venerdì 12 marzo 2021

Dear Meghan, you devi stare calm

 



Dear Meghan,

I am Simona, 'na amica di Betty. Ti scrivo only now, because ho avuto da fare with the garden de my mother. She has not big park (mica siamo rich come your), but c'avevamo da fa' le cleaning of spring. Presente when arrives il prete? Paro paro.

In any case, ecchime. 

The first cosa che te vojo di' is: but are you crazy? But really te metti contro la Betty? You non hai understand in che casino te sei messa, fija mia.

You dovevi sta' calm. Parecchio calm, che mo' sei pure pregnant. Invece del tè, drink a camomilla, e fai big respiro che te spiego.

What's the problem? Non volevi frequentare Buckingham Palace? Bastava trovare an excuse qualsiasi tipo:

"Sorry Betty, but I have una nail incarnita and cammino male. Rimango in my house." o sennò "Sorry Betty, but me so' uscite le emorroidi, look sto a mori' dal dolore." You know emorroidi? A problem serio, nobody te poteva di' nulla.

Invece you no! Interview con Oprah Winfrey che ti ha fatto fare hair e contro hair alla Royal Family.

Che poi, Meghanina, anche you... come facciamo a credere che you non abbia never googlato Harry... che you non sapessi nulla,  but chi credevi che fosse, the boy of the pizze? The corriere de Amazon? Er son del garzone?

Cioè, pure my Grandmother de 90 years sa chi è Harry and come se vive a corte a eyes and cross. Scommetto che my mother sa pure che taglia porta de mutande. 

The story con Kate la comprendo, stai quiet, nessuna di noi va di love e d'accordo with cognata, it's normal.  Poi Kate... capirai. Beautiful, magra, gnocca, che sforna children come noi se sfornava cake demmerda dal Dolceforno Harbert. Se te sta simpatica come a cistite, I understand.

And capisco anche che te sei sentita incompresa, but ce devi fa' 'r callo. Pensa che on newspaper they call me SILVIA, non Simona. And se ce la faccio io, ce la devi fa' anche you a supera' sta cosa. Nun te fa bene statte ad angustiare. Next time me devi chiama', I will calm you. Ci facciamo a herbal tea, se chiacchiera un po' e te spiego come devi prendere la Betty, because se you non l'avessi capito she te magna a colazione. Te spalma on bread. Te puccia nell'Earl Grey. Te dà in pasto ai wild porc del bosco behind Buckingham Palace. Però sorridendo. Mica se scompone. Vi sfancula con much class.

Because le Queens sono così, si fanno i dick loro e campano 100 years.

Enfatti s'è visto.

Anyway, Meghanina, promettimi che stai calm. And basta interview dove spari shit sulla Royal Family, datti peace. Ricorda: big respiro and camomilla.

Dai retta a Simo, o Silvia, come you preferisci e saluta Harry, utile nell'intervista come una betoniera in the living room.

Fate i bravi, raga'.

With Love

Simona 



giovedì 4 marzo 2021

Sanremo - seconda serata

 Il Festival si apre con Fiorello vestito da Achille Lauro vestito da corvo vestito da poiana. Inquadrano la platea e sembra la festa di compleanno di Ernestino all'asilo Marinella: un tripudio di palloncini, tra i quali ne spunta uno a chiara impronta fallica, ma forse sono solo chiacchiere. Delle mamme.Si esibiscono i primi quattro giovani emergenti (ai quali va tutto il mio appoggio) poi la prima Big a salire sul palco è Orietta Berti.

Fiorello sbaglia pure la presentazione dicendo che sono 19 anni che manca dal Festival, lei lo interrompe e indispettita precisa che 'Sono 29 anni, caro Fiorello!'. A momenti gli rifila pure du' schiaffi e ho temuto gli lanciasse le conchiglie che aveva sul petto come Venusia sparava le tette/missili.

Dopo l'esibizione dell'Orietta arriva lo stacco di coscia di Elodie. Scopriamo dopo pochi minuti che c'è anche tutto il resto. Perde un orecchino sul palco del valore di 10.700 euro e lei, chinandosi per raccattarlo, sussurra un innocente 'Oh...' come facciamo noi quando ci cade dalla borsa il pacchetto di crackers dell'82 che non mangerebbe manco il cane.

È la volta di Bugo e con orrore riviviamo la scena di un anno fa: arriva e manca l'asta del microfono. Lui si gira spaesato e chiede sgomento CHE SUCCEDE? Amadeus lo rassicura subito con "Eccolo il microfono, eccolo! Tranquillo!" A momenti gli carezza la testa e gli sussurra 'Va tutto bene, ci sono qua io. Va tutto bene."
Quello che non va bene invece è lo spettacolino di Laura Pausini. Lei, reduce dalla vincita di un Golden Globe, accetta di mettere su una scenetta da Sagra della Porchetta con Amadeus che dovrebbe far finta di ballare sul cubo, invece sembro io 'mbriaca all'80esimo compleanno de mi nonna. A tutti gli ospiti fanno fare un medley dei loro maggiori successi, alla Pausini un canto a cappella con Fiorello che sputa nel microfono e Amadeus bisognoso di un esorcismo.
Dopo Gaia che non so chi sia (scusame madre per mi vida poco musical) arrivano Lo Stato Sociale con uno scatolone tipo cassettone Kr§bje di Ikea. Mi chiedo dove sia l'unico ragazzetto che conosco di questo gruppo e va là che mi spunta dai cartoni come un clochard qualunque. La canzone è tutta un casino, ma sono giovani, lasciamoli fare.
Per la gioia di tutte le mamme arrivano i ragazzi de Il Volo che sembrano i genitori attempati dei ragazzi dello Stato Sociale, nonostante ci siano sì e no tre mesi di scarto all'anagrafe.
Di seguito viene presentata La Rappresentante di Lista, della quale mi aspetto il nome, invece scoprirò che si chiama proprio La Rappresentante di Lista, ragion per cui da oggi voglio chiamarmi La Commessa del Mercato. Tutto attaccato, però.
Fiorello si esibisce in una imitazione di Vasco Rossi, dopo aver smesso i panni di Achille Lauro il quale richiama un po' Renato Zero ai tempi d'oro che si ispirava a David Bowie che mio padre alla fiera comprò. In pratica veniamo catapultati in un mixone dove nessuno è chi dice di essere.
È la volta di Malika Ayane che si presenta con una crocchia di capelli tipo la mia quando apro al corriere in ciabatte e in pigiama. La sua canzone si intitola 'Ti piaci così' e ci ho letto un chiaro riferimento al suo look "Io mi garbo così, fatti i cazzi tuoi." Magnifica.
Non manca il momento Amarcord dove trovo tre persone con nome e cognome, canzoni orecchiabili e look sobrio come i Sanremo degli anni '80; infatti sono Fausto Leali, Marcella Bella e Gigliola Cinquetti che sembrano messi lì a sottolineare 'Queste sono canzoni, ne dovete mangiare di scatole di cereali, cari miei.'
Dopo si esibisce Ermal Meta con 'Un milione di cose da dirti' e sono quelle che vorrei dire a Elodie che, ancora più gnocca di inizio serata, si è esibita con le cosce de fora. A tal proposito mi salgono solo offese e la percuoterei con il mio barattolo da un 1kg di anticellulite. Maledetta.
Divorata dall'invidia mi abbiocco sul divano e mi risveglio giusto in tempo per vedere un tipo che canta con la mascherina. Temo di aver pigiato col gomito su canale 75 dove va in onda 'La mia vita da scambista', poi dalla regia mi dicono che sono Extraliscio feat. Davide Toffolo che, con tutto il rispetto, mi pare un trattamento per capelli.
Arriva il Gigione nazionale e la serata si anima un po'; con lui un ragazzo con un piumino che mi fa chiedere quanti gradi ci siano all'Ariston. Non è giusto far morire di freddo gli ospiti, e che diamine.
Poi arriva lui, il Re del festival: Achille Lauro in versione Rapunzel che imita Milva. Attorciglia e lancia la sua treccia rossa come un cowboy fa con il lazo. A momenti cava un occhio alla violoncellista in prima fila, ma sono dettagli.
Dopo c'è Gio Evan, già sentito nominare su altri lidi, ma a causa della cecagna prodotta dalla combo divano/dopocena, non riesco a realizzare appieno che ci faccia lì.
Poi si sono esibiti Random, Fulminacci e Willie Peyote, e mi punisco col cilicio perché non ho idea di chi siano, tranne l'ultimo che forse è quello che inseguiva Bip Bip in un vecchio cartone animato. Ma ho forti dubbi.
Poi mi sono trascinata stancamente a letto con un pensiero che mi martellava le tempie: ma quanto balsamo serve a Marcella Bella?



martedì 2 marzo 2021

PRENDERSI CURA

 Se c'è una cosa, tra le tante per la verità, che mi manda fuori di testa in questo periodo è il non poter prendersi cura.

Cura di qualcuno come abbiamo sempre fatto.
Stamattina ho accompagnato il mio babbo a una visita. Gli ospedali sono blindati. Si entra uno alla volta, non puoi accompagnare.
"Resta qui" gli ho ordinato mentre spingevo la prima porta a vetri. L'ho lasciato sotto il tendone, in quella sala d'aspetto improvvisata all'aperto. Ha ubbidito e si è messo a fissare il soffitto di plastica sudicia, gli anelli di alluminio da cui pendevano delle corde.
La ragazza dell'accettazione mi ha chiesto dove fosse mio padre.
"Fuori" ho risposto "Preferisco fare tutto io qui dentro."
"Lo chiami. Serve lui, lei non può stare."
L'ho guardata cercando di trasmetterle un messaggio, che però non ha colto. È una ragazza bruna, con dei riccioli fitti fitti intrappolati in un elastico colorato.
Chiamo il mio babbo e spieghiamo anche a lui che deve fare da solo. Lui rimane un po' spaesato, poi dice che va bene e 'imbocchi il corridoio, poi a destra, poi a sinistra, quello è il numerino, la chiamano loro.' Gli consegno la cartellina, il suo fardello.
"Babbo, hai capito? Hai tutto qui dentro"
Mi risponde sì sì, mi rassicura.
Riprovo con un'altra ragazza al di là del vetro. Ha gli occhiali e una coda svolazzante. "No perché qui dentro c'è un bel po' di roba... dovrei spiegare alcune cose..."
Lei alza il mento, non transige, la coda si agita mentre mi ripete "No. Entra solo lui."
Non si scusa e perché dovrebbe, ora funziona così. Sono io che dovrei chiedere scusa per la mia infantile insistenza.
Il mio babbo prende la cartellina e si avvia da solo per il corridoio. Va piano, ma tanto che fretta c'è.
Torno fuori come mi dicono. Io, al contrario di lui, guardo il pavimento di cemento scrostato.
Una coppia si avvicina. Lei avrà la mia età, forse qualcosa in più. Al suo braccio, un po' claudicante, è ancorato quello che presumo essere suo padre. L'uomo fa una battuta, lei ride.
Varcano insieme la prima porta a vetri, poi la seconda, infine dopo alcuni minuti, li vedo fare insieme il corridoio.
Rientro di nuovo. La ragazza coi riccioli stretti nell'elastico mi dice stancamente "Dica..." Probabilmente ha già capito.
"Ho visto passare il signore con la donna... mi chiedevo se anche io..."Lei guarda la ragazza con gli occhiali. È in imbarazzo, balbetta "Be'... sì..."
"Io capisco tutto e mi sembra giusto" insisto piccata "ma anche io allora vorrei essere con il mio babbo."
"Non è autosufficiente?" si intromette quella con la coda.
"Sì, ma che c'entra... solo che a volte confonde..."
Lei non mi lascia finire "Signora, non si può." Poi sbircia un foglio "Poi questo esame non è invasivo, niente di cui preoccuparsi, e comunque il signore di prima ha l'accompagnamento." La butta lì e dovrei sentirmi fortunata. Il mio babbo non ha bisogno dell'accompagnamento. Avrebbe solo bisogno di essere rassicurato o al limite imbeccato per poter rivelare al medico le medicine che prende. O ricordargli la sua anamnesi, tutta. O passargli la camicia con un gesto gentile al posto di 'Si può rivestire.' Di questo ha bisogno.
La ragazza coi riccioli mi guarda un secondo di troppo. Non parlo più, ho capito. La imploro solo con gli occhi. Alla fine mi dice "Vado io."
Imbocca il corridoio e resto a guardarla con le mani in tasca. Un'altra ragazza prende il suo posto sullo sgabellino. Possono coprirla qualche minuto.
Mi ritrovo a fissare le pareti, degli opuscoli, cartelli covid e amuchina ovunque.
Torna dopo un po' "Tutto ok" mi dice. Sembra sollevata anche lei. "Sta già facendo l'esame. Il medico e l'infermiera mi hanno detto che va tutto bene, è bravissimo."
"È stata molto gentile". Mi ritrovo a ringraziare una perfetta sconosciuta per essere stata al mio posto. I suoi occhi sono stati i miei.
Torno fuori.
Dopo dieci minuti arriva il mio babbo, cartellina in mano, un foglio aggiunto alla pila di quelli che ha già.
"Tutto bene?"
"Sì sì. Ho fatto presto" mi risponde aggiustandosi la mascherina.
"Sei stato bravo!"
"Bah!" mi risponde sollevato.
Saliamo in macchina e lo spedisco dietro come un tassista. Lui guarda fuori dal finestrino e mi racconta cosa ha fatto. Gli ripeto che è stato bravo, voglio che lo sappia.
Arriviamo a casa e troviamo mamma seduta a una tavola apparecchiata, ma intonsa di cibo. Qualcosa è sul fuoco.
"Siete già qui. Tutto bene?"
"Tutto bene, abbiamo fatto presto. È andato da solo."
"Bravo!" anche da mamma prende la medaglia. "E ora mangiamo. Aspettavo te."
Babbo si lava le mani e mette in tavola.
Il prendersi cura, alla fine, è anche questo.

martedì 23 febbraio 2021

SE CHIUDO GLI OCCHI

 Se chiudo gli occhi.

Se chiudo gli occhi sono in Cornovaglia. Scendo una ripida scalinata, ma prima mi fermo ad ammirare il mare increspato dal vento, proprio là, davanti a me. Alla fine dei gradini trovo viuzze strette e case colorate. Qualche negozio vende conchiglie alle poche persone che si sono spinte fino a lì e una vecchina mi sorride cordiale. Il profumo del mare impregna i muri rosa e celesti e il sale incrosta le piccole finestre vestite a festa da alcune tendine.
Se chiudo gli occhi sono in Irlanda. Li ho chiusi davvero quella volta. La potenza delle onde sembrava facesse vibrare la scogliera. Il mare era arrabbiato, impetuoso; cercava di impressionarmi con quella sua violenza sfacciata. Il vento gelido mi arruffava i capelli e mi tappava la bocca, la foschia impediva ai miei occhi di vedere fin dove si spingeva quella rabbia. Il verso di un gabbiano mi impedì di replicare.
Se chiudo gli occhi sono in Olanda. Le scarpe che affondano nell'erba bagnata, le pozzanghere che circondano i mulini a vento, gli unici spettatori della mia scelta sbagliata. Una bellissima ragazza, con lunghi capelli scuri e un maglione bianco a trecce, mi sorride mentre mi invita a proseguire la visita. Le pale dei mulini sono ferme, sembrano guardarmi con scetticismo aspettando una mia mossa. Sogno un paio di zoccoli di legno asciutti e una crema al formaggio. Troverò tutti e due.
Se chiudo gli occhi sono a Parigi. L'aria profuma di burro e di candele. Il mio mento si spinge in alto, verso i tetti blu e una mongolfiera lontana che volteggia sulla Senna. Un battello gremito di turisti ne solca le acque; qualcuno scatta le foto, altri mi salutano. Ricambio sorridendo a uno sconosciuto. Passeggio tra le bancarelle di libri usati, ne sfoglio tanti, non ne compro nessuno. Un uomo con grandi baffi neri seduto su una seggiolina pieghevole mi chiede se voglio farmi ritrarre. Gli sorrido e scuoto la testa. Il battello è ormai lontano.
Se chiudo gli occhi sono a New York. Sono appoggiata al muretto di un ponticello in Central Park. Il mio sguardo va alle barche che passano sotto di me, ci sono delle coppiette, sembrano felici. Gli uomini remano, le donne scattano foto e ridono molto. Sarà un bel ricordo. Alcuni grattacieli si stagliano poco lontano, mi giro per ammirarli e vengo investita dall'odore acre del sudore di un gruppo di runners. Qui corrono, corrono tutti; per lavoro, per sport, per sopravvivere.
Se chiudo gli occhi sono nel Maine. Vengo attratta da un'insegna, promette cose vintage, ricordi. L'odore del legno è così potente da impregnarmi la pelle, i vestiti. Un'alce imbalsamata mi fissa con occhi vitrei da una parete, un orso intagliato e colorate coperte di lana grezza gli fanno compagnia poco distante. Le scene di caccia immortalate in quadri dipinti da sconosciuti sanno di qualcosa di già visto. Una sedia a dondolo è buttata in un angolo, addossata a una parete piena di cianfrusaglie. C'è odore di bosco. E non c'è nessuno.
Se chiudo gli occhi sono nel New England. In mezzo al mare il vento mi sferza le guance e il sole crea un manto di piccole stelle. L'attesa è la compagna di questo viaggio, insieme alla sorpresa. L'acqua da blu scuro diventa verde, poi quasi bianca. Prima che uno sbuffo dichiari la sua presenza, la balena si fa intravedere sotto di me. Avanza lenta, aspetta il momento giusto. Sa che siamo lì per lei. Trattengo il respiro, si fa vedere, l'enorme coda si agita come un saluto. Un tuffo ancora e l'acqua da bianca diventa verde e poi di nuovo blu scuro.
Se chiudo gli occhi torno a viaggiare.




sabato 6 febbraio 2021

IL SIGNOR ELLE

 Noi al lavoro abbiamo i nostri clienti abituali; persone che 'cascasse il mondo' il sabato sono lì, a prendere la loro spesa consueta. E più sono avanti con l'età e più non demordono perché l'abitudine, anche in questo caso, dà stabilità, in qualche modo rassicura.

Il signor Elle (lo chiamerò così) da quando lavoro lì, e cioè sei anni e mezzo, tutti i sabato mattina alle 9.30 si presenta al banco. Pioggia, neve, vento, nebbia, non ha importanza, lui arriva. A volte in bicicletta, a volte a piedi con il suo cagnolino. A volte in compagnia della moglie e dell'anzianissimo suocero, un ometto mite e garbato del quale non conosco la voce. Annuisce e basta e si fa guidare per le vie del mercato a braccetto della figlia.
Il signor Elle è un gran ciarliero, simpatico e cortese. Ogni sabato ci aggiorna sul meteo della settimana e aspetta paziente quando la sua spesa abituale non è pronta. Qualche settimana fa noi non lavoravamo per l'allerta meteo, ma lui si è presentato lo stesso e noi, dispiaciuti di aver mancato, gli abbiamo dato il numero di telefono chiedendogli di telefonarci qualora il tempo fosse brutto brutto. Da allora lo ha fatto solo una volta, ma nonostante la pioggia c'eravamo. Lui si è presentato in bicicletta, con l'ombrello e un cappellino e dopo averci detto 'Tornerà il bel tempo!' è tornato a casa con la spesa legata al manubrio.
Sabato scorso il signor Elle non si è presentato. Il suo ordine lo abbiamo venduto due ore più tardi quando ormai avevamo capito che non sarebbe più venuto. Ci ha fatto strano e abbiamo sperato in un contrattempo.
Stamattina nemmeno. Sono passate le nove e mezza e poi le dieci e poi le dieci e mezza. Troppo tardi per lui.
"È successo qualcosa. Non è da lui."
"Infatti," ribatte la mia capa. "Mi preoccupo."
Ci siamo guardate con lo stesso pensiero. "Abbiamo il suo numero in rubrica. Io lo chiamerei." Ho preso il telefono della ditta, ma la mia capa mi ha fermato. "Faremo la cosa giusta? Non è che si sente violato nella sua privacy? Magari non gradisce. Non so..."
Ho riflettuto. Pensiero logico e sacrosanto. Potrebbe pensare "Guarda queste che per la mancata spesa mi chiamano a casa."
"Potrebbe pensarlo, sì. Ma noi non chiamiamo per la spesa. Non ce ne frega nulla. Noi siamo preoccupate."
"Che si fa allora?"
"Dammi qua. Lo chiamo io."
Ho fatto squillare il telefono. Al quinto squillo ha risposto.
"Signor Elle, la chiamo dal mercato!"
Momento di incertezza e poi "Sì, buongiorno!"
"Senta... non la vediamo da due settimane, non è per la spesa, non ce ne frega nulla, ma ci chiedevamo se va tutto bene..."
Breve pausa. "In effetti no..."
"Ecco, come immaginavamo..."
E lì si è sfogato. Mi ha raccontato che hanno il Covid, tutti e tre. Fortunatamente stanno benino, curati a casa molto bene. Anche il nonno ultranovantenne sta benino, tengono botta. L'ho sentito piuttosto sereno, anche se mi ha confidato di essere in pensiero per un caro amico in terapia intensiva. Ha aggiunto di essere dispiaciuto anche per non venire al mercato con il canino o la sua amata bicicletta.
"Mi scuserà, ma non è da lei mancare, eravamo in pensiero."
"Non si preoccupi" mi ha detto, "mi ha fatto tanto piacere sentirla, anzi grazie."
"Io spero di rivederla presto. Riguardatevi. Quando tornerà noi saremo sempre qui e la sua spesa sarà sempre pronta."
"Come sempre."
"Sì, come sempre."
Mi ha ringraziato ancora e ci siamo salutati con la promessa di tenerci informate.
Forse ho sbagliato, forse no. Ma tra la ragione e il sentimento, il secondo ha sempre vinto a mani basse.

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venerdì 4 dicembre 2020

Mi guardo a dicembre

 


Mi guardo nel dicembre del 2010. Avevo un lavoro che in questo mese mi massacrava, ma mi piaceva, e tanto. Sacrificavo la mia famiglia e gli affetti a tal punto da avere a metà novembre già fatto tutti i regali e arrivare al pranzo di Natale con una stanchezza atroce. Natale e santo Stefano ero solo per Alice, per Andrea, per mia madre che si preoccupava che mangiassi abbastanza 'Che poi il 27 ricominci'. La mattina del 25 facevamo trovare ad Alice le campanelline lasciate da un Babbo Natale distratto, i biscotti mangiucchiati, i regali in bella vista vicino al divano.

Mi guardo nel dicembre del 2000. Avevo 27 anni ed ero incinta di Alice; proprio ieri avrei finito il tempo, ma non ne voleva sapere. Ci sarebbero volute quasi altre due settimane. Una gravidanza bellissima che spazzò via quella lettera di licenziamento che mia madre mi portò all'ospedale. Senza lavoro, ma con una figlia. Una fine e un principio; tutto sommato mi sembrò un bel segnale. Era un cominciare qualcosa di nuovo, di bello. Abitavamo in centro, al terzo piano senza ascensore, senza un balcone. Un anno pieno di senza. Siamo scappati da lì due anni dopo, senza guardarci indietro.
Mi guardo nel dicembre del 1990. Una giovane di belle speranze, non ancora maggiorenne. Fisico asciutto, tonico, da atleta. Gli auguri in palestra, il campionato già avviato, la maglia col numero 7 fermata con un elastico dietro la schiena, i capelli lunghissimi legati da due nastri, sia mai che venissi distratta da un ciuffo o da una maglia che sbuffa fuori dai pantaloncini. Centrata e concentrata. Pochi fronzoli in campo e tacchi e rossetto fuori. Sicura e spavalda come una donna vissuta, ma piena di insicurezze nelle quali mi specchiavo per crescere, per farmi del male. Solo così imparavo.
Mi guardo nel dicembre 1980. Avevo sette anni. L'albero di natale in un angolo del salotto, i fili argentati un po' spelacchiati, messi diligentemente tutti intorno. Mamma che aveva fatto tardi la sera prima per aggiustare le lucine, un tempo si riparava tutto: le scarpe, i vasi rotti, le famiglie. Babbo preparava il presepe, era un campione. Dalle sue mani callose, della carta prendeva vita trasformandosi in montagne, lo specchio a mo' di laghetto, le paperelle un po' mangiucchiate da qualche gatto, il muschio mescolato ai sassolini. C'era anche il fotografo a immortalare il Natale, un amico di famiglia. 'Più vicini' diceva. Io e mio fratello ci guardavamo e non capivamo. A volte fissavo il pavimento sale e pepe, mi divertivo a vederci delle immagini. Poi alzavo lo sguardo e sorridevo.
Mi guardo nel dicembre 2020. Ho 47 anni. L'albero è sempre in un angolo del salotto, ma di una casa che ho scelto e che amo. I fili argentati li ho banditi da un po', al loro posto i fiocchi, con dei nodi stretti stretti. Abbiamo un presepe minimal, statuine che devono ancora essere piazzate. Fare il presepe è un'arte, ho deciso di lasciarla a mio padre. I capelli sono molto più corti, ma sempre fermati con gli elastici perché sono rimasti indisciplinati, ho bisogno di avere la fronte libera per capire e gli occhi sgombri per guardare. Il rossetto non lo metto più, ho troppe guance da baciare; i tacchi invece sì, mi piace sempre essere all'altezza. Di lavori adesso ne ho due, da una sottrazione si è moltiplicato, vedo gente e scrivo storie, di uno sono anche il mio capo, mi tratto bene, sono clemente. Da molto tempo non lasciamo più la campanellina di Babbo Natale, ma alle orecchie di Alice suona ancora.


(ph: Markus Spiske/Unsplash)

sabato 7 novembre 2020

Lettera aperta a Donald Trump

  



 

Dear Donald,

my name is Simona and sono una italian writer and... se vabbè, you manco read the first five righe, già te vedo.
Comunque ce provo.
Sono days che ti guardo on television for elezioni and devo dire che di politics non ci capisco un dick, but so riconoscere quando uno is agitated.
Te devi dà na carmata, Trampolino. (yes, accessorio for pool, but anche nomignolo for statte a percul... lascia fa, FIDATE)
Anyway.
A ogni comizio batti the feet come a children of six years al quale hanno sgraffignated the merenda.
Coi voti me pari the bird of sea (gabbiano, you understand?) of Nemo "Mio! Mio! Mio! Mio!"
Ao'.
Carmate.
Che poi at your age, is pericoloso abbestia: te schioppa er core.
Te se sfranteca l'heart, capito? Che già il Covid t'ha voluto bene, mo' non esagera'. Fatte fa' a camomilla dalla tua gnoccolon wife, the massage rilassante, 'na gitarella out door... roba così. Non ci devi pensa' a the votes.
And poi, che gliela vogliamo dare una sciabolata to the hair? My mother ti chiama CIUFFONE, l'ho sentita io yesterday con queste ears. Ha detto che your cut fa pietà. Che suo coussssin con ten euro te li fa meglio. And cambiare color? Mo' sono yellow paglierino, stessa nuance dell'analisi mie quando mangio the asparagus. Some moments me pari Enzo Paolo Turchi.
And poi basta with 'sta story che vuoi riconta' the votes. Che è all 'truccato'. Che poi parli you che al posto del corrector usi the cemento a pronta presa.
Sei orange in the face, Donald. Te dai the fard with pennellessa Cinghiale. E mo' parli di trucchi. Daje. Smettila un po'.
Vabbè, as always con ste letters: non lo faccio for me, lo faccio for you. For la tua image. For your salute.
And remember: KEEP CALM AND PIJATE NA CAMOMILLA.
Dall'Italy with furore,
Simona

domenica 13 settembre 2020

Il coraggio di tagliare

 Durante la stesura di un romanzo sono stata inchiodata all'inizio di un capitolo. Volevo fortemente scrivere un passaggio, QUEL passaggio. Secondo me era incisivo, forte, bello. Lo volevo mettere lì a tutti costi perché me lo ero recitato nella mente un giorno intero e ce lo volevo ficcare, era perfetto. Però poi la stesura non decollava, non legava in nessun modo con il resto, facevo una fatica bestiale per dare un senso a quello che veniva dopo. Stonava come un intro rock nel coro della chiesa: magari bello sì, ma completamente fuori luogo, e fuori contesto. Mi ci sono incaponita per tre giorni finché mi son detta "Sai che c'è? Ma vaffanculo. Io taglio. E ribalto tutto."
Il capitolo, a quel punto, l'ho finito. Da lì tutto ha cominciato a scorrere dall'inizio alla fine in modo semplice, diretto e lineare. Tutto torna.
E allora mi son venute in mente quelle storie d'amore dove ci si incaponisce, si vuole LUI per forza, perché nel nostro immaginario è perfetto anche se è evidente che non lega, non funziona, non ci dà la gioia sperata, ma ci rende la vita un inferno e ci complica l'esistenza.
Ecco, quando vi imbattete in questi inizi di capitoli, tagliate. Senza indugio. Voltate pagina e ricominciate da capo, a costo di ribaltare la storia. La 'vostra' storia;
perché quello che vi sembrava perfetto, in realtà 'rileggendolo', faceva schifo.

(ph: unsplash)



venerdì 11 settembre 2020

Canta ancora

 Stamattina al mercato c'era un bimbino dentro un passeggino che cantava a squarciagola l'ultima canzone della Amoroso. Seguiva battendo le mani la musica che fuoriusciva dalla radio di un ambulante e in pochi secondi ha catalizzato involontariamente l'attenzione su di sé. Era così convinto, così bellino e così a tempo che sembrava tutto studiato. Ci siamo fermati un po' tutti sorridendo davanti a questo piccoletto canterino fino a che qualcuno benevolmente gli ha detto "Bravo!" e da lì sono seguiti altri complimenti.
Lui si è zittito di colpo. Si è spezzato l'incantesimo. Nemmeno si era accorto di essere stato guardato e soprattutto ascoltato. Lo aveva fatto e basta, con quella spensieratezza e spontaneità tipica dei bambini.
A nulla sono valse le parole della mamma: "Dai, canta ancora... com'è che fa?" Ma niente. Lui ci guardava tutti e sembrava dire: ma che volete da me? E più che gli dicevano 'Eri bravo! Dai canta ancora!' e più lui si girava dall'altra parte, vergognandosi.
Io ti capisco, piccoletto. Io sono come te: le cose mi devono nascere spontanee, dal cuore, dall'impeto, dal momento. A fare le cose a richiesta, a comando, non sono mai stata brava.
Ma un giorno forse crescerò.

martedì 8 settembre 2020

Mi chiamo Mey

 Mi chiamo Mey e vengo dalla Birmania. Non mi ritrovo a dichiararlo spesso, anche se i miei tratti tradiscono la mia provenienza. Ma un giorno è accaduto. Ero al mercato, mi stavo servendo al solito banco. La commessa mi serve con gentilezza, ma mi fissa con insistenza il cappello che indosso questa mattina.
"Le guardavo il cappello" mi confessa infatti dopo avermi fatto il resto.
"Le piace?"
"Moltissimo"
Decido di sorprenderla. "Guardi..." lo tolgo dalla testa e con pochi e semplici gesti lo chiudo a fisarmonica.
La donna spalanca gli occhi.
"Ma è magnifico!"
"Sì, è anche comodo. Può essere messo comodamente in borsa."
"Infatti!" Ribatte ancora più entusiasta."Poi io ho la fissa dei cappelli e questo è particolare. Immagino sia tipico del suo paese. Vietnam?"
"No, Birmania."
La donna mi guarda con ammirazione e continua curiosa: "Da quanto è in Italia?"
"9 anni"
"Lavoro?"
"Amore. Ho sposato un italiano."
"Uh!" Squittisce lei alzando le sopracciglia."Come lo ha conosciuto?"
"Lui era lì in vacanza... io ero la sua guida turistica..." la frase mi esce maliziosa e ridiamo insieme mentre lei esclama:
"Ma che meraviglia!"
Rispiego il cappello e me lo calco di nuovo in testa mentre le racconto un po' della mia storia.
"Torna mai a casa? In Birmania, intendo" mi chiede ancora questa commessa curiosa.
"Sì, certo. Se tutto va bene, virus permettendo, a dicembre tornerò a trovare la mia famiglia."
"Bene..." fa una pausa poi riprende "Senta... vorrei farle una richiesta..."
Ma io ho già capito. "Glielo porto."
Le si illuminano gli occhi. "Davvero?Ci terrei tanto. Le do subito i soldi se vuole..."
Alzo le mani "Non scherzi, lo faccio volentieri. Passo spesso di qui e la tengo aggiornata"
"Non sa come mi fa felice. Per lei magari è poca cosa, ma io non vedo l'ora di sfoggiare il cappello del suo paese."
"Allora d'accordo!" Le rispondo facendomi contagiare dal suo entusiasmo.
La saluto con un gesto della mano ritrovandomi a sorridere per questa cosa buffa: raccontare la mia storia grazie a un banale copricapo e una commessa curiosa.
E niente, non potete capire con quanta gioia io aspetti il cappello di Mey.


(ph: unsplash)

mercoledì 26 agosto 2020

Dear Sean Connery...

 



Dear Sean,
o preferisci Sir?
Sono Simo, you non mi conosci but te posso assicura' che la friend tua, la Betty, sa chi sono. Call her, ti spiegherà.
I'm sorry se ti auguro Happy Birthday the day after, but yesterday quando ho appreso the news ero in the car e you sai che to drive a me riesce bene quanto a te non essere un big actor, quindi I can not distrarmi per non piantarmi in a tree.
Anyway.
Avrei for you a question: but come ci si sente a compiere 90 years ed essere comunque un arrovella hormones for noi women?
Because qui te bomberebbero all, a partire da grandmother Abelarda, alla aunt Peppina, passando da quelle più young.
And poi, for dirla tutta, you sei come the wine, più invecchi, più sei bono (old frase di una banality imbarazzante, but questa c'ho)
My mother for you se strapperebbe la filanca delle big slip e la pancera del doctor Gibaud. Ha già avvertito my father: "Se Sean Connery mi chiedesse di scappare with him, not ci penserei two volte!"
My father la guarda and scuote the head "But chi te se piglia!"
Infatti my mother is sempre lì.
Questo for dirti that sei stato in my house da always, fin dai tempi di zerozeroseven, quando you avevi quelle orecchie little little Dumbo style, but eri comunque un bel piece of gnocco, eh? But with qualche years in più, acquisti charm, beauty, quel certo non so che... da tronysta geriatric. Il David Gandy delle grandmother, il bronze di Riace delle ottuagenarie, il Can Yaman delle old ladies.
Roba che se trasmettono a your film in the ospizio, le trovano a fare the lap dance aggrappate al deambulatore.
E nothing... tutto qui.
Spero you voglia accettare my auguri in ritardo, my favourite scottish. Fai conto che sia your nipote, ok?
With Love
Simona
p.s. one cosa: siccome I'm not tua nipote, se me volessi invita' a dinner, magari a lume of candle, io ce sto.
Così.
For dire.

lunedì 24 agosto 2020

La Rabatana di Tursi




"E com'è la Rabatana di Tursi?"
"Tipo Craco."
È bastata questa sua risposta per convincermi.
Questa è un'estate particolare e trovare luoghi non battuti dal turismo di massa (anche per questioni di sicurezza) ci ha spinto a fare quello che più amiamo: scovare piccole perle della nostra Italia.
Arriviamo già stremati da un caldo opprimente; il vento ci alita addosso refoli caldi. Il posto è deserto, irreale. Ci guardiamo intorno con le mani poggiate sui fianchi. Mi passo un fazzoletto sulla nuca e poi sulle tempie sudate, marcate dai segni del cappello che mi porto dietro dalla mattina. Ci incamminiamo a passo lento per le strade di questo paesino denso di storia e suggestione. Mi guardo intorno: case di pietra, un vecchio frantoio segnalato da un'insegna di legno e una finestra colorata che sembra messa lì per fare belle foto. Le abitazioni cadono a pezzi; sbircio dentro ma i miei occhi vagano al buio. Crescono cactus sui tetti ed erbacce selvatiche in ogni pertugio. Le porte, fatte di assi malconce e mangiate dal tempo, stanno su per miracolo.
Ma non riusciamo a vedere in tutto questo il degrado, bensì una magnifica decadenza, il fascino dei luoghi dimenticati, il paese che comunque resiste, nonostante tutto.
Proseguiamo arrancando sulle salite; le vie sono sconnesse, bisogna stare attenti dove si mettono i piedi. Nei giorni di pioggia immaginiamo sia anche scivoloso. Guardiamo il cielo azzurro e il sole che si spalma prepotente sui muri scrostati: pioverà mai, qui?
Il silenzio è assordante. Provo a immaginare una qualsivoglia vita, fatta di gente, di chiacchiere, di profumi, di pomodori essiccati fuori dalle case, del rumore del frantoio, di panni stesi al sole. Ne ho un sentore girando un angolo: sento un chiacchiericcio sommesso in una lingua affascinante che non conosco. Dietro una tenda scorgo due anziane, sono intente a piegare quella che a me sembra una tovaglia, forse l'ultimo passaggio di un lungo pranzo. Hanno capelli grigi e abiti a fiorellini scuri. Mi trattengo un secondo di più davanti a quell'uscio scrostato e lo scalino eroso dal tempo, ma loro non mi degnano di uno sguardo, troppo prese nelle loro faccende per curarsi di una turista curiosa. È stato così surreale che ancora oggi mi chiedo se tutto ciò non sia stato altro che frutto della mia immaginazione. Avrei giurato non ci fosse nessuno in questo paesino dimenticato da Dio.
Ma non da noi, che ancora una volta abbiamo scelto la Basilicata per tuffarci nei sapori e nel cuore della nostra bella e preziosa Italia.
- La Rabatana di Tursi - Basilicata

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