venerdì 30 gennaio 2015

Candy Crush, se lo eviti non ti uccide #1




                                                    Foto: http://geekongadgets.com/2014/12/11/candy-crush-saga-finally-comes-windows-phone/



Candy Crush, chi non lo conosce. Chi non conosce questa droga, questa piaga. Che se la conosci e sei furbo la eviti e se la eviti non ti uccide. Perché tu muori a un certo punto, sia chiaro. Ti viene detto che non hai più vite, manco fossi un gatto soriano suicida. Tu muori quando ti manca una sola mossa per finire il quadro e con le tue imprecazioni l'Italia registra un movimento sussultorio e ondulatorio non indifferente. Sismografi impazziti. Tu muori quando non hai a disposizione quei gadget che ti permettono di salvarti in extremis. Tu comunque a un certo punto muori, cerca di ricordarlo.
Per morire meno e andare avanti col gioco ci sono comunque degli escamotage, ma andiamo con ordine che il discorso è lunghissimo. Ho intenzione di illustrarvi tutto Candy Crush, dai gadget ai vari livelli, dagli ostacoli agli aiuti e via dicendo. Quindi questa è solo la prima puntata (tipo che son gentile e vi avverto)
Per giocare per prima cosa devi improvvisarti Mike Bongiorno e girare la ruota. La possibilità che tu becchi il Jackpot è pari solo alla possibilità che la terra sia a breve abitata da alieni, che Lapo Elkann azzecchi un congiuntivo e che io sia capace di registrare un programma su sky. Fatto questo la tua freccetta si fermerà ad cazzum su alcuni gadget che sul momento non ti serviranno a una beata fava., ma che a partita iniziata possono tornarti utili.
Io ho una preferenza per alcuni e un odio viscerale per altri.
Andiamo ad elencarli:

Il cambio mossa: l'icona è una mano guantata di rosso tipo Tina di Uomini&donne quando fa Jessica Rabbit. Tu puoi con quello cambiare due pedine senza giocarti una mossa. Utile quando le tue mosse sono appena venti e quando all'ultimo le tenti tutte pur di superare quel livello sul quale sei inchiodato dalla Prima Comunione. Spesso il cambio mossa non risolve nulla, ma ci provi per non avere rimorsi. Quando la freccia mi si ferma lì, getto la spugna. Anzi, il guanto.

Il lecca lecca: tralasciando facili fraintendimenti alla 50 sfumature de sta ceppa, il lecca lecca serve per disintegrare una pedina. Vuoi far scoppiare una pedina per levartela di torno? Bene, prendila a martellate col chupa chups, checcevò? È uno dei miei preferiti perché sfracassa tutto e quando arrivi all'ultimo che ti manca una gelatina da scoppiare, il lecca lecca ti viene in aiuto come un super eroe, e ti appare pure la Madonna. Lo prendi, lo sbatacchi a forza sulla gelatina e quella sparisce. Voglio provare su mia suocera.

L'accoppiata stelle e strisce: io la chiamo così perché una pedina è a strisce, l'altra quando scoppia pare un fuoco d'artificio di stelline. Quando nel tuo livello riesci ad averle accanto, se le accoppi, formano un pasticcone esplosivo che farebbe felice qualsiasi pusher. E travolge decine di pedine alla volta come uno tzunami. Quando riesci a metterle accanto, appunto. Perché se la ruota ti si ferma su questo segno e poi decidi di utilizzarla, le due pedine col cazzo che te le mette accanto. Ennò bello. Una a destra e una sinistra, una a ponente e una a levante, una che ti guarda la porta del bagno e una che ti si affaccia in cucina. Per carità comode, eh? Però vederle insieme è raro come vedere insieme me e un libro sulla fisica quantistica.

I pescetti di silicone: Ecco, questi io ce l'ho qui, non mi vanno proprio giù. A mio avviso utili come una ruspa in cucina o un paio di sci per una vacanza a Sharm el Shake. A parte il fatto che i pescetti di silicone io li ho davvero nel terzo cassetto del comò e li uso nel reggiseno per avere una parvenza di tette che il Signore ha pensato bene di negarmi, e poi non servono a nulla. Mosci come dei Nemo drogati, saltellano e nuotano in modalità sminchio, facendo saltare due gelatine di numero senza cambiare minimamente nulla al tuo schema, mentre tu imprechi come Sampei che pesca in una piscina. Il vuoto cosmico.
Fanno scoppiare gelatine a caso, una massa informe di pesci rincoglioniti, indomabili e totalmente inutili perché passano in venticinque e ti fanno scoppiare tre caselle. Minchia, allora passate in tre!Che passate a fare tutti insieme? Li odio e li trafiggerei con un grissino in cima a un Faro con Kevin Costner.

La ciambella rosa: quella che pare la ciambella di Peppa Pig, in realtà può regalare diverse soddisfazioni. A seconda di dove la sposti ti regala tre pedine a strisce che ti fanno saltare tutta la fila. Una roba così sarebbe utile averla a portata di mano alla Posta, lanciarla tipo tra la gente e quella in due secondi ti cancella la fila, ti fa saltare tutti in aria come dei petardi, ti sgombera la strada e ti apre un varco che manco Mosè con le acque. Meditate gente, meditate.

La pallina V: la pallina V potrebbe significare Vittoria oppure un più probabile Vattelapijanderculo.
Sulla pallina V non ci casco mai e quindi non ho ancora capito come funziona sta cosa. Una volta mi ha trasformato delle pedine in altre pedine, poèsse che sia un mago. Poi sono scoppiate e mi aspettavo, a dire il vero, che uscisse pure un coniglio dal cilindro, ma niente. Appena mi rinvengo ve lo dico.

Combo: il combo è uno dei miei preferiti, e anche questo è molto distruttivo e devastante (c'è un medico in sala? Analizziamo la Simo, per cortesia). È una palla nera piena di coriandoli, un ferrero rocher gigante, una pralina al cioccolato fondente. Una sfera molto permalosa che basta che tocchi una qualsiasi altra pedina, che te la fa fuori. È una palla killer. Una bomba a orologeria. Che se per caso la accoppi a quella a strisce crei un'arma di distruzione di massa. Comincia a scoppia' tutto, arrivano razzi terra aria da destra, da sinistra, dall'alto e dal basso che pare essere a Beirut.
Io amo il Combo, è la mia palla di salvezza. Combo for ever. Ci voglio fa' na maglietta.

Come ho detto, questa è solo la prima parte. Ci sono miliardi di cose da dire e una di queste sono le svariate combinazioni di tutto quello che ho citato sopra. Avete nel frattempo suggerimenti, consigli, richieste, vite da darmi, trucchi del mestiere, ricchi premi e cotillon?
No, basta che me lo diciate.




venerdì 23 gennaio 2015

ISOLA DEI FAMOSI 2015 (sottotitolo: così è famosa pure mi'nonna)


                                                                                             foto www.mondoreality.


Lo ammetto: ho guardato le edizioni passate de L'isola dei famosi.
Uccidetemi a badilate, subito.
Lo so, i miei gusti in fatto di trasmissioni potrebbero essere riassumibili in 'Il peccato e la vergogna'.
Mi piace Pechino Express , Ballando con stelle, Tale e Quale e Sanremo (1 e 2). Sì, ho visto pure le edizioni con Al Bano e i Ricchi e Poveri, e nonostante ciò continuo. Evidentemente c'è qualcosa che non va. Non riesco invece a guardare i programmi di Maria o il Grande Fratello. Non so, anche la Marcuzzi alla conduzione non aiuta (Porina, che m'ha fatto? Nulla. Così a pixel non mi garba.) Comunque, tutto sto pappiè per dirvi che guarderò la nuova edizione de L'Isola dei famosi, trasmissione che ho seguito molto nelle edizioni passate. Ovvio che mi riservo un cambiamento d'opinione tipo lanciare il telecomando contro il video e mettermi a guardare Peppa pig qualora mi facesse oibò. Ma ci provo, soprattutto per il cast che vi andrò a illustrare che ha tutta la mia stima perché io lì non camperei tre giorni. Ma non potete capì i famosi. Qui di famoso c'è solo Rocco Siffredi, e non negate. Ma lo lascerò per ultimo.


Fanny Neguesha: la prima domanda che vi sorge spontanea infatti è “Chi cazzo è?” La risposta di tutti oscilla tra “Bho!” “Forse una nuova linea di purè” e “Chiedo l'aiuto del pubblico, ma mi sa che perdo” Pare sia diventata famosa per essere stata la compagna di Balotelli. Non la moglie di Zichichi. In effetti c'è di che vantarsi. Tra le varie domande che le sono state poste da Tv Sorrisi e Canzoni c'è “Perché hai deciso di partire?” alla quale lei ha risposto “Perché voglio vincere.” Giusto, invece i tuoi compagni si faranno mangiare le chiappe dai mosquitos, dormiranno su un tavolone e mangeranno due chicchi di riso ogni tre giorni, così, per dimagrire magari. Dice che farà amicizia con Valerio Scanu perché lui è un cantante e hanno questo in comune. Potrei chiudere il post qui, guardate.

Melissa Panarello: diventata famosa per il libro hot “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” e io (come ho detto su fb) ho pensato che magari Rocco Siffredi si offre per darglieli lui cento colpi di spazzolone prima di coricarsi. Poi vedi che sfumature. Dice che vuol mostrare il suo lato ironico. Mi aspetto infatti che faccia battute e si schianti dalle risate quando vedrà i suoi compagni in costume.

Rachida Karrati: Ecco, mi è mancata all'appello, ho perso MasterChef con questa concorrente, ma a grandi linee so chi è. Dice che questa esperienza la farà crescere e conoscere ancora di più. Di più. Fermate prima, Rachida. Che ho detto a mi' madre che ci sei e lei mi ha risposto “Gioca nell'Avellino?” Ha anche dichiarato “Spero mi accolgano a braccia aperte”. La vorrei rassicurare che certamente Rocco, se vuole, la accoglie anche a gambe larghe. Tranquilla.

Pierluigi Diaco: me lo ricordo soprattutto per le polemiche da peppia in qualche trasmissione, quindi mi sa che solleverà obiezioni su come si accende il fuoco, su come si pesca una triglia e su come si costruisce una capanna. Temo che venga rispedito in Italia con una fionda in meno di tre giorni. Alla domanda “Perché hai deciso di partecipare?” ha risposto “Per esibire un costumino niente male”. Risposta da vero uomo che ti fa cascare l'ovaie mandandoti in menopausa precoce. Sull'isola si porterà una chitarra che come sappiamo tutti è molto utile in questo frangente. Dite a Diaco che non va a fare un falò sulla spiaggia col birrozzo in mano al suono di “Piccolo grande amore”, siate gentili.

Charlotte Caniggia: ?
Ah sì, Charlotte Caniggia. Non googlate su immagini che morirete soffocati da due tette. È figlia del calciatore ed è famosa in Argentina per aver partecipato a un reality. Il fatto che qui, a parte adolescenti arrapati, è sconosciuta ai più, è solo un dettaglio. Viene definita ARTISTA. A tutto tondo a quanto pare, soprattutto davanti. Alla domanda “Cosa ti spaventa di più?” ha risposto “Molte cose, non so accendere il fuoco e non so come sopravviverò.” A noi spaventa il contrario. E immagino che non abbia difficoltà ad accendere un falò, visto che basta si slacci il reggiseno e la maggior parte degli uomini si trasformerà in torcia umana. Fidati.

Le Donatella: No, non ho sbagliato. LE Donatella. Sono diventate famose (?) per aver partecipato a x Factor. Per me ( e mi scuso per la mia ignoranza in materia) potevano essere anche LE Patrizia, LE Roberta o LE Filippa. Non ho idea di chi siano, quindi spero di conoscerle lì, in quelle situazioni estreme dove loro porteranno (testuali parole) “Tanta allegria, felicità e spensieratezza.” Anche loro, evidentemente, pensano di andare a Gardaland, senza sapere che per una chela di granchio cruda saranno pronte a uccidere anche l'altra Donatella.

Valerio Scanu: Chi non conosce Scanu? Ormai è in tutti i luoghi, in tutti i laghi e tra poco anche nel mare dell'Honduras. Alla domanda “Cosa ti spaventa di più?” ha risposto “Meglio che non ci pensi, altrimenti potrebbe innescarsi un processo mentale per il quale rischierei di non partire più.” Da adesso vi obbligo a mandare ogni due minuti un sms a Scanu per ricordargli quanto è duro vivere sull'Isola. Sia mai che ce la facciamo.

Alex Belli: attore e modello. Effettivamente il belloccio (candido) non poteva mancare. Anche lui si vorrebbe portare un piccolo strumento musicale, così utile in questo frangente. Non un'ascia, un paio di forbici o un coltello. No, uno strumentino, così, per allietare le sere sulla spiaggia. Non so se è peggio il rischio di un concerto con Diaco alla chitarra e Belli all'armonica o l'estinzione della fauna dell'Isola alla vista del costumino di Diaco mentre canta “Voglio una vita spericolata” in do minore.

Patrizio Oliva: L'unico che ha capito che qui non si scherza, infatti a differenza degli altri che pare vadano in gita a Mirabilandia, ha dichiarato “Ho vissuto di sfide. Questa è tostissima!”. In effetti sopportare la voce di Rachida, lo strimpellare dei concertisti di cui sopra e il confronto ornitologico con Rocco, è davvero un casino. Alla domanda “Con chi pensi di legare e perché?” ha risposto “Con tutte le persone per bene che saranno corrette e leali.” Mandate subito un pupazzo di peluche a Patrizio, perché a breve resterà solo.

Andrea Montovoli: giovane attore di belle speranze. Ha dichiarato “Ho un rapporto malato col cibo: mangio ogni tre ore!” Pare che Siffredi abbia preso questa frase e abbia formato l' anagramma “Io ho un rapporto ogni tre ore.” Quando si dice essere sulla stessa lunghezza. D'onda. Ha inoltre detto “Spero di legare con tutti perché per cavarsela bisogna darsi una mano.” Uhm. Sì. Come no. Prova a fare il furbo e a prendere un chicco di riso più degli altri e una mano te la danno di sicuro. Anche due. Sì, ma sul volto.

Catherine Spaak: ha quasi 70 anni e questa mi parte per l'Isola. Oddio, meglio che parta per l'Isola che le parta un femore o la cataratta. Io sono fiduciosa. Ha dichiarato che niente la spaventa e che non ha idea con chi possa legare. Secondo me se para il culo, ma è solo un mio pensiero. Alla domanda “Cosa ti porterai?” ha risposto “La mia insofferenza ai pregiudizi.” Anche quella molto utile, insieme alla chitarrina e l'armonica.

Rocco Siffredi: e qui viene il bello, in tutti i sensi, credo. Al di là del suo lavoro (che è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo) è un tipo estremamente ironico e simpatico, vero? Eddaje facciamo finta che seguiamo Rocco per le sue interviste pudiche nella tv di stato. Quindi credo proprio che ne vedremo delle belle perché non perde occasione (come stessa ammissione di Belli) di trovare un doppio senso a sfondo pecoreccio a tutte le frasi che gli vengono rivolte. Me lo immagino mentre il gruppo è intento a cucinare le palme dire candidamente “Avete bisogno di un mestolo di legno massello?” O sennò “Avremmo bisogno di un palo per fissare un momento la capanna...Rocco che c'hai da fa' nelle prossime 36 ore?” O Charlotte uscire dall'acqua spaventata al grido di “Un barracudaaaa!! Oddio un barracudaaaa!!” e scoprire solo dopo che Siffredi era a dieci metri da lei a sciacquarsi il costume. Cioè, le battute si sprecano davvero e i doppi sensi pure.
Spero solo che, presi dalla noia della notte, non giochino al Se fosse perché alla domanda “Se fossi un animale Rocco, che animale saresti?” Lui tronfio risponderebbe “Lo struzzo. L'uccello più grande del mondo.”
E come dargli torto.


martedì 20 gennaio 2015

IL SELFIE FATTO BENE




Selfie. Eletta parola dell'anno 2014. Selfie, quello che fino a du' anni fa era semplicemente un autoscatto. Ho miliardi di foto da ragazza a mo' di selfie, pure in diapositiva. Quanto ero già avanti, madonninasanta.
Selfie. Quella parola che dai sessant'anni in su storpiano, girano e trasformano come je pare. Tipo “L'hai visto il selfie di Laura?” e tu' nonna ti risponde “Serfeee? Con sto freddo? O che ci fa al mare?” Ma che vi sto a dire, frasi fatte, luoghi comuni e chi più ne ha più ne metta.
Per non parlare poi degli sfondi tutti uguali: il cesso. Che, come sappiamo, è l'unica stanza in cui hai uno specchio decente, grande, che ti piglia tutta. E spesso riflette lo sciacquone, ma son dettagli. Ragazzine, mamme, zie, nonne, tutte a fotografarsi al gabinetto, perché è lì che è il vero selfie. Se non lo fai in bagno, non sei nessuna. Anzi, nessuno, perché anche gli uomini non si tirano indietro quando c'è da mostrarsi. Tirano indietro la pancia poco prima dello scatto, magari, ma se c'è da avere qualche like pure loro cedono. Che poi, voglio dire, che male c'è a farsi un selfie? Nulla. Non demonizziamolo. Evitiamo magari di farlo, sempre nella suddetta stanza, col rotolo di cartaigienica in bella vista o la bustina degli assorbenti sullo sfondo. E quello sciacquone a catenella dio mio, copritelo con una tenda, con un telo, fateci un quadro ma omettetelo dalla foto che pare brutto.
L'espressione invece deve essere categoricamente con la bocca a culo di gallina. E c'è un perché, almeno per noi donne: spiana le rughe, tira fuori gli zigomi, fa più magre le guance. Cosa non si fa per apparire più giovani. Sì, anche a costo di apparire delle bimbeminchia quando in realtà siamo in menopausa galoppante.
Io no, io non faccio tutto questo.
Perché sono una ganza? Perché sono superiore a tutti? Perché non ne vedo il motivo? Perché sono una persona seria?
No. Semplicemente perché non mi riesce. Giuro.
Partiamo dal fatto che ho un cellulare tipo de mi' nonno. Non c'ho whatApp, non c'ho internet, non c'ho una beata ceppa di nulla. Solo una rubrica, dei numeri di telefono e una telecamera che non uso mai. Praticamente c'ho un telefono.
Poi c'ho un tablet e lì c'ho il mondo. Tutto c'ho. Internet, giochini, promemoria, diverse App che non uso mai e una telecamera fighissima. Che fa delle foto della minchia. Sgranate, sfocate e buie.
Quindi capitemi: dovrei farmi un selfie tenendo in mano un mattone tipo foratello, che è agile e comodo come portare tre casse d'acqua alla volta al terzo piano senza ascensore. Non solo, per fa' la foto mi ci vogliono due mani, perché se lo tengo in mano col pollice non ce la faccio a spippolare*.
Quindi posso provare a tenerlo vicino e mi fa dei primi piani che sarebbero un' ottima cura contro il singhiozzo. Allora lo allontano e mi si sminchia* l'inquadratura. Tipo che se voglio farvi vedere il nuovo taglio di capelli mi fotografo un orecchio o il vaso di terracotta dietro di me. Poi ho provato col cell di Alice. Stessa storia: non so come tenerlo.
Lo tengo in alto: pare che qualcuno mi stia strangolando e spalanco gli occhi perché effettivamente mi manca l'aria.
Lo tengo in basso: mi fa una pappagorgia che sembro Enrico VIII.
Lo tengo dritto: sembro in una foto segnaletica della polizia.
Lo tengo di tre quarti come Lilly Gruber: sembro sì Lilly, il mastino femmina del mio vicino di casa, però.
Voglio fotografare il trucco: prendo solo in naso.
Gli orecchini nuovi: un foruncolo pre mestruo sulla guancia.
La sciarpa di cachemire: le tette* che non ho.
La collanina nuova: le rughe sul collo.
Il ciondolo vintage: l'ombelico.
La maglia fuxia: il divano beige dietro di me.
In poche parole non ci prendo una mazza. E, badate bene, non è tanto l'apparecchio in sé, proprio sono un'incapace. Sono diversamente selfista. Gnaàfoo. Nei pochi selfie che faccio ho un'espressione così cretina, così vuota, così stupida, che temo veder comparire alla porta un'assistente sociale per levarmi la figliola.
Quindi ora mi ingegnerò per imparare come si deve a fare i selfie. E quando l'avrò imparato minimo ci saranno altre 476 cose innovative dove io col mio selfie perfetto sarò moderna e alla moda come la serie de La Signora in giallo dell'89.
Dite che non mi applico abbastanza? Eh...son problemi.

Legenda
*spippolare: digitare
*sminchia: altera
*tette: elemento non riconducibile a Simo





giovedì 15 gennaio 2015

Parigi: il mio grande amore.



Ieri sono tornata a casa e ho trovato un pacco fuori dalla porta. Lì per lì, viste le feste passate già da un po', mi son detta "E mo' che è?", poi mi è bastato aprire l'imballaggio per scoprire la scatola di Garofalo. Era il mio premio, il mio premio per essere arrivata al secondo posto nella categoria miglior sceneggiatura nel concorso 'Seconda stella a destra' indetto da  Gluten Free Travel & Living con la partecipazione di pasta Garofalo. Mi venne chiesto, in tempi non sospetti, di raccontare un luogo che mi è rimasto nel cuore, un luogo che amo, un luogo che ha lasciato in me ricordi bellissimi. Il mio pensiero è andato subito a Parigi. Quella Parigi così tremendamente ferita in questi giorni, ma nello stesso tempo così fiera di combattere, di opporsi, di non cedere alla prevaricazione. Di esserci, nonostante l'orrore. 
Quindi oggi posto il mio scritto anche se nessuno me l'ha chiesto, anche se questo post non era previsto, anche se lo potete trovare sul sito di GFTL insieme ad altri racconti meritevoli (che vi consiglio di leggere), anche se è già un po' che è uscito. Ma ieri, quando ho visto il premio, ho avuto la prova tangibile che le mie parole su Parigi, per quanto ironiche, siano riuscite a trasmettere la bellezza di questa città. E l'ho preso come un segno.
Non sono mai stata così fiera, come in questi giorni, di parlare di uno dei miei più grandi amori.



                                     IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI



“Ho viaggiato un bel po’ nella mia vita e molti luoghi mi hanno suscitato emozioni fortissime, ma se dovessi scegliere emozioni fortissime più stupore, sicuramente sceglierei quel viaggio fatto tanti anni fa quando avevo diciannove anni.
Ok, rettifico: tantissimi anni fa.
Fu il primo viaggio all’estero, il primo viaggio in auto più lungo in assoluto, il primo viaggio con il mio fidanzato di allora.
Piccola pausa; andate nella chiesa più vicina, prendete un cero, accendetelo e gridate al miracolo: quel fidanzato, poi diventato marito, tutt’oggi è ancora al mio fianco. Già per questo, non meriterei un premio?
Dicevamo: primo viaggio in assoluto e tutto il mondo da scoprire. Meta scelta…indovinate un po’? Ma la romantica Parigi! Parì oh Parì, con la torre Eiffel, la basilica del Sacro Cuore e la scalinata che porta a Montmartre, i piccioni di Montmartre, le cagate dei piccioni di Montmartre…ma sto scendendo troppo nei dettagli.
In quelle dodici ore di auto ero euforica, galvanizzata, e così eccitata che qualsiasi cosa vedessi la fotografavo. Avete mai provato a fare delle foto dal finestrino aperto mentre la macchina sfreccia a centodieci all’ora? Bene. Avevo un rullino da trentasei di quadri astratti, sfocati e completamente insignificanti. Tipo che le foto potevano essere usate per il test ‘Dimmi cosa ci vedi e ti dirò chi sei, e se hai bisogno di uno bravo’.
Però una volta arrivata a Parigi…lo stupore! L’ho subito amata. Con i suoi profumati croissant, le baguettes sotto il braccio, i macarons colorati, i tavolini all’aperto, la Senna con i Bateaux Mouches …ci mancava solo Lady Oscar e Maria Antonietta e poi sarebbe stata perfetta.
Grazie a questo viaggio ho conosciuto la Metro, che ho imparato a usare perfettamente… dieci anni dopo, sì. Perché lì per lì, davanti a quel poster fatto di linee colorate e nomi francesi, mi imbambolavo manco fossi in preda alla sindrome di Stendhal.
E poi il Museo del Louvre, dove ho potuto ammirare la Gioconda. Ora. Ammirare è un parolone, perché la Monna Lisa tu te la immagini imponente, che ti guarda bella tronfia da una cornice di tre metri per due, invece è piccolina, sapete? E se davanti ci sono dei giapponesi appena scesi da un pullman di ottomila posti, tu puoi solo guardarla se sei campione mondiale di salto in alto, o se riesci a piroettare sulle punte tipo Roberto Bolle. Sennò non c’è verso. Però è stato molto emozionante.
Ho ceduto anche alle insistenze di un pittore di Montmartre che voleva a tutti i costi farmi un ritratto. Evidentemente ero molto bella. Anzi, bellissima. Non è che fanno ritratti a tutti a Montmartre, giusto? Ah. Mi state dicendo che li fanno a tutti. Ah, si guadagnano da vivere così. Effettivamente dovetti pagare…cioè, oggi sta notizia mi ha rovinato la giornata, io ve lo dico. Sono arrivata a quarant’anni vantandomi di essere stata ritratta a Parigi perché mi avevano scambiata per un’attrice di Hollywood. Che delusione.
Vabbè comunque ho altri ricordi molto belli di Parigi, tipo quando siamo andati in visita a Notre Dame nella quale, dopo aver salito tutti i gradini, in cima alla torre ho lasciato un polmone. Sì, okay, il vigilante mi ha appioppato pure un soprannome: Madam Enfisemà, ma anche questi sono sciocchi dettagli. O quando per sentirmi parigina inside mi sono ficcata la baguette sotto braccio per poi gettarla mezz’ora dopo perché mi si era impregnata di sudore che manco una spugna.
E poi la maestosità dell’Opéra di Parigi con il suo tetto verde pistacchio, Place de la Concorde con l’obelisco ornato di geroglifici (che io ho provato a decifrare senza successo e mi domando ancora oggi come diamine io non ci sia ancora riuscita vista la mia preparazione culturale…mah!), l’ Arco di Trionfo e gli Champs-Elysées… è tutto bellissimo a Parigi; così bohémien, con le signorine che sfoggiano il basco sulle ventitré, le luci che, al calar della sera, illuminano le tante mansarde dove immagino poeti comporre poesie struggenti per l’amata, con il battello che scivola silenzioso sulle acque della Senna accompagnando col suo fruscio la passeggiata di due amanti sulla riva.
Parigi è magica, così viva di giorno, così romantica al tramonto, così nostalgica la notte.
Una dama che si lascia scoprire piano piano, misteriosa e un po’ scontrosa, ma con un fascino così potente che, una volta conosciuta, non potrete più dimenticare.
Come il primo amore, del resto.”




martedì 13 gennaio 2015

Una sorpresa di prima mattina





Stamattina sento miagolare fuori, niente di strano, il mio giardino è stato scelto come parco comunale da tutti i gatti del quartiere. Ma è un miagolio strano.
Penso, anche se non lo riconosco, che sia Charlie. Nulla, lui è lì beato sulla panchina che mi guarda come per dire “Azzovuoi?”. Scorgo vicino alla craft house la gatta grigia apparsa qui un po' di tempo fa. Un po' scontrosa, selvatica. Non si lascia avvicinare ma girottola sempre nei dintorni e mangia il cibo che le do. Mi guarda da lontano e miagola. E ancora. E ancora.
Esco fuori, mi avvicino e stranamente non scappa. Anzi, mi viene incontro ancora miagolando. Si lascia accarezzare la testa, poi tenta di mordermi, poi si struscia di nuovo miagolando. E quando una gatta miagola senza motivo, girottola inquieta come se cercasse un pertugio e cerca di 'dialogare' vuol dire solo una cosa.
Chiamo il Santo.
“Pronto, Houston, abbiamo un problema.”
“Che è successo?”
“Hai presente la gatta grigia che gira sempre nel nostro giardino?”
“Quella che non si lascia avvicinare?”
“Bravo, quella lì. Stamani miagola come se non ci fosse un domani!”
“E be', è un gatto...”
“Seee e daje! Miagola strano! Miagola e si agita, è inquieta!”
“Sarà in calore.”
“Noooo ma che calore! Quando una gatta è in calore ulula, fa tipo miauuuuuuaaaoooauuu, tipo così, invece lei miagola come se mi volesse dire qualcosa, cerca un pertugio, è agitata, ha pure cercato conforto!”
“E quindi?” Dio, ma non ha mai visto una gatta che sta per partorire?
“È incinta!”
“Ma sei sicura?”
“Per forza! I sintomi ci sono tutti!”
“Ma non mi sembrava avesse la pancia grossa.”
“In effetti nemmeno a me, ma ce l'ha. Gli sballonzola. Oddio e ora?”
“E ora s'aspetta.”
“Ho già preparato un angolino con un maglione vecchio. Magari va lì. Fa pure freddo, porina. Senti, senti come miagola.”
“Via, butta giù e vai a vede'.”
Esco che mi sento già una levatrice d'altri tempi, un'ostetrica in prima linea. Che sia un cane, un gatto o un criceto, il parto (come del resto quello umano) mi emoziona sempre. Bellina lei!
Che poi sempre così scontrosa, si fa vedere solo da lontano, gira guardinga e mangia di nascosto, ma oggi, il suo grande giorno, mi cerca per avere conforto, per avere un aiuto. E io ci sarò.
Sììììì!!!
Esco fuori e lei miagola ancora. Mi avvicino e lei, stranamente, mi si struscia alle gambe miagolando ancora. Le faccio vedere il maglione morbido che lei annusa e poi snobba. No, non va bene nemmeno qua. “Lo so tesorina, sei agitata. Minimo è il primo parto, ma ce la farai. Ce la faremo.” Provo a toccarle la pancia e lei tenta di mordermi. Ci siamo. Per forza. Minimo perde già qualcosa, un po' di sangue magari. Voglio vede'. Proseguendo con una carezza lei alza la coda.
E ci trovo due palle così.
Due kiwi pelosi.
Due nespole mature, nascoste da un po' dal pelo.
Due biglie che ha tenuto nascoste con grande maestria.
Non è una lei ma un lui, non è incinta ma è obeso, io non sono un'ostetrica ma un' imbecille.
Piero Angela mi prenderebbe a sberle: anni e anni di Super Quark buttati nel cesso.




giovedì 8 gennaio 2015

Un'emozione da poco




Ebbene sì, sono una donna dalla lacrima facile. Lo so, non si direbbe ma è così.
Voi non potete capire che pianti mi faccio davanti alla tv. Film, telefilm, fiction, qualsiasi cosa che mi smuova dentro. Se poi sono in piena fase PM apriti cielo e sgorghino lacrime!
Che poi col naso rosso e moccioso sto na favola, dovreste vedermi. E dovreste anche sentirmi quando Alice e il Santo, per niente smossi da una scena strappalacrime, mi chiedono increduli “No, vabbè...ma stai piangendo? Per questa scena?” “Do do... buhauhahhahha!!!!” A volte senza ritegno proprio. Che ci volete fare, in quei momenti puoi prendermi il cuore e modellarlo come una pallina di pongo.
Sono una alla quale si inumidiscono facilmente gli occhi davanti a una scena di un film, per un abbraccio di un'amica, per un'emozione forte sia di dolore che di gioia, per una canzone, per un libro, per un ricordo. È qualcosa che nasce dentro e spinge e spinge per venire fuori, come se fosse un'emozione talmente forte che il mio fisico stenta a contenere. Parte dallo stomaco e sale su, bussa dapprima con discrezione facendomi pizzicare il naso, poi bussa con maggiore insistenza facendosi spazio negli occhi che si appannano e a quel punto basta poco.
Invece non piango mai per rabbia. Quando sono incazzata devo sfogarmi con qualcosa di molto fisico, tipo sfondarmi in palestra, prendere ad asciate un ceppo di pino, andare a correre fino a che non ho più fiato, al limite prendere a cazzotti un saccone. Mi ci vuole qualcosa che mi sfinisca fisicamente, devo tenere impegnato il corpo, devo reagire. Fare e disfare, costruire. Trasformare una delusione o la rabbia in qualcosa di costruttivo che lì per lì è solo fisico, ma ovviamente intacca anche la parte mentale. Si potrebbe riassumere in 'piango per gioia sì, ma non mi piango addosso'. Le mie lacrime son lacrime di buoni sentimenti.
Il mio babbo dice sempre che chi piange ha il cuore buono. Mica è vero. Cioè, non è mica scontato.
Trovo che il pianto sia una valvola di sfogo bellissima e non andrebbe mai repressa. Mai.
Infatti, in quattordici anni, non ho mai detto ad Alice “Basta su, piangere. Ormai sei grande bla bla bla...non si piange per queste cose bla bla bla...ora basta bla bla bla” Anzi, quando è sotto pressione per la qualunque e la vedo col labbrino tremulo la abbraccio e le dico “Dai, sfogati. Butta fuori. Piangi tutto quello che senti.” E lei menomale lo fa. E dopo si sente meglio. Giuro, passa tutto. E non c'è niente di più bello di quel sorriso moccioso di sollievo dopo un pianto, quello che ti fa ridere e piangere insieme per esserti tolta un peso. Perché il peso si scioglie nelle lacrime come zucchero nel caffè e tutto poi è meno amaro. E non ho mai trovato che il pianto fosse un segno di debolezza, al contrario lo trovo un punto di forza.
Cercare di nascondere le lacrime lo è. Quando ti sforzi che non sgorghino dagli occhi, quando ti nascondi per la vergogna, quando ti dici “Cazzo, no, non ora.”, quando sbatti le palpebre come se ci fosse appena atterrato un moscerino, quando nascondi perfino a te stessa che qualcosa ti ha toccato e ti senti fragile. E a noi donne non piace sentirci fragili. Invece a volte lo siamo, santoiddio, e non c'è niente di cui vergognarsi. Anzi, lacrime in vista e testa alta. Esternare i propri sentimenti, anche se dopo c'abbiamo un naso rosso che pare un pomodorino pachino, è bello. Almeno per me lo è.
Oddio detta così sembra che mi commuova un minuto sì e uno pure,e invece vi assicuro che è meno frequente di quello che pensiate. Ho solo fatto outing. Quindi da domani propongo un nuovo slogan: invece di 'Perché io valgo', schiena dritta, tette in fuori (per chi ce le ha, alimortè), mento fiero, naso rosso e 'Perché io piango!'.
Fatelo ogni tanto, davvero. Non c'è niente di più salutare e liberatorio di un pianto fatto bene.
E dopo, Dio, come vi sentirete forti e rinvigorite. Parola di Simo.

Le lacrime che non escono si depositano sul cuore, con il tempo lo incrostano e lo paralizzano come il calcare incrosta e paralizza gli ingranaggi della lavatrice.
(Susanna Tamaro)




martedì 30 dicembre 2014

Ma come fanno le foodblogger



Io lo dico sempre e lo ripeterò all'infinito: non potrò mai essere una foodblogger.
E non me ne rammarico di questa cosa perché in fondo non è che ho mai sognato di diventarlo, proprio no. Mi piace cucinare, fare dolcetti e muffin ma coi mestoli sono un casino.
Tipo che per fare un dolce ci vogliono al massimo due ciotole e una forchetta e sul mio piano trovate: due ciotole, tre piatti, un tegamino, otto posate, le fruste elettriche, il minipimer, il barattolo dello zucchero infilato in quello della farina, il burro semi sciolto perché me lo scordo fuori dal frigo, i gusci delle uova rotte insieme a quelle ancora da rompere, un gatto e via dicendo. In poche parole: un casino che basta e avanza. Sono una creativa, che ci volete fare.
Non solo, sono anche un po' despota: faccio solo cose che mi piacciono. Tipo che al Santo piace tanto la mandorla, a me non garba e quindi non ho mai fatto un dolcetto alle mandorle. Nulla. Nada de nada. Lo so, ma non sono stronza, è che mi disegnano così. Io le cose le devo fa' di pancia e di cuore e se provo a fa' una ricetta che non mi ispira o che 'non sento', mi vien fuori una ciofeca. Giuro! Però c'è da dire che il Santo pecca di gola (tre avemarie e un paternostro) e quindi gli vanno bene anche tutti gli altri dolcetti che preparo. Dev'essere roba semplice, però. Parecchio semplice. Io sono per le ricette da fare al volo, veloci e così facili che potrebbero essere cucinate da un bimbino. Sennò sminchio alla grande. Io sono da tutto e subito, se c'ho da aspettare mezza giornata già mi prende male. Per questo, bensì mi vengano buone, faccio raramente le brioches, va via mezza giornata, io ve lo dico.
Quest'anno m'era preso lo schiribizzo di fa' il pandoro o il panettone. Ho chiesto alle amiche foodblogger una ricetta 'semplice' e tempo tre secondi mi son resa conto di aver bestemmiato.
Le parole PANETTONE o PANDORO con la parola SEMPLICE son come due rette parallele: NON SI INCONTRERANNO MAI.
Le mie amabili cuochine mi hanno linkato alcune ricette, ma tempo di leggerne mezza e già perdevo sangue dal naso. Troppo sforzo. Io davvero non so come fanno. Per un panettone e affini ci vogliono tre giorni. Tre giorni. No, ma mi ci vedete? Io che, mentre mi depilo, con una mano tengo il rasoio e con l'altra pulisco il bidet. Io, che trovo unpardipalle anche girare spesso il sugo sennò si attacca. Io, che guardo solo le ricette con una stellina di difficoltà.
Ora sarebbe bello se vi sorprendessi con una megafoto di un bel panettone con su scritto “E invece l'ho fatto!!!”
Mi spiace deludervi: non ho fatto una beata fava. C'ho rinunciato. Ho fatto altro. Mi sono lasciata spaventare da tutta quella lievitazione, quella lavorazione, da tutto quell'aspettare, che vi giuro, mi farebbe morì.
Che poi è tutto un dai la cera togli la cera.
Prendiamo l'impasto.
Che qui mica vorrai usare farina normale, no? Ma che sei pazza? Minimo dev'essere farina del campo di grano del quarto imperatore della Cina con l'aggiunta di polvere d'oro egiziana ritrovata nella piramide di Cheope.
Il burro? Uè, mica il burro del Super. No, crema di latte delle montagne svizzere lavorata a mano direttamente dal nonno di Heidi e solidificata nella grotta di Betlemme.
Il lievito? Ce l'hai il lievito madre? Se non ce l'hai non sei NESSUNO. Ce lo devi avè, per accudirlo come un tamagotchi e sfruttarlo tipo lavoro minorile per i tuoi impasti. Davvero non ce l'hai? A parte il fatto che non ti far sentire dalle Foodblogger stellate che per questa tua mancanza ti potrebbero impalare e darti fuoco in piazza come una Giovanna D'Arco qualunque, e poi provvedi santoiddio, non è che puoi usare un lievito qualunque come abbiamo usato fino a tre anni fa prima che Cracco &C scassassero la minchia con le prelibatezze in cucina, chiaro?
Il latte? Che latte c'hai in frigo? Fai vede'? Non va bene. Ma ti pare? Ce l'hai una stalla? No? Un garage? Ecco, allora vai da un allevatore, comprati una mucca, trasforma il garage in una stalla e mungi la tua Lola. Solo così avrai latte genuino per il tuo super panettone. Minchia, ma ti devo insegnare tutto.
Lo zucchero. Ti dico solo una cosa: sappi che lo zucchero bianco è considerato IL MALE, regolati di conseguenza.
La frutta candita. Cooooosaaa??? Togli subito quella scatolina commerciale se non vuoi essere presa a sassate. La frutta candita TE LA DEVI FARE DA TE. Tzè, i canditi mi compra, lei.
Guarda, facciamo finta che hai tutta sta roba che t'ho detto, va bene? Tu dici 'ora lavoro l'impasto' e invece no! Mettilo lì che deve riposà dodici ore minimo, poverino. In forno spento con luce accesa perché evidentemente ha paura del buio. O sennò armata di sensore da rabdomante devi girare per tutta casa alla ricerca di un angolo asciutto al riparo da correnti d'aria, perché all'impasto l'aria fa male alla cervicale. Io non so manco in quale cassetto ho i calzini figuriamoci se so in che pertugio c'è meno aria; e, se anche ci fosse, minimo sarebbe dove si rintana il gatto in fondo all'armadio.
Dopo un tempo in cui avresti potuto imbiancare casa puoi riprendere l'impasto e lavorarlo con altra roba, ma non è ancora pronto. Lo devi fa' riposa' un'altra volta. Manco io dopo due lezioni in palestra sono così stanca, ma sorvoliamo. Dopo un tempo in cui avresti potuto fare un trasloco, lo riprendi e lo rilavori di nuovo. E non a cazzo di cane come tuo solito, ci dev'essere un verso anche per piegarlo. Tipo asciugamano da ospite. Pieghi lì, pieghi qui, CON CRITERIO, non a caso. E CON CALMA. Poi, quando sei lì che festeggi il tuo ottantaseiesimo compleanno, è pronto e lo puoi mettere nello stampo. Ma non lo puoi infornare perché deve lievitare ancora. Lo inforneranno i tuoi parenti prima di venire al cimitero perché nel frattempo sei morta, ma vuoi mettere la soddisfazione? Avrai fatto un panettone degno di questo nome, super cheffato, super stellato, che anche Bastianich direbbe 'Vuoi che muoro?' e tu risponderesti “No, per farlo son già morta io e mi pare più che sufficiente”.
Senza contare che ai parenti, ai quali hai lasciato solo 'la cottura', hai dato una piaga immane. Quindici minuti a centonovanta, dieci minuti a centottanta, tre minuti e dodici secondi tra centosessantacinque e centosessantaseivirgolatre, due minuti e ventisette statico, un minuto e trentatrè ventilato, quattro minuti con forno aperto mentre canti l'ultimo cd di Natale di Michael Bublè, e altri venti secondi a forno chiuso a patto che tu intoni Tu scendi dalle stelle in do minore.
Poi hanno il coraggio di augurarti Buon Natale. È una battuta, vero? Io me lo rovino il Natale se solo provo a fa' metà di 'sta roba con questi ingredienti.
E niente. L'ultimo post del 2014 è questo, dove dichiaro che non so fare il panettone e il pandoro, dove dichiaro (lo giuro vostro onore) che ho fatto con tanto amore il tronco di Natale che non è bello e buono come un panettone fatto in casa, ma dio solo sa se c'ho messo il cuore. L'ultimo post dove dichiaro che menomale ci sono le foodblogger che stimolano i miei neuroni e che cucinano con professionalità e una preparazione che io mi sogno la notte. Dove dichiaro che, a parte le battute, la mia è tutta invidia. Una sana invidia, perché girando per blog vi ho sfanculato con amore ma sbavavo come un San Bernardo d'Agosto davanti alle vostre splendide prelibatezze. A volte, ve lo dico, siete un bello stimolo. (Lo so sembra la pubblicità del confetto Falqui, ma tant'è)
Dove dichiaro che  ho la certezza che non potrei mai essere alla vostra altezza (ho fatto la rima?) anche se facessi 987 puntate di Masterchef.
Però ho un anno di tempo. Capace che a Dicembre 2015 io mi rinvenga e sforni il mio primo panettone.
Ora scusate, vado a sgomberare il garage sennò la mi' Lola non mi c' entra.

martedì 23 dicembre 2014

Il Natale in 10 punti.





1 . Il Natale a casa mia è quel giorno in cui il mio babbo (uscito da tavola alle cinque del pomeriggio) chiede guardando l'orologio e malcelando un prosit “Bene. E da cena che si fa?”

2.  È lo scambio di regali alla cazzo de cane, tipo che non usiamo metodo e disciplina. No, si tirano i regali alla rinfusa urlando il nome del prescelto e guarda di essere attento che sennò ti arriva tra i denti il minipimer di acciaio inox.  E quando sei in diciotto in un salotto la cosa si fa molto interessante.

3.  È il pranzo di Natale con 25 portate (dolci esclusi) dove la cosa più dietetica ha un ripieno fritto e messo in umido. E non t'azzardà a non mangiare che mamma mi si offende. La parola DIETA viene vista come una bestemmia al pari di 'Sono una fan di Gigi d'Alessio'. 

4.  È la cena di Natale che guai a saltarla (vedi punto uno) a base di focaccine e affettati dove si infiltrano gli amici, gli amici degli amici, i conoscenti degli amici degli amici e i chiccazzoteconosce. Categoria meglio conosciuta come 'L'infiltrato al matrimonio'.

  1. Sono i giochi da tavolo che per spiegarli a mi'madre o alla nonna di turno impieghi circa tre anni luce e inizi la partita che è il 15 d'agosto. E puntualmente vincono con una stratosferica botta di culo.
  1. È la tombola dove dopo il primo numero c'è il genio che grida ambo, dopo quattro 'cinquina' e dopo dieci 'tombola', per poi scoprire che il 67 non è manco uscito e i fagioli è bene che tu li mangi invece di piazzarli sulla cartellina. Quando va bene si vince un osso finto rosicchiato dal cane.

  2. È il giorno in cui mia madre sentenzia “Domani semmai mangiamo gli avanzi” e puntualmente il 26 potresti morì di fame perché in casa mia non è MAI avanzato nulla. Quindi se hai fame oltre ad attaccarti al tram, attaccati pure alle gambe del tavolino, ciccio.
8. È il giorno in cui si bussa per andare in bagno. Mia madre bussa alla porta del SUO cesso in casa SUA. A volte c'è un pellegrinaggio che manco a Lourdes. Se poi riesce (grazie alle prugne del tacchino ripieno) a evacuare pure lo stitico, si può gridare al miracolo. E lì la gioia collettiva.

9. È il tappo di spumante sulla rampa di lancio che puntualmente fa avvolgere il capo con le mani alle donne al grido di “Il lampadarioooo!!” che in quarantun'anni di vita non ho mai visto cogliere. In fronte a nonna, in bocca al cane, nei gioielli di famiglia dello zio e nel vaso cinese sì, ma nel lampadario no. Mai una gioia.
  1. È il giorno in cui siamo stati anche in 27 intorno a un tavolone stretti stretti, vicini vicini, che per magnà ti conviene farti imboccare da quello davanti perché non puoi muovere le braccia, figuriamoci usare le posate. L'ideale sarebbe infilare direttamente la testa nel piatto come un bassotto nella sua ciotola. E cerca di fare prima i tuoi bisogni, perchè NON PUOI alzarti e NON PUOI passare, perché dovresti far alzare diciotto persone sia all'andata che al ritorno. Al massimo ti è consentito di portare  un catetere o un pitale; l'importante è che tu all'una in punto trovi una tua collocazione da seduto e da lì, per le restanti cinque ore, non te devi move. Piuttosto muori, ma rimani dove sei.


    Da questi pochi punti si evince che per noi il Natale ha un significato molto profondo.
    Gnaàfamo proprio.

    Detto questo: BUON NATALE, bimbi.
    E che qualcuno becchi un lampadario, scatti la foto del misfatto e della faccia della padrona di casa e me la mandi.
    Non chiedo poi tanto. Grazie.





      lunedì 15 dicembre 2014

      Un Natale diverso



      Sono le cinque e mezzo di un 15 Dicembre e io sto sorseggiando un tè agrumato mentre guardo fiera sotto l'albero di Natale: oggi ho impacchettato con calma e cura quasi tutti i regali. In più, stamattina, ho sfornato quattro teglie di biscotti così belli e profumati che la mia casina sembrava una piccola pasticceria.
      Voi direte: embè? e che c'è di strano?
      C'è di strano che, negli ultimi diciamo...vent'anni?  il 15 Dicembre,io  non abbia mai potuto fare quello che avete letto. 
      È la prima volta che nel periodo pre Natale  ho del tempo per la mia famiglia, per i  miei amici, per me stessa e per fare le cose che amo. E per godermelo, questo periodo. Senza essere fagocitata dall'isteria della gente, senza fare le corse, senza tornare a casa stanca morta con la pagliuzza nelle mutande. Non preoccupatevi per me, sto ancora lavorando, ma...diversamente diciamo. Ho un lavoro che mi permette un piccolo stipendio e tanto tempo da dedicare alla mia famiglia e alle mie passioni: infatti, tra le tante,  ho finito il terzo romanzo. È un Natale particolare questo qui, pieno di cose, di meraviglia, di novità. Riscopro la gioia di fare i regali handmade, di trovarmi con le più care amiche per farsi gli auguri più caldi davanti a un tè, fare biscotti al cioccolato insieme ad Alice con un  cd di Natale in sottofondo. Passeggiare tra i vicoli illuminati, sbirciare nelle vetrine vestite a festa, camminare mano nella mano  nelle vie del centro assaporando ogni passo, ogni metro. Senza fretta.  Riesco a godermi i preparativi con mamma e babbo che, negli ultimi anni, mi vedevano solo il 25. E che bellezza parlare con mamma di menù e offrirsi per fare un dolce strepitoso per il pranzo di Natale. Quello che per tutti viene vissuto come un bel periodo, di aspettativa, di preparazione, di impacchettamenti sotto le lucine colorate dell'albero, per la prima volta lo assaporo anche io e non mi sembra vero. È un Natale diverso. Più consapevole, più maturo, abbracciato e coccolato da una scelta  fatta un anno fa. Una scelta difficile, coraggiosa, ma che ho affrontato con grinta guardando avanti fiduciosa, nonostante i tempi, nel futuro. E ora, dopo tutto questo tempo, ho la conferma di aver fatto la cosa giusta. No, non solo per godermi il Natale, è ovvio. Per godermi tutto quello che c'è al mondo, che diamo così per scontato ma che scontato non lo è. Perché il tempo passa e non ce lo restituisce nessuno. E io il tempo lo voglio, lo pretendo, lo voglio vivere e prendere a morsi, gustarlo. Non sono mai stata una che si accontenta delle briciole. E questo tempo lo rivedo nei sorrisi sereni di Alice, negli abbracci stretti del Santo, nelle nostre passeggiate, nelle cene a un orario decente, in un dolce fatto a quattro mani.  Questo tempo preziosissimo lo rivedo in noi. Questo tempo che ora c'è, che ci alimenta, che ci sostiene e che ci unisce. E del quale non potevamo farne a meno.
      È un Natale diverso.
      È un Natale più bello.

      venerdì 5 dicembre 2014

      Il Natale nella Craft House

      Disclaimer: questo post nasce perché decine di persone mi hanno detto "Avete scassato così tanto con la casetta in Canadà che se non ci fate vedere come l'avete addobbata ve la tiriamo giù con un peto disumano."

      Una cosa che accomuna molto me e il Santo c'è anche la cura/manutenzione della casa. Non ho mai dovuto pregare per cambiare una lampadina, sistemare una staccionata, sturare un lavandino e via dicendo. Un'altra cosa che accomuna molto me e il Santo è che amiamo il Natale in maniera spassionata proprio. E c'è un'altra cosa che accomuna me e il Santo ed è la passione per la Craft House. Sì, lo so, la uso principalmente io per fare i lavoretti. Lui magari si sistema in verandina a leggere un libro, ma fatto sta che ci garba tanto (e vorrei vedè con tutta la fatica che ci abbiamo messo. Alimortè n.d.r.)
      Se mettete insieme Natale&Craft House è l'apoteosi. Abbiamo girato un po' per trovare le luci adatte e non vedevamo l'ora di addobbarla fuori e dentro  che manco Las Vegas!
      Sì, lo so, abbiamo esagerato, e pagheremo uno stonfo di bolletta, ma Natale quando arriva arriva. 
      Ho messo tuuuuutte le candeline sul mobiletto. (sì le accendiamo quando siamo dentro. No, non sono fisse accese. Sì, sono quelle di Ikea che costano poco.)





       

       Non guardate la mia cassettiera rustica per cortesia che è sempre work in progress. La mia idea è quella di tingere le cassette di bianco e studiarci qualcosa. Dentro ci sono le riviste di cucito e punto croce.





      Quella invece che vedete a sinistra è una stufina perché abbiamo scoperto che d'inverno ci si muore di freddo. Anche perché non ci faccio sollevamento pesi ma sto ferma ferma a cucire e se non voglio trasformarmi in Olaf in mezz'ora, era bene organizzarsi. Non posso dire nulla a riguardo sulla scelta della stufa perché mentre una sera ero lì a parlarne su FB con le amiche tipo "Prendi questa", "No, prendi quella," "No, prendi l'altra", il Santo è arrivato a casa e mha detto "Tho!Così cuci al caldo."
      Lo so è un uomo da sposare e infatti a 24 anni avevo già l'anello al dito, son mica scema.Eh.
      Ma non è bellina? Ma quanta atmosfera fa oltre a un caldo che se non la spengi dopo venti minuti mi ritrovano lessa come una castagna bollita, eh?



      E poi il fuori. Abbiamo addobbato prima il fuori che il dentro, chevvelodicoaffà, e non abbiamo ancora finito, tipo che la ghirlanda che intravedete era ancora scarna invece ora è tutta ripiena come un tacchino a Natale, appunto.
      E poi c'è da sistemare ancora qualche filo se non vogliamo che il pozzo parta tipo razzo sulla rampa di lancio di Cape Canaveral.















      Dalle foto potete ben capire che è una settimana che io lì dentro ci vivo. Ieri addirittura mentre cucivo, Alice è arrivata e m'ha detto "Posso studiare qui dentro?"
      No, ma ci garba solo un filino ino ino.
      Non ho altro da aggiungere,anche perché che devo di', giusto?

      p.s le foto non sono il massimo, ma leggere le istruzioni della Nikon mi fa perdere mazzi e mazzi di neuroni specchio, quindi stanno così, un po' sfocarelle.

      Ora vado che c'ho da cucire i regalini handmade per Natale proprio dentro la casetta.
      Mi piace vincere facile? Ponzi Ponzi pom pom pò!


      lunedì 24 novembre 2014

      Chi ha un cane è una persona paziente


      Chi ha un cane è una persona paziente.
      Sono arrivata a questa conclusione stamattina, dopo aver portato a spasso per la prima volta il cane della mi'mamma. Cane...vabbè, quel cosetto peloso alto un barattolo e poco più.
      Insomma, io ero dalla mi'mamma ad aspettare l'ora per andare a prendere Alice e sto canetto girottolava un po' inquieto. Il mi' babbo non era ancora arrivato e ho detto “Dammi il guinzaglio, vai, che lo porto io a fa' una passeggiatina.”
      Cioè, l'inferno.
      Premetto che non ho un cane, non l'ho mai avuto e credo che nemmeno lo prenderò nei prossimi mesi perché ritengo che un cane vada tenuto bene e che richieda un impegno e una dedizione  che noi sul momento non possiamo dargli. Tuttavia i cani a me piacciono, più quelli grandi che quelli piccoli a dire la verità, ma è solo una questione di gusti, niente di più.
      Insomma, dicevo: io il cane non l'ho mai avuto quindi non so come si comporta un cane a passeggio. Io sognavo o di essere trainata tipo slitta sulla neve (ma vista la mole del toporagno 'sto sogno è svanito subito) o camminare a testa alta con 'sto canetto che a coda ritta mi seguiva passo passo tipo la pubblicità di Barbie e Toby, l'amico del cuore.
      Lui tutto contento si fa mettere la pettorina da me e la mi'mamma e in due c'abbiamo messo l'equivalente di quanto ci vuole alla sottoscritta per capire come cambiare canale su Sky. Poi tutto trotterellante mi precede fuori. Oh che bellino! Ganzo!
      Me la devo essere gufata a bestia perché già dopo dieci passi si ferma.
      Okay, dovrà fare pipì. E infatti.
      Poi riparte e dopo tre passi si riferma.
      Okay, la dovrà finire. E infatti.
      Dopo due passi si riferma. Ma ha la cistite 'sto canetto? Alza la gamba ma non produce.
      Okay, non indaghiamo troppo. Prendo atto della mia ignoranza sui cani e va bene così.
      Dopo tre secondi si riferma. Scappa cacca.
      Produce una cosa che mi fa domandare se mia madre da mangiare gli dia le pantegane ma non voglio soffermarmi nemmeno su questo. Soffermiamoci piuttosto sul fatto che essendo uscita in stile Barbie Fashion e il suo Yorkshire non ho pensato a prendere le bustine. E quindi ho dovuto fare con quello che avevo in borsa e cioè: svuotare un sacchetto di fazzolettini, usarne uno per raccogliere quel che resta di un cane dopo la digestione e usare il sacchettino di nylon Tempo per metterci dentro una roba che una fogna di Calcutta in confronto è un Arbre Magique.
      Già qui ero intenzionata a tornare indietro. E avevamo fatto solo sei metri. Ma io sono impavida. Cosa può fare ancora il microcane? Nulla, a parte fermarsi ogni due secondi. Due secondi. Ad annusare la qualunque, assaggiare una foglia, sniffare l'erba, giocare con un legno, litigare con una lumaca...Allora: io sto alla pazienza come Orietta Berti al rock and roll, per capirsi, e il mio motto è GO!, quindi potete immaginare la mia faccia davanti al toporagno che pare si interessi alla flora e alla fauna di tutto il pianeta. Hai voglia di tirarlo, chiamarlo e dirgli “Andiamo!”, a lui non fregava una benemerita fava. Un'ora e un quarto per fare dieci metri. Senza contare che si è fermato spesso di botto e si metteva immobile davanti ai pali della luce manco fosse in preda alla sindrome di Stendhal. Forse gli appariva la Madonna. Non è dato sapere.
      Poi ha cominciato a grattarmi le gambe. Un passo e grattava. Un altro e grattava. Tipo bimbino che vuole essere preso in braccio. E infatti era stanco. L'ho preso in braccio e mi ha leccato il mento come a dire “Grazie. Come dog sitter fai cagare, ma grazie.” Poi l'ho rimesso giù sotto minaccia e lui ha camminato per quanto...quattro passi? Poi si è rifermato.
      No, vabbè. “Ascolta un attimo porcellino d'india, non sei una compagnia telefonica che gira tutto intorno a te, chiaro? Io c'ho da fa'. Ci diamo una mossa?”
      Lui ha tirato su la faccetta e l'espressione diceva “Cazzo vuoi?” Il tutto sempre con sto sacchettino di merda appresso, badate bene.
      Poi si è nascosto sotto un'auto. Ferma. Sennò non sarei qui a pubblicare un post ma starei piangendo la morte di un cosino peloso. Poi ha rincorso un altro cane e mi ha tirato per un metro e Dio che goduria, sembrava un husky! Vabbè, non esageriamo, l'importante è sognare. Poi, vicino al traguardo, si è fermato di nuovo e non si voleva schiodare. Lo ammetto: per fare prima ho alzato la pettorina e ho lasciato che volasse un attimino. Ma solo un attimo, il tempo di fargli sentire cosa provava Icaro. Bellino, però. Muoveva le zampettine quasi a tempo. Poi siamo rientrati e l'ho visto triste, perché con me è ovvio che si è divertito un casino.
      “Com'è andata?” Mi ha chiesto la mi'mamma.
      “Bene, mamma. Ma oh! Una fatica!”
      “Come una fatica.”
      “È bravo, eh? E pure bellino, ma è di un lento ma di un lentooo! Si ferma ogni due secondi! E poi è duro! Ma durooooo!! Non puoi capì! Hai voglia di chiamarlo 'Charlie!Charlie andiamo!!' e lui nulla, non si muoveva.”
      “Ci credo. Si chiama Fonzie.”

      p.s. Il bello è che quel nome l'ho scelto io.

      martedì 11 novembre 2014

      Il robot spara missili

      Settimana scorsa sono stata invitata da una maestra elementare per coordinare e seguire i bimbi della sua classe durante un tortuoso e difficile cammino: costruire un racconto per partecipare a un concorso letterario rivolto alle scuole.
      La maestra si è affidata a me perché mi conosce, perché sa che in passato ho scritto e vinto con racconti per l'infanzia, perché sa che mi piacciono molto i bimbini e perché probabilmente non sapeva più dove battere il capo. La sua richiesta si può riassumere in “Ho 25 racconti e ne devo fare uno. Ovviamente i racconti sono tutti differenti e devo invece seguire una traccia già delineata. Ergo: vojo morì.”
      Allora io, armata di mantello rosso e tutina blu, mi sono catapultata in loro aiuto al grido di “SuperSimoooo!!!”
      Già come mi hanno accolto mi doveva far capire che sarebbero stati due giorni fantastici.
      Busso alla porta e si leva un coro di “Avanti!”
      Decidono loro, evidentemente.
      “Bimbi, questa è Simona.”
      “Ramona? Che nome è Ramona?”
      Ottimo.
      Mi hanno squadrata da capo a piedi, fino a che un bambino mi ha detto “Sei la nostra ultima speranza. Abbiamo fatto un casino che la metà basta e avanza.” Pure la rima, si vede che è bravo nelle poesie.
      La maestra mi fa: “Siediti alla cattedra”
      “No, ma ti pare? Sto in piedi.”
      “Ho detto mettiti alla cattedra. Questi, se stai in piedi, ti vengono dietro”
      Mi siedo alla cattedra e dio che figata! Mi sono sentita molto la maestrina dalla penna rossa!
      Guardo la classe e mi accorgo che ognuno si fa i cazzi propri: c'è chi si scaccola, chi è in ginocchio sulla sedia in bilico come un numero da circo, chi passeggia indisturbato che manco in Corso Italia, chi si improvvisa lanciatore del peso con l'astuccio del compagno, chi si regge la patta dei pantaloni chiedendo non solo di andare in bagno ma anche pietà e chi sta facendo col gessetto la sagoma del compagno sul pavimento in perfetto stile Scena del Crimine. L'ho amati. Da subito.
      Dopo aver cercato di attirare la loro attenzione lanciando bombe a mano, finalmente possiamo iniziare a lavorare sul racconto. Ovviamente hanno scelto il genere più difficile da costruire: il giallo. D'altronde sti bambini oltre a Peppa Pig sono bombardati da signore in giallo e don mattei, e quindi cosa ti devi aspettare? Leggo loro l'incipit (già incasinato di suo) li lascio pensare, poi raccolgo le loro idee per farne un unico pezzo. Riuscire a ingoiare una spada infuocata, per me, sarebbe stato più facile.
      Alzano la mano a turno.
      “Dimmi.”
      “Allora, c'è il delitto, no? Poi arriva un robot...”
      Lo fermo “Un robot? Si svolge in una casa nel bosco, e l'incipit fa capire che non è una storia fantascientifica.”
      “Ah.”
      “Comunque vai avanti, vediamo dove ti porta la fantasia.”
      “Sì, allora... dopo che hanno scoperto il morto, arriva un robot..” Vede il mio sopracciglio alzato e rettifica “...Un robot che abita nel bosco.”
      “Ok, vai avanti.” Gli sorrido per incoraggiarlo.
      Riporto testuali parole:
      “Insomma c'è questo robot che fa paura e nessuno riesce a catturarlo!Fa una strage e c'è tutto il sangue e combatte con la sua voce robotica 'IO SONO UN ROBOT CATTIVOOOO'!! E anche la polizia ha paura perché è alto due metri e poi perché spara missili e ammazza tutti!”
      “Spara missili? Deve essere un racconto veritiero, ricordi l'incipit?”
      “Okay, allora spara polpette.”
      Mi son cappottata sulla sedia. E niente, lui il robot ce lo voleva. Non è stato possibile farcelo realmente incastrare un robot in questa storia però per il concorso abbiamo scelto un suo disegno, perché era uno dei più colorati e ad effetto. Secondo me se lo si osserva per più di due minuti appare veramente un robot che spara missili in 3D.
      Poi è stata la volta del vero giallista. Un bimbo che mi avrebbe fatto comodo averlo accanto  nella stesura di Chiudi gli occhi, perché ha avuto delle idee non solo geniali, ma molto molto logiche e mature. Sono rimasta colpita. Ha esposto la sua teoria e sinceramente c'è sembrata la meglio. I compagni, per niente gelosi, lo hanno supportato e hanno accolto questa pseudo trama con molto entusiasmo, anche se ha smontato con un'arguzia e una lucidità degna di Poirot le varie ipotesi degli altri bambini. In parole povere, i suoi ragionamenti non facevano una piega. Perfetti.
      “Bravo, sei un giallista nato, i miei complimenti!Leggi molti libri gialli?”
      “No, ho visto tutte le puntate di Castle.”
      Poi, in ordine sparso c'è stato:
      il disfattista: “A me mi sembra che non torni niente. Bah!Poi fate come vi pare, ma a me non mi garba. Se lo dite voi...mah!...”
      il pigro:
      “Senti oh! Io sono arrivato a scrivere fino a qui. Andate avanti voi che io per oggi ho fatto già abbastanza!Quando avete finito, m'avvertite.” Un ganzo.
      L' impressionabile:
      “Possiamo fare che il morto non è morto e che invece fa finta e che il sangue in verità è succo di pomodoro, e che poi finisce che era uno scherzo?”
      Il confuso:
      “Senti, Lucia...”
      “Lucia? Mi chiamo Simona, ricordi?”
      “Ah sì, Simona.”
      Dopo cinque minuti “Lucia?”
      “Simona”
      “Sì, Simona...”
      Dopo tre minuti “Lucia?”
      “Dimmi, topo.”
      È rimasto interdetto “Ma non ti chiami Simona?”
      “Volevo vedè se stavi attento.”
      C'è chi mi ha chiamato 897 volte Maestra (la forza dell'abitudine), chi mi ha chiesto generando dieci secondi di terrore “Ma te a chi la dai?” (riferendosi alla mia storia una volta finita.) C'è chi mi ha detto “Ah, e quindi te sei una scrittrice. Quindi lavori in libreria (???). Bene, se mi dici quale così poi io vengo e mi fai lo sconto.”
      Chi mi ha detto:
      “Somigli alla mi'nonna”
      chi: “Anche la mia baby sitter si chiama Simona ma è più giovane di te”
      e chi “Hai una figliola di quattordici anni? Me la fai conoscere?”
      Verso la fine della lezione si è avvicinato il bambino del robot “Senti Simona, io c'ho ripensato. Lui in verità (indovinate il soggetto? Bravi) non ammazza tutti sparando polpette ma ha una maschera che con gli impulsi del suo cervello fa esplodere le cose. E poi....e poi...lui ha dei guanti speciali che se ti stringe la mano muori!!”
      “Mmh...la storia ormai è terminata, ma credo che farò tesoro delle tue parole, magari per il mio prossimo libro, va bene?”
      Lui mi guarda e poi, la svolta.
      “Anche io sto scrivendo un libro!”
      “Ma dai?! Fantastico! Di cosa parla? Aspè, fammi indovinare...un robot!”
      “Sì!”
      Se fosse cresciuto a Goldrake e Mazzinga non oso immaginare dove sarebbe arrivato:“Dimmi a grandi linee la trama, via!”
      “Allora c'è questo robot che è malvagio e va dentro casa e sale in camera sua fino all'ottantesimo piano...”
      “Ottantesimo piano? Allora non è una casa, è un grattacielo.”
      Mi guarda dubbioso rendendosi conto dell'incongruenza, poi sentenzia convinto “In realtà è un albergo.”
      “Bene, vai avanti che si fa interessante.”
      “Va in cima e trova un computer dove ci sono dati importanti sulla distruzione del mondo. E lui deve combattere e allora prende l'ascensore ma ci trova tutto il sangue e le braccia morte e una gamba tagliata e le teste mozzate e allora poi va in un ufficio e scopre il computer del nemico e un succo di frutta e poi lo beve che così gli dà forza e spara missili a tutta randa e muoiono tutti!!”
      “Mmh...interessante. Potrei intanto leggerne un pezzettino, magari?”
      “E no. Non puoi.”
      “E perché? Non hai detto che l'hai scritto?”
      “Sì, ma l'ho scritto nella mia testa.”
      Semplicemente fantastico.
      Sono stati due giorni meravigliosi dove davvero ho bevuto le loro storie e mi sono nutrita dei loro pensieri strambi, folli ma appunto per questo bellissimi.
      Una bambina, pronta già con lo zainetto in spalla, mi ha detto tutta triste “Ma ora non torni più?”
      “No, mi sa di no, la storia è finita. Mi dispiace.”
      Lei, coccolina, per tutta risposta ha abbassato la testa, l'ha infilata sotto il mio braccio e si è lasciata accarezzare la testa fino a che non è suonata la campanella.
      Non si vincerà il concorso, ma quello che mi hanno regalato in questi due giorni, vale più di un primo premio.



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