diciate.




venerdì 23 gennaio 2015

ISOLA DEI FAMOSI 2015 (sottotitolo: così è famosa pure mi'nonna)


                                                                                             foto www.mondoreality.


Lo ammetto: ho guardato le edizioni passate de L'isola dei famosi.
Uccidetemi a badilate, subito.
Lo so, i miei gusti in fatto di trasmissioni potrebbero essere riassumibili in 'Il peccato e la vergogna'.
Mi piace Pechino Express , Ballando con stelle, Tale e Quale e Sanremo (1 e 2). Sì, ho visto pure le edizioni con Al Bano e i Ricchi e Poveri, e nonostante ciò continuo. Evidentemente c'è qualcosa che non va. Non riesco invece a guardare i programmi di Maria o il Grande Fratello. Non so, anche la Marcuzzi alla conduzione non aiuta (Porina, che m'ha fatto? Nulla. Così a pixel non mi garba.) Comunque, tutto sto pappiè per dirvi che guarderò la nuova edizione de L'Isola dei famosi, trasmissione che ho seguito molto nelle edizioni passate. Ovvio che mi riservo un cambiamento d'opinione tipo lanciare il telecomando contro il video e mettermi a guardare Peppa pig qualora mi facesse oibò. Ma ci provo, soprattutto per il cast che vi andrò a illustrare che ha tutta la mia stima perché io lì non camperei tre giorni. Ma non potete capì i famosi. Qui di famoso c'è solo Rocco Siffredi, e non negate. Ma lo lascerò per ultimo.


Fanny Neguesha: la prima domanda che vi sorge spontanea infatti è “Chi cazzo è?” La risposta di tutti oscilla tra “Bho!” “Forse una nuova linea di purè” e “Chiedo l'aiuto del pubblico, ma mi sa che perdo” Pare sia diventata famosa per essere stata la compagna di Balotelli. Non la moglie di Zichichi. In effetti c'è di che vantarsi. Tra le varie domande che le sono state poste da Tv Sorrisi e Canzoni c'è “Perché hai deciso di partire?” alla quale lei ha risposto “Perché voglio vincere.” Giusto, invece i tuoi compagni si faranno mangiare le chiappe dai mosquitos, dormiranno su un tavolone e mangeranno due chicchi di riso ogni tre giorni, così, per dimagrire magari. Dice che farà amicizia con Valerio Scanu perché lui è un cantante e hanno questo in comune. Potrei chiudere il post qui, guardate.

Melissa Panarello: diventata famosa per il libro hot “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” e io (come ho detto su fb) ho pensato che magari Rocco Siffredi si offre per darglieli lui cento colpi di spazzolone prima di coricarsi. Poi vedi che sfumature. Dice che vuol mostrare il suo lato ironico. Mi aspetto infatti che faccia battute e si schianti dalle risate quando vedrà i suoi compagni in costume.

Rachida Karrati: Ecco, mi è mancata all'appello, ho perso MasterChef con questa concorrente, ma a grandi linee so chi è. Dice che questa esperienza la farà crescere e conoscere ancora di più. Di più. Fermate prima, Rachida. Che ho detto a mi' madre che ci sei e lei mi ha risposto “Gioca nell'Avellino?” Ha anche dichiarato “Spero mi accolgano a braccia aperte”. La vorrei rassicurare che certamente Rocco, se vuole, la accoglie anche a gambe larghe. Tranquilla.

Pierluigi Diaco: me lo ricordo soprattutto per le polemiche da peppia in qualche trasmissione, quindi mi sa che solleverà obiezioni su come si accende il fuoco, su come si pesca una triglia e su come si costruisce una capanna. Temo che venga rispedito in Italia con una fionda in meno di tre giorni. Alla domanda “Perché hai deciso di partecipare?” ha risposto “Per esibire un costumino niente male”. Risposta da vero uomo che ti fa cascare l'ovaie mandandoti in menopausa precoce. Sull'isola si porterà una chitarra che come sappiamo tutti è molto utile in questo frangente. Dite a Diaco che non va a fare un falò sulla spiaggia col birrozzo in mano al suono di “Piccolo grande amore”, siate gentili.

Charlotte Caniggia: ?
Ah sì, Charlotte Caniggia. Non googlate su immagini che morirete soffocati da due tette. È figlia del calciatore ed è famosa in Argentina per aver partecipato a un reality. Il fatto che qui, a parte adolescenti arrapati, è sconosciuta ai più, è solo un dettaglio. Viene definita ARTISTA. A tutto tondo a quanto pare, soprattutto davanti. Alla domanda “Cosa ti spaventa di più?” ha risposto “Molte cose, non so accendere il fuoco e non so come sopravviverò.” A noi spaventa il contrario. E immagino che non abbia difficoltà ad accendere un falò, visto che basta si slacci il reggiseno e la maggior parte degli uomini si trasformerà in torcia umana. Fidati.

Le Donatella: No, non ho sbagliato. LE Donatella. Sono diventate famose (?) per aver partecipato a x Factor. Per me ( e mi scuso per la mia ignoranza in materia) potevano essere anche LE Patrizia, LE Roberta o LE Filippa. Non ho idea di chi siano, quindi spero di conoscerle lì, in quelle situazioni estreme dove loro porteranno (testuali parole) “Tanta allegria, felicità e spensieratezza.” Anche loro, evidentemente, pensano di andare a Gardaland, senza sapere che per una chela di granchio cruda saranno pronte a uccidere anche l'altra Donatella.

Valerio Scanu: Chi non conosce Scanu? Ormai è in tutti i luoghi, in tutti i laghi e tra poco anche nel mare dell'Honduras. Alla domanda “Cosa ti spaventa di più?” ha risposto “Meglio che non ci pensi, altrimenti potrebbe innescarsi un processo mentale per il quale rischierei di non partire più.” Da adesso vi obbligo a mandare ogni due minuti un sms a Scanu per ricordargli quanto è duro vivere sull'Isola. Sia mai che ce la facciamo.

Alex Belli: attore e modello. Effettivamente il belloccio (candido) non poteva mancare. Anche lui si vorrebbe portare un piccolo strumento musicale, così utile in questo frangente. Non un'ascia, un paio di forbici o un coltello. No, uno strumentino, così, per allietare le sere sulla spiaggia. Non so se è peggio il rischio di un concerto con Diaco alla chitarra e Belli all'armonica o l'estinzione della fauna dell'Isola alla vista del costumino di Diaco mentre canta “Voglio una vita spericolata” in do minore.

Patrizio Oliva: L'unico che ha capito che qui non si scherza, infatti a differenza degli altri che pare vadano in gita a Mirabilandia, ha dichiarato “Ho vissuto di sfide. Questa è tostissima!”. In effetti sopportare la voce di Rachida, lo strimpellare dei concertisti di cui sopra e il confronto ornitologico con Rocco, è davvero un casino. Alla domanda “Con chi pensi di legare e perché?” ha risposto “Con tutte le persone per bene che saranno corrette e leali.” Mandate subito un pupazzo di peluche a Patrizio, perché a breve resterà solo.

Andrea Montovoli: giovane attore di belle speranze. Ha dichiarato “Ho un rapporto malato col cibo: mangio ogni tre ore!” Pare che Siffredi abbia preso questa frase e abbia formato l' anagramma “Io ho un rapporto ogni tre ore.” Quando si dice essere sulla stessa lunghezza. D'onda. Ha inoltre detto “Spero di legare con tutti perché per cavarsela bisogna darsi una mano.” Uhm. Sì. Come no. Prova a fare il furbo e a prendere un chicco di riso più degli altri e una mano te la danno di sicuro. Anche due. Sì, ma sul volto.

Catherine Spaak: ha quasi 70 anni e questa mi parte per l'Isola. Oddio, meglio che parta per l'Isola che le parta un femore o la cataratta. Io sono fiduciosa. Ha dichiarato che niente la spaventa e che non ha idea con chi possa legare. Secondo me se para il culo, ma è solo un mio pensiero. Alla domanda “Cosa ti porterai?” ha risposto “La mia insofferenza ai pregiudizi.” Anche quella molto utile, insieme alla chitarrina e l'armonica.

Rocco Siffredi: e qui viene il bello, in tutti i sensi, credo. Al di là del suo lavoro (che è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo) è un tipo estremamente ironico e simpatico, vero? Eddaje facciamo finta che seguiamo Rocco per le sue interviste pudiche nella tv di stato. Quindi credo proprio che ne vedremo delle belle perché non perde occasione (come stessa ammissione di Belli) di trovare un doppio senso a sfondo pecoreccio a tutte le frasi che gli vengono rivolte. Me lo immagino mentre il gruppo è intento a cucinare le palme dire candidamente “Avete bisogno di un mestolo di legno massello?” O sennò “Avremmo bisogno di un palo per fissare un momento la capanna...Rocco che c'hai da fa' nelle prossime 36 ore?” O Charlotte uscire dall'acqua spaventata al grido di “Un barracudaaaa!! Oddio un barracudaaaa!!” e scoprire solo dopo che Siffredi era a dieci metri da lei a sciacquarsi il costume. Cioè, le battute si sprecano davvero e i doppi sensi pure.
Spero solo che, presi dalla noia della notte, non giochino al Se fosse perché alla domanda “Se fossi un animale Rocco, che animale saresti?” Lui tronfio risponderebbe “Lo struzzo. L'uccello più grande del mondo.”
E come dargli torto.


martedì 20 gennaio 2015

IL SELFIE FATTO BENE




Selfie. Eletta parola dell'anno 2014. Selfie, quello che fino a du' anni fa era semplicemente un autoscatto. Ho miliardi di foto da ragazza a mo' di selfie, pure in diapositiva. Quanto ero già avanti, madonninasanta.
Selfie. Quella parola che dai sessant'anni in su storpiano, girano e trasformano come je pare. Tipo “L'hai visto il selfie di Laura?” e tu' nonna ti risponde “Serfeee? Con sto freddo? O che ci fa al mare?” Ma che vi sto a dire, frasi fatte, luoghi comuni e chi più ne ha più ne metta.
Per non parlare poi degli sfondi tutti uguali: il cesso. Che, come sappiamo, è l'unica stanza in cui hai uno specchio decente, grande, che ti piglia tutta. E spesso riflette lo sciacquone, ma son dettagli. Ragazzine, mamme, zie, nonne, tutte a fotografarsi al gabinetto, perché è lì che è il vero selfie. Se non lo fai in bagno, non sei nessuna. Anzi, nessuno, perché anche gli uomini non si tirano indietro quando c'è da mostrarsi. Tirano indietro la pancia poco prima dello scatto, magari, ma se c'è da avere qualche like pure loro cedono. Che poi, voglio dire, che male c'è a farsi un selfie? Nulla. Non demonizziamolo. Evitiamo magari di farlo, sempre nella suddetta stanza, col rotolo di cartaigienica in bella vista o la bustina degli assorbenti sullo sfondo. E quello sciacquone a catenella dio mio, copritelo con una tenda, con un telo, fateci un quadro ma omettetelo dalla foto che pare brutto.
L'espressione invece deve essere categoricamente con la bocca a culo di gallina. E c'è un perché, almeno per noi donne: spiana le rughe, tira fuori gli zigomi, fa più magre le guance. Cosa non si fa per apparire più giovani. Sì, anche a costo di apparire delle bimbeminchia quando in realtà siamo in menopausa galoppante.
Io no, io non faccio tutto questo.
Perché sono una ganza? Perché sono superiore a tutti? Perché non ne vedo il motivo? Perché sono una persona seria?
No. Semplicemente perché non mi riesce. Giuro.
Partiamo dal fatto che ho un cellulare tipo de mi' nonno. Non c'ho whatApp, non c'ho internet, non c'ho una beata ceppa di nulla. Solo una rubrica, dei numeri di telefono e una telecamera che non uso mai. Praticamente c'ho un telefono.
Poi c'ho un tablet e lì c'ho il mondo. Tutto c'ho. Internet, giochini, promemoria, diverse App che non uso mai e una telecamera fighissima. Che fa delle foto della minchia. Sgranate, sfocate e buie.
Quindi capitemi: dovrei farmi un selfie tenendo in mano un mattone tipo foratello, che è agile e comodo come portare tre casse d'acqua alla volta al terzo piano senza ascensore. Non solo, per fa' la foto mi ci vogliono due mani, perché se lo tengo in mano col pollice non ce la faccio a spippolare*.
Quindi posso provare a tenerlo vicino e mi fa dei primi piani che sarebbero un' ottima cura contro il singhiozzo. Allora lo allontano e mi si sminchia* l'inquadratura. Tipo che se voglio farvi vedere il nuovo taglio di capelli mi fotografo un orecchio o il vaso di terracotta dietro di me. Poi ho provato col cell di Alice. Stessa storia: non so come tenerlo.
Lo tengo in alto: pare che qualcuno mi stia strangolando e spalanco gli occhi perché effettivamente mi manca l'aria.
Lo tengo in basso: mi fa una pappagorgia che sembro Enrico VIII.
Lo tengo dritto: sembro in una foto segnaletica della polizia.
Lo tengo di tre quarti come Lilly Gruber: sembro sì Lilly, il mastino femmina del mio vicino di casa, però.
Voglio fotografare il trucco: prendo solo in naso.
Gli orecchini nuovi: un foruncolo pre mestruo sulla guancia.
La sciarpa di cachemire: le tette* che non ho.
La collanina nuova: le rughe sul collo.
Il ciondolo vintage: l'ombelico.
La maglia fuxia: il divano beige dietro di me.
In poche parole non ci prendo una mazza. E, badate bene, non è tanto l'apparecchio in sé, proprio sono un'incapace. Sono diversamente selfista. Gnaàfoo. Nei pochi selfie che faccio ho un'espressione così cretina, così vuota, così stupida, che temo veder comparire alla porta un'assistente sociale per levarmi la figliola.
Quindi ora mi ingegnerò per imparare come si deve a fare i selfie. E quando l'avrò imparato minimo ci saranno altre 476 cose innovative dove io col mio selfie perfetto sarò moderna e alla moda come la serie de La Signora in giallo dell'89.
Dite che non mi applico abbastanza? Eh...son problemi.

Legenda
*spippolare: digitare
*sminchia: altera
*tette: elemento non riconducibile a Simo





giovedì 15 gennaio 2015

Parigi: il mio grande amore.



Ieri sono tornata a casa e ho trovato un pacco fuori dalla porta. Lì per lì, viste le feste passate già da un po', mi son detta "E mo' che è?", poi mi è bastato aprire l'imballaggio per scoprire la scatola di Garofalo. Era il mio premio, il mio premio per essere arrivata al secondo posto nella categoria miglior sceneggiatura nel concorso 'Seconda stella a destra' indetto da  Gluten Free Travel & Living con la partecipazione di pasta Garofalo. Mi venne chiesto, in tempi non sospetti, di raccontare un luogo che mi è rimasto nel cuore, un luogo che amo, un luogo che ha lasciato in me ricordi bellissimi. Il mio pensiero è andato subito a Parigi. Quella Parigi così tremendamente ferita in questi giorni, ma nello stesso tempo così fiera di combattere, di opporsi, di non cedere alla prevaricazione. Di esserci, nonostante l'orrore. 
Quindi oggi posto il mio scritto anche se nessuno me l'ha chiesto, anche se questo post non era previsto, anche se lo potete trovare sul sito di GFTL insieme ad altri racconti meritevoli (che vi consiglio di leggere), anche se è già un po' che è uscito. Ma ieri, quando ho visto il premio, ho avuto la prova tangibile che le mie parole su Parigi, per quanto ironiche, siano riuscite a trasmettere la bellezza di questa città. E l'ho preso come un segno.
Non sono mai stata così fiera, come in questi giorni, di parlare di uno dei miei più grandi amori.



                                     IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI



“Ho viaggiato un bel po’ nella mia vita e molti luoghi mi hanno suscitato emozioni fortissime, ma se dovessi scegliere emozioni fortissime più stupore, sicuramente sceglierei quel viaggio fatto tanti anni fa quando avevo diciannove anni.
Ok, rettifico: tantissimi anni fa.
Fu il primo viaggio all’estero, il primo viaggio in auto più lungo in assoluto, il primo viaggio con il mio fidanzato di allora.
Piccola pausa; andate nella chiesa più vicina, prendete un cero, accendetelo e gridate al miracolo: quel fidanzato, poi diventato marito, tutt’oggi è ancora al mio fianco. Già per questo, non meriterei un premio?
Dicevamo: primo viaggio in assoluto e tutto il mondo da scoprire. Meta scelta…indovinate un po’? Ma la romantica Parigi! Parì oh Parì, con la torre Eiffel, la basilica del Sacro Cuore e la scalinata che porta a Montmartre, i piccioni di Montmartre, le cagate dei piccioni di Montmartre…ma sto scendendo troppo nei dettagli.
In quelle dodici ore di auto ero euforica, galvanizzata, e così eccitata che qualsiasi cosa vedessi la fotografavo. Avete mai provato a fare delle foto dal finestrino aperto mentre la macchina sfreccia a centodieci all’ora? Bene. Avevo un rullino da trentasei di quadri astratti, sfocati e completamente insignificanti. Tipo che le foto potevano essere usate per il test ‘Dimmi cosa ci vedi e ti dirò chi sei, e se hai bisogno di uno bravo’.
Però una volta arrivata a Parigi…lo stupore! L’ho subito amata. Con i suoi profumati croissant, le baguettes sotto il braccio, i macarons colorati, i tavolini all’aperto, la Senna con i Bateaux Mouches …ci mancava solo Lady Oscar e Maria Antonietta e poi sarebbe stata perfetta.
Grazie a questo viaggio ho conosciuto la Metro, che ho imparato a usare perfettamente… dieci anni dopo, sì. Perché lì per lì, davanti a quel poster fatto di linee colorate e nomi francesi, mi imbambolavo manco fossi in preda alla sindrome di Stendhal.
E poi il Museo del Louvre, dove ho potuto ammirare la Gioconda. Ora. Ammirare è un parolone, perché la Monna Lisa tu te la immagini imponente, che ti guarda bella tronfia da una cornice di tre metri per due, invece è piccolina, sapete? E se davanti ci sono dei giapponesi appena scesi da un pullman di ottomila posti, tu puoi solo guardarla se sei campione mondiale di salto in alto, o se riesci a piroettare sulle punte tipo Roberto Bolle. Sennò non c’è verso. Però è stato molto emozionante.
Ho ceduto anche alle insistenze di un pittore di Montmartre che voleva a tutti i costi farmi un ritratto. Evidentemente ero molto bella. Anzi, bellissima. Non è che fanno ritratti a tutti a Montmartre, giusto? Ah. Mi state dicendo che li fanno a tutti. Ah, si guadagnano da vivere così. Effettivamente dovetti pagare…cioè, oggi sta notizia mi ha rovinato la giornata, io ve lo dico. Sono arrivata a quarant’anni vantandomi di essere stata ritratta a Parigi perché mi avevano scambiata per un’attrice di Hollywood. Che delusione.
Vabbè comunque ho altri ricordi molto belli di Parigi, tipo quando siamo andati in visita a Notre Dame nella quale, dopo aver salito tutti i gradini, in cima alla torre ho lasciato un polmone. Sì, okay, il vigilante mi ha appioppato pure un soprannome: Madam Enfisemà, ma anche questi sono sciocchi dettagli. O quando per sentirmi parigina inside mi sono ficcata la baguette sotto braccio per poi gettarla mezz’ora dopo perché mi si era impregnata di sudore che manco una spugna.
E poi la maestosità dell’Opéra di Parigi con il suo tetto verde pistacchio, Place de la Concorde con l’obelisco ornato di geroglifici (che io ho provato a decifrare senza successo e mi domando ancora oggi come diamine io non ci sia ancora riuscita vista la mia preparazione culturale…mah!), l’ Arco di Trionfo e gli Champs-Elysées… è tutto bellissimo a Parigi; così bohémien, con le signorine che sfoggiano il basco sulle ventitré, le luci che, al calar della sera, illuminano le tante mansarde dove immagino poeti comporre poesie struggenti per l’amata, con il battello che scivola silenzioso sulle acque della Senna accompagnando col suo fruscio la passeggiata di due amanti sulla riva.
Parigi è magica, così viva di giorno, così romantica al tramonto, così nostalgica la notte.
Una dama che si lascia scoprire piano piano, misteriosa e un po’ scontrosa, ma con un fascino così potente che, una volta conosciuta, non potrete più dimenticare.
Come il primo amore, del resto.”




martedì 13 gennaio 2015

Una sorpresa di prima mattina





Stamattina sento miagolare fuori, niente di strano, il mio giardino è stato scelto come parco comunale da tutti i gatti del quartiere. Ma è un miagolio strano.
Penso, anche se non lo riconosco, che sia Charlie. Nulla, lui è lì beato sulla panchina che mi guarda come per dire “Azzovuoi?”. Scorgo vicino alla craft house la gatta grigia apparsa qui un po' di tempo fa. Un po' scontrosa, selvatica. Non si lascia avvicinare ma girottola sempre nei dintorni e mangia il cibo che le do. Mi guarda da lontano e miagola. E ancora. E ancora.
Esco fuori, mi avvicino e stranamente non scappa. Anzi, mi viene incontro ancora miagolando. Si lascia accarezzare la testa, poi tenta di mordermi, poi si struscia di nuovo miagolando. E quando una gatta miagola senza motivo, girottola inquieta come se cercasse un pertugio e cerca di 'dialogare' vuol dire solo una cosa.
Chiamo il Santo.
“Pronto, Houston, abbiamo un problema.”
“Che è successo?”
“Hai presente la gatta grigia che gira sempre nel nostro giardino?”
“Quella che non si lascia avvicinare?”
“Bravo, quella lì. Stamani miagola come se non ci fosse un domani!”
“E be', è un gatto...”
“Seee e daje! Miagola strano! Miagola e si agita, è inquieta!”
“Sarà in calore.”
“Noooo ma che calore! Quando una gatta è in calore ulula, fa tipo miauuuuuuaaaoooauuu, tipo così, invece lei miagola come se mi volesse dire qualcosa, cerca un pertugio, è agitata, ha pure cercato conforto!”
“E quindi?” Dio, ma non ha mai visto una gatta che sta per partorire?
“È incinta!”
“Ma sei sicura?”
“Per forza! I sintomi ci sono tutti!”
“Ma non mi sembrava avesse la pancia grossa.”
“In effetti nemmeno a me, ma ce l'ha. Gli sballonzola. Oddio e ora?”
“E ora s'aspetta.”
“Ho già preparato un angolino con un maglione vecchio. Magari va lì. Fa pure freddo, porina. Senti, senti come miagola.”
“Via, butta giù e vai a vede'.”
Esco che mi sento già una levatrice d'altri tempi, un'ostetrica in prima linea. Che sia un cane, un gatto o un criceto, il parto (come del resto quello umano) mi emoziona sempre. Bellina lei!
Che poi sempre così scontrosa, si fa vedere solo da lontano, gira guardinga e mangia di nascosto, ma oggi, il suo grande giorno, mi cerca per avere conforto, per avere un aiuto. E io ci sarò.
Sììììì!!!
Esco fuori e lei miagola ancora. Mi avvicino e lei, stranamente, mi si struscia alle gambe miagolando ancora. Le faccio vedere il maglione morbido che lei annusa e poi snobba. No, non va bene nemmeno qua. “Lo so tesorina, sei agitata. Minimo è il primo parto, ma ce la farai. Ce la faremo.” Provo a toccarle la pancia e lei tenta di mordermi. Ci siamo. Per forza. Minimo perde già qualcosa, un po' di sangue magari. Voglio vede'. Proseguendo con una carezza lei alza la coda.
E ci trovo due palle così.
Due kiwi pelosi.
Due nespole mature, nascoste da un po' dal pelo.
Due biglie che ha tenuto nascoste con grande maestria.
Non è una lei ma un lui, non è incinta ma è obeso, io non sono un'ostetrica ma un' imbecille.
Piero Angela mi prenderebbe a sberle: anni e anni di Super Quark buttati nel cesso.




giovedì 8 gennaio 2015

Un'emozione da poco




Ebbene sì, sono una donna dalla lacrima facile. Lo so, non si direbbe ma è così.
Voi non potete capire che pianti mi faccio davanti alla tv. Film, telefilm, fiction, qualsiasi cosa che mi smuova dentro. Se poi sono in piena fase PM apriti cielo e sgorghino lacrime!
Che poi col naso rosso e moccioso sto na favola, dovreste vedermi. E dovreste anche sentirmi quando Alice e il Santo, per niente smossi da una scena strappalacrime, mi chiedono increduli “No, vabbè...ma stai piangendo? Per questa scena?” “Do do... buhauhahhahha!!!!” A volte senza ritegno proprio. Che ci volete fare, in quei momenti puoi prendermi il cuore e modellarlo come una pallina di pongo.
Sono una alla quale si inumidiscono facilmente gli occhi davanti a una scena di un film, per un abbraccio di un'amica, per un'emozione forte sia di dolore che di gioia, per una canzone, per un libro, per un ricordo. È qualcosa che nasce dentro e spinge e spinge per venire fuori, come se fosse un'emozione talmente forte che il mio fisico stenta a contenere. Parte dallo stomaco e sale su, bussa dapprima con discrezione facendomi pizzicare il naso, poi bussa con maggiore insistenza facendosi spazio negli occhi che si appannano e a quel punto basta poco.
Invece non piango mai per rabbia. Quando sono incazzata devo sfogarmi con qualcosa di molto fisico, tipo sfondarmi in palestra, prendere ad asciate un ceppo di pino, andare a correre fino a che non ho più fiato, al limite prendere a cazzotti un saccone. Mi ci vuole qualcosa che mi sfinisca fisicamente, devo tenere impegnato il corpo, devo reagire. Fare e disfare, costruire. Trasformare una delusione o la rabbia in qualcosa di costruttivo che lì per lì è solo fisico, ma ovviamente intacca anche la parte mentale. Si potrebbe riassumere in 'piango per gioia sì, ma non mi piango addosso'. Le mie lacrime son lacrime di buoni sentimenti.
Il mio babbo dice sempre che chi piange ha il cuore buono. Mica è vero. Cioè, non è mica scontato.
Trovo che il pianto sia una valvola di sfogo bellissima e non andrebbe mai repressa. Mai.
Infatti, in quattordici anni, non ho mai detto ad Alice “Basta su, piangere. Ormai sei grande bla bla bla...non si piange per queste cose bla bla bla...ora basta bla bla bla” Anzi, quando è sotto pressione per la qualunque e la vedo col labbrino tremulo la abbraccio e le dico “Dai, sfogati. Butta fuori. Piangi tutto quello che senti.” E lei menomale lo fa. E dopo si sente meglio. Giuro, passa tutto. E non c'è niente di più bello di quel sorriso moccioso di sollievo dopo un pianto, quello che ti fa ridere e piangere insieme per esserti tolta un peso. Perché il peso si scioglie nelle lacrime come zucchero nel caffè e tutto poi è meno amaro. E non ho mai trovato che il pianto fosse un segno di debolezza, al contrario lo trovo un punto di forza.
Cercare di nascondere le lacrime lo è. Quando ti sforzi che non sgorghino dagli occhi, quando ti nascondi per la vergogna, quando ti dici “Cazzo, no, non ora.”, quando sbatti le palpebre come se ci fosse appena atterrato un moscerino, quando nascondi perfino a te stessa che qualcosa ti ha toccato e ti senti fragile. E a noi donne non piace sentirci fragili. Invece a volte lo siamo, santoiddio, e non c'è niente di cui vergognarsi. Anzi, lacrime in vista e testa alta. Esternare i propri sentimenti, anche se dopo c'abbiamo un naso rosso che pare un pomodorino pachino, è bello. Almeno per me lo è.
Oddio detta così sembra che mi commuova un minuto sì e uno pure,e invece vi assicuro che è meno frequente di quello che pensiate. Ho solo fatto outing. Quindi da domani propongo un nuovo slogan: invece di 'Perché io valgo', schiena dritta, tette in fuori (per chi ce le ha, alimortè), mento fiero, naso rosso e 'Perché io piango!'.
Fatelo ogni tanto, davvero. Non c'è niente di più salutare e liberatorio di un pianto fatto bene.
E dopo, Dio, come vi sentirete forti e rinvigorite. Parola di Simo.

Le lacrime che non escono si depositano sul cuore, con il tempo lo incrostano e lo paralizzano come il calcare incrosta e paralizza gli ingranaggi della lavatrice.
(Susanna Tamaro)




martedì 30 dicembre 2014

Ma come fanno le foodblogger



Io lo dico sempre e lo ripeterò all'infinito: non potrò mai essere una foodblogger.
E non me ne rammarico di questa cosa perché in fondo non è che ho mai sognato di diventarlo, proprio no. Mi piace cucinare, fare dolcetti e muffin ma coi mestoli sono un casino.
Tipo che per fare un dolce ci vogliono al massimo due ciotole e una forchetta e sul mio piano trovate: due ciotole, tre piatti, un tegamino, otto posate, le fruste elettriche, il minipimer, il barattolo dello zucchero infilato in quello della farina, il burro semi sciolto perché me lo scordo fuori dal frigo, i gusci delle uova rotte insieme a quelle ancora da rompere, un gatto e via dicendo. In poche parole: un casino che basta e avanza. Sono una creativa, che ci volete fare.
Non solo, sono anche un po' despota: faccio solo cose che mi piacciono. Tipo che al Santo piace tanto la mandorla, a me non garba e quindi non ho mai fatto un dolcetto alle mandorle. Nulla. Nada de nada. Lo so, ma non sono stronza, è che mi disegnano così. Io le cose le devo fa' di pancia e di cuore e se provo a fa' una ricetta che non mi ispira o che 'non sento', mi vien fuori una ciofeca. Giuro! Però c'è da dire che il Santo pecca di gola (tre avemarie e un paternostro) e quindi gli vanno bene anche tutti gli altri dolcetti che preparo. Dev'essere roba semplice, però. Parecchio semplice. Io sono per le ricette da fare al volo, veloci e così facili che potrebbero essere cucinate da un bimbino. Sennò sminchio alla grande. Io sono da tutto e subito, se c'ho da aspettare mezza giornata già mi prende male. Per questo, bensì mi vengano buone, faccio raramente le brioches, va via mezza giornata, io ve lo dico.
Quest'anno m'era preso lo schiribizzo di fa' il pandoro o il panettone. Ho chiesto alle amiche foodblogger una ricetta 'semplice' e tempo tre secondi mi son resa conto di aver bestemmiato.
Le parole PANETTONE o PANDORO con la parola SEMPLICE son come due rette parallele: NON SI INCONTRERANNO MAI.
Le mie amabili cuochine mi hanno linkato alcune ricette, ma tempo di leggerne mezza e già perdevo sangue dal naso. Troppo sforzo. Io davvero non so come fanno. Per un panettone e affini ci vogliono tre giorni. Tre giorni. No, ma mi ci vedete? Io che, mentre mi depilo, con una mano tengo il rasoio e con l'altra pulisco il bidet. Io, che trovo unpardipalle anche girare spesso il sugo sennò si attacca. Io, che guardo solo le ricette con una stellina di difficoltà.
Ora sarebbe bello se vi sorprendessi con una megafoto di un bel panettone con su scritto “E invece l'ho fatto!!!”
Mi spiace deludervi: non ho fatto una beata fava. C'ho rinunciato. Ho fatto altro. Mi sono lasciata spaventare da tutta quella lievitazione, quella lavorazione, da tutto quell'aspettare, che vi giuro, mi farebbe morì.
Che poi è tutto un dai la cera togli la cera.
Prendiamo l'impasto.
Che qui mica vorrai usare farina normale, no? Ma che sei pazza? Minimo dev'essere farina del campo di grano del quarto imperatore della Cina con l'aggiunta di polvere d'oro egiziana ritrovata nella piramide di Cheope.
Il burro? Uè, mica il burro del Super. No, crema di latte delle montagne svizzere lavorata a mano direttamente dal nonno di Heidi e solidificata nella grotta di Betlemme.
Il lievito? Ce l'hai il lievito madre? Se non ce l'hai non sei NESSUNO. Ce lo devi avè, per accudirlo come un tamagotchi e sfruttarlo tipo lavoro minorile per i tuoi impasti. Davvero non ce l'hai? A parte il fatto che non ti far sentire dalle Foodblogger stellate che per questa tua mancanza ti potrebbero impalare e darti fuoco in piazza come una Giovanna D'Arco qualunque, e poi provvedi santoiddio, non è che puoi usare un lievito qualunque come abbiamo usato fino a tre anni fa prima che Cracco &C scassassero la minchia con le prelibatezze in cucina, chiaro?
Il latte? Che latte c'hai in frigo? Fai vede'? Non va bene. Ma ti pare? Ce l'hai una stalla? No? Un garage? Ecco, allora vai da un allevatore, comprati una mucca, trasforma il garage in una stalla e mungi la tua Lola. Solo così avrai latte genuino per il tuo super panettone. Minchia, ma ti devo insegnare tutto.
Lo zucchero. Ti dico solo una cosa: sappi che lo zucchero bianco è considerato IL MALE, regolati di conseguenza.
La frutta candita. Cooooosaaa??? Togli subito quella scatolina commerciale se non vuoi essere presa a sassate. La frutta candita TE LA DEVI FARE DA TE. Tzè, i canditi mi compra, lei.
Guarda, facciamo finta che hai tutta sta roba che t'ho detto, va bene? Tu dici 'ora lavoro l'impasto' e invece no! Mettilo lì che deve riposà dodici ore minimo, poverino. In forno spento con luce accesa perché evidentemente ha paura del buio. O sennò armata di sensore da rabdomante devi girare per tutta casa alla ricerca di un angolo asciutto al riparo da correnti d'aria, perché all'impasto l'aria fa male alla cervicale. Io non so manco in quale cassetto ho i calzini figuriamoci se so in che pertugio c'è meno aria; e, se anche ci fosse, minimo sarebbe dove si rintana il gatto in fondo all'armadio.
Dopo un tempo in cui avresti potuto imbiancare casa puoi riprendere l'impasto e lavorarlo con altra roba, ma non è ancora pronto. Lo devi fa' riposa' un'altra volta. Manco io dopo due lezioni in palestra sono così stanca, ma sorvoliamo. Dopo un tempo in cui avresti potuto fare un trasloco, lo riprendi e lo rilavori di nuovo. E non a cazzo di cane come tuo solito, ci dev'essere un verso anche per piegarlo. Tipo asciugamano da ospite. Pieghi lì, pieghi qui, CON CRITERIO, non a caso. E CON CALMA. Poi, quando sei lì che festeggi il tuo ottantaseiesimo compleanno, è pronto e lo puoi mettere nello stampo. Ma non lo puoi infornare perché deve lievitare ancora. Lo inforneranno i tuoi parenti prima di venire al cimitero perché nel frattempo sei morta, ma vuoi mettere la soddisfazione? Avrai fatto un panettone degno di questo nome, super cheffato, super stellato, che anche Bastianich direbbe 'Vuoi che muoro?' e tu risponderesti “No, per farlo son già morta io e mi pare più che sufficiente”.
Senza contare che ai parenti, ai quali hai lasciato solo 'la cottura', hai dato una piaga immane. Quindici minuti a centonovanta, dieci minuti a centottanta, tre minuti e dodici secondi tra centosessantacinque e centosessantaseivirgolatre, due minuti e ventisette statico, un minuto e trentatrè ventilato, quattro minuti con forno aperto mentre canti l'ultimo cd di Natale di Michael Bublè, e altri venti secondi a forno chiuso a patto che tu intoni Tu scendi dalle stelle in do minore.
Poi hanno il coraggio di augurarti Buon Natale. È una battuta, vero? Io me lo rovino il Natale se solo provo a fa' metà di 'sta roba con questi ingredienti.
E niente. L'ultimo post del 2014 è questo, dove dichiaro che non so fare il panettone e il pandoro, dove dichiaro (lo giuro vostro onore) che ho fatto con tanto amore il tronco di Natale che non è bello e buono come un panettone fatto in casa, ma dio solo sa se c'ho messo il cuore. L'ultimo post dove dichiaro che menomale ci sono le foodblogger che stimolano i miei neuroni e che cucinano con professionalità e una preparazione che io mi sogno la notte. Dove dichiaro che, a parte le battute, la mia è tutta invidia. Una sana invidia, perché girando per blog vi ho sfanculato con amore ma sbavavo come un San Bernardo d'Agosto davanti alle vostre splendide prelibatezze. A volte, ve lo dico, siete un bello stimolo. (Lo so sembra la pubblicità del confetto Falqui, ma tant'è)
Dove dichiaro che  ho la certezza che non potrei mai essere alla vostra altezza (ho fatto la rima?) anche se facessi 987 puntate di Masterchef.
Però ho un anno di tempo. Capace che a Dicembre 2015 io mi rinvenga e sforni il mio primo panettone.
Ora scusate, vado a sgomberare il garage sennò la mi' Lola non mi c' entra.

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