Ci dirigiamo a Craco, la città fantasma.
Chiediamo al navigatore di trovarci un punto di ristoro, un locale dove prendere magari dei panini da portarci dietro. La prima scelta ci dirotta verso un paesino di cinquecento anime e poco più, dove si trova un alimentari sulla strada.
Non c'è nessuno, né in strada, né intorno. Il negozio sembra chiuso. Mi chiedo se non abbia sbagliato il navigatore e attraverso quella landa desolata accecata dal sole.
Invece è aperto.
È impostato come un piccolo supermercato; c'è di tutto, nonostante gli scaffali non siano proprio pieni.
In fondo, al banco, un operaio si sta facendo servire, mentre una signora dell'età di mia madre spunta in silenzio da uno scaffale.
Davanti al banco hanno allestito delle panche e dei tavoloni rivestiti da delle tovaglie di plastica colorate e dozzinali. Lì vicino è piazzato un ventilatore che ronza incessantemente.
La voce di uno speaker radiofonico si diffonde nelle casse, con voce allegra annuncia la hit del momento.
Tutto questo, il tavolo, le panche, il ventilatore, la musica, mi suggerisce un generoso servizio per i viandanti, per i turisti capitati lì, spinti dalla curiosità di visitare 'il paese che non c'è più', per chi vuole fare una pausa, per gli operai in cerca di cibo e refrigerio.
La donna dietro il banco mi sorride con gentilezza dandomi il buongiorno. Si chiama Anna. Ha un caschetto di capelli neri composti e mani veloci. Non è giovanissima, ma la stanchezza che le vedo dipinta sul viso magro, le regala sicuramente qualche anno in più.
Serve l'uomo e poi la donna, facendo la spola tra il banco e la cassa che si trova lontanissima, come in un supermercato, infatti. Ogni volta che torna al suo posto, come una formichina laboriosa, si lava diligentemente le mani e si piazza di nuovo dietro il banco.
Rimaniamo sole.
Ridendo le dico che così facendo si mantiene in forma. Tutto quell'andirivieni tra banco e cassa, sfinirebbe anche una persona più giovane.
Lei abbozza un sorriso amaro e mi dice: "Sono sola."
Non le rispondo, è evidente.
Lei mi chiede da dove arrivo, e mi consiglia della focaccia farcita che io avevo già adocchiato. Mentre me la incarta mi spiega la lavorazione, gli ingredienti scelti. Mi elenca i prodotti della sua terra, che sanno di sole e tradizione. Nelle sue parole una passione e una fierezza che le fanno, anche se per poco, illuminare gli occhi.
E poi si abbatte un po'.
Mi racconta che non si può permettere dei dipendenti, che tira avanti stringendo i denti e macinando chilometri su e giù per il negozio, per non far morire la sua attività, che mi confida. "È qui da cinquant'anni."
Mi racconta delle difficoltà, della fatica, ma non molla.
Non molla.
"È il mio negozio. La mia vita."
Mi guardo intorno, dove spiccano prodotti tipici del territorio, fatti con cura e dedizione antica. Non solo non molla, ma non si piega al commercio facile, proponendo a chi entra nel suo locale prodotti della sua terra.
"È molto bello," le dico sincera.
Lei abbozza un sorriso, di quelli che una mamma rivolge a un figlio che ha appena fatto una marachella innocente.
'Non è bello', sembra voglia dirmi, 'ma è tutto quello che ho.'
Oltre ai panini acquisto anche della pasta tipica locale.
Lei sembra contenta e mi precede a passi svelti alla cassa dove batte oggetto per oggetto specificando le voci, quasi volesse farmi capire che i prezzi sono buoni, anche se sa che lì, probabilmente, non tornerò più.
Dopo avermi diligentemente preparato la busta, mi augura buon viaggio. Io le rispondo 'buon lavoro'.
Mi sorride gentile e la sua espressione recita un 'speriamo' in silenzio.
Esco ed è ancora più deserto di prima. Nessuno all'orizzonte, nessuna macchina, nessun viandante. Il prossimo cliente, forse, tra un'ora. Forse dei turisti mandati lì dal navigatore, forse un operaio di un cantiere vicino.
Con il profumo della focaccia ai pomodorini che si diffonde nell'auto, ci dirigiamo a visitare la città fantasma, dove pare che non ci sia più vita.
Forse è vero.
La vita è tutta lì, in quel piccolo supermercato, nelle mani e nel cuore della signora Anna.

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Sto per entrare in un negozio in cui vado abbastanza spesso, tanto da conoscere i nomi di alcune commesse e salutarle al di fuori dell'attività. Sulla porta, intento a chiacchierare con un uomo, ci trovo un signore anziano talmente somigliante a una di loro che deduco sia il padre.
Lui entra dopo di me e la mia sensazione si rivela vincente perché la sento esclamare: "Babbo! Che ci fai qui?!"
Lui borbotta qualcosa che non riesco a capire, sembra quasi scusarsi per l'improvvisata.
Lei continua premurosa: "Non dovevi uscire, fa freddo, è troppo presto..." poi si scusa con una cliente perché sta trascurando lei per parlare col suo babbo. Gli dice di aspettare e lui si mette le mani in tasca e si guarda intorno. Io come una guardona lo osservo da lontano e mi pare sereno e non fuori luogo.
Faccio il mio acquisto e sto per uscire quando lei, dopo avergli fatto quelle che a me sembrano raccomandazioni, mi precede. Ci fermiamo tutte e due sulla porta, lui è già fuori.
"È il suo babbo?" chiedo facendo finta di non aver sentito. "Vi somigliate tantissimo."
Lei sorride e mi mette una mano sulla spalla. "Sì."
Anche lui mi sorride e conferma "È la mia figliola", poi bofonchia qualcosa che non afferro. Forse una battuta.
Lei mi tira quasi indietro "Abbi pazienza, è anziano e non ci sta tanto con la testa..."
"Figurati..." le dico riconoscendo in quell'espressione tanto amore quanto sgomento.
Lo raggiungo mentre lei gli dice "Mi raccomando babbo, non me lo perdere il cappello, è un regalo!"
Mi accorgo solo in quel momento che lui nel frattempo si è infilato un berretto di lana. Lo tasta con le mani e mi domanda:
"Ma non è da donna 'sto cappello?"
"Ehm..." tergiverso non sapendo bene che dire, perché è chiaramente da donna. Bordeaux con un pon-pon enorme di pelo come vanno di moda adesso.
Decido per una mezza verità: "Sì. Me la sta bene. Le dà carattere!"
L'anziano si guarda intorno come se temesse il giudizio degli altri, ma ha lo sguardo divertito come se aspettasse una nostra risata dopo una sua barzelletta.
Io insisto ridendo "Giuro! È bellissimo e alla moda!"
Lui tasta ancora il pon-pon per niente convinto e mi fa "Mah...!"
Lei è ancora sulla soglia, la premura le impedisce di chiudere la porta e entrare dentro. "Mi raccomando" gli fa ancora, "non te lo togliere che è freddo!"
In verità non è freddo, è una bellissima giornata di sole, ma credo che lui sia convalescente da un'influenza visto che con mani tremanti armeggia coi fazzoletti intorno al suo naso.
Lo saluta, lui ricambia e si incammina e io, come sempre, intervengo di slancio, di pancia. "Aspetti!" faccio a tutti e due. "È a piedi? Vuole che la accompagni da qualche parte? Ho la macchina proprio qui."
Si bloccano. Mi guardano. Lei quasi mi fa l'inchino per la gentilezza appena espressa e mi dice molte volte grazie, poi lo indica col mento e mi dice "No, tanto sta qui vicino. Grazie."
Lui quasi sormonta le sue parole con "Grazie no, vado un po' qui al bar. Piano piano." Intanto il pon-pon sulla testa oscilla a ogni suo movimento. È tremendamente buffo.
Lei rientra, chiamata forse da una cliente. Io apro lo sportello della macchina e lo congedo con "Via, faccia a modino!"
Lui si asciuga di nuovo il naso e mi confida "Avevo la macchina, sa? Andavo dove mi pareva, ero più libero. Ora la mia figliola non vuole che la prenda, ha paura che mi succeda qualcosa e mi tocca andare a piedi..." Incassa un po' le spalle, come quelli che certe scelte le subiscono. Inermi. Arresi.
"Ma sa che c'è?" comincio io cercando di risollevarlo "Secondo me è meglio! Guardi che bella giornata di sole. Così fa una passeggiatina, sgranchisce un po' le gambe... le fa bene, sa?"
"Eh sì" mi risponde lui, ma non mi pare tanto convinto.
Si incammina un po' claudicante sul marciapiede, intabarrato nonostante la giornata mite, in un giubbotto imbottito e quel buffo cappello da donna. Nonostante svolti l'angolo, lontano da lei e dalle sue eccessive premure, non se lo toglie. Questo pon-pon pelosissimo continua a oscillare a ogni suo passo incerto, e mi chiedo quante persone, vedendolo, pensino quanto sia pazzo, ridicolo, assurdo, risibile, grottesco, un anziano con quel cappello. Chissà che risate. Chissà che scherno. Chissà quanti 'Ma ndo va vestito così?', senza sapere che lui sta solo indossando quel cappello per far felice la figlia.
E che lei ha preferito sfidare il facile giudizio, gli sfottò di quelli del bar, pur di proteggere chi ama da una fresca mattina di gennaio.
L'amore, a volte, ha le sembianze di un berretto di lana coi pon-pon.

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Ieri sera abbiamo avuto la bellissima e malsana idea di andare da mia madre a prendere il videoregistratore. Oggetto vintage che puoi trovare ancora nelle case delle persone dell'età dei miei. Tutto questo perché abbiamo ritrovato vecchie cassette e cassettine degli eventi più importanti della nostra vita.
Il nostro percorso, visto lì, in tv, è partito con le risate ed è finito in lacrime.
È stata una visione che mi ha devastata psicologicamente. C'erano tutti.
Ora non ci sono più.
Mentre nelle foto riesco a reggere il loro ricordo, vederli ridere, scherzare, sentire di nuovo le loro voci, mi ha sconvolta.
Non sono pronta e forse non lo sarò mai.
Mi sono commossa a rivedere Alice a un anno, la confronto con quello che è diventata adesso e non avrei mai immaginato fosse così. Nei video riprendo sempre io mentre Andrea gioca con lei buttandola per aria o facendole il solletico come nel più classico degli spot.
Poi ci sono io durante una partita di pallavolo: gesti forti, sicuri, una determinazione da fare spavento, una forza fisica insospettabile.
"Eri una iena, mamma, guarda che grinta" mi ha detto Alice riconoscendomi.
Sì, lo ero. Forse adesso mi sono rammollita.
E poi i nostri viaggi, a 20 anni, dove mi sono rivista con i capelli più corti, l'apparecchio ai denti, e sentita dire le solite battute. In una scena rido alla cinepresa spostando i capelli. Ho visto Alice. A 20 anni ero Alice di adesso.
La somiglianza me l'ero persa, pensavo fosse diversa, invece una vecchia cassetta mi ricorda che i geni non sono un'opinione.
C'è Andrea, alto e allampanato, magro e coi capelli neri. Le smorfie sono le stesse tanto da far esclamare nostra figlia "Babbo, ma hai le stesse espressioni!". Il filmato mi riprende spesso di nascosto, lui non mi avvertiva mai, riprendeva in silenzio e me ne accorgevo troppo tardi.
Poi il nostro matrimonio. Mio zio che riprende tutto e tutti: mamma vestita di verde, un abito cucito su misura da lei stessa, babbo commosso che si confronta con lei, la zia bellissima che ha suscitato qualche sguardo lusinghiero, mio fratello che scherza col prete, gli amici di allora persi per strada a pezzetti perché la vita va così; io al tavolo con nonno e nonna. Nonno mi dice qualcosa con allegria, io rido mentre addento qualcosa. Mi faceva sempre ridere con battute sciocche.
Nonna invece ha l'espressione del gatto che ha appena mangiato il topo: compiaciuta. Sorride sorniona, la sua unica nipote si è sposata. E lei è lì, ne ha passate tante ma è lì tutta imbellettata.
Poi c'è lui, che ride balla e scherza; quel giorno in cui tutto questo non gli basterà più, sarà lontano. Sembra impossibile immaginarlo compiere quel gesto a vederlo in questo video.
Tutto questo è ripreso da una persona, una persona che ha preferito stare dietro la cinepresa a riprendere uno dei giorni più importanti della mia vita e ora non posso nemmeno più dirgli: "Hai fatto un ottimo lavoro quel giorno". Perché è tardi. E per lui è stato troppo presto.
C'è una cosa che ha immortalato: all'uscita dalla chiesa, al violento lancio del riso, Andrea mi calò sul viso il velo da sposa. Un gesto di protezione che alla prima occhiata non avevo colto. Ho premuto Rewind. Mi lascia godere dei primi chicchi festosi, poi parandosi davanti a me, me lo tira giù con delicatezza. Tiro un sospiro di sollievo. Aspettiamo che la pioggia bianca finisca con un applauso, poi me lo alza di nuovo e mi abbraccia.
Mi hanno protetta in tanti quel giorno. C'è chi continua ancora a farlo qui accanto a me e chi da lassù.
Le mie, quelle di oggi, sono lacrime di gioia, di dolore, di mancanza, di impotenza, ma alla fine di grande amore. Per la vita.
Per la famiglia.

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"E ora dove vai?”
Guardo Luca e sospiro “A casa.”
“E mi lasci qui. Come sempre.”
Fisso i suoi occhi scuri, contornati da delle ciglia lunghissime e penso che siano il sogno di ogni donna. “Sì, come sempre.”
“Perché non rimani un altro po'?”
“Lo sai che non posso”, rispondo di schiena buttando la roba nel borsone.
Lui mi cinge la vita da dietro e mi attacca le sue mani sui fianchi. “Ti prego.”
Mi stringe; un abbraccio disperato che mi riserva a ogni nostro appuntamento. Un abbraccio struggente carico di richieste.
Mi volto, gli prendo il viso tra le mani e lo bacio. “Questo te lo devi far bastare fino a lunedì.”
“Perché non rimani? Dai!”
“T'ho detto che non posso! Basta adesso, non far finta di non capire.”
“Ma che vai a fare a casa?”
“A casa ho Andrea che mi aspetta.”
Lui socchiude gli occhi con fare minaccioso, inclina la testa di lato e si pianta i pugni chiusi sui fianchi.
“No, te adesso non ci vai! Te stai qui!”
“Ma figurati! Dai, fammi passare.”
“No. Voglio stare con te. Ora. E anche domani. E lunedì, e martedì. Sempre.”
Non ce la faccio più. Mi accascio sulla panca, sfinita. Ogni volta è una lotta, un addio doloroso, una guerra, una pace. E lui ogni volta è sempre più determinato e lasciarlo è sempre più difficile.
Lo fisso attraverso i vapori e il caldo di questo spogliatoio che mi fa afflosciare i capelli, mentre lui sa di bagnoschiuma al borotalco. Ora mi è davanti, allunga una mano e comincia a toccarmi i capelli, li prende in mano con una delicatezza infinita, e mi guarda con un amore innaturale.
“Stai con me, ti prego. Non lasciarmi.”
La sua mano scivola sul mio viso, fa un passo incerto e alla fine si tuffa nel mio collo.
Sento il suo respiro nelle mie pieghe, mi circonda le spalle con le braccia e mi avvinghia con tutto il suo corpo.
Luca ha 5 anni e tiene molto a me. Non so se è innamorato, ma è qualcosa che somiglia molto a questa definizione adulta.
Da quando gli ho rivolto la parola, due mesi fa, il dopo-piscina diventa un addio da telenovela brasiliana.
Lo sento urlare negli spogliatoi con sua madre: “Facciamo presto, voglio andare da Simona!” e una volta uscito si avvinghia. Mi viene in braccio, mi bacia, mi accarezza e vuole che salga nella sua nuova auto spaziale che non è altro che la panca gialla messa di traverso.
E ogni volta è un doloroso addio. Non gliene frega niente che io abbia una figlia da accompagnare a casa, un marito e chissà che cosa, potrei dirgli anche che in salotto tengo un gorilla. La sua richiesta è sempre la stessa: “Portami con te” o “Stai qui.”
E io mi ci sfinisco. Se sono troppo dolce lui se ne approfitta, se sono decisa lui ci rimane male, si arrabbia e mi stringe ancora di più dicendo: “Lo vedi? Ora mi lasci solo.” E sua madre è a mezzo metro di distanza che mi mima ridendo: “Scaraventalo pure”.
L'altra sera è scappato dallo spogliatoio e me lo son visto apparire sulle scale.
“Dove stai andando?”
“Da te”, e mi ha preso la mano. “Andiamo.”
“Ma andiamo dove? Io vado a casa!”
“E allora? Vengo anch'io!”
“Ma non puoi venire, tesoro.”
“Perché no?”
“Be', perché la tua mamma, per esempio, piangerebbe tanto poverina.”
“Sì, ma poi le passa.”
“Ma non posso portarti a casa mia. Via, Luca, torna giù, dài. Senti che ti chiama la mamma.”
“No! Voglio stare con te!”
L'ho dovuto prendere in braccio e riportare giù. Ha strillato, ha pianto, ha fatto una scena dove i “Non mi lasciare!” e i “Voglio te!” si sprecavano.
Alla fine una porta a vetri smerigliata ci ha diviso.
Ero a pezzi.
E sulle scale mi son ricordata di quando tre giorni prima son salita sulla sua auto spaziale e mi ha detto di allacciarmi bene la cintura di sicurezza.
“Ah, okay. Dove andiamo?” ho domandato.
Lui si è girato, mi ha guardato con dolcezza e col suo sorriso smagliante mi ha sussurrato:
“Tieniti stretta. Ti porto a cena a Parigi.”