Tutti i gatti più uno

 



Ogni gatto si sa, ha un suo personalissimo carattere. Io ne ho avuti molti e ce ne fosse stato uno uguale all'altro.

Il primo fu Briciola. Una gattina che avevo da ragazza. Manto bianco e colorato. Non fece una bella fine e di lei ho solo una vecchia polaroid.
Poi ci fu Teo, lo portò il mio babbo da una casa in cui stava lavorando. Era tutto bianco con una macchiolina sul naso. Lo sorprendevamo a fissare la gabbia dei pappagallini, ma era un tontolone e non ha mai fatto male a nessuno.
Dopo di lui c'è stato Whisky (che potrebbe sembrare Charlie) il primo gatto rosso. Era geloso del bambino che teneva la mia mamma come baby sitter e cercava di entrare nel passeggino. Ma la migliore performance la fece una mattina di Befana: zompò sulla cucina e si rovesciò addosso tutta la padella piena di olio in cui mi madre aveva fritto le patate la sera prima. Tre giorni a lavarlo, unto e lisciato come un cubista del Cocoricò.
Poi arrivò Roy, il 'gatto rosa' come lo chiamava la mia veterinaria. Aveva il manto color cipria, era magro magro ma faceva delle puzze tremende, da stendere un bisonte. Possedeva uno sfintere debole e nelle sue vicinanze c'era sempre un afrore che ti levava di sentimento.
Dopo di lui arrivò Minù, la regina della casa e dell'universo. Aveva già 5 mesi ed era già padrona del mondo. Di lì a poco mi sarei sposata e decisi di portarla con me. Ha subito tre traslochi e la nascita di un figlio e non ha fatto una piega. Abitavamo in città e lei scorrazzava sui tetti e miagolava alla luna. Amava guardare tutto e tutti dall'alto in basso. Una volta trasferita qui è diventata territoriale, un generale fatto e finito. Non volava una mosca e non c'è mai stata l'ombra di un felino. Una volta ha attaccato un doberman. Fiera, intelligentissima, amata da tutto il vicinato. Come diceva la mi nonna: 'le manca solo la parola'.
Ha avuto per poco la compagnia di Isotta, un persiano color crema. Isotta era molto delicata, quasi priva di personalità. Si è adattata malissimo a qualsiasi novità e ci ha abbandonato ancor prima di farci scoprire il suo vero carattere, ché deve averlo avuto, per forza.
Poi è stata la volta di Minnie, una gattina grigia presa da una signora. Ci illudemmo che potesse, da randagia, diventare malleabile e casalinga. Non è stato così, si faceva toccare solo dal Santo (coincidenze? Io non credo) Ha vissuto per anni fuori e solo l'idea di entrare in casa, la inorridiva. Un giorno non l'abbiamo vista più.
Quando Minù ha cominciato ad ammalarsi abbiamo preso Charlie. Mai accettato dalla regina, ma comunque trattato con rispetto, Charlie si è preso un grande spazio nella nostra famiglia. Il gigante buono ha la salute cagionevole, ogni tre per due ne ha una, mi è costato più lui di veterinario che di tutti i gatti messi insieme. Dovrebbe stare a dieta, ma è impossibile. È un tontolone buonissimo, ha accettato di buon grado tutti i gatti che sono entrati in casa dopo di lui e dal giorno che è arrivato, il mio giardino si è popolato di animali perché per lui sono tutti amici.
Per non lasciarlo solo, in un giorno di giugno, è arrivata Kyra. Nera, bellissima, aspetto fiero, ma paurosissima. Non miagolava, al punto che pensammo fosse pure sorda. Si spaventava per qualsiasi rumore, per qualsiasi spostamento. Andava d'accordissimo con Charlie, amava svuotare i cassetti dei calzini e riusciva ad aprire le porte da sola. Ha lasciato un enorme vuoto che abbiamo colmato con l'arrivo dei due teppisti. Nessuno può sostituirla, anche se 'sti due ci riempiono le giornate e i pensieri.
Snoopy e Lizzie sono dei terremoti. O meglio, lui lo è, la femmina lo segue per emulazione. Lei ha gli occhi orientali, melliflui e seducenti, lui è un filibustiere. Mi mangiano e rosicchiano i libri, siamo costretti a non lasciare niente sul tavolo perché ho sorpreso lui a bere nei bicchieri. Sale sui mobili e getta a terra qualsiasi cosa gli capiti a tiro. Lei, ad esempio, l'ho trovata stamani a giocare con qualcosa di tondo. Mi ha rubato una patata dalla credenza e ci giocava a ping pong con suo fratello. Lei è coccolosa, non riesce a stare da sola e cerca sempre il contatto di qualcuno. Lui è impavido, prepotente, intraprendente e ne combina una dietro l'altra.
Quando mi scatta il "Ora basta! Scendi da lì! Guarda che sei tremendo!" il Santo mi dice: "È inutile che ti arrabbi, è come te. Gli dici le cose, ma non gliene frega nulla, fa comunque come gli pare, è vivace e non lo governi nemmeno a prega'."
Appunto per quello è simpaticissimo. Che ve lo dico a fa'.

Cosa ho letto: SARÀ ASSENTE L'AUTORE di GIAMPAOLO SIMI

 

SARÀ ASSENTE L'AUTORE

GIAMPAOLO SIMI

Sellerio

2023

Trama

«L'inizio della presentazione era per le 17, ma Gianfelice Sperticato arrivò davanti alla storica Libreria Lanzoni con un anticipo di un'ora e trentaquattro minuti. La città sembrava spopolata da un attacco di gas nervino e il sole di settembre gli arrostiva la fronte. Ovviamente non entrò. Rimase a distanza, spiando gli interni ombrosi e la loro promessa di sapienziale refrigerio. Prese a morsi un cono confezionato sulla sediola di plastica di un bar tabacchi frequentato da muratori esausti e gente che si rovinava al Gratta e Vinci. Mentre si accorgeva di aver masticato voracemente anche un po' di carta dell'involucro, rilesse i passaggi principali del suo discorso segnati su un taccuino a quadretti». Nella «storica Libreria Lanzoni», si tiene la presentazione del romanzo Lo Scempio, di Gianfelice Sperticato, scrittore aulico e senza lettori. Il fiasco è scontato. L'autore, in uno sfogo rabbioso, lacera a morsi la sagoma pubblicitaria di Federigo Crudeli, «la star culturale del momento». Non immagina che sarà proprio il fantasma del bestsellerista Crudeli a fornire a lui, e al navigatissimo direttore editoriale della Idra Media Group, il luciferino Dott. Vinciguerra, la materia di un intrigo colossale. Una beffa clamorosa, che costringe a riflettere sulla barriera tra la «vera letteratura» e quella di intrattenimento. "Sarà assente l'autore" è un romanzo di autentico umorismo, che ride su di uno che si prende troppo sul serio e sulla realtà comica della letteratura-spettacolo; e progressivamente diventa satira della cultura pop e del suo contrario.




Se scrivete libri, se sognate di scriverne uno o se semplicemente amate frequentare i festival letterari, questo è un libro che non potete assolutamente perdervi. Io, lo ammetto, ho riso dall'inizio alla fine perché mi ci sono rivista in ogni singola pagina. È un sorriso amaro, quasi a denti stretti, ma godibilissimo.
Con un tono ironico, arguto e deliziosamente dissacrante, Simi distrugge il mito romantico dello scrittore solitario e mette a nudo il dietro le quinte del mercato editoriale, portando alla luce tutte quelle situazioni tragicomiche in cui ogni autore, prima o poi, si ritrova a fare i conti. Dall'imbarazzo paralizzante di arrivare a una presentazione e scoprire che non c'è nessuno ad ascoltarti, fino ai paradossali errori degli organizzatori sulle locandine, il libro è una carrellata di verità tanto scomode quanto esilaranti.
La vera forza di Simi, però, sta nell'equilibrio: la sua è una satira pungente ma mai offensiva. Non si prende gioco di noi scrittori, piuttosto analizza con occhio critico, lucido e disincantato i tic, le manie, le frustrazioni e quegli atteggiamenti un po' da "primadonna" che a volte colpiscono chi lavora con le parole, ricordandoci che spesso i personaggi più assurdi non sono quelli dei romanzi, ma quelli che li scrivono o li promuovono.
Lo consiglio caldamente a chiunque scriva, come terapia d'urto per ridimensionare il proprio ego e ridere delle proprie sventure, ma lo consiglio anche a tutti gli altri, ai lettori curiosi, per sbirciare dietro il sipario e capire, attraverso un sano e irresistibile sorriso, il lato più umano, precario e divertente di questo nostro bizzarro mondo fatto di parole.


Da accompagnare con un infuso di Tè verde Gunpowder. La leggera nota amarognola si sposa con la penna sarcastica dell'autore.



La verità, vi spiego, sulla scrittura

Tu scrivi la parola FINE. Non importa quanto tempo hai impiegato a scrivere il romanzo o quello che è, tu la scrivi. Hai detto tutto quello che c'era da dire. Hai finito.

Manco per niente.
Da qui comincia quella fase bellissima di rilettura, revisione e riscrittura che è ostica sì, ma NECESSARIA.
Quindi, dicevamo, metti la parola fine.
Ti metti a rileggere? NO! Il testo deve decantare un po', come il vino. Lo devi lasciar stare lì, come se tu ci avessi litigato, ma cosa vuoi, ma chi ti conosce.
Questo tempo è utile per farti rileggere con occhi nuovi quello che hai scritto e farti esclamare "Ma va' che puttanata ho scritto!" o far leggere una frase a tua figlia chiedendo "Ma l'ha aggiunta babbo questa frase? È uno scherzo?" o ancora "Ci deve essere un problema al pc perché non capisco questa passaggio."
Invece l'hai scritte tu. Durante la stesura ti senti Ken Follett o l'ennesimo genio incompreso con un capolavoro tra le mani; ora pari nonna Beppina 'mbriaca che manda sms ai nipoti. "Kome va tt bene a cassa? Se voi venissi a cena, andrebbi a fare la spesa, okaj?"
Ovviamente non è così, ma vi SENTITE così.
Attraverserai tutta una serie di dubbi esistenziali, sì anche se sei al decimo romanzo: "Ho scritto una cagata?"
"Non so più scrivere."
"A chi interessa questo romanzo?"
"Basta lo riscrivo TUTTO."
"No, aspetta un attimo, magari un pezzettino."
"Cambio il nome al maggiordomo perché ho trovato lo stesso nome in un testo del 1992 di tal Scrittorina Beneinmeglio e non mi va che mi diano della copiona."
Poi ti dai una calmata e ti dici "No, dai non è così male," e lo accarezzi con benevolenza.
Tanto a dirti queste cose ci pensa l'editor che, ovviamente, non è lì per lisciarti il pelo, ma per farti i cazziatoni.
È il tuo occhio esterno.
È il tuo specchio.
La mia fa anche correzione di bozze.
Voleranno frasi come:
"Qui ad esempio... ma cosa volevi di'?"
"Ma te capisci cosa hai scritto? Perché se lo capisci te, è già qualcosa."
"Bella questa frase, vero?" "Sì!" "Invece no, è orribile. Riformulala."
"Leggi a voce alta. Ti sembra uguale?"
"Per quale motivo, di grazia, la protagonista a inizio capitolo indossa un maglione e alla fine si abbottona la camicetta?"
"Mantieni il focus..."
"Ci vogliamo mettere un punto in questo periodo o con il libro diamo una bombola d'ossigeno in regalo?"
Cose così. Passerete anche ORE su una pagina. Il bravo editor non riscrive al posto vostro, ma ha il compito di guidarvi affinché voi lo facciate al meglio, col vostro stile e il vostro registro. Vi imbecca con suggestioni e vi bacchetta con amore, perché all'editor piace, è lì apposta. Lavorare con un editor è come una storia d'amore: deve funzionare, altrimenti volano i tavoli. Devi capire che quando ti dice "Questo passaggio non va bene, va riscritto," non lo fa perché gli hai schiacciato il gatto in retromarcia, ma perché DAVVERO non funziona, anche se per te QUEL passaggio era perfetto (magari racconta il tuo vissuto).
Per questo lavorare con un editor che non senti nelle tue corde non funziona; tutto quello che ti dirà ti sembrerà offensivo e il gatto glielo schiacceresti col trattore.
Attraverserai montagne russe di profondi scoramenti con picchi di euforia e ti vedrà con gli occhi iniettati di sangue lavorare sodo per la tua ennesima creazione. Si sentirà odiato, ma è un odio a fin di bene perché l'editor lo sa, sulle prime non può essere amato.
Salvo poi, a revisione finita, accorgerti che sì, adesso è più pulito, più leggibile. E sì, anche più bello. Alla fine l'editor è come tu madre: ha sempre ragione.

Un verzellino è per sempre

  



Ora di cena.

Sto cucinando mentre la mia figliola apparecchia in giardino facendo la spola tra la cucina e il tavolo fuori.
Mentre siamo tutte e due in casa, arriva il Santo di corsa: "Corri, emergenza! Una scatola!"
"Un riccio? E nova!"
"No, no, vieni a vede', però piglia un contenitore!"
Lascio il tegame sul fuoco e gli vado dietro di corsa. "Dimmi almeno cosa è!"
"Un uccellino. È ferito di sicuro, non si muove."
Mentre passo dalla verandina agguanto al volo un contenitore. E quando dico al volo intendo tipo Pamela Anderson in Baywatch quando strappa dal trespolo il salvagente rosso.
Sentivo anche la colonna sonora.
Sono Pamela.
Poi mi guardo le tette.
No, sono David Hasselhoff.
Comunque.
Corriamo dall'uccellino mentre grido alla mi' figliola: "Spengi ir tegameee!"
"Letame?"
"Sieeeee, TEGAMEEE!"
La sento ciabattare verso i fornelli mentre ci dirigiamo dal pennuto e... porcapaletta com'è bellino.
Ma non è un passerotto. È giallino e verdino.
Il Santo lo raccoglie con le mani e me lo porge. Poi guarda il contenitore. "Un vaso? Mica lo dobbiamo piantare."
"Senti, oh, mi hai detto di fare alla svelta e ho preso la prima cosa sottomano. Mettilo qui che ci sta bene."
Torniamo in giardino e la mi'figliola capisce che ho un uccello tra le mani. "Oddioooo bellinoooooo!"
Il Santo entra in modalità Derek Shepard: "Presto, dell'acqua. E anche un po' di cibo. Ma è più importante l'acqua, deve idratarsi, solo se beve poi possiamo dargli da mangiare. Oggi è un bel giorno per salvare un uccellino."
La mi figliola ovviamente gli ha già fatto un book e improvvisandosi Alberto Angela ci illustra cosa ha trovato su internet: "È un verzellino! Maschio! Si vede dal piumaggio..."
Io nel frattempo faccio mente locale: "Ho una gabbia!"
"Da quando abbiamo una gabbia per uccellini?"
"Non è per uccellini, è una gabbia decorativa. Shabby chic. Sotto l'arco. Ci sono le rose. Presto!"
Nel frattempo tenevo tappato il vaso con le mani e lui, il porello, stava lì bono bono.
Torna la mi'figliola con la gabbia decor. Il Santo sempre più scettico. "Molto fashion."
"Senti, oh, non ho altre gabbie, va bene?"
"Ci esce dalla sbarre."
"Non ci esc..." Ci usciva.
Mi rivolgo alla mi'figliola. "Presto, sopra la cucina ho un'altra gabbia."
Shepard alza un sopracciglio. "Abbiamo un'altra gabbia? Ma perché sono sempre l'ultimo a sapere le cose?"
"Ma te non sai manco dove sono le tue mutande, figurati se sai dove abbiamo una gabbietta. Comunque anche questa è per decorazione, ma è fitta, di lì non esce."
La mi'figliola la recupera e lui lì ci sta da Dio. Pare pagato.
Gli diamo un po' d'acqua che lui ignora. Secondo me avrà pensato: ma che cazzo stanno a fa'?
"Abbiamo del cibo per uccellini?" chiede Shepard.
"Certo, non manca nulla nella mia sala operat... insomma sì, ce l'ho!"
Vado nel mobiletto a recuperare il becchime che uso per le casette degli uccelli.
La mi'figliola già innamorata. A momenti lo battezza. Lo adotta. Io mi vedo già passare la notte in bianco per farlo bere. Nutrirlo. I turni per badarlo e per capire cosa abbia. Perché non vola.
Parte una colonna sonora strappalacrime mentre torno correndo col becchime in mano. A momenti inciampo e m'ammazzo. Morirò per un uccello che detta così mi potrebbe fare anche onore.
"Aprite la gabbia, che metto un po' di cibo."
Il Santo sgancia la linguetta.
La mi figliola con gli occhi a cuore.
Io che gli offro il becchime manco fosse oro incenso e mirra.
Il verzellino ci guarda, fa un passetto e alla fine spicca il volo.
Sfarfalla verso la siepe, i fiori, il cielo, l'infinito e oltre.
Il dottor Shepard è interdetto: "Non era ferito..."
Io apro la mano e lascio cadere i chicchini. "Ho pure sprecato il becchime."
La mi figliola che aveva appena firmato i documenti di adozione borbotta delusa "Nuuuooooo, mi ci ero già affezionataaaa."
Ora.
Ma vi immaginate?
Un verzellino che si era un attimino appisolato in terra, sul selciato del vialetto, in un posto un po' strano a dir la verità, ma chi siamo noi per decidere dove uno debba riposarsi? Si vede arrivare due rintronati che parlano come in Grey's Anatomy e lo rinchiudono in una gabbia shabby chic con le rose. Lui stava solo facendo una pausa. Una pennichella. E avrà pensato: "Ma checcazzo, nemmeno un po' di pace. Ma che ferito, ma che cionco. Io sto benissimo!"
E niente.
È stato breve ma intenso.
Vola verzellino, vola libero e ricordati di noi quando parlerai con gli altri uccellini.
Colonna sonora strappalacrime.
THE END
Titoli di coda.

Cosa ho letto: IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FIORI di JESSICA ROUX



IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FIORI 
 JESSICA ROUX
Mondadori
2023

 

Dall’issopo alla camelia, dalla lavanda al cardo, scopri il significato segreto di un affascinante assortimento di fiori ed erbe aromatiche. Un’enciclopedia botanica illustrata che esplora il misterioso linguaggio dei fiori. Un regalo per anime romantiche e appassionati pollici verdi.


Sarebbe meglio dire 'cosa ho visto' perché obiettivamente questo volume cattura l'occhio. Infatti, con 'Il linguaggio segreto dei fiori', l'autrice ci regala un'enciclopedia botanica splendidamente illustrata che ci porta in un viaggio tra i significati nascosti della natura.

​La bellezza sta proprio nel fatto che non si concentra su lunghe storie, ma sui significati, le origini e gli abbinamenti di ogni fiore,  il tutto accompagnato da illustrazioni meravigliose.

Per esempio: sapevate che l'ANEMONE significa Amore Perduto, Abbandono? O che la placida CAMOMILLA significa Forza nelle avversità? O ancora che il DENTE DI LEONE significa Divinazione, Chiaroveggenza? Ci ho passato delle serate a sfogliare queste pagine e vi devo dire la verità: è anche un oggetto bellissimo da esporre in libreria. Grazie alla sua elegante copertina nera, perfetta per le anime romantiche, si presta a essere esposto in bella vista. Io gli ho trovato posto nella mia nuova vetrinetta che fa bella mostra di sé nella casetta in giardino. Ogni tanto sfoglio le sue pagine che sembrano quadri d'autore e che meriterebbero di essere racchiuse in una cornice.

​In fondo al volume, inoltre, ci sono suggerimenti per creare bouquet dedicati a sentimenti precisi per non sbagliare nei momenti importanti. Questo libro è una vera e propria esperienza visiva ed emotiva, un invito a riscoprire la poesia della natura e a lasciarsi conquistare dal fascino senza tempo delle piante.

Un bel libro da regalarsi e regalare a chi ama le piante, i fiori, la botanica o il giardinaggio.





 


Da accompagnare a una Tisana alle bacche di sambuco e rosa canina dal sapore selvatico.


L'importanza della copertina

 



Chi di voi sceglie un libro in base alla copertina? Io alzo la mano. Colpevole. 

La copertina è il biglietto da visita di un libro, poi che la stessa rispecchi il contenuto o ne sia più o meno all'altezza, è un altro discorso.

Io ammetto di lasciarmi incantare dalle belle copertine; che siano lucide, opache, non ha importanza ma, insieme a un titolo accattivante, fa sì che in una libreria fisica o on line, attiri la mia (e immagino la vostra) attenzione mentre faccio un giro tra gli scaffali virtuali e non.

Una premessa a questo punto è necessaria: se il vostro manoscritto verrà pubblicato da una CE, la vostra voce in capitolo può variare a seconda di quanto siete autorevoli. Un autore affermato può 'mettere becco' dopo un incontro sul da farsi con la casa editrice. Dipende molto anche da quest'ultima: se è una CE seria (grande o piccola che sia) farà di tutto per andare incontro all'autore pur mantenendo la decisione finale. Altre volte invece non rimane che accettare perché viene 'amorevolmente' proposta con tono fermo. Conosco autori non soddisfatti della copertina dei propri libri, ma ci si può fare poco.

Altro discorso se decidete di pubblicare in self: lì la copertina è tutta nelle vostre mani. Opaca, lucida, in bianco e nero, colorata, minimal, ricercata, quello che volete. Sarete voi a deciderla e a progettarla. Quando dico voi, non intendo necessariamente voi in quanto autori, ma il grafico che vi affiancherà. Ebbene sì, il mio consiglio spassionato è di affidarsi a un grafico o a un professionista che possa aiutarvi a creare la copertina che avete in mente. A questa consapevolezza non ci si arriva subito; all'inizio si pecca di superficialità e ingenuità (anche io ci sono caduta) ma col tempo si impara a riconoscere non solo di aver bisogno di aiuto, ma anche di un professionista del settore che ci consigli.

Qui apro un'altra parentesi: se oltre a scrivere siete degli smanettoni e siete bravi con la grafica, niente vieta che facciate tutto da soli. Così come potreste usare il disegno di vostra nipote per la copertina della vostra raccolta di racconti per l'infanzia o un ritratto a carboncino di vostro padre per una raccolta di poesie. L'importante è che il risultato finale sia gradevole e d'impatto. Per arrivare a questo bisogna avere delle conoscenze di base che solo un grafico esperto possiede. Non basta caricare una foto, il titolo in Times New Roman, il vostro nome e via. O meglio, può bastare, ma non può mai essere professionale. C'è il rischio che risulti un 'prodotto fatto in casa', poco appetibile e di scarso impatto.

Quindi bisogna affidarsi sempre a un grafico? Nì. Se siete bravi ne potete anche fare a meno, altrimenti è necessario. 

Il mio consiglio: per capire meglio questo delicato processo, vi consiglio di farvi un giro nelle librerie on line. Le copertine 'rabberciate' o fatte in casa, vi salteranno subito agli occhi. E una copertina poco appetibile e poco curata, purtroppo, non invita all'acquisto anche se il romanzo o i racconti al suo interno sono sensazionali. Il rischio di non essere letti per una copertina bruttarella, purtroppo c'è. Ovvio che affidarsi a un grafico ha un costo, ma è uno dei migliori investimenti insieme all'editing che possiate fare per la vostra opera. Internet in questo senso ci viene d'aiuto rispetto ad anni fa: sia FB che Instagram sono pieni di grafici freelance che non vedono l'ora di collaborare con voi. La spesa di tale servizio potrebbe non essere troppo alta se presentate a un grafico già una base su cui lavorare, perché un conto è chiedere di farla di sana pianta dopo le vostre direttive, un conto è partire da una foto da voi scelta e chiedere il corredo di titolo e nome. Di seguito un elenco dei siti dove potete scegliere delle immagini o delle foto free da poter usare per i vostri lavori: 

 -unsplash 

-Iso republic 

 -burst 

 -freepik 

 -pixabay 

 infine ricordate che una copertina è come un diamante: è per sempre.

Tra l'imponenza della storia e un paesino dal nome lunghissimo

 

 


Il quarto giorno in terra gallese potrebbe racchiudersi in un contrasto perfetto: un ritorno a una bellezza già nota e l'incontro con qualcosa di decisamente nuovo. Siamo arrivati al Castello di Caernarfon con aspettative molto alte. Io e il Santo lo avevamo già visitato nel lontano 1996, e i ricordi di quell'imponenza erano rimasti meravigliosamente vividi nella memoria. Appena parcheggiata l'auto, però, ci siamo imbattuti in una sorpresa: una grande ruota panoramica installata proprio a ridosso delle mura. Una scelta che a noi è parsa un po' stridente con la solennità del luogo; del resto, anche i visitatori sembravano ignorarla, lasciandola girare quasi vuota nel cielo. Le ruote panoramiche hanno il loro fascino, sia chiaro, ma ritengo che non stiano bene su tutto come il nero. Superata questa prima impressione e varcata la soglia, il castello si è rivelato in tutto lo splendore che ricordavamo. I recenti lavori di miglioria ne hanno esaltato la struttura e la splendida giornata di sole ci ha permesso di esplorarlo in lungo e in largo. All'interno, i filmati dell'epoca proiettati per i visitatori permettono di fare un vero e proprio tuffo nella storia. Se il castello incanta, i dintorni immediati lasciano intravedere una sfumatura diversa. Rispetto ad anni fa, abbiamo trovato la cittadina di Caernarfon un po' spenta e affaticata, con strade meno curate e diversi locali commerciali abbandonati. Solo la piazzetta centrale conserva una parvenza di normalità. Chiacchierando più tardi con il proprietario del nostro alloggio, abbiamo trovato conferma alle nostre sensazioni: il Galles, stretto tra le conseguenze della Brexit e gli anni difficili della pandemia, ha subito un contraccolpo economico profondo. Essendo storicamente una realtà più fragile rispetto alla ricca Inghilterra o alla Scozia, i piccoli centri e l'aree limitrofe alle grandi mete turistiche portano oggi i segni evidenti di questa crisi. Fortunatamente, come scopriremo l'indomani, questa malinconia non guasta l'intera regione. Dopo la visita, ci siamo concessi un pranzo al sacco nel boschetto davanti alle mura. Ricordavamo quel luogo popolato da scoiattoli, ma stavolta non si è fatto vedere nessuno, nonostante il profumo intenso del Camembert nel mio zaino avrebbe dovuto attirare qualsiasi creatura nei paraggi! Siamo ripartiti studiando la mappa per decidere la tappa successiva. Il Santo aveva già una proposta, quando nostra figlia se ne è uscita con una domanda: "Ma vi ricordate quella cittadina dal nome lunghissimo?" Mentre io cercavo di ricordare, lei ha indicato trionfalmente la mappa: "È qui, a soli dieci minuti!" Davanti alla maggioranza femminile della vettura, i piani sono stati felicemente stravolti. Eravamo vicinissimi a Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch che tradotto dal gallese, significa: "Chiesa di Santa Maria nella valletta del nocciolo bianco, vicino alle rapide e alla chiesa di San Tisilio nei pressi della caverna rossa". La minuscola stazione è deliziosa e il grande negozio locale è pieno di meraviglie (anche se con prezzi quasi proporzionati alla lunghezza del nome!). Ci siamo goduti la scena di un gruppo di anziani in gita che si metteva in posa per una foto ricordo sotto l'infinito cartello della via. È una meta indubbiamente bizzarra e turistica, ma siamo davvero felici di aver fatto questa deviazione. Come sempre è una di quelle curiosità che rendono un viaggio indimenticabile. Prima di rientrare, ci siamo concessi un lento passaggio attraverso le brughiere, la nostra dose quotidiana di armonia, silenzio e serenità, prima di pensare al castello che ci attende domani. Ma quella sarà tutta un'altra storia. 

Il Castello di Caernarfon merita una visita? Assolutamente sì. Al di là delle tappe commerciali esterne, il suo valore storico e architettonico è immenso e imperdibile. Vale la pena fermarsi nel paese dal nome lungo? Se vi trovate di passaggio, sì. È un'esperienza curiosa e divertente: dopotutto, non capita tutti i giorni di visitare il posto con il secondo nome più lungo del mondo (il primato spetta alla Nuova Zelanda, ma il Galles, decisamente, ci resta più comodo!).













Consigli per scrivere meglio? Scrivere!

 



Lo so, lo so, risposta troppo semplice la mia. Diciamo che in questa battuta un po' di verità c'è.

Ci sarebbero da aprire tantissime parentesi, vediamone alcune:
- se vuoi scrivere bene/meglio devi leggere. E tanto. Più leggi (e ti consiglio generi diversi), meglio è. Acquisirai tecniche, ti approccerai a nuovi stili, ti farai una cultura non solo come lettore, ma anche come scrittore.
- partecipa a qualche corso di scrittura creativa tenuto da qualcuno di autorevole. Grazie ai social se ne trovano tanti, anche on line.
- consulta e leggi manuali. Ma quelli seri, non 'Come scrivere un romanzo in tre giorni', quelle sono buffonate e stanne alla larga. Ci sono pubblicazioni molto valide e un bravo librario ti saprà certamente consigliare.
- infine il banalissimo SCRIVI. La scrittura è sì attitudine, ma va allenata. Più scrivi e più scrivi meglio. Dedicale almeno un'ora al giorno, poco importa se sono pagine di un diario, lettere immaginarie o post sui social. Cimentati in racconti, prova alcuni stili, esegui gli esercizi che ti suggeriscono i  manuali, insomma, non abbandonare la penna o il pc. Perché sì, si può scrivere anche a mano, l'importante è farlo. In caso contrario, il riprendere a scrivere dopo essere stati per molto tempo fermi, è faticoso e frustrante. Abbiamo meno idee, ci inceppiamo, il nostro lessico è terra terra ed entriamo in un circolo vizioso di inerzia che ci fa solo male. Quindi sforzatevi di scrivere almeno una pagina al giorno e sì, anche quando non ne avete voglia, soprattutto se volete che diventi il vostro lavoro. 

La mia esperienza: su questo aspetto io sono molto fortunata. La scrittura per me è fondamentale, comunico attraverso un fiume di parole che riverso ogni giorno sulla mia pagina Facebook. Al di là dell'esigenza mia personale di buttare giù pensieri per stare bene, trovo che mi aiuti molto questa sorta di 'palestra' giornaliera. Personalmente non mi ritaglio del tempo per scrivere sui social, semplicemente scrivo. Tuttavia mi rendo conto, anche leggendo post molto vecchi, di quanto io abbia affinato la tecnica, il lessico, il registro. Questo perché farlo tutti i giorni (a volte anche più volte al giorno) per 12 mesi e per dieci anni, non può che aiutarmi a migliorare. E tutto questo senza rendermene conto. 
Quindi, se davvero ci tenete a scrivere bene, dedicate un pochino di tempo tutti i giorni alla scrittura. Scegliete la formula che più vi piace e... buona scrittura! 

 

Cosa ho letto: TI REGALO UNA PAROLA a cura di Ciampi, Melloni, Missorini



TI REGALO UNA PAROLA
CIAMPI, MELLONI, MISSORINI
I libri di Mompracem
2025


Trama

Un viaggio intorno al mondo e nel mondo. Parole come tappeti volanti che ci avvicinano a piccoli grandi piaceri, a situazioni e sentimenti che possono aiutarci ad abitare meglio questo nostro pianeta, lasciando da parte egoismi, vanità, frenesie. Un piccolo vocabolario della meraviglia per un pianeta a cui auguriamo una parola che, qualsiasi sia la traduzione, non tradisce mai: pace.


 Una piccola libreria di viaggi in centro, un gruppo ristretto di ascoltatori attenti e un libraio capace di incantare. È così che ho scoperto questo libro: attraverso il racconto di un uomo che ha fatto della passione per la lettura la propria missione di vita. Ci guardavamo tutti, rapiti, mentre illustrava quel volumetto di poco più di cento pagine, così ricco di spunti e concetti capaci di svoltare una giornata. O una serata, se deciderete di regalarvi una di queste pagine come ultima lettura prima di addormentarvi, proprio come ho fatto io. Al centro di tutto ci sono le parole intraducibili: quelle che richiamano una sensazione precisa, qualcosa di profondamente sentito e vissuto, da noi o da chi è lontano. Qualcuna è diventata la mia preferita come

Coorie

(dallo scozzese)

Accoccolarsi o coccolare. Immaginati calde coperte di lana,

un fuoco scoppiettante nel camino e fumanti tazze di tè – o qualcosa di un po’ più forte.

 

Fargin

(dallo yiddish)

Orgoglio e sincera felicità per il successo altrui.

Il contrario di invidia.

 

Hygge

(dal danese)

Atmosfera accogliente, piacevole e conviviale,

legata al benessere e alla felicità nelle piccole cose.

 

Settantadue parole, con relativi settantadue racconti per far immergere il lettore in un concetto che sembra astratto, ma che in realtà vi farà pensare più di una volta “Anch’io provo questo e non so dargli un nome!”

Piccolo, tascabile e curioso, può essere un bel regalo per il prossimo Natale.

*Nota: il volumetto contiene alcune illustrazioni in bianco e nero.



Da accompagnare con Tè Oolong, disintossicante, 
per liberare la mente e far spazio a nuove parole.


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