mercoledì 11 gennaio 2017

State lontani




State lontani da chi vi affossa, da chi, davanti a un vostro sogno o progetto, scuote la testa con un "Ma lascia perdere!" o "Non ne vale la pena." Se ci credete  veramente, ne vale sempre la pena. E voi siete lì per dimostrarlo.

State lontani da chi gode dei vostri insuccessi. Non vi avvilite però, godrebbero ancora di più.
Trasformate la vostra rabbia in qualcosa di costruttivo, di più forte e riprovateci. Non è facile, ci vuole allenamento, ma alla fine ci si riesce. Garantito.

State lontani dai pessimisti, da chi vede sempre tutto nero, chi non riesce a scorgere niente di positivo in questa vita. Se non vi allontanate, piano piano vi trascineranno nel buio con loro. State lontani non solo da chi vede il bicchiere mezzo vuoto ma da quelli che non vedono manco il bicchiere.

State lontani da chi tira fuori il peggio di voi. Sono persone negative, che vi intossicano piano piano come un veleno insapore e inodore, trasformandovi senza neanche rendervene conto in persone sgradevoli.

State lontani da chi non sa ridere. Da chi non capisce l'ironia, da chi non capisce le battute o meglio: da chi le capisce ma non ride per non darvi soddisfazione. Quelli in effetti sono i peggiori.

State lontani da chi vi critica, sempre e comunque. Da chi vi fa sentire un inetto, insignificante. Nel mondo ci sarà sempre qualcuno migliore di voi, questo è certo,  ma non per questo dovete sentirvi inferiori.

State (ancora più) lontani da chi vi ha lasciato andare. Non affannatevi, non rincorrete chi non vi vuole. Concentratevi piuttosto da chi fa di tutto pur di incontravi, anche solo per un caffè al volo.

State lontani da chi, non sapendo dove colpirvi, lo fa su un difetto fisico. O meglio: su quello che loro pensano sia un vostro difetto fisico. Magari voi, nel tempo, ne avete fatto un punto di forza.

State lontani da chi non vi capisce, da chi vi fraintende sempre, da chi non viaggia sulla vostra lunghezza d'onda. La vita è troppo breve per spiegare alcuni concetti a chi non è predisposto all'ascolto.

State lontani da chi non ha empatia, carità cristiana, da chi è severo con se stesso e con gli altri. Da chi, prima di agire, pensa sempre a un tornaconto. Da chi non dà, ma pretende. Da chi critica ma non muove un dito.

State lontani da chi polemizza su tutto. Dai bastian contrari. Da chi sale in cattedra e sentenzia senza conoscere. Da  chi non sa motivare una scelta, da chi non sa argomentare una decisione presa, da chi crede a qualsiasi cosa gli venga detta o messa sotto gli occhi, da chi non si informa, da chi segue la massa a occhi chiusi, da chi è sprovvisto di spina dorsale.

State lontani dagli invidiosi. Dagli arroganti. Dai presuntuosi. Da subito.

Invece:

Circondatevi di persone che, davanti a un vostro sogno o progetto, vi incitano con un "Provaci! Io sono con te." o "Non so se sia una buona idea, ma ti appoggio. Sono qui."

Circondatevi di persone che esultano per un vostro successo, di persone che vi stanno vicine e sono realmente felici per ciò che di bello vi accade. Perché è facile stare vicino a una persona in un momento critico ma è ancora più difficile farlo con bontà quando questa raggiunge il successo o un sogno.

Circondatevi di ottimisti, di chi riesce a vedere uno spiraglio di luce nel buio più totale. Circondatevi di speranzosi, di persone che sanno ridere nonostante tutto, che sanno cogliere il bello della vita, che hanno fatto della gratitudine quasi uno stile di vita.

Circondatevi di persone che vi fanno stare bene, che vi fanno dimenticare anche solo per un'ora tutti i casini che avete. Circondatevi di chi tira fuori il meglio di voi stessi, di persone che vi fanno spostare i paletti che vi siete imposti, facendovi diventare persone migliori. E tenetele strette queste belle anime.

Circondatevi di persone che hanno fatto del loro sorriso l'arma con cui abbattere tutti i mali del mondo.

Circondatevi di persone che vi fanno sentire importante. Di persone che vogliono ascoltare il vostro parere, la vostra voce, cosa avete da dire a proposito di alcune questioni. Circondatevi di persone positive.

Circondatevi di chi vi tiene stretto, non solo in un abbraccio, ma nella sua vita.

Circondatevi di persone che vi dicano "Sei bellissima," anche quando l'umore è sottoterra e l'aspetto pure. Di chi riesce a farvi un complimento per tirarvi su,  chi contribuisce con mattoncino su mattoncino, a costruire la vostra autostima.

Circondatevi di persone che  vi capiscono al volo, di quelle che 'basta uno sguardo', di persone che viaggiano sul vostro stesso binario. Sarà un viaggio indimenticabile.

Circondatevi di persone sensibili, che si commuovono, che non provano vergogna a piangere in pubblico. Circondatevi di chi allunga una mano verso gli altri, di chi fa volontariato. Di persone che danno tanto senza pretendere nulla. Di chi è generoso. Di chi ama, ma col cuore.

Circondatevi di gioia e di calore. E non abbiate la paura di tagliare ponti, rapporti, amicizia o allontanare ciò che vi fa soffrire. È solo il primo passo per stare bene, con noi stessi e con gli altri per far sì di godere al meglio questa grande giostra che chiamano vita.



(foto da: psicoadvisor.com)

lunedì 9 gennaio 2017

Ricetta: crumble di mele.


Chiariamo subito una cosa: questo post non era previsto, come non era previsto il crumble ieri sera, come non erano previste le tante richieste per questo dolcetto semplice ma sensazionale, ma è bastato mettere una foto sui social per scatenare il 'Voglio la ricettaaaa!!'
Quindi non sia mai che non vi accontenti, belli de zia.
Tutto è cominciato  ieri sera, quando mi è venuta voglia di fare un dolcetto e aprendo il frigo... la desolazione.
Uova scadute.
Allora vado in dispensa: poca farina.
Be', magari faccio qualcosa con le mele, mi dico. Emh... nella fruttiera ce n'erano solo 2.
Dopo l'iniziale desolazione e il successivo sgomento, decido che un dolce, con quello che ho, lo devo tirar fuori ed ecco che provo per la prima volta in vita mia il crumble alle mele.
Ve lo dico: è una droga. È velocissimo, facilissimo, ci vogliono pochi ingredienti e finirà in un secondo.
Non ci credete? Fidatevi.
Questa la mia ricetta e le mie misure per la tortiera (visto gli scarsi ingredienti)

Ingredienti:

* 2 mele
* succo di limone
* 150 g di zucchero semolato
* 170 g di farina 00
* 100 g di burro

Tortiera a cerniera di 17 cm di diametro.

Procedimento:

per prima cosa sbucciate e tagliate a fettine le mele. Irroratele con del succo di limone e con 50 g di zucchero (dei 150 sopra).
Poi, in una ciotola, mescolate e lavorate la farina, il burro a pezzettini e il restante zucchero.
Lavoratelo con le mani fino ad avere un impasto 'bricioloso'.
Imburrate la tortiera, adagiatevi le mele, e mettete il composto sopra il tutto, a ricoprire.
Infornate a 200° per... non lo so. Io sono andata a occhio. Tenete presente che sopra deve essere ben dorato, come nella mia foto per intenderci.
Il crumble, dopo questi semplici passaggi, è pronto per essere divorato. Il fondo di questo dolcetto sarà caramellato, le mele morbide e profumate e il sopra croccante come una frolla asciutta. In poche parole: una bontà!
Purtroppo, proprio perché non era previsto un post, non ho altre foto se non la prima dove già avevo dato una cucchiaiata d'assaggio, ma è talmente semplice che vi basterà questa ricettina. Se comunque avete dei dubbi, io sono qua.
Provatelo e fatemi sapere!

P.S. Essendo un dolce alle mele di origine inglese, ci starebbe bene anche la cannella. Io non l'ho messa perché a noi non piace particolarmente. Infatti non ci sono foto perché ne è rimasto solo una cucchiaiata (che ve lo dico a fare.)
Buona merenda!



domenica 8 gennaio 2017

I sogni son desideri

In questi giorni di grandi pulizie di inizio anno (mi prende così, che ci dobbiamo fare?) ho ritrovato una piccola agendina che è stata la compagna di viaggio nell'estate 2015. Ricordo anche il tratto di strada preciso in cui presi in mano l'agendina e tra curve e discese stilai la mia lista di cose da fare in futuro. Una sorta di progetti e sogni che, anticipatamente, mettevo su carta.
Bene. Oggi, 8 Gennaio 2017, mi sono resa conto con molta gioia che alcuni sogni li ho realizzati.
Per altri invece ci devo ancora lavorare. Alcuni, quel giorno, mi sembravano impossibili da concretizzare e invece...

La mia lista:

- Fare un viaggio in mongolfiera
- Tirare al poligono
- Vedere girare un film
- Fare un bagno con i delfini
- Imparare a suonare la chitarra
- Andare a New York *
- Fare rafting
- Imparare i balli western *
- Mangiare la vera torta Sacher in Austria
- Fare un giro in elicottero
- Imparare a suonare l'armonica
- Visitare la Casa Bianca *
- Fare un safari in Africa
- Visitare il Montana e l'Oregon
- Fare un corso di fotografia
- Fare una crociera nei mari del nord
- Assistere al foliage in Canada
- Tirare con l'arco
-Vedere le cascate del Niagara *
- Andare al Polo Nord
- Avere accesso a Buckingham Palace
- Assistere alla notte degli Oscar
- Andare a cavallo
- Vedere le balene *
- Partecipare a un rodeo in Texas
- ...

La lista, per un'informazione, una curva o una sosta, non fu terminata, altrimenti temo che non mi sarebbero bastati 200 fogli ma sono contenta che almeno alcuni di questi sono riuscita a realizzarli.
Mi rendo conto che alcuni sono quasi impossibili, altri molto ma molto più accessibili, anche se a dire il vero tra quelli impossibili avevo messo 'visitare la Casa Bianca' e detto tra noi anche se non l'ho realmente visitata ci sono andata molto vicino. Tre passi in più e il cecchino sul tetto mi avrebbe impallinato quindi mi son fatta bastare la facciata, il colonnato, il giardino e un saluto a Obama col braccio alzato che se metti caso in quel momento era affacciato alla finestra t'ho fatto anche una bella figura di merda.



Detto questo, a oggi, avrei altrettanti punti da scrivere tipo invitare a cena Patrick Dempsey, imparare a fare l'uncinetto, imparare a ballare la salsa, samba e il merengue come la Titova, fare un corso di inglese, uno di informatica, imparare a correre su un tacco 12 senza sembrare un T-Rex, e leggere, senza posarlo dopo tre pagine, Anna Karenina.

Voi avete mai fatto una lista? È realizzabile? Vi siete prefissati dei progetti e/o dei sogni e siete riusciti a portarli a termine o realizzarli?
Infine: avete qualche sogno in comune con me?



lunedì 19 dicembre 2016

Il Manicomio di Volterra - Quello che ci ha lasciato -


È una fredda mattina di Dicembre e Volterra è coperta da una brina che scricchiola sotto i piedi. Quando arriviamo al cancello di accesso dell'ex ospedale psichiatrico San Girolamo e ci vengono date le indicazioni per il percorso, realizziamo che ci siamo perse la prima parte della guida. "Poco male" ci viene detto, "la recupererete strada facendo." In realtà la prima parte non la recupereremo mai in maniera convenzionale, facciamo personalmente un altro percorso, forse più umano, più intimo.
Quando arriviamo noi (io e Maria Luisa) non c'è ancora nessuno. Accettiamo il suggerimento di chi ci ha accolto di cominciare ad avviarci "Se volete fare qualche foto," ci dicono.
Ci inerpichiamo infreddolite e il primo padiglione che incrociamo è lo Charcot (padiglione civile o di recupero)
L'edificio, come tutti gli altri del resto, è in forte stato di abbandono. Per accedere all'ingresso o anche solo affacciarsi alle enormi finestre, dobbiamo farci spazio tra la fitta vegetazione che si è impossessata, prepotente, di questi luoghi.




Sembra quasi di violare qualcosa di sacro, infatti ci ritroviamo a parlare piano piano, sussurrando, in una forma di rispetto che va al di là di dove ci troviamo. Una pianta ricorrente che troviamo (mi sorprendo di come la mia mente abbia registrato questo dettaglio) e che avvinghia letteralmente porte e finestre, è l'edera. Si attorciglia, mangia e stringe ogni infisso da mesi, anni, arrampicandosi ed espandendosi su muri scrostati e vetri rotti. L'edera, scoprirò poi in seguito, ha bisogno di ombra e freddo per crescere bene e produrre le sue bacche, ed è inutile sottolineare quanto qui, ora, trovi il suo ambiente ideale. 


 

Lo Charcot, tra i vari padiglioni, era quello che veniva considerato di pre-inserimento. Qui si cercava un recupero degli ospiti per poter restituire loro un ritorno a casa o alla vita 'normale'. All'interno del manicomio infatti erano presenti una falegnameria, una panificio, una lavanderia e altre piccole botteghe volute fortemente dall'allora direttore Luigi Scabia, per sviluppare il concetto di piccolo villaggio dove l'ospite potesse sentirsi non recluso ma libero di muoversi e/o lavorare.
Questo quadretto un po' rassicurante dove immaginiamo i pazienti affaccendati nelle varie mansioni, fa a cazzotti con quello che vediamo. O intuiamo.



Come ad esempio gli interruttori della luce posti a due metri di altezza per evitare che venissero accesi e spenti di continuo da chi si strusciava intorno al perimetro delle stanze per ore.
Come ad esempio le grandi finestre dalle quali passa, tutt'ora, una luce forte, violenta, che inonda gli ambienti. Illumina, come fossero i protagonisti,  i muri graffiati, disegnati o consumati da quel percorso perpetuo fatto di spalle, tempie e capelli



Finestre grandi che suggeriscono aria, luce, apertura, ma interamente sprangate, chiuse e inaccessibili per ricordarci la libertà negata.










Il nostro percorso prosegue verso il padiglione Ferri, quello giudiziario. Abbiamo avuto accesso all'interno tramite il giardino dove, col bel tempo, i pazienti venivano lasciati liberi di circolare, giocare a bocce, passeggiare. Quando invece il tempo era ostile, per 'tenerli buoni', venivano esortati a farsi un giro intorno a un tavolo. A giornate. Dieci, cento, mille giri intorno a un tavolo rettangolare in uno stanzone, uno dietro l'altro. Il movimento continuo, sempre uguale, li teneva impegnati e calmi, dicono.






Ma il padiglione Ferri è anche quello più famoso perché custodisce l'opera di Oreste Fernando Nannetti (NOF).
Nannetti, dopo un inizio di vita che oggi verrebbe descritto solo un po' travagliato, fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico romano e poi trasferito a Volterra, solo per aver mandato a quel paese un carabiniere. Quello che emergerà, proprio da questo viaggio di anime, è che a quei tempi venivano rinchiusi in manicomio persone non solo affette effettivamente da patologie psichiatriche gravi, ma anche chi si dimostrava leggermente fuori dagli schemi considerati 'normali'; o chi, purtroppo, era semplicemente vittima  di disturbi dell'umore, depressione o attacchi di panico. Questo bastava per farti varcare la soglia del manicomio, con tutte le conseguenze del caso. Come bastava avere un attacco epilettico o un episodio di schizofrenia. Non venivi valutato e curato per quel tipo di disturbo, venivi 'semplicemente' etichettato come matto, rinchiuso  al manicomio e sedato e/o curato con metodi molto discutibili. Provate a pensare alla depressione post partum. Provate a immaginare una depressione magari data dalla povertà di quel periodo o da un grave lutto. Immaginate una persona costretta, nei giorni di pioggia, a camminare per ore intorno a un tavolo o guardare per mesi la stessa crepa nel muro circondato da chi, come lei, ha lo sguardo vacuo, triste o perso.
Quello che mi viene da pensare è che in quel periodo storico si entrava da 'sani' al manicomio e pazzi ci si diventava dopo, grazie ai metodi, all'ignoranza, e alla gestione di tutto quello che era intorno a noi.
Oreste Fernando ne è un esempio. Oreste era romano, e come la maggior parte dei romani amava la sua Roma. Quando fu trasferito all'ospedale psichiatrico di Volterra, lui la prese male. Era un affronto, un'offesa troppo grossa strapparlo dalla sua amata città. Quindi si rinchiuse in un ostinato mutismo. Smise di parlare ma aveva una mente vivida, acuta e trovò  un metodo per dialogare col mondo, quello dentro, ma soprattutto quello fuori. Oreste, per 'dieci anni', sui muri dei padiglioni ha disegnato la sua vita, i suoi pensieri, le sue paure, le sue gioie, forse. Lo faceva con la fibbia del giubbino della divisa che indossava.
Ogni giorno, per dieci anni, Oreste raccontava  in una sorta di quotidiano, quello che gli passava per la testa. Tuttavia nessuno riusciva a decifrare quei simboli, quelle scritte così strane, fino a che in lui non si imbatté  Aldo, un infermiere che aveva fatto la scuola d'arte a Roma, guarda caso in quel breve  periodo in cui l'aveva frequentata Oreste.
Aldo, andando umanamente al di là della regola 'Se facendo così sta buono, lasciamolo fare', volle capire il significato di quelle scritte e interpretarle. Oreste si trovò quindi di fronte non più un infermiere ma un uomo capace di comprendere, capire, interpretare quei simboli e i suoi messaggi. Tra i due quindi iniziò un legame che andava oltre il rapporto paziente-infermiere. Si tramutò ben presto in un'amicizia complice a tal punto che Oreste iniziò a parlare di nuovo, ma solo con lui. Aveva trovato in Aldo un amico, una persona capace di ascoltarlo e che comprendeva questa grande voglia di comunicare.
Aldo trascrisse i graffiti di Oreste (lavoro lungo e certosino perché Oreste scrisse sia sul padiglione Ferri sia sullo Charcot - 180 metri per due di altezza l'uno, e 100 metri e alto 20 cm l'altro) e quando ad Oreste gli venne riconosciuto un compenso per la trasformazione dei suoi graffiti nel libro N.O.F. 4 Il libro della vita, lui rifiutò per motivi legati alla burocrazia.


 Oreste, in quegli anni, scrive tanto, tantissimo e non si ferma nemmeno quando incontra un ostacolo; infatti scrive intorno alle teste dei ricoverati seduti su una panchina. Fa cornici intorno a persone ferme, inermi, quasi in stato catatonico. Loro, assenti agli altri e a se stessi, non si spostano e lui li circumnaviga. Ecco spiegate quelle chiazze di intonaco pulito appena sopra la spalliera della panchina. Oreste, che in quegli anni si definì Colonnello Astrale,  morirà a Volterra nel 1994 non senza aver lasciato un segno fatto di citazioni, una fra tutte  "Come una farfalla libera canta tutto il mondo è mio... e tutto fa sognare."




 
 

La visita dentro al Ferri prosegue con segni di devastazione ovunque. Sia edile che umana. Difficile non immaginare come venissero passate qua dentro le giornate.



Troviamo spesso sedie, panchetti, piccole panchine come se non ci fosse da fare niente, solo aspettare.

Camminiamo tra calcinacci, porte divelte, vetri rotti e squarci nel soffitto dal quale filtra un sole quasi insolente. Nonostante l'evidente devastazione e incuria, tutto è tangibile, come se queste pareti ci parlassero e trasudassero ancora sofferenza fatta di elettroshock, camicie di forza, solitudine e una dignità calpestata, fatta a pezzi. Se venivi rinchiuso qui, venivi spogliato non solo dai tuoi abiti ma anche da te stesso. Ti veniva tolta la dignità con la stessa facilità con cui ti venivano tolti i tuoi occhiali, le tue scarpe, le tue foto nel portafogli. Venivi spogliato letteralmente da qualunque cosa che facesse di te una persona. Venivi gestito come un caso, forse con un numero, un appellativo, un soprannome o semplicemente come il matto X.



Venivi lasciato girovagare senza meta e senza stimoli nei corridoi, nelle stanze intorno ai tavoli, nei viali alberati intorno a quello che sembrava a tutti gli effetti un carcere. I più mansueti giocavano a carte a modo loro, i più agitati venivano calmati con metodi a volte atroci, sotto lo sguardo impotente degli infermieri. Quest'ultimi, scoprirò alla fine, in alcuni casi sono stati realmente minati da così tanta sofferenza. Qualcuno si ribellava, qualcun'altro  non eseguiva gli ordini alla lettera, qualcun'altro ancora si affezionava veramente. Infine c'è stato chi ha tramandato le storie di queste persone perché non si perdessero.


Al manicomio di Volterra si testavano anche cure sperimentali come quella fatta al padiglione Maragliano, dove venivano ricoverati i malati di TBC.



Si avvalsero della climatoterapia e il colonnato dell'edificio (rivolto verso il mare)  veniva usato per collocare i pazienti in carrozzina per fargli usufruire dell'aria di mare come terapia curativa. Dopo qualche mese fu chiaro che tutto ciò non serviva a niente e fu abbandonata questa pratica.



L'accesso a questo padiglione è quello più difficile. La vegetazione è fitta, quasi a sbarrare la strada ai visitatori e gli interni (salvo qualche eccezione) sono molto danneggiati.



All'interno si trovano pezzi di macchinari, libri, oggetti personali, letti e pitali.
Non pubblico le foto dei bagni e delle vasche da bagno solo per decenza ma potete ben immaginare.
 

Nel corso della giornata ci vengono inoltre raccontate altre storie, come quella di un ricoverato che, nella figlia di un infermiere, ci rivedeva il proprio figlio strappatogli e per tanti, tantissimi anni, nel giorno della Befana le regalava una calzetta di dolci.
E poi un'altra: una signora piccola, minuta, che vestiva sempre di merletti e col colletto inamidato, fatta rinchiudere in manicomio dalla famiglia perché non voleva sottostare a un matrimonio combinato. Ripeteva "Piuttosto mi faccio suora!" e fu fatta passare per pazza e costretta a vivere in quello che vedete.
Poi altre storie di famiglie che ti buttavano qui per non darti la tua fetta di eredità, perché ti eri ribellata al marito, perché magari una notte non eri rientrata a casa, perché avevi offeso un pubblico ufficiale, perché avevi tentato il suicidio, perché eri depresso, o triste, o solo.

Il problema è che qui, solo, ci rimanevi comunque.



Ringrazio la volontaria che ha raccontato a noi due questi aneddoti in una sala silenziosa  della biblioteca, in maniera del tutto confidenziale ed empatica.
E Andrea Trafeli che, durante la visita guidata, ci ha fatto conoscere con umanità e commozione Oreste Nannetti e i suoi messaggi al mondo.

                                                                         ***
Prima di andarcene abbiamo scoperto che la signora è la bambina alla quale veniva regalata puntualmente la calza di Befana e Andrea è il figlio di Aldo, l'infermiere personale di Oreste.




lunedì 12 dicembre 2016

Idea Regalo: LA RICETTA IN BARATTOLO


Come ogni anno, per Natale, cerco e studio un regalino fai da te per le amiche. Sono incappata molti mesi fa in questa idea carina, le ricette in barattolo, e l'ho messa nella lista "Cose da regalare a Natale."
Ho trovato tantissime ricette sia dolci che salate (per salato intendo che in barattolo si può fare pure il risotto o il minestrone con gli ingredienti secchi) e io ho optato per i biscotti. 
Quindi armata di calcolatrice mi sono messa a fare due conti di quanto e cosa poteva entrare nei barattoli che avevo scelto, perché un conto è avere una ricetta in testa e un conto è farla 'entrare' letteralmente in un recipiente. In poche parole una mattina la mia cucina sembrava il laboratorio dello speziale.
Ho cercato, vagliato, provato varie ricette e vari ingredienti e alla fine ho trovato il mix perfetto (e semplice)  sia per il palato che per il barattolo: biscotti alle gocce di cioccolato. Ovvio che poi ho abbellito il tutto con uno stampino, qualche decorazione e della stoffina.
Quindi se voleste provare a regalarlo io ho fatto così:

Quello che ho usato per il packaging:
-barattoli piuttosto capienti (volendo anche da litro) 
-stoffina colorata
-cartoncino per foderare il barattolo
-bigliettini e adesivi
-carta velina 
-nastro e decorazioni
-stampo per biscotti
-colla a caldo




La ricetta di questi biscotti in barattolo invece è la seguente:

-220 g di farina 00
-60 g di zucchero semolato
-100 g di zucchero di canna
-1 cucchiaino colmo di lievito
-1 bustina di vanillina
-un pizzico di sale
-gocce di cioccolato e/o cioccolato fondente a pezzettini

(ingredienti da aggiungere sul momento: 1 uovo e 110 g di burro)

Una volta preparati gli ingredienti andrete a mixarli a vostro piacimento e a vostro gusto. Le gocce di cioccolato posso essere messe sia in mezzo che in cima (ho preferito non pesarle e andarle a posizionare riempiendo gli spazi vuoti, tanto la cioccolata non è mai troppa!) e lo zucchero di canna diviso in due volte per creare un effetto a strisce, insomma divertitevi a creare il vostro impasto.





Una volta messi gli ingredienti io ho foderato la cima del barattolo con della carta velina per tenere tutto più fermo.
Poi, con del cartoncino colorato, ho foderato il tappo del barattolo all'interno mentre all'esterno ho applicato della stoffa con sei punti di colla a caldo.


Ho scritto la ricetta su dei cartoncini colorati e sono andata a chiudere il barattolo con del nastro colorato, una pallina di natale e uno stampo per biscotti.




Infine, con un piccolo adesivo, ho specificato cosa aggiungere al momento dell'esecuzione.


 

 E voilà, la ricetta dei biscotti in barattolo è pronta per essere messa in un recipiente, lavorarla con un uovo e il burro e infornare il tutto per dei biscotti di frolla semplici e gustosi.





E comunque non sono normale, son già qui che penso "E al prossimo Natale cosa regalo?"

lunedì 14 novembre 2016

Questo fa di me



Dal 1 Novembre sto partecipando a un progetto indetto da Silvia che si chiama Remember November, una sorta di viaggio fatto di foto e riflessioni su noi stessi e quello che ci circonda.
Ogni giorno un compito diverso. Ieri, ad esempio, dovevamo chiedere sui social e a chi ci circonda "Come mi vedi?" Domanda semplice ma non scontata e mi sono domandata quanto arriva di noi stessi sui social, quanto effettivamente facciamo passare, quanto i blog, le ricette, le poesie, i racconti, gli status raccontino veramente di noi. Quanto ci sia di vero. Ho girato questa domanda sul mio profilo e ovviamente ci sono stati solo commenti che mi hanno scaldato il cuore, tutti i miei pregi, le cose in cui credo, i miei amori, le mie passioni, quello che realmente sento di essere, senza filtri.
Io sono quella Simona lì, quella che traspare da queste pagine e dai miei profili social. Ma c'è anche altro, cose di cui non vado fiera, i difetti che mi fanno bellamente compagnia e che tutti, in un mondo dove l'apparire al meglio è sovrano, cerchiamo di tenere nascosti o quanto meno far passare molto filtrati. Ieri sera, leggendo quello che mi scrivevano, da una parte mi faceva un piacere immenso, dall'altra mi rendevo conto che forse mi avevano idealizzato un po'. Mi sono sentita un po' a disagio (anche  per la domanda autoreferenziale alla 'Parlami di ME') e ho deciso di fare un' autoanalisi e mettere nero su bianco  i miei difetti per cercare, anche, di lavorarci un po'.

Sono una donna molto sensibile, spesso ormonale, e questo fa di me una persona tendenzialmente permalosa nonostante faccia dell'autoironia il mio cavallo di battaglia. Mi si offende con poco ma mi si gratifica con nulla.

Sono poco incline al perdono e questo fa di me una cattiva persona perché sostengo che il perdono sia la più alta forma di amore e intelligenza che un essere umano possa dimostrare.

Sono schietta e diretta. Troppo schietta e troppo diretta. E questo in alcuni contesti mi fa apparire arrogante, antipatica e aggressiva. Dovrei imparare la difficile arte del saper tacere e possibilmente riflettere.

Sono goffa, maldestra, spesso pure sgraziata nel modo di vestire, di pormi, di parlare. Non ho l'intelligenza o l'astuzia di cambiare toni o registro a seconda di chi ho davanti. Ci potrebbe essere il Papa, un ragazzino, un uomo d'affari, una barbona o una suora e il mio registro non cambierebbe di una virgola. Il fatto grave è che tutto questo non è studiato, è solo molto infantile, e forse a 43 anni suonati dovrei imparare a comportarmi come si deve.

Dico un sacco di parolacce. La scusa che sono toscana non regge più, non tutti i toscani dicono parolacce anche se è un intercalare piuttosto comune. Uso spesso le parolacce per dare più vigore a quello che dico, niente rafforza il concetto più di un 'Cazzo!' esclamato al momento giusto.

Non sono una persona che porta rancore, perché per farlo servono molte energie e preferisco incanalarle in qualcosa di costruttivo. Faccio di peggio: io ti cancello. Dalla mia vista, dalla mia strada, dalla mia vita. Se dico basta, per me non esisti più. E, come il più puntiglioso dei bambini piccoli, non torno più indietro. 

Non sono per l'accanimento sentimentale. Se non mi vuoi io non ti rincorro, non mi piego, piuttosto mi spezzo e questo fa di me una persona con cui, a volte, non si può ragionare. Se mi fai correre, se mi dai solo briciole, io non ho la pazienza e la voglia di aspettare o di starti dietro.Sono inquieta e molto incline al 'tutto e subito' e 'O bianco o nero'. Le vie di mezzo non fanno per me e questo mio assurdo comportamento mi ha precluso delle occasioni d'oro. L'attesa mi logora. L'aspettare mi sfinisce. 

Odio i paletti, le costrizioni di ogni genere e potete ben capire in ambito lavorativo (la scrittura) cosa questo comporta. Per certi versi non è facile lavorare con me; pretendo, porto avanti le mie idee, non scendo a compromessi, a certi giochetti, lotto per quello che voglio, non mi accontento, voglio il meglio e quando non lo posso ottenere allora cambio musica. Questa mia mancanza di elasticità, oltre a farmi perdere belle occasioni (soprattutto agli occhi degli altri) si traduce in un simpatico "Ricominciare da capo," e infiniti "Ho un carattere di merda - Ho un carattere di merda - Ho un carattere di merda..." scritti alla lavagna.

Mi innamoro facilmente delle persone. E altrettanto facilmente mi disinnamoro. Basta poco così perché tu mi vada a genio ma una battuta o un comportamento fuori posto mi portano velocemente dall'altra parte. Una persona normale darebbe comunque un'altra possibilità, secondo cosa dici o fai io non ti faccio finire nemmeno la prima. Ed è faticoso non essere così malleabile, così accomodante a volte, così buona

Sono una persona che non riesce a fare buon viso a cattivo gioco. Se mi stai sul cazzo si vede e questo denota un autocontrollo che fa acqua da tutte le parti. Alla mia età si dovrebbe quantomeno avere il filtro dell'esperienza e del buon senso, ma a quanto pare ne sono sprovvista e non ne vado certamente fiera. Anzi.

Sono impulsiva (nel senso peggiore del termine) agisco di istinto e questo spesso mi mette nei casini e a volte mi porta più svantaggi che vantaggi. A volte sono anche puntigliosa e cagacazzi. Già che siamo qui diciamo le cose come stanno.

Sono una che sui social cancella amicizie e oscura le persone. Senza avvertire. Perché nel mio modo contorto di pensare che sfiora l'onnipotenza, sei TU che devi arrivare a capire del PERCHE' ti ho cancellato. Non sono ancora arrivata a bannare ma non è detto che mi precluda questa possibilità. Questo fa di me una persona poco tollerante e poco incline alla comprensione e al confronto se quello che dici o posti mi fa incazzare e non riflettere, indignare e non ragionare. A volte faccio una fatica immane a mettermi dall'altra parte. E voglio imparare a farlo.

Sto sulle palle a un po' di gente, quelle che probabilmente hanno avuto a che fare con la mia parte peggiore, gente con cui mi sono scontrata, gente molto distante da me o forse molto simile, chissà.

Non conosco l'invidia ma posso essere vendicativa, non tanto a gesti quanto a parole. Non importa se sia passato un giorno o dieci anni, io ho una buonissima memoria e stai pur certo che se una cosa mi ha ferito, prima o poi ti tocca la peperonata: quando meno te lo aspetti ti si ripresenta. E non è sciocco quando capita dopo anni? Non dovrei avere la maturità di lasciarmi scivolare alcune cose di dosso?
Mi piacerebbe essere più zen, più sul 'Ma lascia perdere!' e invece, spesso, non lascio perdere manco per il cazzo. E per giustificare questo mio atteggiamento discutibile mi dico che se tutti avessero ragionato sul 'lascia perdere' le cose nel mondo o nella propria vita non cambierebbero mai di una virgola. A volte c'è bisogno di una presa di posizione. Spesso la mia è sbagliatissima ma me ne assumo, consapevolmente, la responsabilità.

Non finisco questo post dicendo "Questa sono io, prendere o lasciare", perché è una frase che odio e che presuppone arroganza, presunzione e una presa di posizione molto infantile (e mi sembra che di difetti su cui lavorare io ne abbia già abbastanza). Quindi no, non lo dirò. Anzi, vi spingo a fare il contrario e quindi vi dico che questa sono io. Non quella di ieri, non quella di domani perché nel frattempo ho rivisto o potrei rivedere certe cose, certe posizioni, certi atteggiamenti, certi pensieri. Si cambia per gli altri, ma soprattutto per se stessi e spesso, spessissimo, in meglio. E in mezzo a tanti pregi e altrettanti difetti ci sono io che da quando ho preso coscienza di me, mi barcameno per cercare di far sì che i primi vincano sui secondi. Su molte cose ci sono riuscita, su altre ci sto lavorando, su altre ancora ho fallito miseramente e ne prendo coraggiosamente atto. Non mi preoccupo di piacere a tutti, mi preoccupa il fatto che un giorno potrei smettere di farmi domande e crogiolarmi nei miei difetti esaltandoli come pregi anche se il mondo grida il contrario. 
Nel frattempo vivo circondata da chi ha deciso di venire accecato dalla luce delle mie virtù e dal buio profondo delle mie mancanze.




martedì 8 novembre 2016

Amazon Academy: cosa è emerso e spunti di riflessione



Ieri, a Milano, ho partecipato ad Amazon Academy, primo evento in assoluto in Italia al quale sono stata invitata insieme ad altri autori/autrici. Nella seconda parte dell'evento, quella dedicata alla pubblicazione, ho avuto l'occasione di conoscere molte persone e altrettante storie. Chi era alla prima pubblicazione, chi alla dodicesima, chi era ibrido come me (con metà delle pubblicazioni in self e l'altra metà con un editore chiamiamolo 'tradizionale') chi cercava risposte a mille dubbi e chi è partito con tante domande sulla punta della lingua. Con una mossa geniale chiamata Speed dating (che all'inizio ci è sembrata un po' azzardata) ci hanno fornito l'occasione di parlare tra di noi, familiarizzare, raccontare le nostre esperienze e per una volta uscire da quel guscio nel quale noi scrittori spesso ci rifugiamo, perché non è mai facile esporre con sincerità e obiettività i nostri scritti, soprattutto se hai davanti a te una persona che sa esattamente di cosa parli. In pratica: ai profani puoi veramente raccontare fuffa, a chi scrive e fa il tuo stesso percorso anche no. Questo ci ha messo tutti allo stesso livello e ho notato quanto questo ha impedito l'autocompiacimento e l'autocelebrazione che sono i due atteggiamenti più fastidiosi dello scrittore medio. Uno dei punti che sono emersi da questo incontro è ancora una volta il pregiudizio rivolto agli autori che si autopubblicano. C'è quel discorso un po' sciocco (ancora da profani, da 'non addetti ai lavori') che l'autore self sia un po' sfigato, che nessuno se lo fili o che ripiega sul self publishing perché 'incapace' di pubblicare davvero. Come chi dice che la marcia è per quelli che non sfondano nella corsa, il golf per quelli negati a tennis, e lo sci di fondo per chi ha provato a sciare ma ahimè non ne era troppo capace. Se queste persone fossero state con noi ieri avrebbero capito che dietro a un autore che si autopubblica con un colosso come Amazon c'è una mole di lavoro, di impegno, di competenze che non ha nulla a che vedere con l'incompetenza. Senza considerare che negli autopubblicati ci sono autori famosi, giornalisti, medici e persone che 'lavorano' nell'editoria e nella scrittura da anni. Hanno scelto solo un canale diverso, una strada nuova, innovativa, e se vogliamo più immediata, per far veicolare i loro scritti, le loro storie, in modo del tutto professionale avvalendosi di un editor, di un correttore di bozze, spesso di agenti letterari, di un grafico, di qualcuno che gli curi l'immagine, le pubbliche relazioni e tutto ciò che concerne 'l'uscita' di un libro nel modo più 'tradizionale' del termine. 
Mi scrivete in tanti, mi fate leggere i vostri scritti, mi chiedete un parere e mai, dico mai, vi ho detto di lasciar perdere se quello della scrittura è il vostro percorso, la vostra aria. Vi spingo a provarci, anche con l'autopubblicazione, ma quello che ci tengo a ribadire è che dovete lavorare sodo, non improvvisare, non lavorate con approssimazione perché è l'atteggiamento di chi per primo pensa che il self publishing sia un filino sotto la pubblicazione tradizionale. E visti i libri, le vendite, i premi letterari, i riconoscimenti e uno sfiorato Premio Strega, vi posso assicurare che si è respirata un'aria di competenza, serietà e tanto tanto lavoro.
Ringrazio le mie compagne (vecchie e nuove) di avventura e di penna, che fanno della scrittura e del raccontar l'amore il loro punto di forza. E, a questo proposito, vi svelo un altro dato emerso dal mondo editoriale:
'Tira più un libro rosa che un carro di buoi'

Che sia messo agli atti.


giovedì 27 ottobre 2016

Viaggio in USA: alla scoperta del Massachusetts, degli indiani e della casa del cuore.

Se mi chiedete "Massachusetts?" io rispondo "Casa!"
E ora vi spiego perché:


Vi basta come spiegazione? 
Questa è stata la nostra casa durante il nostro soggiorno a Northbridge, in Massachusetts, e inutile dire che ci abbiamo lasciato il cuore, gli occhi, ma pure il fegato perché una casa così non me la potrò permettere mai. Dire meravigliosa è dire poco. 


La casa era divisa in due, la zona messa a nostra disposizione da Kimberly era la parte inferiore (con veranda, salottino e ingresso principale) che ci faceva realmente sentire i padroni di casa. 


Raramente abbiamo soggiornato in una casa così bella fuori e dentro (forse se la gioca con una casa/fattoria in Irlanda) e raramente abbiamo avuto così tante stanze per una casa vacanza. 
Le foto, purtroppo, non rendono tutta la bellezza di questa dimora in stile vittoriano.
La casa comprendeva un ingresso molto ampio, due camere da letto (di cui una con il letto a baldacchino) una sala da pranzo, un salotto con camino, una cucina con dispensa (fornita di ogni cosa) un bagno e due ripostigli.






 Della cucina, ovviamente, mi sono innamorata all'istante. Semplice, spartana, con mobili grezzi di una verde malva pallido. Il piccolo tavolo rotondo (che riportava i segni di una vita vissuta pienamente) era collocato davanti alla finestra che, meraviglia delle meraviglie, si affacciava sul piccolo laghetto dietro casa. Sì, c'era pure il laghetto (buhahhahha, mi viene da piangere per la nostalgiaaaa). 
Manco vi sto a dire cosa ha significato tutto ciò per me: una casa stupenda, un laghetto, una stufa antica, una veranda, un camino. Nei dintorni una vecchia fabbrica, una ferrovia, un bosco. Anche se una non avesse voglia di scrivere, dipingere, comporre musica, qua le parte l'embolo creativo di sicuro.
La cucina era priva di televisione (scelta condivisa) e questo ci ha permesso di cenare assaporando minuto dopo minuto la pace del posto e il silenzio (interrotto solo da qualche animale del bosco che lì per lì ci hanno fatto pure prendere un colpo).
La mattina, infatti, spesso ci facevano compagnia dei simpatici scoiattoli.
Riassumendo: ti alzi la mattina, ti affacci alla finestra che dà sul lago  e gli scoiattoli ti fanno Ciao. Heidi scansate 'n attimo.



Comunque. Meglio non soffermarmi più sulla questione Casa di Kimberly (che per inciso è stata meravigliosamente disponibile e gentile)  se non voglio andare in depressione per i prossimi diciotto mesi.  Quindi parliamo della cittadina, va'.
Northbridge è carina, accessibile, molto tranquilla e sicura. Mi è sembrato il  tipico paesino americano nel quale succede poco e niente, quindi perfetto per noi che amiamo la tranquillità. L'abbiamo scelta perché ci sembrava perfetta per poter accedere a tutto quello che volevamo visitare del Massachusetts che, a differenza del Maine, offre molte più attrazioni e cose interessanti a livello culturale. Una di queste attrazioni è certamente Plymouth Plantation.



 Plymouth Plantation è un villaggio-museo nel quale vieni letteralmente catapultato  nel 1600.
Avete presente Benigni e Troisi a Frittole in Non ci resta che piangere? Bene, paro paro.
Il villaggio è una fedele ricostruzione dell'insediamento dei primi coloni costruito dagli inglesi. Passeggiando per le vie del villaggio potete incontrare i padri pellegrini intenti nelle loro faccende  quotidiane e ammirare gli orti e i giardini curati come si faceva all'epoca. Pure il cibo è preparato come allora e non pensate di avere facili risposte alle vostre domande, perché gli abitanti forse non capiranno per bene la vostra lingua. Infatti, per dialogare con chi abita in questo villaggio, dovete abbandonare i vostri panni e catapultarvi nel 1600. Vi chiederanno da dove venite e spesso faranno facce sorprese dicendo che non conoscono il vostro paese. Vi diranno che siete vestiti in modo strano e saranno affascinati dal vostro modo di porvi, di parlare e troveranno bizzarro quell'indumento che avete indosso che altro non è che  una giacca a vento.
I primi minuti sono spiazzanti, io ve lo dico. Gli abitanti di questo villaggio sono molto ciarlieri e ben disposti al dialogo, basta solo abbandonare quel che siamo e cercare di tornare indietro nel tempo. Sembra facile ma non lo è, credetemi. È un bel salto nella storia ed è un bell'esercizio per capire fino in fondo come vivevano all'epoca; questo fa sì che questo museo sia un gioiellino del Massachusetts.


 





In questo viaggio a ritroso nel tempo abbiamo avuto occasione di conoscere anche i nativi del territorio: i Wampanoag, che aiutarono gli inglesi a insediarsi al meglio in quella terra a loro sconosciuta.
E...ecco, siete mai entrati in una tenda 'vera'? Fatta di corteccia, pelli e legna? Siete mai stati in una tenda con del fuoco 'vero' che scoppietta al centro? Vi siete mai seduti accanto ai nativi americani per farvi raccontare come vivono, come si nutrono, come cacciano? No? Bene. Qui potete fare questa entusiasmante esperienza. Vi potete sedere e passare qualche minuto (vi assicuro che di più è quasi impossibile per il caldo e il fumo scaturito dal fuoco) con i Wampanoag che, a differenza dei personaggi del villaggio che interpretano un ruolo, sono dei veri nativi americani. Di conseguenza si esprimeranno nella loro lingua, quella della loro tribù. 





Inutile rimarcare quanto sia stata affascinante questa esperienza, così lontana da noi, dalla nostra storia, dalle nostre abitudini.
Non potevamo non finire questa giornata a spasso nel tempo non visitando la Mayflower, la nave con la quale i padri pellegrini salparono da Plymouth (Inghilterra) diretti negli Stati Uniti.



Anche qui vi accoglieranno persone disposte al dialogo che potranno raccontarvi la difficoltà e il disagio di quella lunga e terribile traversata. Mi raccomando: basta ricordarsi di essere nel 1600 e agire di conseguenza :-)
Plymouth.
Plymouth  è una cittadina piacevole, senza pretese e passeggiando sul lungomare non potete non imbattervi in una importante roccia, quella che riporta incisa la data 1620. Pare che questo fosse il luogo esatto in cui i padri pellegrini misero piede per la prima volta su queste terre.
Ma non è affascinante tutto ciò?
Piccola curiosità: sapete come nasce il giorno del Ringraziamento?
Quando i pellegrini arrivano in questo paese, portarono con loro semi di vari prodotti che purtroppo non attecchirono in quelle nuove terre. In loro aiuto arrivarono, come già detto prima, i nativi americani che li guidarono nella semina di piante idonee a quel terreno e suggerirono quali animali allevare, in particolar modo il granturco e i tacchini.
Il successo del primo raccolto, avuto grazie a questi consigli, indusse i pellegrini a indire un giorno di ringraziamento a Dio per l'abbondanza ricevuta. Nei secoli successivi il Giorno del Ringraziamento si è esteso anche in altri paesi.





Ecco, questa è stata una delle esperienze più belle ed entusiasmanti  di questo viaggio, insieme ad altre cose come l'avvistamento delle balene, di cui vi parlerò nel prossimo post. Perché il Massachusetts è questo e altro.

p.s. Vi invito, per comprendere al meglio questa esperienza, di leggere questo articolo al riguardo, che tra i tanti presenti in rete, ho trovato il più vicino a quello che ho percepito.

(to be continued)

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