Prima del nostro viaggio negli Stati Uniti, la mia conoscenza della comunità Amish era sfocata, quasi interamente confinata al filtro cinematografico di Il testimone con Harrison Ford. Spinti dal desiderio di comprendere una cultura così radicalmente alternativa alla nostra, abbiamo deciso di includere nel nostro itinerario Lancaster, la culla storica in cui la comunità si stabilì per la prima volta negli USA. Per comprendere davvero un mondo così distante, la prima tappa è stata la fattoria museo. Qui le tradizioni si toccano con mano; si cammina tra i banchi di una tipica scuola, si entra nelle case spoglie e ci si perde tra i profumi dei negozi autogestiti, in un microcosmo che profuma di coperte patchwork cucite a mano, frutta sciroppata, conserve sott'olio, saponi artigianali e miele purissimo. Tutto questo esercita un fascino magnetico, ma le regole che governano la comunità sono rigide e, per la nostra mentalità, quasi inconcepibili.
La prima, fondamentale raccomandazione che si riceve all'arrivo è perentoria: mai riprendere gli Amish in volto, né con foto né con video. I motivi toccano corde profonde. Il primo è teologico; mettersi in posa equivale a un atto di vanità che contrasta con il loro credo. Il secondo riguarda la dignità; non sono fenomeni da baraccone. Tuttavia, il mondo Amish non è un blocco unico. Ci sono gli Old Order Amish (i più radicali, che rifiutano quasi tutto e non si farebbero mai fotografare coscientemente) e comunità o singoli individui appartenenti a ordini più progressisti o a rami mennoniti vicini. Alcuni di loro, pur mantenendo l'abito tradizionale, hanno una visione meno rigida del divieto biblico sulle immagini e accettano di interagire con i turisti. Questo perché il turismo a Lancaster è diventato un'industria di dollari e alcune fattorie o attività commerciali gestite da famiglie Amish hanno stretto veri e propri accordi con agenzie turistiche selezionate. In questi casi, gli Amish accettano di ospitare piccoli gruppi, rispondere a domande e tollerare la presenza di macchine fotografiche in cambio di un sostegno economico diretto per le loro scuole o per la comunità stessa. Resta fermo il principio che, di norma, preferiscono non essere ripresi in pose da ritratto formale, ma tollerano foto mentre lavorano o si dedicano al lavoro nei campi. La regola d'oro sarebbe scattare solo da lontano, di schiena, catturando frammenti o incontri fortuiti, senza mai rendere le persone riconoscibili. Certo, destabilizza pensare che nel ventunesimo secolo ci sia chi rifiuta l’elettricità, la televisione, gli smartphone e l’assicurazione medica per spostarsi solo in carrozza, affidandosi alla terra, all'artigianato e alla volontà di Dio; ma, persino questo isolamento oggi vive di sfumature. La modernità viene filtrata con parsimonia, qualcuno possiede un cellulare per lavoro (ma usato rigorosamente fuori casa e depositato nei silos o nelle stalle prima di cena) e non è raro incrociarli tra le corsie dei supermercati a fare scorta di cibo. Il momento più affascinante di questo equilibrio è la Rumspringa, il periodo in cui i giovani, alle soglie dell'età adulta, ricevono il permesso di esplorare il mondo esterno. Possono vestirsi alla moda, guidare auto, bere alcolici, frequentare locali e usare la tecnologia, avendo la totale libertà di scegliere il proprio destino. È un bivio, restare fuori o tornare a casa per sempre. L'istinto occidentale ci sussurrerebbe che nessuno sceglierebbe mai una vita di privazioni; i dati, invece, dicono il contrario. Quasi il 90% dei ragazzi sceglie di tornare alla fattoria, accettando consapevolmente i paletti della comunità.
Per me è stato un momento di profonda illuminazione, e ho voluto contribuire al loro sostentamento acquistando dei barattoli di frutta sciroppata in un banchetto ai bordi di una fattoria. Dietro la merce c'era un piccolo comitato di accoglienza di mezza dozzina di bambini. La più grande, con una cuffietta bianca in testa, avrà avuto dodici anni. Il più piccolo, un bimbo di circa quattro anni, scalzo e con una salopette blu, mi è corso incontro. Prima si è nascosto dietro le gonne della sorella, poi mi ha guardato e mi ha regalato un sorriso enorme. Gli ho detto qualcosa nel mio inglese zoppicante e, per tutta risposta, ha fatto una mezza piroetta, continuando ad agitare la mano per salutarmi mentre ci allontanavamo. Quel bambino biondo lo ricordo come se fosse qui davanti a me. Crescerà, attraverserà la sua Rumspringa, sceglierà se tornare o andarsene. In qualunque altra parte del mondo quel momento sarebbe diventato un selfie, una foto da postare sui social. Ma non quel giorno. Se c'è una lezione preziosa che porto a casa da Lancaster, è proprio questa: non tutto ciò che è straordinario deve essere catturato da un obiettivo per esistere. Nella mia personale bacheca dei ricordi ho aggiunto una nuova, importantissima tacca alla parola rispetto.












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