venerdì 16 settembre 2016

Viaggio in USA. Il Maine (parte 1)



Quando si nomina il Maine, il più delle volte viene citata quella donnina curiosa che risolve i misteri che risponde al nome di Jessica Fletcher. La conoscete, no? Cabot Cove...la casa di legno...eh, peccato che sì, la serie è ambientata nel Maine ma in realtà è girata in California. Questo per dirvi che Jessica Fletcher non l'ho vista ma il Maine me lo sono goduto eccome, per una serie di motivi. Il principale è che mi ha ispirato tantissimo. Ma tantissimo. Quando abbiamo pianificato questa tappa avevo già in mente la trama del prossimo romanzo e mi serviva giust'appunto un luogo, delle atmosfere, che mi facessero mettere i puntini sulle i, che mi aggiustassero il tiro su determinate scene che avevo in mente e devo dire che il Maine ha soddisfatto appieno questa mia personale e stravagante richiesta. Quindi a me ha affascinato tantissimo nonostante, a livello di interesse, non sia tra gli stati più accattivanti. 
Se vuoi tante attrazioni, grandi città e molta 'vita' il Maine non fa per te.
Se invece vuoi tranquillità, natura e adori circondarti del niente (come dico io) tornerai rigenerato.
Il Maine offre coste selvagge e paesaggi prevalentemente montani, dove il legno in ogni sua forma, (che siano abitazioni o oggetti per la casa), la fa da padrone. La vicinanza con il Canada si sente fortemente, sia lungo le strade costeggiate da abeti, sia per la fauna presente (alci ne abbiamo?)


Questo connubio tra mare e monti a me piace tantissimo perché offre molta variabilità. In un solo giorno puoi fare colazione respirando l'aria di mare, rilassarti in riva a un lago nel pomeriggio e cenare in un piccolo ristorante tutto di legno circondata da orsi e abeti.
Il Maine offre questo a chiunque abbia poche pretese se non quella di lasciarsi avvolgere dalla natura. Armati di binocolo potreste togliervi delle soddisfazioni e potreste ammirare da vicino un'aquila in volo o un alce mentre si gode la lentezza di un lago, o un cervo che si nasconde tra gli alberi o una puzzola dispettosa che vi impesta giusto un filino. E poi castori, volpi, coyote, linci, marmotte, porcospini e chi più ne ha più ne metta. Il paradiso degli animali per la gioia di grandi e piccini.
Una tappa fondamentale nel visitare il Maine è certamente l'Acadia National Park una vera e propria perla della costa orientale degli Stati Uniti.
Il punto più suggestivo  del parco è senz'altro  il Cadillac Mountain, il punto più alto della contea di Hancock. Da qui si gode una magnifica vista della baia e un senso di onnipotenza che non vi dico.






 Ovviamente in questo grande parco non mancano le spiagge e non ci siamo fatti sfuggire quella sulla via del ritorno, per un pranzo frugale e la prima 'abbronzatura' americana che ci ha lievemente strinato. Sì, perché l'aria del Maine è montana, quindi fresca e il sole lo senti ma non lo percepisci perché difficilmente sudi, quindi il rischio di scottature è alto. Inutile dire che è la temperatura perfetta per il mare ma meno per l'acqua perché qui è veramente fredda.



 Alcune spiagge sono selvagge, frastagliate, disordinate,  in balia dei venti e delle alghe ed è lì secondo me la vera bellezza. L'uomo non tocca e lascia che sia la natura a plasmare la costa con i suoi detriti e i suoi umori. Altre invece (sulle coste degli Stati Uniti)  sono private, ugualmente accessibili e belle, ma si perde un po' quel senso di libertà che il mare spesso offre (ma non è il caso di quelle vi mostro qua)










Un altro luogo che merita certamente una visita è il Lago di Jordan Pond, sempre facente parte dell'Acadia National Park.
L'aria che si respira qui è certamente rilassante e incontaminata. L'acqua del lago, limpida e trasparente, inviterebbe a un bagno ma è severamente vietato perché l'acqua è...potabile. Arriva fino in paese per svariati usi ed come un'opera d'arte: guardare ma non toccare.





  Il lago è circondato da  un percorso che si può tranquillamente fare in compagnia di animali del bosco (aridaje), 'na roba che pure Biancaneve sarebbe invidiosa di voi.





Certamente dopo una camminata c'è bisogno di un po' di cibo e potete gustare dei Popover (dolcetti tipo muffin da gustare con dell'ottimo tè) nel bistrot vicino al lago. Nonostante non ami molto la contaminazione di luoghi naturali con bar, caffetterie e roba varia, devo dire che il posto non solo è piacevole e silenzioso nel rispetto di dove ci troviamo, ma davvero potreste provare una ricetta tradizionale gustata in uno dei luoghi più incantevoli del Maine. Quindi sì, il Popover s'ha da fare.


 Un'altra chicca del Maine sono le piccole città sul mare. Sono semplicemente in-can-te-vo-li.
Sicuramente da citare Bar Harbor e Camden.
La prima è una graziosa cittadina che si gira davvero in pochissimo tempo: sembra un villaggino dei Lego. Nonostante sia costellata da piccoli negozi graziosi con una chiara impronta turistica, Bar Harbor è piacevole e solare e ci si può tranquillamente immergere nella vita marinara che questo tipo di luoghi comporta.



Camden, invece, è ancora più bella. Località anche questa piccola, ma c'è l'essenziale per trascorrere qualche ora spensierata tra i negozi, il porticciolo, locali sul molo e...matrimoni. Sì, perché siamo stati spettatori di un matrimonio celebrato all'aperto. (Quanto me piace 'sta cosa! ndr)

Camden, per gli appassionati di vela, è una vera chicca. Si trova nella Penobscot Bay, alla base delle colline del Camden Hills State Park.





   La vita che si respira qui non è quella del classico porto che sa di pesce, ma piuttosto sembra quasi un set cinematografico da quanto è perfetto, limpido, lineare e curato.




 




  A Camden si possono trovare librerie con sale da tè (come 'il Gufo e la Tartaruga'), chiesette di legno bianche, case con delle verande in legno così belle da sembrare finte, negozi di artigianato locale e tante, tantissime lobster (aragosta) in tutte le salse.
Questa cosa la dovevo dire all'inizio, forse. Il Maine è la patria dell'aragosta. Se il nostro detto è 'Non dire gatto se non l'hai nel sacco', qui probabilmente si usa dire 'Non dire Aragosta se non sei nel Maine'. Vi viene presentata cotta, cruda, nel panino, come contorno, sul diario della scuola, come peluche, come cerchietto per capelli, come attaccapanni e pure nella dentiera della nonna. Ricordate Bubba coi gamberetti? Eh, fate conto la stessa cosa. Gli dedicano festival, sagre, feste paesane, libri, quadri, poster e tutto ciò che vi viene in mente. Gli abitanti del Maine ne vanno molto fieri e la prima cosa che probabilmente vi viene offerta in quanto ospiti è un panino all'aragosta. A differenza dell'Italia, dove l'aragosta viene considerata un piatto prelibato e costoso, nel Maine è un piatto comune e la si può trovare anche lungo le strade ficcata in un panino.




Se ve lo state domandando la risposta è sì: il cerchietto della signora stavo per comprarlo, è che non l'ho trovato.

(to be continued)

martedì 6 settembre 2016

IO PRIMA DI TE (Noi prima di Sam Claflin)



foto: bloggan.com

Interrompo solo un attimo il mio diario di bordo del viaggio in America per parlarvi del film IO PRIMA DI TE, perché ritengo che la vista di Sam Claflin a petto nudo a circa metà del film sia qualcosa da far sapere al popolo femminile. E io che vi voglio bene devo esortarvi ad andare al cinema anche solo per quello.
Dicevamo: Io prima di te. Vi avverto, può essere che spoileri qualcosa, quindi se avete letto il libro niente di nuovo, ma se siete digiune da libro e film, ecco...insomma io vi ho avvertito.
Iniziamo col dire che dopo aver consigliato il libro a chiunque mi capitasse a tiro dovevo per forza vedere il film e non mi ha deluso. Ero talmente entusiasta che ho reclutato gente fino alla fine e se all'inizio eravamo in due a ballare l'Alligalli, alla fine eravamo in otto a ballare l'Alligalli (manco avessi un pulmino.)
In effetti il mio entusiasmo mi ha fatto cannare i posti in auto e a un certo punto per il ritorno mi avanzava una ragazzina e sono stata lì lì per caricarla sul cofano o piegarla a valigia come un origami e ficcarla in bauliera.
Comunque.
Arriviamo al cinema in netto anticipo armate di 47 pacchi di fazzolettini, un rotolone regina e tre di carta igienica, due scatole di salviette, un pacco doppio di tovagliolini di carta e un'avvertimento da parte mia: “La prima che si azzarda a fare una battuta sul mio stato psicofisico a fine film, prima la prendo a sprangate poi la getto dall'auto in corsa, intesi?”
Ma a vedere come ci siamo destreggiate coi numeri delle poltroncine è già tanto se riuscivamo a trovare l'uscita. Eravamo in 8, il cinema era ancora vuoto, i numeri andavano dal 6 al 13 della fila I e non siamo state in grado di sedersi non prima di venti minuti tra conteggi, calcolatrice, calcolo delle probabilità e il gioco Indovina che numero ho.
“Io ho il 7”
“Io ho il 10 ma voglio stare accanto a te. Aspè che cambio posto. Chi vuole il 7?”
“A quanto lo vendi? Ti posso dare il 12 ma io voglio l'8”
“L'8 ce l'ho io, ma manca il 6.”
“Il 6 ce l'ho io ma non torna perché sono in fondo alla fila. Scorrete di un posto a destra.”
“No, aspè, tutte a sinistra, sulla poltroncina c'è scritto cinque. Chi ha il 5?”
“Non c'è il 5. Partiamo dal 6, mi pare? Chi ha il 6?”
“Io ma sono al posto sbagliato perché tizia ha fatto cambio con Caia, e Sempronia invece di essere in cima è in fondo ma siamo 8 non ci possiamo sbagliare. Allora: la fila del cinema è composta da 20 poltroncine partendo da A fino alla R, noi abbiamo dal 6 al 13...quindi 6x6...36, diviso 8 col resto di due...sotto il ponte di Baracca c'è Pierin che fa la cacca....ambarabà ciccì e coccò 8 deficienti sul comò...riporto il nove, scorporo l'Iva, meno il 20% ...ci siamo! Mettetevi un po' ndo cazzo ve pare che se penso che vi ho convinte io mi prendo a martellate le rotule.”
Alla fine abbiamo scoperto che il 6 non era il 6 ma il 9. Non solo siamo deficienti ma insistiamo anche a dire “La signorina del cinema ci ha assegnato lo stesso posto! Ci sono due 9!” Sì, peccato che uno era della fila dietro.
Potete ben capire che se la serata è iniziata così non poteva che finire in lacrime.
La trama la sapete: è un (libro) film drammatico, ma a tratti molto ironico. L'attrice che interpreta Louisa è magnifica, favolosa, regge il film da sola. Personaggio sopra le righe e scaturisce simpatia già dalla prima scena.
Sam Claflin nei panni di Will Traynor è gnocco. Punto.
Il film si apre con una scena di Will a letto e già partono i primi sospiri, poi lui si affaccia dal bagno a petto nudo e dice “Alla cena ci penso io”. Ovvio che la frase mi è stata riportata perché ero in prenda alla sindrome di Stendhal. Poi lui esce di casa con un completo scuro e tu dici “Eh be', però siete scorretti.” Fa due passi sotto la pioggia battente e i capelli gli si inzuppano di pioggia mentre i suoi lineamenti si fanno più marcati e mentre le ovaie delle presenti si imbizzarriscono ecco che me lo investono. Ma porca paletta. Mai una gioia veramente.
Il film si riapre con le vicissitudini di Louisa che si veste come me quando ho la congiuntivite e non vedo un cazzo nell'armadio, e della sua difficoltà nel trovare un lavoro. Qualcuno può pensare “Se continui a vestirti di merda, manco in un'altra vita lo trovi,” ma alla fine quello dell'ufficio di collocamento (che temo sia Cristicchi) le trova questo impiego: badare a Will Traynor. All'inizio lei pensa che 'brutto lavoro' poi invece ci ripensa e dice “Be', apperò, poteva andarmi peggio. Tipo che poteva assomigliare a Marzullo.”
Louisa parte con una serie di gaffe e figure di merda che ce la fa sentire subito amica, una di noi. Tranne per le cipolle in testa alla Principessa Leila, che io mi son rifiutata di farmi fare persino per il carnevale di Viareggio nell'82.
Will, invece, lo troviamo magro, con la barba e capelli lunghi. L'amicizia e la vicinanza di Louisa però fa sì che dopo pochi fotogrammi e una ripulita passi da Spaventapasseri a Schiantapassere.
Ritroviamo un Will bellissimo, con un sorriso disarmante e con un'alzata di sopracciglio che sposta i monti, ti fa pure uscire dalla menopausa e se sei troppo vicina allo schermo rimani pure incinta.
Sam Claflin riesce a essere maschio, virile, attraente e macho solo parlando e quell'altro inetto di Christian Grey che, pur dimenandosi come un'anguilla e facendo giochi erotici, l'unica cosa che mi smuove è l'intestino. Manco quando cita Cenerentola “Io scopo forte” mi fa effetto. Ma comprati il Folletto, deficiente.
Comunque. Se già il nostro Sam ci smuove l'ormone così, a un certo punto del film ci fa vedere com'era prima dell'incidente. Tipo quando faceva i tuffi dalla scogliera quasi ignudo, come sciatore (che se avessi avuto un maestro di sci così, a quest'ora ero una campionessa mondiale), sci d'acqua e altre attività da uomo duro e coraggioso se mai ci fosse stato bisogno di rimarcare che è un gran pezzo di manzo. E lì qualcuna ha rischiato di accoppiarsi pure con la sediolina o l'omino dei pop corn. Son partiti dei sospiri che hanno spettinato quelli davanti e qualcuna si è portata pure una mano al cuore in prenda all'angina pectoris.
E niente, lo sappiamo come va a finire. La nostra stupenda Louisa gnaàfa' a convincerlo.
Io ho iniziato a commuovermi quasi all'inizio, al ballo con Louisa sulle sue ginocchia vedevo appannato, alla corsa in carrozzina avevo i singulti, alla straziante dichiarazione d'amore in riva al mare ho chiesto una vodka e alla fine mi ci è voluta una barella. Ero devastata.
Ho elargito fazzolettini come elargisco offese ai vigili urbani quando trovo traffico in città e sembrava che qualcuno ci avesse preso a schiaffi per ore: gonfie, paonazze, con il naso rosso come un semaforo e occhi pieni di lacrime.
“Smetti di piangere cretina, che sennò non smetto. Buhauhahhah!!”
“Sì, hai ragione smettiamo. Ecco, mi è passato...Buuahuahhaa!!”
“Io non sto piangendo per il film, è l'allergia. Buhuahhahah!! Ma perché è morto? Perchéééé?”
“Andiamo a ubriacarci, vi prego. Sono devastata. Buhuahahha!!”
“Basta! Cerchiamo di ricomporci. Ecco, così, asciugatevi gli occhi. No, ma la scena finale? Buhuhahhahah!!!”
Cioè, senza speranza.
E niente, quindi alla fine questo post è solo un tributo alla gnoccaggine di Claflin, alla bravura della Clarke e alle lacrime che abbiamo versato.
Se avete apprezzato il libro, il film non ve lo potete perdere. Molto fedele, non è stato stravolto, e ha una bella dose di ironia; cosa che ho apprezzato tantissimo (tanto da rimarcarla anche io con questo post) visto il tema centrale della storia.
Che Sam Claflin è uno gnocco da paura l'ho già detto?






mercoledì 31 agosto 2016

Viaggio in USA.Memoriale dell'11 settembre. Nessuno dovrebbe essere lì.


In ogni viaggio si vivono dei giorni speciali, particolari, e alcuni giorni lo sono più di altri.
Una delle cose che ricorderò con una stretta al cuore è il memoriale dell'11 settembre.
Io, che sono arrivata a scattare più di 1200 foto, davanti a questo monumento del dolore, sono stata incapace di mettere a fuoco e imprimere su pellicola quello che stavo vedendo, ma soprattutto vivendo.




Finché si è trattato di stare fuori, a ridosso delle vasche, con lo scrosciare dell'acqua a coprire i rumori del traffico e a proteggerci dall'inquietudine, la macchina ha fatto il suo lavoro.



Quello che mi aspettava sotto quelle vasche, invece, mi ha devastata.
Il National September 11 Memorial Museum è sotto terra, sotto proprio quelle vasche, nelle fondamenta della torre nord.  Un percorso evocativo ed estremamente emotivo, ci guida fin dai primi minuti di quella tragica mattina e anche se la maggior parte delle aree erano accessibili, fotograficamente parlando, non sono riuscita a scattare in modo convulso come faccio sempre. Avevo la sgradevole sensazione di mancare di rispetto, profanare un luogo così carico di dolore che già il solo visitarlo a mani giunte dietro la schiena, mi faceva sentire a disagio.
Le lettere dell'enorme scritta che campeggia una volta arrivati giù "Nessun giorno vi cancelli dalla memoria del tempo" sono state realizzate fondendo l'acciaio sottratto dalle macerie delle Torri Gemelle e le centinaia di mattonelle turchesi sono a ricordare l'azzurro del cielo sul quale svettavano.


Poco distante 'La scala dei sopravvissuti', un tratto di scala sottratto dalle macerie, che permise a moltissime persone di salvarsi da quell'orribile mattina.
Un'audioguida ci riporta nelle orecchie la testimonianza di chi quel giorno intraprese quelle scale tra fumo, devastazione e terrore, portando in salvo la propria vita.


È un percorso lungo, doloroso, disseminato da oggetti impolverati  personali delle vittime come fotografie dei figli, portafogli, fazzoletti, occhiali, scarpe, berretti, bigliettini personali, e perfino un pupazzo rosa di chi quel giorno ha perso la propria vita.
I mezzi di soccorso devastati e contorti, e i caschi ammaccati dei vigili del fuoco riposti nelle teche, sono a ricordarci del grande lavoro e dell'immenso coraggio dei pompieri e di tutti quelli che, pur rimettendoci la vita, hanno tratto in salvo decine di persone.


 Io non so spiegarlo a parole, per me è molto difficile. Vorrei potermi esprimere meglio, farvi arrivare tutta l'angoscia di ciò che ho visto e sentito e allo stesso tempo preservarvi e preservarmi da tutto questo, e aggrapparmi a un minimo di speranza, per un mondo migliore.
Ho ancora negli occhi  tante immagini  che mi  fanno tutt'ora trattenere il respiro: quasi 3.000 foto di volti sorridenti uno accanto all'altro, disseminati lungo il percorso dell'orrore. Sembra surreale che quella mamma, quel papà, quel figlio, quel nonno, ritratti in giorni felici e spensierati in un giorno qualsiasi, possano essere le vittime di una furia omicida così violenta. Quasi tremila vittime innocenti, spazzate via in pochi minuti. Tra loro chi si è gettato nel vuoto dal sessantesimo piano in fiamme, chi abbiamo sentito chiedere aiuto al telefono negli stralci riportati dai tg, chi piangendo ha detto "Moriro, vero? Morirò." Chi ha pregato che quell'inferno finisse, chi si è stretto  al cuore la foto del proprio figlio prima di finire sotto un ammasso di cemento.
Ho guardato con un groppo in gola i volantini dei familiari dei dispersi; alcuni con foto sbiadite, scritte convulse, fogli impolverati e stropicciati per essere stati invano troppo appesi.
Lettere e messaggi di cordoglio, cuori rossi disegnati coi tratti incerti dei bambini per il loro papà che non c'è più, il "Miss you, always" di una mamma alla propria figlia, l' "I love you" di una moglie ormai sola.
Non siamo preparati a questo dolore, perché in un mondo perfetto, non dovremmo esserlo.
Non siamo preparati a gestire l'impotenza e la rabbia, quella che ci assale quando leggiamo su un quaderno le conversazioni dei dirottatori e del terrore di chi era a bordo.
Di quelle pazze, fredde, folli menti che hanno cancellato dal mondo tremila persone e la vita di chi rimane non al loro fianco ma a piangerli davanti a una foto.
Ho chiuso il quaderno serrando le mascelle quasi in preda al vomito e ho detto ad Alice di non leggerle, per preservarla scioccamente, da quell'atrocità che perfora lo stomaco e avvelena la nostra esistenza.
Nessuno dovrebbe leggere e vedere tutto ciò.
Nessuno dovrebbe essere lì.




lunedì 29 agosto 2016

Viaggio in USA. Prima volta a New York: casino ne abbiamo?

New York è affascinante, e su questo non ci piove. Invece il giorno che decidiamo di andarci, piove. Decidiamo, armati di ombrellini, di proseguire lo stesso col nostro programma e siamo stati premiati perché la pioggia in effetti è durata poco.
Dicevamo: New York
Mi ero fatta un'idea di questa città ancor prima di visitarla e devo dire che ci avevo azzeccato. New York affascina e confonde, ti esalta e ti ubriaca, ti eccita e ti stanca, ti sembra di conoscerla ma ti sorprende. In poche parole: unica. 
New York è un set cinematografico a cielo aperto e potete capire la ragazzina amante del cinema come stava messa. Se anche non sei un esperto di pellicole, le frasi:
"Ma dai! Qui è dove hanno girato..." 
"Vè vè, ti ricordi la scena di..."
"Questo mi sembra di conoscerlo...ah già qui è stata girata la scena dove tizia incontra caio..."
sono all'ordine del giorno, anzi, del minuto.
New York non si ferma mai: la gente corre, corre sempre, e corre veloce.
New York è rumorosa: clacson, ambulanze, sirene della polizia e musica a tutte le ore.
New York ti fagocita e ti inghiotte nel suo caos. Tuttavia non possiamo non rimanerne affascinati. È un caos vivo fatto di persone di razze diverse, profumi, sapori, smog, vapore che esce dai tombini, di frutta venduta su bancarelle improvvisate e hot dog fumanti che ti fanno l'occhiolino a ogni angolo della strada. 
New York è tutto e il contrario di tutto. Ed è per questo che al di là dei gusti personali ritengo che sia una città da visitare almeno una volta nella vita.
Noi, in tutto, le abbiamo dedicato sei giorni, e ce sarebbero voluti altrettanti per vederne almeno un altro pezzettino (nello specifico Manhattan). 

Partiamo col primo giorno dove ho rischiato un attacco di cervicalgia causa naso all'insù ammaliata dai grattaceli. 
Arrivati con un treno dal New Jersey insieme ai pendolari, scendiamo a Penn Station sulla 32° tra la 7° e l'8° avenue; sopra di noi il Madison Square Garden, che come sapete è uno stadio che ospita eventi sportivi tra i più importanti, ma non solo: qui è dove Marylin Monroe dedicò al presidente Kennedy il suo ammaliante "Happy Birthday" davanti a 15.000 persone. Teatro di grandi nomi della musica e dello sport, il Madison Square Garden merita di certo una visita se siete degli appassionati.



Il nostro intento, quella mattina, era la visita all'American Museum of Natural  History, sì, quello di 'Una notte al museo" !
Percorriamo quindi tutta la 7° avenue che diventerà la nostra preferita fino ad arrivare a Times Square dove la parola 'casino' non rende minimamente l'idea. Non oso immaginare come si veste questo concentrato di luci  la notte di San Silvestro, perché già così ti stordisce. Gli occhi non sanno più dove guardare, le orecchie cosa seguire e i piedi dove andare. Luci, colori, suoni ai quali noi non siamo abituati, ci fanno sorridere e spalancare occhi e bocca, mentre signorine in guepiere e bombetta ci elargiscono volantini per gli spettacoli a Broadway.
Inutile dire che io saltellavo come un canguro al grido di "Bello, bello bello!"





Per arrivare al museo, situato nell'Upper West Side di Manhattan, decidiamo di addentrarci un po' dentro Central Park, dove facciamo la conoscenza del primo scoiattolo. Sarà il primo di una lunga serie, io ve lo dico. 




Central Park viene definito il polmone verde di New York ed effettivamente è quello che si percepisce una volta messo piede in quel tripudio di verde, alberi e laghetti. Pare impossibile, ma il parco offre tranquillità, silenzio e pace, nonostante sia circondato da una città rumorosa, tanto da essere il luogo perfetto per fare footing, leggere un libro, fare un pic nic, fare yoga o meditazione. I Newyorkesi amano Central Park, e anche noi, infatti ci siamo tornati più volte!


Finalmente ci siamo. Eccoci arrivati a uno dei musei più importanti di storia naturale al mondo.


(di seguito le nostre facce alla:
"Mo' ci trovo Ben Stiller?"
"Non è che mentre siamo lì si animano tutti e ci tocca scappare?" 
"Ma quanto siamo idioti?")

 

Una volta dentro abbiamo temuto che, agitando troppo l'ombrellino o facendoci scappare una pallina, questi due si sarebbero messi a correre scodinzolando. E sì, il museo è bello, ma il richiamo cinematografico è fortissimo, per la gioia dei grandi e soprattutto dei piccini. Infatti chi  ha visto il film non può non immedesimarsi in Larry.



Vi consiglio però di non fare come me che quando ho visto la scimmietta ho esclamato "Dexter!!" con grande gioia del Santo che è scappato a gambe levate al grido di "Io non la conosco."
Mi è parso di vedere anche Sacagawea, ma forse era su' madre perché l'ho trovata un pelino invecchiata.



 Tralasciando un attimo la parentesi 'cinema', il museo offre davvero molto materiale interessante. È molto vasto e a tratti dispersivo, ma ne vale certamente la pena. Noi abbiamo scelto anche di regalarci l'esperienza del planetario, dove siamo stati letteralmente avvolti dallo spazio.




Insomma, una bella esperienza che consiglio soprattutto a chi ha bambini. Mettete in conto almeno tre ore e un po' di cammino.

Una volta usciti ci siamo ri-tuffati nelle vie della città, tornando lentamente indietro e assaporando ogni singolo passo.





 (Speranza sì, di trova' la strada giusta pe' torna' a casa).



 


Visto che all'andata la 7° ci era piaciuta parecchio, decidiamo che la facciamo pure al ritorno e bensì l'avessimo percorsa solo qualche ora prima, ci pare diversa.
Vaneggiamo rincoglioniti mormorando frasi del tipo:
"Ma questo prima c'era?"
"Non siamo mai passati di qui." (scoprendo poi dalle foto che ci siamo passati eccome.)
"Tho! Una statua! Che ce l'hanno messa ora?"





Fino a che Alice, tirandomi per un braccio, mi fa "Mamma, c'è un uomo in mutande!"
La cosa, nonostante NY sia una città molto aperta, mi fa pensare che mia figlia
A - sia impazzita di brutto
B - abbia la febbre e le allucinazioni
C - sia in piena fase ormonale e veda uomini in mutande ogni tre minuti.
Sto per darle della sciocca ma quando mi giro e vedo chi mi indica le do un premio.
A pochi passi da noi un marcantonio, tronco di pino, biondo e muscoloso, effettivamente in mutande.
Quindi, care le mie donnine, sono lieta di presentarvi Il Cow Boy nudo. Gringo, così lo chiameremo, si aggira nei pressi di Times Square 365 giorni l'anno e se ve lo state domandando la risposta è sì: pure in inverno con la neve sta ignudo. Gringo si presta a fare foto, ad allietare gli occhi e le ovaie delle signore che per caso passano di là e dovete allungare qualche dollaro per una foto ormonale con lui. Non pensate che sappia usare la chitarra come Eric Clapton, il Gringo al massimo strimpella ma vi assicuro che se siete femmine, l'ultima cosa che notate è la chitarra.


 Per par condicio vi svelo che esiste anche la Cow Girl nuda, armata anche lei di chitarrina e due ciglia finte e folte come la coda di un gatto imbalsamato.
Perdonate la foto ma l'ho fatta col cellulare causa memoria della macchina fotografica esaurita dopo il book a Gringo.

Ma se pensavo che il Gringo e Calamity Jane fossero un pelino bizzarri, mi sbagliavo di grosso.
A due passi da loro, una sorta di carnevale di Rio con sobrie signorine amanti del body painting. 
Questa è New York, signori. Dove davvero puoi tutto, anche startene in perizoma con la bandiera del tuo paese dipinta sulle tette. Ed è questo il suo bello, soprattutto per il pubblico maschile, intendo.



Per ultima una diapositiva su un simbolo di NY: i taxi gialli. E sì, anche noi abbiamo voluto fare come i newyorkesi: prenderne uno al volo. Ma lo racconterò a tempo debito, perché non potete capire cosa abbiamo combinato.




(to be continued)

Qui 1° post del viaggio in USA
Qui 2° post del viaggio in USA

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