lunedì 23 maggio 2016

Tè con delitto.



Ebbene sì, l'evento di quest'anno, dato nel mio giardino, aveva a che fare con il mistero e il delitto, che mi ha preso (ci ha preso) talmente tanto che manca poco ci scappava il morto per davvero: me medesima. Non vi sto a dire l'impegno che ci vuole per ideare e organizzare eventi come questi, fatti di ricerca di abiti e oggetti d'epoca (in questo caso 1945/1950) e ho rischiato di andare fuori strada se le mie Tea Ladies non mi avessero frenato.
"Allora, qui mettiamo fiocchi, qui frizzi e qui lazzi. Qui fiori..."
"Nooooo, è subito dopo guerra. L'Inghilterra si sta lentamente riprendendo e la vita è ancora povera."
"Ma..."
"Niente fiocchi, niente fiori, parola d'ordine :povertà! E sobrietà!"
Vi giuro, per calarmi nella parte ho mangiato per una settimana solo patate.
Un tè con delitto che si rispetti deve avere un morto, per forza, e ci è riuscito talmente bene inscenarlo che abbiamo rischiato di vedere Agatha Christie uscire dalla tomba e venire a prenderci a randellate al  grido di "Fate pena anche alla signora in giallo!"


Comunque la vittima era mi'madre. Si è offerta mesi fa di fare la morta e ha provato per giorni pure l'espressione, con noi della famiglia che le davamo suggerimenti del tipo "Più morta."
"No, mamma, così troppo morta."
"Di meno."
"Un po' di più."
"Un po' di meno."
Fino a che lei ha sbottato "Oh! È la prima volta che faccio la morta in vita mia!!" 
Un genio. Soprattutto perché ieri, tra un bicchiere (presumo di alcolici a questo punto) e un pasticcino si è lasciata scappare "Tanto io prima o poi morirò!" che per fortuna la maggior parte dei presenti ha scambiato per una lamentela. Infatti qualcuno le ha risposto: "Eh, signora mia...tocca a tutti...che ci vogliamo fare."
                            La Vittima


Ovviamente, se c'è un delitto, non può mancare lei: Miss Marple.

Nella diapositiva mentre annuncia seria (sperando di creare un alone di paura e mistero): "Fossi in voi starei attenti a cosa mangiate e cosa bevete, perché entro stasera qualcuno di noi...morirà!"
Pensavo di aver creato il panico ma tutti hanno continuato a ingozzarsi di prelibatezze e mi hanno suggerito di andare a fare la maglia. 
In effetti con una tavola così imbandita, ci si distrae facilmente:





Dopo aver gustato degli ottimi dolci e dell'ottimo tè, era il momento del delitto. Mi'madre aveva un'ansia da prestazione così marcata che ogni volta che mi incrociava anche per sbaglio mi sussurrava "Devo mori' ora?"
"No, mamma è presto!"
"Ah, ok!"
Dopo cinque minuti "Muoio ora?"
"Mamma no, è ancora presto!"
"Ah, va bene, dimmelo te."
Dopo tre minuti "Oh, pssshh...è il momento?" E mi ammiccava manco stesse giocando a briscola.
"No, mamma. Te lo dico io quando devi mori', va bene?" Minchia, sembravo Giucas Casella "Quando te lo dirò ioooo!!"
Siamo andate avanti un quarto d'ora con mi'madre che faceva "Ora?" "Vado?" "Vengo avvelenata col cianuro, vero? O era la stricnina?" "Ma insomma, quand'è che devo mori'?"
Non ho mai visto una persona così felice di morire avvelenata e a un certo punto stremata le ho detto "E allora muori!!"
Tutta contenta si è accasciata e abbiamo gridato "Un assassinio!Un assassinio!Presto accorrete!" Una massa di deficienti, proprio.
A quel punto, per accertare la morte è arrivato il medico...


...e per l'estrema unzione pure il vicario del villaggio il quale, visto il grado di parentela con la vittima ha gridato "Non vi azzardate a provare a rianimarla!"
Miss Marple dopo aver visto questo piglio deciso del vicario si è sbilanciata e gli ha sussurrato "Reverendo, ma lo sa che vestito così scatena le mie più ardite fantasie erotiche?"
Il vicario l'ha guardata con quel completo di tweed e le scarpe basse del dopoguerra e le ha confidato "Vuole la verità? A me invece lei scatena un movimento di intestino, faccia lei..."
Il delitto si è risolto talmente velocemente e con una supercazzola  che se dovessi provare a spiegarvelo be'...sarebbe un casino.  
Ma non era finita: dopo è stata la volta di un quiz:



E qui ci sono state vincitrici  (due lady con 13 domande azzeccate su 15) e vinte (un'altra lady che ha fatto 0. Che è difficile come fare 13 al totocalcio.) Entrambe hanno preso un premio: nel primo caso due libri di Agatha Christie, nel secondo una pistola di plastica spara palline, perché è l'unica cosa che sarebbe in grado di maneggiare vista la dimestichezza con le armi e il pericolo in generale.
Poi è stato il momento del gioco dei mimi a squadre con i titoli dei romanzi.
Dieci piccoli indiani è stato indovinato in mezzo secondo.
Per Il pericolo senza nome siamo sempre qui che si tenta di indovinare
e per Se morisse mio marito interpretato dalla sottoscritta abbiamo visto il vicario toccarsi i bassifondi e fare il gesto dell'ombrello. Dobbiamo sempre scoprire cosa intendeva dire Reverendo Andrew. 
Insomma ieri, la vita nel villaggio è stata allegra, grazie soprattutto agli amici che si sono prestati a questa mia folle idea di fare gli eventi mascherati manco fossimo al carnevale di Viareggio. Quindi avevamo un villaggio perfetto con il poliziotto, il medico, la farmacista, il vicario, la maestra e le scolare, un viaggiatore con la valigia, un personaggio scappato da Assassinio sul Nilo, e una miriade di belle signore con cappelli, velette e collane di perle. 


Di seguito l'ambientazione:
Una  piccola scuola con le loro scolarette (che nella foto mi sembrano le gemelline di Shining. Come passare dal giallo all'horror nel giro di tre minuti)





L'angolo:
Oggetti d'epoca

 





L'angolo relax di musica e libri:




 L'angolo dei veleni: 

 Infine: i grandi protagonisti di questa splendida giornata.








Ah sì, per dovere di cronaca: alla fine il vicario ha ceduto alle avance di Miss Marple. D'altronde si sa: è sempre stata una vecchietta arguta, furba e... rompiballe.




GRAZIE A TUTTI!

giovedì 12 maggio 2016

È uscito CHIUDI GLI OCCHI cartaceo. Finalmente.


Sì, lo posso anche ripetere: finalmente. 
Non so da dove cominciare con questo post perché davvero ci sarebbe da dire solo "È uscito!" mentre dietro c'è una storia fatta di lavoro, di richieste, di successi, di fallimenti, di testardaggine e infine di riscatto.
La storia di questo libro è particolare perché, tra tutti quelli che ho scritto, è quello che a distanza di tempo mi regala ancora molte soddisfazioni. È quello grazie al quale sono stata scoperta da una casa editrice, è quello che continua a essere letto e acquistato più di tutti. È quello che è rimasto nel cuore di molte lettrici che mi seguono, tanto da farmi avere, durante la stesura del quinto romanzo che sto portando a termine adesso, un'ansia da prestazione indicibile. Come se non fossi già carica a pallettoni. (Messaggio per le mie lettrici: "Ve possino! Belle de zia Simo!")
Insomma, visto il successo iniziale in ebook, non mi era balenata in testa di proporlo in cartaceo. Non mi sono mai pentita di questa scelta e non mi sono mai sentita una scrittrice di serie B perché pubblicavo solo in ebook. Mi dispiaceva solo non poter programmare delle presentazioni o regalarlo 'fisicamente' a qualcuno a cui tenevo molto. 
Poi le richieste degli amici, di quelli sprovvisti di un lettore digitale, di quelli che ancora non si sono convertiti del tutto agli ebook, mi hanno spinto a provarci poco dopo la pubblicazione. Ma ho mollato quasi subito, forse non era il momento adatto, forse, mi dicevo, va bene così. Deve andare bene così. È questa la mia strada. C'erano i numeri, le recensioni positive, tutto faceva presagire che Chiudi gli occhi non avesse bisogno di altro. 
Poi, pochi mesi fa, una notizia inaspettata: il romanzo era stato inserito tra i migliori  dieci  bestseller Amazon nella categoria Thriller. Una notizia che mi ha reso felicissima e  che ha permesso al libro, dopo quasi un anno dall'uscita, di avere ancora lettori, recensioni e tutto quello che può arrivare da un evento del genere.


Ma ancora il progetto languiva, fino a che, gli eventi non mi hanno portato alla decisione finale: Chiudi gli occhi, nonostante siano passati quasi due anni, nonostante abbia venduto già moltissimo, nonostante abbia avuto successo in ebook, meritava di avere anche una versione cartacea. E di questo devo ringraziare gli addetti ai lavori, quelli ai piani alti, quelli che si occupano di libri, di editing e di tutto ciò che comporta l'editoria, che mi hanno spinto e spronato a rendere questo romanzo il più fruibile possibile. Nasce così una versione nuova di questo libro, 303 pagine di pathos e mistero (della protagonista) di felicità e emozione (la mia) e di gratitudine e riconoscenza verso chi lo ha già letto e consigliato, permettendo a questo romanzo di arrivare a questo traguardo per me molto importante.
Lo so, per un libro già uscito, una notizia del genere non fa molto clamore, ma in un periodo di grande caos nella mia testa e nella mia vita, il fatto di aver portato a termine un progetto del genere e averlo finalmente tra le mani, mi rende, per quanto sia possibile, molto soddisfatta e felice.
E vorrei, in questo giorno particolarmente gioioso per me, che anche voi foste felici per questa piccola grande vittoria, perché se è arrivato fino a qui è anche grazie alla vostra spinta, alle vostre richieste e al vostro immenso interesse per tutto ciò che scrivo su queste pagine.
Quindi  un grazie di cuore a chi lo ha già letto, a chi lo consiglierà e a chi lo leggerà per la prima volta, magari in questa nuova versione.




 Concludo con un'informazione che ha poco di poetico ma è un regalo per voi: su Amazon a partire da adesso e per le prossime 24 ore, Chiudi gli occhi sarà a un prezzo speciale di lancio, dopodiché subirà una piccola variazione di prezzo. Un piccolo gesto per dirvi ancora Grazie.



giovedì 5 maggio 2016

Sono caduta dalle scale a sette anni


                      Foto: http://www.ilmulinonlus.net/






 Sono al parco, mia figlia è piccola e come suo solito non corre, non starnazza come dovrebbe fare alla sua età, ma se ne sta a questo tavolo di legno a fare un piccolo puzzle portato da casa.
Accanto a noi ci sono le solite mamme con le solite bambine, alcune delle quali cercano di coinvolgerla in altri giochi, ma lei probabilmente aspetta quella un po' timida come lei, quella che viene sempre dopo che sua madre ha ritirato i gemelli dall'asilo. Infatti eccola: cammina piano oggi, e si porta dietro a fatica lo zaino della scuola. Io e sua madre ci salutiamo con una certa confidenza, ormai sono giorni, mesi, che parliamo del più e del meno e ci scambiamo pure qualche consiglio. Si mettono al nostro tavolo mentre, poco più in là, si accomodano altre mamme, altri bambini. Sua figlia oggi è particolarmente silenziosa e nasconde il viso sotto i suoi lunghi capelli biondi. Penso che sia solo stanca ma solo quando un refolo di vento le scopre la fronte, scorgo un fregio sulla tempia che le prende parte dell'occhio. Una macchia scura come un ombretto sbafato.
Oh povera! Che hai fatto?” Mi scappa a voce alta. Troppo alta. Qualche mamma si gira, per poi tornare a guardare il cellulare o il proprio figlio sullo scivolo.
Lei prima guarda la madre con sottomissione poi mormora “Sono caduta dalle scale.”
Sua madre la fissa e annuisce appena, come per dirle “Brava.”
Be', capita. Anche io sono caduta una volta dalle scale. Caviglia rotta, quindi alla fine sei stata più brava tu a cavartela con quel graffietto.” Cerco di fare dell'ironia, ma la faccia seria della bimba mi blocca da formulare qualsiasi altra battuta. La madre, dal canto suo, sembra lievemente in imbarazzo, e non so cosa deve aver visto nei miei occhi, forse un'immensa incredulità perché dopo alcuni istanti si sporge sul tavolo e mi confida: “In realtà l'ho picchiata. Sono uscita fuori di testa. Quei due mi fanno impazzire e alla fine ci rimette lei. Le ho dato un manrovescio e l'ho presa in pieno con un anello. Mi sono sentita morire. E ho pianto con lei. Guarda come l'ho ridotta, da rovinarle il viso.”
La bimba è ammutolita e per poco non si accartoccia su se stessa.
È meglio dire a tutti che sei caduta dalle scale, vero amore?” Le sussurra dolcemente accarezzandole la testa.
La bimba annuisce sommessamente e le rivolge un timido sorriso.
Io sono impietrita.
Non tanto per il gesto della madre, che per quanto orrendo e non condivisibile, mi lascia solo l'amarezza addosso.
Ma per il comportamento della bambina che, davanti a una violenza simile, trova – come è giusto che sia alla sua età – normale mentire. Mi viene da pensare che ubbidisce alla madre come ubbidirà in futuro a un marito, un compagno, un uomo al quale vuole bene, qualora usasse su di lei una violenza inaudita, una violenza scaturita dal nulla.
Quel 'sono caduta dalle scale' detto a 7 anni in un parco durante un pomeriggio di primavera è solo la punta dell'iceberg di una vita fatta di sottomissione e fragilità. Magari troverà normale, da adulta, mentire su violenze e su abusi subiti, per accondiscendere gli altri e tutelare se stessa, perché l'ha sempre fatto, perché è giusto fare così, perché le hanno insegnato quello.
Dopo quel pomeriggio non le ho più riviste se non sporadicamente per un saluto veloce e la bambina ha ripreso a sorridere come una volta.
La madre invece, dopo quel giorno, bensì non avessi dato voce a nessun giudizio sulla faccenda, cerca di evitarmi e mi saluta a mezza bocca.
Forse non si rende conto che il fatto che abbia detto a me la verità è meno grave, meno vergognoso, di aver obbligato la sua bambina a dirmi e a dirsi una bugia.

Una bugia che spero, nel suo futuro di donna, non debba mai essere costretta a ripetere.







sabato 23 aprile 2016

#LaLibreriaPerSimo Cerco consigli su come organizzare al meglio la mia libreria.



Oggi, nella giornata mondiale del libro, ho guardato la mia libreria (dove infilo  i libri ai quali tengo di più, senza considerare quelli che ho ancora in garage - messi bene ma ehm...) e non mi sono detta "Oh che belli!" ma "Oh, che casino!"
Non vi soffermate su quelli in alto a destra: quelli sono in camera di Alice e sono quelli di quando era piccola. Bellini, in ordine, messi su una fila sola, ma sapete perché? Perché non vengono più presi in mano. 
Invece la mia libreria viene scossa, strapazzata, arruffata perché essendo una creativa con seri problemi di metodicità e precisione, ho qualche difficoltà a gestirla. I miei libri, che siano vecchi o nuovi, vengono ri-aperti, ri-letti, ri-prestati, ri-annusati, ri-goduti, in poche parole RI-MESCOLATI.
Presi in mano infinità di volte, cambiati con quelli sul comodino, e sostituiti con gli ultimi arrivati. Però quelli più datati mica li levo, no (siete pazzi???) li metto dietro (infatti tutte le mensole sono doppie, libri avanti e libri dietro), però poi se mi viene in mente di prendere quello dietro, tolgo quelli davanti e poi nella fretta rimetto quelli nuovi dietro e quelli vecchi davanti o un misto. Insomma, un dai la cera, togli la cera che non mi fa mai trovare al primo colpo il libro che cerco.
Roba che se ti consiglio un libro e te lo voglio prestare,  non lo trovo al primo colpo, ma mi devo lasciar guidare dal sesto senso o al massimo dal bastone da rabdomante. Tanti trovano la mia ricerca molto suggestiva, perché mentre lo cerco te lo racconto, mi infervoro e buttando all'aria i libri vengono fuori altri libri che magari non avevo contemplato per te, ma che "Tho! C'è anche questo! Devi assolutamente leggerlo!". Praticamente parto con un libro e te ne consiglio sei. La mia libreria potrebbe benissimo essere paragonata al mercatino delle pulci, quei banchi dove arruffi, dove non tutto è chiaro e limpido all'occhio, dove i libri ti vengono pure presentati di culo. I generi mescolati, gli autori pure, i gialli con i rosa, i miei con quelli del Santo e quelli del Santo con quelli di Alice che non sono altro che i miei prestati a lei. Infatti se prima lei aveva un suo spazio, adesso si è accaparrata un pezzo della nostra libreria. Quindi sì, tutto molto bello, ma per cercare un libro, anche solo per una citazione sottolineata, ci impiego lo stesso tempo che impiegherei a prendere la macchina, andare in centro e ricomprarlo nuovo.
A questo punto vi chiedo: come avete organizzato la vostra libreria

Per autore?
Per genere?
Per colore?
Per altezza?

Perché io c'ho provato ma è un gran casino comunque e non ho ancora trovato il metodo giusto. 
Se provo per altezza ho un autore sparso per tre mensole perché è ovvio che di alcuni libri ho l'edizione appena uscita (libro grande), poi alcuni in paperback (copertina flessibile e più piccola), di alcuni addirittura l'edizione economicissima. Quindi avrei una libreria precisa e bella agli occhi ma autori sparsi.

                                      (Esempio con libri molto datati, ne convengo, ma il problema si presenta con tutti.)


Per autore è molto congeniale, forse l'idea migliore, ma la libreria risulta arruffata per il motivo sopra.

C'è chi li allinea per il colore della copertina. L'effetto scenico è bellissimo ma io non ci capirei una mazza, almeno che non abbiate un trucco, in quel caso fatevi avanti.


Per genere, forse è la scelta migliore. La libreria risulta comunque arruffata, ma forse, dico forse, si va a colpo sicuro. Dico forse perché se avete un autore come me che in quattro libri ho toccato tre generi diversi, sarebbe un casino (ma i miei sono ebook quindi non ci sono problemi).

Adesso, mettetevi di impegno e ditemi voi come avete organizzato la vostra libreria e i vostri trucchi per renderla più bella e facilmente accessibile.
Per aiutarvi sappiate che in casa mia si spazia su questi generi: 
-Classici: la Austen, Shakespeare, Christie e via dicendo.
-Gialli e thriller.
-Rosa/ironici 
-Fantasy
-Ironici e/o giornalistici (Severgnini & C.)

Come li organizzereste? Perché alcune mensole sarebbero piene di un genere, mentre altre le dovrei comunque mescolare per riempirle tutte. E chi mescolo con chi? Con quale attinenza?
Mi aiutate?
Qui è impossibile ma su FB o Twitter (#LaLibreriaPerSimo) volendo, potete commentare sul link di questo post, con una foto, per farmi vedere come avete fatto. 
O se avete un blog e preferite farci un post, linkatemi e invitatemi a vedere la vostra libreria.

Forse, stavolta, ce la faccio. 
p.s. A chi mi suggerisce l'idea con la quale troverò  la mia soluzione avrà una piccola ricompensa ;-)


Grazie, bimbi, come sempre.

p.p.s. prima che qualcuno mi dica "L'unica soluzione è convertirti agli ebook" rispondo che ovviamente son già piacevolmente convertita, ho casino pure lì perché mi scarico 74977 anteprime alla volta intasando il tablet, ma che nonostante  questo vorrei una libreria più funzionale, ecco.



lunedì 18 aprile 2016

La Black Passion: torta goduriosa al cioccolato.




Io per fare una cosa (che sia una torta, uno scritto, un disegno, un ricamo...) devo essere ispirata, sennò mi viene una ciofeca.
Ieri, come si evince dalle foto, ero molto ispirata perché nel mio giardino ci sarebbe stato il briefing con le amiche del tè, per mettere in atto il prossimo evento di Maggio. Ricordate il Jane Austen Tea Party del 2014? Ricordate Un tè  a Downton Abbey del 2015? Quella roba lì. Quest'anno un altro tema fighissimo, se vogliamo ancora più difficile, una propria e vera sfida, e le sfide vanno affrontate con una torta al cioccolato, senza se e senza ma.
Quindi mi sono cimentata in una torta super golosa e cioccolatosa, semplice ma di grande effetto.
La ricetta originale è questa ma non prevedeva né la farcitura, né la copertura, e non ho rispettato manco i tempi di preparazione, ma è venuta perfetta.
Di seguito come l'ho fatta io.



Ingredienti:
- 200 g di farina 00
-200 g di zucchero
-75 g di cacao amaro in polvere
-5 uova intere
-100 g di burro
-50 ml di latte
-1 bustina di lievito per dolci
-marmellata di albicocche (o del gusto che preferite)
-cioccolato fondente per la copertura.

Procedimento:
Come sempre, per prima cosa, accendete il forno così intanto arriva a temperatura (160° forno statico).
Prendete le uova, dividetele, montate per bene gli albumi con le fruste e metteteli da parte.
In un altro recipiente montate i tuorli  con lo zucchero fino a che non si sarà formata una bella crema omogenea.
A questo punto aggiungete il burro fuso e la farina setacciata. Aggiungere un po' di latte e proseguire con il cacao (setacciato pure quello) e il lievito. Finire di aggiungere il latte per  avere un composto bello amalgamato.
Adesso è il momento di aggiungere gli albumi e mescolare dall'alto in basso il nostro impasto.
Imburrate una tortiera di circa 24 cm, versateci l'impasto e mettete in forno per circa 45 minuti.
Manco vi sto a di' della prova stecchino.
Quando la vostra cucina  sarà pregna del profumo del cioccolato che manco il negozio di Vianne del film Chocolate, probabilmente sarà ora di sfornarla.
Lasciatela freddare poi tagliatela a metà e farcitela con la marmellata che preferite.
A questo punto fondete a bagnomaria il cioccolato fondente e spatolate tipo muratore la vostra torta.
Lasciate che la copertura si freddi e diventi compatta poi inventatevi una scusa, chiamate delle amiche e in barba alla cellulite e alla prova costume  fatela fuori tutta.



N.B. Capite bene che una delizia del genere non può essere chiamata semplicemente torta al cioccolato e nemmeno torta Sacher (perché non è la ricetta della Sacher) quindi, in questa mia versione più veloce, ripienosa e con copertura fondente ho deciso di trovarle un nome chiedendo aiuto alle amiche di FB. Dopo le proposte ho preferito prima passare all'assaggio per essere sicura di scegliere il nome giusto e quindi  ringrazio Silvia Favaretto per aver suggerito Black Passion perché, signori miei, si avventavano sul vassoio con una passione, una frenesia  e gli occhi a cuoricino manco ci fosse stato Raoul Bova ignudo.



p.s. L'estate è vicina ma non non ci sentiamo manco in colpa, sia chiaro.


lunedì 4 aprile 2016

Heidi, il nostro idolo.


                                                             Foto: http://www.comingsoon.it/


È uscito il film di Heidi al cinema ed è già un trionfo. Non ne dubitavo, visto che non ho mai conosciuto una donna alla quale Heidi non stia simpatica. Heidi e la sua storia ispirano simpatia e più che altro empatia, perché Heidi siamo noi, ci immedesimiamo in lei, c'è poco da fare. Ecco alcuni punti che secondo me fanno sì che ognuna di noi si senta un po' Heidi almeno una volta nella vita.

-Viene parcheggiata in montagna da una zia che ripete “Non so davvero dove metterla, guarda.” e ci viene in mente quando mamma ci portava da nonna, ci scaraventava di fretta e furia nel salottino e sistemandosi la sciarpa diceva “Mi hanno chiamato d'urgenza al lavoro, li possino!La baby sitter è introvabile, Mario rientra alle otto e...dài che è tardi. Fai la brava con la nonna, tesoro!” Più o meno questa è la scena iniziale della storia.

-Heidi, diciamocelo, è simpatica e tutto, ma è una pastora. E a noi piace per questo. Heidi è una che del capello sistemato, delle treccine fatte bene, dei fiocchini rosa messi con dovizia sulle codine, se ne sbatte altamente le palle. Lei vive col capello selvaggio dal taglio discutibile e passandoci le mani si sente già pettinata, in pace col mondo e anche piuttosto figa. Noi vorremmo avere quella sicurezza e anche quella fortuna.

-Heidi è focosa. Praticamente vive in menopausa già dall'età di sei anni, altrimenti non si spiega come mai sta in canottiera a tremila metri sui monti e cammina scalza sui ghiacciai. Noi, che abbiamo il pigiama imbottito antitrombo a Maggio e il golfino sulle spalle le sere di Luglio, non possiamo che provare ammirazione per questa piccola bambina con le caldane.

-A Heidi le sorridono i monti e le caprette le fanno ciao.
A noi ci sorridono gli ebeti e ci fanno ciao le nonnette. Da questo capite come stiamo messe. Non ho ancora ben capito se la sua è una visione della vita molto ottimista o se si rolla dei cannoni insieme all'amico Peter. Secondo me quelle balle di fieno su cui dorme Heidi non è altro che marijuana compressa.

-Heidi è una tosta. Noi, cresciute con la favola della principessa che non trova posa nemmeno dopo 12 materassi messi su un pisello (e non si può crescere bene se ci inculcano che una principessa su un letto con un pisello ci sta male), ci fa ammirare questa bambina che dorme in piccionaia sulle balle di fieno dure come sassi e un sacco a mo' di lenzuolo sotto una finestra a oblò SENZA VETRI con meno sedici gradi. Noi, che se rimaniamo scoperte nella tenda del campeggio, ci alziamo col torcicollo, la febbre e la pleurite.

-Heidi ha un amico che promette bene; è spensierato, allegro ma più che altro si scrive Peter e si pronuncia PETA. Come dire: l'ottimismo è il PROFUMO della vita.
A dieci anni parte con le sue capre la mattina e torna la sera. Su e giù per i monti a mo' di step, sempre con loro. Quindi non solo è PETA ma ti c'ha anche un sentore di cacio così ruspante che te lo immagini a trent'anni con i polpacci di Rummenigge che si incapretta Bianchina nella stalla del nonno.

-Heidi ha un nonno di poche parole. Un nonno pragmatico, schietto, che per colazione le dà latte appena munto buttato in una scodella dove la sera prima c'era adagiato un pecorino, per pranzo pane e cipolla e alla fine “Il convento passa questo, mangia e non rompere il cazzo.” E Heidi non fa una piega e apprezza questo modo così ruvido di proporre gli alimenti. Le nonne di adesso non sono così. Le nonne di adesso, pur di far mangiare il nipotino, preparano diciotto pietanze con una cura maniacale nemmeno stessero partecipando a una puntata di Master Chef. La mia, ad esempio, pur di farmi mangiare mi veniva dietro per tutta la corte, col piatto in mano. Mia zia, addirittura, mi correva dietro con la minestra pure nel pollaio. Se questa tecnica la adottasse il nonno di Heidi vedremmo il vecchio con una caciotta che si caracolla giù per la montagna. Ma non per inseguire la bambina. No, a Heidi, la caciotta, gliela tirerebbe tra capo e collo al grido di “E mo' m'hai rottoercazzo!”

-Heidi non sopporta le lamentele, le stanno proprio qui. È una di quelle persone che odia chi si piange addosso, chi si lagna per un nonnulla. Per quello quando vede Clara sulla carrozzina ci manca poco che le imponga “Alzati!Alzati e cammina!” manco fosse Lazzaro. “Perché, voglio dire, a Clare' namo su, mica sei invalida.”
Clara, a dire il vero, tenta di spiegare alla piccola pastora che “Sì, cazzo, sono invalida e ci mancavi tu a ricordarmelo” ma Heidi non si perde d'animo: prima la spinge per i sentieri montuosi con la sedia a rotelle (e lì, un brivido la buona e vecchia Clara l'ha avuto, ha pensato “Metti che le sguscio e qui mi ritrovano a valle con le rotine infilate nelle narici”)
Poi, piano piano, ha lavorato ai fianchi della biondina fino a citare Rocky Balboa “Se io posso cambiare, tu puoi cambiare, tutto il mondo può cambiare! Quindi gnamo, prova ad alzarti e fare un passetto avanti, una mano alla cabeza , una mano alla cintura, un movimiento sexy.” E Clara, alla fine, ce la fa.

-Heidi riesce dove gli altri hanno fallito: a tenere testa alla signorina Rottermaier. Lo so, lo so che a tratti vi ricorda vostra suocera o vostra cognata, ma appunto per quello tifiamo per Heidi. La Rottermaier è simpatica come un'emorroide e affabile come un rottweiler da combattimento, ma non è colpa sua: a quel tempo non c'erano ancora i tronisti di Maria De Filippi sui quali fantasticare e nemmeno i toy boy, sennò vedi come stava più tranquilla.

Quindi, alla fine, Heidi va in giro vestita e pettinata come cazzo le pare, manomette le sedie a rotelle, mangia cacio e cipolle e se ne sbatte dell'alitosi, vive tra capre, fieno e PETA impregnando il suo corpo di eau de gabinett, succhia dalla scodella invece di usare il cucchiaio, non sa cosa siano un paio di ballerine o una borsa, dorme seminuda con uno straccio addosso e il moccolo al naso, risponde a tono a quella gran rottura di palle della Rotty e, nonostante questo: STA SIMPATICA A TUTTI.



Per forza poi è la nostra idola. Eh.



martedì 22 marzo 2016

Tutta colpa di Patrick Dempsey

                                                                     (foto: http://yellnews.it/)


All'inizio era George Clooney, anzi no, a sentire mi'madre all'inizio era Richard Chamberlain ne Il dottor Kildare. Poi ci sono stati pure Quincy, dottor House e, negli ultimi tempi, quel gran tronco di pino di Patrick Dempsey (e prima, dopo e durante un'infinità di serie mediche più o meno credibili. Basti pensare a Un medico in famiglia, che di medico ha solo un cerotto, quello che viene messo sul ginocchio sbucciato di Annuccia nella seconda serie)
Parlo di medici nelle serie televisive, ovvio.
Non so voi, care le mie donnine all'ascolto, ma io subisco il fascino del camice bianco. Non ai livelli di una delle mie due nonne, che non si perdeva una puntata di General Hospital e si leggeva pure gli Harmony serie Bianca, perché per lei la figura del medico era l'unica che doveva campa'. Se facevi l'impiegato alle poste potevi anche mori', ma se facevi il medico, santamadonninaaddolorata per lei eri il genio assoluto, il salvatore e in alcuni casi il Creatore. Infatti la mi'nonna sceglieva il medico in base all'avvenenza. Se era bravo ma cesso, manco un'unghia incarnita gli faceva vede', ma se era un inetto ma figo era capace di vederla nello studio un giorno sì e uno pure solo per dirgli buongiorno.
Insomma, sarà che ci hanno propinato tante serie e tanti Pronto Soccorso, ma il medico sia nella fiction che nella realtà, ha il suo perché (a parte la mi'nonna che ci vedeva anche i percome)
Negli anni ho sviluppato talmente tante fantasie che ho del materiale valido per scriverci altri venti romanzi o altrettante sceneggiature, tipo che mi son vista almeno una decina di volte nei panni dell'assistente che il medico figo o si sbatte sulla lettiga o ci flirta dall'inizio alla fine e poi all'ultimo le chiede di sposarla. Perché oltre a vederli, il film me li faccio. Tutta colpa di Patrick Dempsey, è chiaro.
Per esempio adoro vedere lo sguardo d'intesa che si lanciano la dottoressa (spesso gnocca ma mai quanto lui) e il dottore figo all'arrivo di un moribondo al Pronto Soccorso. Il “Cosa abbiamo qui?” si trasforma in frasi sincopate, sguardi compiaciuti di chi sa fare il proprio mestiere e occhiate allusive della serie “Ora abbiamo un'emergenza ma se ti fai trovare in astanteria tra un'ora, ti faccio le lastre e anche una colonscopia personale”
A volte invece capita di immedesimarsi nel parente del moribondo. Magari l'amica, la sorella o se il povero disgraziato è minorenne, sua madre. Lui arriva, dopo un intervento durato 56 ore ed è fresco come una rosa (manco una macchiolina di sangue e te ti chiedi, 'Perché io riesco a farmi patacche grosse come taralli solo per aver mangiato tre cucchiai di Coppa del Nonno e questo ha tipo squartato un vitello e sembra la pubblicità del detersivo?') Comunque lei si alza dalla seggiolina e si avvicina stringendo al petto una sciarpa se è un'amica, a braccetto di sua madre se è la sorella, o con in grembo un orsacchiotto se è la madre, e lo guarda con occhi carichi di speranza. Il medico figo, prima di abbassare la mascherina, la penetra con lo sguardo. In questo momento che tu sia in età fertile o in menopausa, lui, con il solo sguardo, ti mette incinta. Il regista lo sa e infatti nei titoli di testa raccomanda la pillola. Comunque sia, lui ce l'ha fatta. Lui ha risolto tutto semplicemente usando le pinzettine come l'Allegro Chirurgo e ti aspetti che dica “Sì, mi ha suonato un paio di volte perché l'osso del desiderio mi entrava storto, ma tutto a posto. Può vederlo.” A questo punto se ti immedesimi nella madre giovane, piacente, con un ex marito alcolizzato, che lavora in una tavola calda e nata ai bordi di periferia come Eros Ramazzotti, ti innamori all'istante. Lui, il figo, ti ha salvato il figlio/la figlia/il criceto non ha importanza e tu oltre essergli riconoscente a vita hai già pronti i documenti per il matrimonio nella piccola cappella dell'ospedale.
Se invece ti immedesimi nella collega gnocca che è una single convinta e abita (prendete fiato) in un attico con una cucina moderna e quando finisce il turno si siede sul divano con un bicchiere di vino rosso italiano a volte accarezzando un gatto altre volte non c'ha manco un canarino e comunque allunga i piedi sul tavolino da fumo e sorseggia soddisfatta pensando alla sua vita fatta di lavoro e stetofonendoscopio, (tirate il fiato) la scena più o meno è questa:
“Sei stato in gamba.” dice lei a lui mentre si tolgono i guanti facendo finta di non ricordare gli sguardi carichi di tensione e pathos che si sono scambiati da sopra le mascherine mentre lui gli chiedeva a random “Bisturi.” “Forbici.” “Pressione?”.
Lui si toglie con gesti stanchi ma sicuri la cuffietta e si appoggia al lavandino con quell'aria dannata e stropicciata che fa imbizzarrire le nostre ovaie (le quali stanno facendo  la ola ).
Lei, in un impeto di coraggio, gli carezza le spalle.
“Gli hai salvato la vita, John” (tanto un John c'è sempre e 'gli hai salvato la vita' è la frase chiave in ogni serie medica. Nelle sceneggiature ce ne sono in dotazione una dozzina e vengono cosparse un po' sui copioni come il pepe sulla pasta. Dà il giusto pizzico e non fa mai male, ecco)
A quel punto il medico figo è stanco ma si sente un eroe, un invincibile e quindi vulnerabile. Forse è la volta buona che prende la collega single e la spalma sulla lettiga o la incastra tra il dispenser del sapone e il mobiletto dei guanti per chiudere la serata in bellezza. E questo è il punto che noi aspettiamo dalla prima puntata e invece siamo alla quarantaseiesima e questi due non vanno oltre il saluto scorbutico, una toccatina sul braccio, una manciata di sguardi, i battibecchi allusivi e i dispettucci da prima elementare.
Ma ci siamo. Forse stasera ci siamo. John ha appena salvato il piccolo Chris (c'è sempre un piccolo Chris), la collega figa è predisposta, tutto è andato liscio. Lui si avvicina e capisce in quel momento che se ce l'ha fatta a salvare quella vita umana è grazie a lei, al suo appoggio, perché in fondo la ama e sogna di strapparle la filanca delle mutande dalla prima volta che l'ha vista in sala operatoria.
Lei non muove un passo, ma sa che è arrivato il momento. Pochi istanti fa, vedendolo salvare la vita al piccolo Chris, ha capito che lo ama e sogna dalla prima volta che l'ha visto in ambulatorio di strappargli il camice a morsi.
Le loro bocche sono a pochi millimetri, il fiato dell'uno sulla bocca dell'altra. Finalmente copuleranno tra un analgesico e un disinfettante. Noi sul divano siamo pronte con la mano sul tappo di spumante perché è ora di festeggiare. Sono 46 puntate che aspettiamo questo momento dopo infiniti inizi e sentiamo che questa è la volta buona.
Stanno per baciarsi, il camice si slaccia, la mutanda cala...
Entra trafelato un infermiere ispanico “PRESTO! Abbiamo un'emergenza!” (ovviamente l'infermiere, visto che non lo caga mai nessuno si porta avanti gridando pure “LO STIAMO PERDENDO LO STIAMO PERDENDO!!DEFIBRILLATORE! UNO, DUE, TRE, LIBERA!!”
Insomma, non trombano nemmeno in questa puntata.
Non  resta che vederci le prossime ottantacinque puntate sperando che l'infermiere ispanico almeno sia in ferie, o che il dottore figo non muoia per mano di uno sceneggiatore spingendo al suicidio di massa tutta la popolazione femminile.  


martedì 15 marzo 2016

Come prendersi cura di un blog


                                                                   (foto: http://www.goblins.net/)




Circa una decina di giorni fa è uscito un articolo sul settimanale Intimità che trattava il tema del self publishing e sono stata chiamata in causa per dare la  mia testimonianza in fatto di autopubblicazione.
E fin qui niente di strano.
La giornalista poi, nella parte riguardante la mia (diciamo) biografia, ha scritto "Si prende cura del suo blog A Casa di Simo..." perché effettivamente le avevo detto che ne avevo uno.
E qui invece qualcosa di strano c'è.
L'ultimo post risale al 4 Febbraio, porca di quella maremma peppa pig!
Se questo vuol dire 'Prendersi cura di qualcosa o di qualcuno' diciamo che con me morite anche se all'inizio avete un semplice raffreddore.
Sì, è molto che non scrivo.
No, non l'ho abbandonato.
Sì, ho avuto un periodo un po' particolare.
No, non così particolare da non farmi scrivere minchiate o parole sparse sul mio profilo FB.
Sì, dovrei curarlo di più.
No, se non ho niente da scrivere, semplicemente non scrivo.
Prima di punirmi col cilicio  o ficcare la testa nel water insieme all'anatra wc per questa mia trascuratezza, mi sono fatta un giro dei blog che seguivo o quelli comunque più seguiti e mi son resa conto che non sono solo io che languo.
Blog prima commentatissimi (si parla di una media di 200 commenti a post) ora a malapena arrivano a 20.
Blogger che prima postavano tre volte a settimana sono scesi a tre volte al mese.
Quindi mi sono rilassata un attimo (solo un attimino) e mi son detta "Eh be'..." che è un pensiero colto e profondo alla "Esticazzi" e ho cercato di capire  cosa è cambiato:

I blog ci sono sempre, e sono belli. E magari hanno anche più visite. Forse i contenuti si ripetono un po', perché trovare ogni volta una chiave di lettura diversa non è facile. (Io per prima esclamo un 'Troppo ganzo!Oggi ci faccio un post!" per poi scoprire che ne avevo scritto uno simile nel 2010)
Sì, la mia potrebbe essere anche demenza senile che non mi fa ricordare una beata ceppa, ma tant'è.

Le persone non commentano più. Se prima ti passava la voglia perché c'era da inserire il codice Captcha, adesso manco facciamo lo sforzo di cliccare Commenta. E questo perché il post viene condiviso sui canali social e si commenta da lì. Perché è più veloce, perché è più immediato e perché l'autore pare averlo lì, con la sua faccina del profilo per una chiaccherata più amichevole. Come se il blog, in qualche modo, mettesse un filtro, no? Tra una pagina seriosa e il profilo stesso dell'autore preferiamo di gran lunga il secondo per uno scambio più rapido e la certezza, vista la notifica che gli arriva, che il commento comunque è stato letto.

I blog li leggiamo, su questo non ci piove. Siamo solo diventati più pigri e più infingardi. Io per prima (per i motivi sopra).

I blog cambiano e a volte il cambiamento non segue il nostro pensiero, il nostro filo logico, la nostra esperienza. Quindi, spesso, vengono abbandonati. Magari un blog è nato come Blog Creativo e ora parla di Tecnologia. Magari un blog è nato come Mommy Blog e ora è un Food Blog. Magari un blog è nato per parlare di ricette poi ora parla solo di pannolini e biberon. Perché le persone cambiano e di conseguenza cambiano pure le loro pagine, A volte per questioni editoriali, altre volte per scelte di vita, altre volte perché in quel modo semplicemente non funziona. A volte si cambia totalmente strada e capita quando un blog non ti rappresenta e non ti rispecchia più. Quando ti va stretto.

A volte i blog chiudono. E questo è sempre un gran peccato.

Insomma, il blog andrebbe curato e sistemato minino due volte a settimana (un tempo lo facevo, porcadiquellamaiala)  invece se devo scrivere una qualunque minchiata o un papiro lungo tre pagine spesso preferisco la mia pagina FB perché l'approccio mi pare (ripeto: mi pare) sia più confidenziale.

Domande per voi:

-Avete notato anche voi questa transumanza dai blog ai social?
-Vi siete lasciate corrompere dalla bella faccina di Zucherberg e postate di più su FB?
-Curate e postate con costanza come anni fa o vi lasciate prendere dalla pigrizia?

Ovvio che rispondendo non si vince nulla, ma mi sentirei meno sola, ecco.

p.s. È chiaro che il titolo di questo post è una provocazione. Ergo: non fate come me.



giovedì 4 febbraio 2016

Mamme che non lavorano VS mamme che lavorano


                                                                                     (Foto: http://www.pianetadonna.it/)



Dopo la guerra delle mamme che allattano contro quelle che non allattano
ce n'è una che davvero non capisco: le mamme che non lavorano che fanno la guerra a quelle che lavorano e viceversa.
Le prime accusano le altre di essere donne in carriera senza scrupoli, di non godersi e trascurare i figli (e averli fatti per farli crescere dai nonni) di mettere al primo posto il lavoro, l'avanzamento di carriera,  di essere arriviste e tremendamente egoiste.
Le seconde accusano le prime di essere vagabonde, delle donnicciole senza spina dorsale devote solo al bucato e al folletto e delle mantenute che prosciugano lo stipendio del marito per andarsi a fare la ceretta o comprarsi una borsa.
Allora: sia che si guardi da una parte sia che si guardi dall'altra, queste accuse, oltre a essere offensive e maleducate, secondo me non hanno motivo di essere sguainate per difendere la propria posizione. Perché di questo si tratta. Sia che una donna faccia la casalinga, sia che una donna sia una lavoratrice indefessa, non c'è motivo di perorare la propria causa e sapete perché? Perché sono scelte personali e non c'è una cosa giusta e una sbagliata. C'è solo una cosa giusta per ognuna di noi.
Ci sono donne che si sentono realizzate prendendosi cura solamente della casa e dei figli. E lo fanno per scelta.
Ci sono donne che si prendono cura della casa e dei figli e fanno le casalinghe perché purtroppo non c'è lavoro (ma questo è un discorso a parte che, nei casi in cui il livore tocca picchi altissimi verrà usato dalle mamme lavoratrici con la fatidica frase “Seee, se tu lo cercassi vedrai lo troveresti!”)
Ci sono donne che si prendono cura della casa, dei figli e tho! lavorano. A volte per scelta a volte perché uno stipendio solo non basta. Sono super eroine? A volte. A volte no, sono semplicemente delle mamme che ce la fanno. Spesso con l'aiuto dei nonni, altrettanto spesso da sole.
Ci sono donne che scelgono di lavorare tutto il giorno anche se potrebbero permettersi di stare a casa coi figli, il cane, il gatto e fare il punto croce, perché a loro piace lavorare, sentirsi economicamente autonome e fare cose, incontrare gente e avere il sacrosanto diritto di esercitare una professione per la quale hanno studiato tanto.
Non c'è una soluzione perfetta per tutte. C'è una soluzione perfetta per ognuna di noi. E, salvo dei casi, ce la scegliamo. O comunque faremo di tutto per avvicinarci allo stile di vita lavorativo che ci siamo prefissate o che ci è più congeniale.
(Non a caso, una volta mamme, chiediamo il part time, che secondo me rimane la soluzione ottimale per una mamma)
Io non mi sento di demonizzare la donna in carriera che sta fuori tutto il giorno. Magari è una donna che si è fatta un culo tanto nello studio, ha speso denaro, energie, tempo, e pacchi di neuroni per arrivare dove è arrivata e cosa le dobbiamo dire? “Uè, ciccia, adesso mica vorrai fare un figlio e continuare a lavorare? Cioè, se lavori tutto il giorno mica puoi fare la mamma.” E chi l'ha detto? Magari, proprio lei che lavora tutto il giorno fuori casa, può essere una madre migliore di quella che ti aspetta fuori da scuola tutti i giorni. Una donna realizzata (in qualsiasi campo) e soddisfatta, sarà una mamma felice.
Dall'altra parte non mi sento di demonizzare chi fa la casalinga per scelta. Se tu decidi di dedicarti esclusivamente alla famiglia (attenzione, bene o male anche le altre lo fanno, magari con un aiuto nelle pulizie- ma anche qui, che vi incazzate, mica gliela pagate voi la signora) e stai bene e ti senti realizzata così, perché devo chiamarti mantenuta? Perché ti devo vedere come un'arpia che non vede l'ora di mettere le mani sullo stipendio del marito per andare a farsi quattro salti in profumeria e accusarti con la classica frase “Tanto non c'hai da fare un cazzo?”
E anche qui, se la vivi bene e per scelta, sarai una madre serena. Se ti viene imposta per mancanza di lavoro o perché il marito vuole così, sarai una madre nervosa, imbruttita, che vive lo stare in casa una sorta di prigione.
Senza dimenticare che a volte dietro a una scelta che sembra prettamente personale, c'è dietro una stenderia di decisioni prese in due
Ci sono mariti che si fanno in quattro per permettere alla moglie di avere una carriera importante (fanno il bucato, la spesa, aiutano in casa, gestiscono i bambini) e ci sono mariti che si fanno in quattro (straordinari e un culo grosso così) per permettere alla moglie di stare a casa e occuparsi del nido.
Quindi come si può sindacare cosa è meglio e cosa è peggio?
Chi, è meglio di chi? Perché di questo si parla. Di chi si sente superiore rispetto all'altra perdendo di vista, ancora una volta, che non c'è una soluzione per tutte. Ripeto: c'è una soluzione per ognuna di noi. E sono tante, tantissime, e con mille sfaccettature.
Quindi se tu mamma, sorridi allo specchio alle 7 di mattina, e vedi una donna serena, soddisfatta della vita e piena di grinta per affrontare la giornata, sia che tu abbia deciso di fare la casalinga, sia che tu abbia deciso di lavorare, sappi che hai fatto la scelta giusta. Per la tua famiglia. Per i tuoi figli.

Ma soprattutto per te. Perché se tu sei felice lo sarà anche chi ti sta intorno.



(p.s. lo so, discorsi ovvi e banali, ma spesso è l'unica maniera che abbiamo per seguire la propria strada con semplicità)

martedì 19 gennaio 2016

La TT (Torta Toast)


Siamo al 19 Gennaio e cosa c'è di meglio di una ricetta light per smaltire quei 12, 13 kg presi durante le feste natalizie?? Di quelle che ti consiglia pure il dietologo? Di quelle che comprendono uova, pancetta, formaggio e una coscia di brontosauro?
Infatti oggi vi posto una ricettina leggera.
Scherzo. Ma vi pare? Per me può essere il 19 Gennaio come il 15 Luglio, se a me entra nel capo una ricetta non c'è dieta e prova costume che tenga. Quindi se volete provare qualcosa di dietetico 'Ciao' proprio, se invece volete cucinare qualcosa di sfizioso per grandi e piccini, state fermi qua che vi do 'sta ricettina veloce-veloce e molto buona.
Mi sono imbattuta in questa ricetta su You tube e devo dire che mi ha subito conquistata. C'è quel mix giusto di colesterolo e trigliceridi che fanno la ola solo a vederla, quindi è una torta salata perfetta per me.
Ecco la mia ricetta con qualche precisazione e (qualche grammo di ingredienti) in più.

Ingredienti:
Una confezione di pane per toast (quello che più preferite. Se lo fate in casa ancora meglio.)
100 gr di pancetta affumicata a dadini
3 uova
50 g di parmigiano grattugiato per l'impasto + qualche cucchiaiata da cospargere sopra per una crosticina croccante.
150 g di prosciutto cotto
mezzo bicchiere di latte
100 gr di scamorza o mozzarella da pizza o formaggio filante (insomma, quello che più vi aggrada)
origano (facoltativo)
sale e pepe qb

Procedimento:
Prima di tutto accendete il forno a 180°.
Poi prendete una tortiera di  un diametro di 28 cm se volete utilizzare tutta la confezione di pane da toast (circa 15 fette). Infatti più la tortiera è piccola e meno fette ci staranno.
Comunque, prendete 'sta tortiera e rivestitela di carta da forno. Poi mettete le fette sdraiate una sull'altra e frapponete tra di loro il prosciutto cotto e la mozzarella.
A questo punto in una ciotolina sbattete le uova, aggiungete un po' di sale e un po' di pepe, il mezzo bicchiere di latte, il parmigiano grattato e la pancetta tagliata a cubetti.
Poi, con un ramaiolo, cospargete la vostra torta di toast con questa miscela corposa, cercando che questo mix non vada solo sopra ma entri anche tra fetta e fetta. Vi basteranno dieci secondi per questa operazione.



Dopo di che, cospargete la vostra torta con parmigiano grattato e, se vi piace, dell'origano per dargli quel gusto pizza che non guasta mai.


Tempo di esecuzione 7 minuti. Più veloce di così si muore.
Mettete tutto in forno per 20- 25 minuti o comunque fino a quando la vostra TT non è bella dorata e croccante.



Questa ricetta non so come catalogarla perché faccio fatica a reputarla un secondo, ma se fate come me la utilizzerete come piatto unico (vista anche la corposità degli ingredienti) o come una merenda alternativa e gustosa.


Insomma la Torta Toast è per tutte le stagioni: veloce, gustosissima, sfiziosa e comoda, perché alla fine può avere un mucchio di varianti e può essere un'ottima ricetta svuota frigo.


 

p.s. Mi scuso per la qualità di alcune immagini ma come sapete in casa la sera senza un faro è impossibile fotografare.
p.p.s. Ringrazio l'amica Francesca per avermi suggerito Torta Toast. D'ora in poi dirò “Stasera faccio la TT!”

Buon appetito!

martedì 22 dicembre 2015

I giorni che precedono il Natale: consigli per gli acquisti

                                                                                  Foto:www.globusmagazine.it



Questi sono giorni nei quali:
  • abbiamo il portafogli pieno di scontrini perché “Se non gli piace, con lo scontrino lo posso cambiare, vero?” Poi, ovviamente, lo scontrino del regalo da cambiare non lo trovi manco a mori' per poi rinvenirlo a Pasqua ma nel frattempo Zio Ernesto ha fatto la dieta ed entra nel maglioncino taglia M che gli avevi preso a Natale con una botta di ottimismo e dieci diottrie in meno.
  • le commesse, prima di aprire la serranda, fanno colazione con cappuccino e xanax per reggere all'isterismo dei clienti. E i clienti fanno colazione con xanax e cappuccino per reggere l'isterismo delle commesse.
  • immancabilmente, ogni anno, rischiamo di fare lo stesso regalo alla stessa persona perché tutti gli anni ci diciamo “Devo fare una lista di cosa regalo a chi, così l'anno prossimo non faccio casino,” ma puntualmente regaliamo la sciarpina alla cugina che grazie a noi può apri' na bancarella di pashime al mercato.
  • “Quest'anno solo pensierini!” per poi guardare con aria triste il regalo preso alla prozia che è talmente misero che pure la piccola fiammiferaia vi guarderebbe male. Allora ci aggiungete qualcosa per dare un po' di valore e tono al regalo, ma l'accostamento vi viene male e quindi regalate il vaso di fiori insieme a una cornice che richiama tanto la vetrina delle pompe funebri giù all'angolo. Nel frattempo la prozia tocca ferro e una volta aperti i regali vi fanculizza con triplo carpiato.
  • “Quest'anno solo i regali ai bimbi!” pensando di risparmiare un pochino ma non avete fatto i conti che un trattore di plastica grosso come una scatola di formaggini costa quanto uno pneumatico di uno vero e una navicella spaziale di Star Wars di 8x5 cm quanto una cena al Ristorante Cracco con Harrison Ford.
  • chiami mamma per domandare “Te che regalo vorresti fare a nonna? E a Luisa? E a Norberto?” tanto pe' sape' dove andare a parare e giocare d'anticipo per poi scoprire che tu' madre ha già preso tutti i regali ad agosto lasciandoti il compito di scervellarti fino a farti sanguinare il naso.
  • smadonni in turco perché, come ogni anno, ti ritrovi a fare i regali all'ultimo minuto nonostante l'anno scorso ti fossi ripromessa di iniziare prima. Questo ti fa comprare regali alla cazzo e del tutto improbabili (con un'ansia da prestazione indicibile) e speri che chi li riceva abbia un attacco di narcolessia allo strappo della carta e che cada in stato catatonico fino alla befana.
  • ti sembra di scorgere in mano alle altre persone regali più belli e indovinati di quelli che hai scelto tu, per poi andare nel solito reparto dello stesso negozio, rigirarli tra le mani e scoprire che non sono tutto sto granché. Dopo chiamate l'analista, grazie.
  • per l'ultimo pandoro di marca a 2.99 saresti pronto a uccidere a colpi di salmone norvegese la donnina che ti sta precedendo col carrello con la ruota sminchiata. In quei secondi, se non hai a portata di mano nemmeno il salmone da brandire, preghi che abbia un attacco di colite seduta stante o che la piramide dei pelati in offerta la sommerga come lava. 
  • c'è il giro di telefonate da parte della sorella “A mamma il regalo lo facciamo insieme?” seguita dalla telefonata di tua madre “A tua sorella il regalo lo facciamo insieme?” Che a loro volta si telefonano tra di loro per fartelo insieme e al pranzo di Natale non solo c'è un rigiro di soldi sotto banco che manco tra spacciatori alle tre di notte nei vicoli bui della città, ma realizzate che se ognuno se lo fosse comprato per i cazzi propri ci avreste sicuramente guadagnato.
  • c'è da pensare al regalo delle maestre, che è una piaga che in confronto quelle d'Egitto sono 'na passeggiata. Mamme che si scannano, chat di Whatsapp che prendono letteralmente fuoco, e donnine fino a pochi giorni fa amorevoli, pronte a scuoiarti viva se anche provi a replicare che “forse sarebbe meglio acquistare materiale per la scuo...” Niente, non puoi finire perché sei morta, il regalo alle maestre s'ha da fare. Come vuole lei, ovvio.
  • arriva il nonno o lo zio più anziano che con una pacca sulla spalla ti dice solenne “Io ti do i soldi così ci compri cosa ti pare.” Che non hai mai capito se sia veramente un regalo che lui fa a te o un regalo che tu fai a lui per toglierlo dall'impiccio di scervellarsi a pensare e scegliere un regalo per te.
  • giorni nei quali le frasi must sono “Che vuoi per Natale?” / “Che ti manca?” / “Ti serve qualcosa? Così vado sul sicuro.”/ “Se ti serve il pigiama te lo regalo io. La XL va bene? Rosso? O a fiorellini? Se poi non ti piace lo vai a cambiare, tanto lo prendo alla merceria da Valeria, siamo già d'accordo.”
    Tutte frasi molto utili, pratiche, ma con una poesia pari a un rutto durante un coro gospel la notte di Natale.



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