lunedì 6 maggio 2019

LA SIGNORA DEL SABATO

Come tutte le attività, anche noi abbiamo i clienti abituali.
C'è una signora, di età da nonnina, che ogni sabato mi cerca. Se dovessi dire quando è cominciata questa cosa, non saprei dirlo, è successo e basta; con mia grande sorpresa perché non ricordo un aneddoto che ci ha fatto avvicinare.
Lei ogni sabato si affaccia al bancone e mi dà un buongiorno pieno di gioia. All'inizio era semplice cortesia, poi piano piano si è aperta e abbiamo cominciato con domande più personali del tipo 'che farà oggi di bello?'. Da lì, ogni volta che affrontiamo l'argomento, lei comincia a piangere. Mi muovo su un campo minato, qualsiasi cosa io le dica, lei piange un pochino e mi rammenta che è vedova, che i figli sono grandi, che è sola, e che l'unico svago è venire al mercato il sabato mattina. Lì, mi dice, tra chiacchiere, banchi colorati e una sosta al nostro banco, riesce a dimenticare la sua triste vita. Nemmeno la signora che la accompagna sempre, riesce a cavarla da casa in un giorno che non sia il sabato.
Ogni volta, tanta ormai la fiducia che ha riposto in me, mi dà in mano il portafogli in modo che io possa prelevare i soldi e contare gli spiccioli. Ogni volta, tanta ormai la fiducia che ha riposto in me, si lascia consigliare e letteralmente 'imboccare' sul pranzo. Ogni volta, tanta ormai la fiducia che ha riposto in me, mi dà appuntamento alla volta dopo, sicura di trovarmi.
"Sabato non ci sono!" l'ho avvertita poche settimane fa.
"Oh..." mi ha risposto un po' dispiaciuta. "Allora non passo."
"Ma no! Si fermi! La serviranno i miei colleghi, come se lo facessi io. Venga al mercato che le fa bene uscire."
"Ma se non ci sei te, non è la stessa cosa."
In questa dichiarazione di stima e affetto ho letto una fragilità e una tristezza di fondo che mi ha commosso. Perché non sono io. Non è la mia persona. Non è il mio viso o le mie parole che cerca, ma solamente qualcuno che le dia la giusta considerazione, due parole sul tempo, su quanto questa primavera sia pazzerella, su cosa guarderà stasera alla tv. Qualcuno che, come me, le prenda le mani e le dica 'Oggi la vedo bene!' anche se in realtà la trova un po' peggiorata. A volte sembra quasi si sia dimentica di pettinarsi, spesso ha gli occhi velati e il labbro tremulo di chi sta per crollare, ma ha bisogno di non sentirsi sola e si fa forza a uscire di casa.
Ieri è arrivata al banco tenendo stretto al petto un pacchetto giallo.
"Guarda cosa ho preso! Aprilo!" mi fa allungandomelo sopra il banco.
"Che cosa è?" mi rigiro l'oggetto tra le mani: è un astuccio rigido, con una stampa di dubbio gusto, con una mezza dozzina di pennarellini e matite. Una cinesata fatta e finita, ma integra, intonsa.
"È un astuccio" le dico chiedendomi per quale motivo abbia comprato un astuccio da asilo.
"Sì, costava poco. E allora l'ho preso."
"Ha fatto bene!" le rispondo con entusiasmo, senza capire.
"Sai... io non ho nipoti e non conosco nemmeno un bimbino al quale darlo... però magari un giorno un bimbino lo conoscerò e allora glielo regalo."
"È bellissimo" le ho detto restituendoglielo. "Un bimbino al quale regalarlo lo troverà di sicuro."
Frase sciocca, banale, di circostanza. Non ho saputo dire altro. Me la sono immaginata al banco delle cianfrusaglie a scegliere un oggetto carino da regalare a qualcuno che ancora non conosce, che non ha mai incontrato, al nipotino che non ha.
Un grido silenzioso, forte e potente, racchiuso in un astuccio di plastica giallo.

lunedì 29 aprile 2019

CIPOLLIN-A

Stamattina mi sono svegliata con l'idea di andare in bicicletta e visto che dovevo andare al mercato per prendere dei pantaloni, ho deciso di farlo in bici. La distanza non è poca da casa mia, ma fattibile. Mi bardo tutta (bardo= vestirsi adeguatamente per la missione) e mi accingo a prendere la bici dal garage.
Opperbacco è sgonfia.
Prendo la pompa, mi rimane un pezzo in mano.
Bene.
Agguanto il compressore, gli do la via, sveglio tutto il quartiere, ma le ruote rimangono sgonfie. Allora mi viene sottoforma di fumetto evanescente il Santo che mi dice 'Ricorda: il compressore è guasto uasto asto sto to ooooo'.
Il diavolo sopra la mia spalla mi diceva 'Ma sarai cretina? Ma vai in macchina no?' mentre l'angelo dall'altra parte ribatteva 'Lasciala stare quando ha queste iniziative. Va assecondata. Le fa bene.'
Mi metto le mani sui fianchi indecisa sul da farsi. Suono alla vicina per sentire se ha una pompa da prestarmi. Non mi risponde nessuno. Provo a vedere se qualcuno del circondario è affacciato al balcone a scuotere i tappeti. Nulla manco qua. Tutti rintanati in casa. Vado in fondo alla strada e chiedo a una conoscente appena uscita di casa, la quale si scusa di non avere una pompa ma mi manda da un biciclettaio in paese.
"Va' da lui. Le gonfia a tutte!"
Che detta così mi aspettavo di ritornare a casa come la Cipriani, ma tant'è.
Trovo il locale. Scendo al salto come una gazzella, parcheggio la bici con nonchalance che Don Matteo scansate ed entro titubante 'Mi scusi, avrei bisogno di una pompat... no, aspetti, dicevo: mi hanno detto che gonfia le bici.'
Lui posa il cencio che ha in mano e mi dice 'Certo!'
'Non vorrei disturbarla, ma sono disperata. Ho le ruote sgonfie e voglio arrivare fino in città.'
'Nessun problema.' Piglia la mia bicicletta e la maneggia come se fosse un modellino. In dieci secondi netti e un compressore a portata di mano mi gonfia le gomme.
'Quanto le devo?'
'Oh, nulla!'
'Ma come nulla?!' 
'Davvero. Per così poco? Come dico sempre: buona ciclopedalata!'
Ha detto proprio così. CICLOPEDALATA. E l'ho trovato un termine bellissimo. Rimonto in sella alla mia bici. Con le ruote gonfie al punto giusto vado via come il vento. Arrivo al mercato, faccio le mie compere e una volta finito cito Forrest Gump 'Se sono arrivato fino a qui, posso arrivare anche un po' più in là." Allungo di qualche km e arrivo da mi'madre. Mi padre vede la bicicletta e si affaccia per strada da tanta è la sorpresa. 'Ma sei in bici?'
"SEI IN BICI????" questa è mi madre.
"Sì, ero al mercato e quindi..."
"LA STRADA E' LUNGHISSIMA, SONO UN BOTTO DI KM MA SEI PAZZA VUOI MANGIARE QUALCOSA HAI SETE HAI FAME CLAUDIO CORRI LANCIALE UNA BORRACCIA UNA BARRETTA ENERGETICA PRESTO UN'AMBULANZA."
Sempre mi madre, questa.
Sono commossa dalla loro fiducia sulla mia forma fisica.
"Mamma, tranquilla. Ce la faccio!"
"E ora come torni a casa?"
"Come come torno. In elicottero. Come vuoi che torni, in bicicletta come sono arrivata!"
"OGGESUMMARIA-CHE-IL-SIGNORE-NON-LA-PORTI-VIA. STAI ATTENTA ALLO STRADONE NON PASSARE DAL VIALE ALBERATO STAI SUL MARCIAPIEDE STAITUTTASULLADESTRA ATTENTA ALLE MACCHINE E VAI PIANO!"
"Mangi con noi?" fa mi padre.
"No, sennò mi appesantisco. Preferisco mangiare quando arrivo a cas..."
"ANCHE DIGIUNA MI VA VIA ORA MI SVIENE PER LA STRADA PRENDI ALMENO UNA CARAMELLA LA CIUCCI TRA UNA PEDALATA E L'ALTRA E..."
"Mamma, vado."
"TELEFONA QUANDO ARRIVI E POI..."
Non so cosa altro abbia detto, ma tutto ciò l'ho preso come un affronto. Non ce la faccio. Tsè. Ma cosa dice. Ma io sono allenata. Io faccio un botto di sport. Cosa vuoi che siano 30 km. Monto in sella che paio Bartali. Ma che dico, Cipollini. Vado via che paio pagata. Avrò fatto 2000 all'ora, le macchine mi suonano e le caprette mi fanno ciao. Mi sorridono pure i monti. Forse sono in debito di ossigeno e ho le allucinazioni. Torno a casa in un tempo da record sudata come un beduino e con le cosce che paio Rummenigge ai tempi d'oro.
Ma che soddisfazione.
Mi sono però dimenticata di chiamare mi madre. Penserà che sono stata asfaltata. Stirata con l'appretto. E la colpa sarà di mi padre che non mi ha allungato la barretta energetica.


mercoledì 17 aprile 2019

IL RE NUDO

Come mi sento, a volte.
Parecchio tempo fa ricevetti una telefonata da una signora. Mi aveva scovato grazie a un'intervista esclusiva sul settimanale F e mi invitava a far parte del suo salotto letterario.
La cosa, lì per lì, mi gratificò molto ma ciò non bastò a non far trapelare il mio scetticismo. Le dissi che la ringraziavo, ma che non mi sentivo a mio agio in quegli ambienti. Insisté talmente tanto che alla fine cedetti. Pensavo, da sciocca quale sono, di poter imparare qualcosa, di colmare alcune mie palesi lacune.
Quello che trovai, invece, fu un coacervo di persone che si ritrovava una volta al mese per l'autopromozione e campagne letterarie egoriferite. Venivano letti dagli stessi autori testi tratti dai loro romanzi e/o racconti, seguiti da applausi, vari bravo bravissimo e pacche sulle spalle. Il tutto senza un minimo di confronto, senso critico. Era solamente un modo di salire in cattedra, riempirsi la bocca di paroloni, elencare i vari premi letterari vinti, e infiniti 'io ho fatto' e 'io ho scritto', per ricevere una volta al mese quella riconoscenza e quella compiacenza che qualsiasi autore brama di avere, soprattutto quando pubblichi a pagamento e/o con piccolissime case editrici e non sei in libreria manco per sbaglio. Come sempre, in questi casi, si tende pure a gettare merda su chi in libreria c'è, accampando teorie come 'Stephen King ha un buon Ghostwriter, non è lui che scrive.'
'Baricco è sopravvalutato'
'Umberto Eco è famoso solo per Il nome della Rosa' senza considerare che se veniva fuori il nome di una donna 'Ha pubblicato perché l'ha data.'
Praticamente un gruppo di geni incompresi, di scrittori sopraffini e arguti, circondati da un mondo letterario ignorante che certo non comprendeva quanto bendiddio veniva scaturito dalla loro finissima mente. Una sorta di autori di nicchia, vittime di un sistema marcio che non li voleva ai primi posti in classifica o finalisti al premio Strega.
Allibita da tutto ciò, una sera esordii con 'Ma vi rendete conto che se siamo tutti in questo salotto a scambiarci pacche sulle spalle a ogni raccontino letto, vuol dire che non contiamo un cazzo? Che se fossimo King, o Dan Brown o la Kinsella, saremmo a festeggiare l'ennesimo best seller da qualche parte e non qui a dirci bravo bravissimo pur pensando che il racconto appena sentito faccia cagare? Ne siete consapevoli, sì?'
La mia affermazione sortì lo stesso effetto di una deflagrazione. Lo stesso disagio di una bestemmia in chiesa. Iniziò con un silenzio assordante, facce sbigottite e occhi sgranati. Finalmente e scomodamente, qualcuno lo aveva detto. Dopo mesi e anni nei quali se la davano ad intendere tra di loro, nei quali giocavano alle tre scimmiette con una ipocrisia quasi imbarazzante, nei quali tutti facevano finta di essere letterati, una tipa appena arrivata, spavalda e anche un po' volgarotta, aveva sparato una sentenza che li metteva davanti alla realtà. Ovviamente non mancarono le reazioni, una tra tutte 'Stai zitta te che scrivi su internet e pubblichi su piattaforme', perché si sa, il vero autore pubblica solo in cartaceo a costo di pagare l'equivalente del prezzo di uno scooter per poi ritrovarsi a elemosinare vendite a parenti e amici. Solo per riempirsi la bocca con 'Eh, ma io ho una casa editrice'. Il risultato fu che da quella sera alla maggior parte degli autori risultavo simpatica come un peto in ascensore. Qualcuno invece mi prese da parte e mi disse 'Grazie di averlo detto. Nessuno qui ha il coraggio di farlo. Mi sono sentito spesso fuori luogo.'
Ho continuato ad andarci, nonostante non mi sentissi parte del gruppo. Non ho partecipato alle iniziative, 'un illustre' mi ha provocato dicendomi 'Hai paura del giudizio. Non ami il confronto'. Gli ho risposto 'Ti sbagli, è esattamente il contrario. Vi ho messo davanti a un confronto e la vostra risposta è stata attaccarmi. A differenza vostra io non ho paura della mediocrità. A me non spaventa. Conosco i miei limiti, le mie lacune che ho sperato di colmare venendo qui, ma ho trovato solo un palco sul quale esibirsi. Non mi interessa arrivare, non ho bisogno di un brava bravissima una volta al mese, di un applauso ai miei scritti per gonfiare il mio ego, di qualcuno che riconosca il mio sapere. Io so quanto valgo, lo so. Siete voi che non lo sapete. La presa di coscienza non è per tutti.'
Il salotto non c'è più. La signora che lo gestiva sta poco bene. Ogni tanto passo davanti a casa sua e ripenso a questo, a quando, per l'ennesima volta ho gridato scomodamente
'Il Re è nudo'.



venerdì 12 aprile 2019

IL BUCO NERO

Allora, partiamo dal fatto che io sono già figa, bella, simpatica e intelligente e quindi non posso essere anche scienziata.
È già tanto se so in quale cassetto ho nascosto le mutande contenitive, quindi il fatto di sapere cosa sia ESATTAMENTE un buco nero, sarebbe un valore aggiunto.
Ovvio che dove mi giri mi giri, soprattutto sui social, trovo i Pieroangela della situazione che sanno BENISSIMO cosa sia un buco nero, il che mi fa sentire molto ignorante, ma ripeto: ho già un fisico da urlo (ah ah ah battutone!), non posso essere anche una figlia delle stelle.
Detto ciò in casa ho due appassionati di astronomia che ieri sera hanno tentato di spiegarmi cosa sia NELLO SPECIFICO un buco nero, oltre all'immagine che gira da giorni in rete e informazioni vaghe che sapevo già di mio, tipo 'una cosa molto bella. Wow'.
È partito il Santo con un pappiè alla Alberto Angela talmente scientifico che mi sono fermata ad 'Allora, fai conto che...'
quindi l'ho pregato di essere un po' più chiaro e meno enfatico. 'Ho bisogno di esempi pratici'
'Quando si parla di queste cose non ci sono 'esempi pratici'. È qualcosa di umanamente incomprensibile per certi versi.'
"E speri che comprenda io?"
"Ma sì. Ascolta..." 
Niente. Mentre mi parlava di galassie e universo pensavo a quanto era bello e di come si sia brizzolato tanto negli ultimi tempi. Cose importanti.
"Ci sei?" mi ha detto dopo un po'.
"No. Spieghi troppo difficile."
"È scienza!"
"Pff! Scienza. Per un buco nero. Figurati."
"Mamma te lo spiego io." Ecco che mi parte la secca. Mi fa esempi pratici spostando cose sul tavolo. Annuisco e faccio le prime ipotesi. Strano, ma sto capendo molto moltissimo.
"Perché con te capisce?" domanda quello bello e brizzolato.
"Perché ti devi rivolgere a lei come se avesse 5 anni. Devi spostare cose, fare disegnini."
"Bravi. Spostate cose, fate disegnini. Io sono una persona pratica.E CREATIVA. Io nel buco nero ci vedo un mucchio di cose che voi non vedete, ad esempio. Forza, continua."
La secca va a prendere un libriciaccolo di astronomia per bambini dagli 8 ai 10 anni che le regalai qualche anno fa.
"Mamma, leggi qui. Non puoi non capire."
Leggo "Oh sì. Ho capito. E dove va a finire tutta la roba?"
"Quale roba?"
"Che inghiotte il buco nero."
"Non lo sappiamo."
"Vedi? Non sapete nulla. E dovrei saperlo io?"
"Ma non è quello, è che..."
"Seeee seee. Vediamo un po': e ora il buco nero in che condizioni sarà? Perché quello che vediamo adesso diciamo che è... in differita, no?"
"Differita."
"Certo. È in ritardo. Quindi adesso come sarà?"
"Non lo sappiamo."
"Vedi? Non sapete nulla. Comunque ho capito."
"Sicura?"
"Come no. Il buco nero è tipo una voragine, un imbuto che risucchia quello che ha intorno. E la roba, una volta finita lì, sparisce. Mica la vedi più. Magari uscirà sotto forma di altra materia da un altro buco nero, no? Tipo me in pasticceria. Le paste mi girano intorno, e puff! Inghiottite nel buco nero. Nessuno sa niente e sospetta di niente, perché pensa 'Non può aver mangiato 8 paste ed essere così magra. Invece sì. È la relatività. TE PAIO magra in relazione a Sora Lella magari, ma in confronto a Kate Moss, no. Quindi la magrezza è relativa. Poi le paste si trasformano ed escono da un altro buco nero. E te lo spiego se riesco a uscire dal cesso perché ultimamente ho dei problemi. Però ora che ci penso: anche il water ha un buco nero. Risucchia tutto al suo interno. Una voragine. E che fine fa la tua roba? Non si sa. Quindi ho capito: il buco nero è come un water."
E niente, hanno chiuso il libro e sono andati via.
Li ho spaventati. Non si aspettavano che io fossi così intelligente. E scienziata.

#ilbuconerosecondome



martedì 9 aprile 2019

AH CORRERE CHE PASSIONE

"Ma cosa vai a correre, che sei magra!"
Questo in genere mi viene detto da chi mi vede ansimare tra i campi tra una imprecazione e l'altra.
Non c'è puttanata più grande. Nel senso che non sono magra. Non per non andare a correre. Vi assicuro che mi porto dietro il mio culo ben tornito e le mie braccia da rugbista. Giusto le gambe salvo un po', ma non corro manco per mantenere quelle. O necessariamente per dimagrire. 
Corro perché in fondo al tunnel mi appare il mio medico con le pastigliette. E io voglio stare lontana dalla luce.
Corro perché non cedo alle sue minacce, non rispondo alle sue provocazioni. La terapia l'ha a prendere lui. Io non la voglio. Piuttosto mi sfondo in palestra o sulla strada. Che detta così pare pure brutto.
Corro per non piegarmi all'età che avanza che mi vorrebbe tutta ciccia e brufoli e cedimenti e patologie e tua sorella.
Corro perché con la musica sparata a mille nelle orecchie per un'ora, mi isolo completamente e mentre macino km lascio per strada tutti i pensieri.
Corro perché, per assurdo, mi rilassa, mi tranquillizza, mi fa sfogare. C'è chi fa yoga, meditazione, io se sono incazzata, corro. A me per farmela passare ME DEVI MASSACRA'. Se dev'essere una guerra, che guerra sia.
Corro anche se a volte non ho voglia.
Corro e a volte ho proprio voglia.
Corro perché non ho mai smesso di fare sport dall'età di 14 anni e zumba e country non mi bastano. Lì ballo. Io devo correre. 
Corro perché è gratis, facile e lo puoi fare ovunque. Corro inseguita dai cani, redarguita dalle vecchiette, osservata dai Goffredi. 
Corro vestita alla ndo cojo cojo, Decathlon con me potrebbe chiudere. Sembro mi nonna. 
Corro col berretto per proteggermi da sguardi indiscreti e con gli occhiali per proteggermi dal sole. Sembra che mi nasconda o che non voglia rotture di coglioni. Sbagliata la prima e giusta la seconda. No, non è vero. Non è che non voglio rotture di coglioni, è che devo correre da sola. Ho il mio ritmo, sminchiato, lento, discutibile, brutto, assolutamente non da record, ma è mio e me lo tengo. Saluto i veri runners con un cenno del mento e bofonchio un 'Sì, bravi...' e alzo la musica.
Se corro così MUORO.
Corro perché mi fa bene.
Corro per superare ogni volta un mio limite piccolissimo.
Corro per sfogarmi, fino a ubriacarmi di endorfine, che mi entrano in circolo e mi fanno passare malumori, pensieri e incazzature. E il mondo, quando ti sei sfiancato bene bene, quando ti sei sfogato lasciando letteralmente tutto alle tue spalle, sotto i tuoi piedi, nella terra, nell'erba, sull'asfalto, ti sembra più bello. Il tuo cuore pompa di più, i muscoli guizzano, la pelle migliora e il buonumore pure.
Correte gente.
La gente vi dirà: ma ndo cazzo corri.
Ma voi non date retta.
Correte.
E mangiate salato voi che potete.
Corro perché ho la pressione alta e se non voglio schioppare un giorno sì e uno pure, me devo move. 
Sono cinque giorni che sto mangiando senza sale.
Mi sta salendo l'istinto omicida.
Sarà meglio che vada a correre.
Vi odio tutti.

martedì 5 febbraio 2019

SABBIA

Ieri sera un incontro, una cena chiamiamola 'di lavoro' e non pensavo di trovarci un cane.
Sapete quanto io abbia il terrore dei cani, ma sapete anche quanta buona volontà e quanto sforzo metta per riuscire a superare questa fobia.
Appena lo vedo sbucare mi irrigidisco. Come sempre.
Guardo la padrona di casa.
"Dimmi che è buono."
"Sì, è BUONA. È una femmina."
"Bene."
"Hai paura? Se vuoi..."
"No. Se mi dici che è buona mi fido. È un problema mio, non suo."
La canetta gironzola tra tutti e dà codate di benvenuto. Io mi muovo con circospezione e la evito un pochino. La conosco da mezzo minuto e accarezzarla per me è troppo. Datemi un attimo. Già riesco a seguire una conversazione e muovermi con una certa scioltezza con un cane intorno, quindi boni. Ci sono.
Ci accomodiamo e lei sparisce, padrona della casa e della situazione. Però poi a un certo punto torna. Si ficca sotto il tavolo e cerca coccole e carezze da tutti i commensali che ovviamente non tardano ad arrivare. Fa il giro e arriva da me.
Si insinua tra me e la padrona di casa e mi guarda.
La guardo.
Ha due occhi dolcissimi e puliti, sembrano dirmi 'Perché mi eviti?' e vorrei dirle 'Non è colpa tua. Sono vittima di un evento traumatico che mi è accaduto da piccola. Una cosa brutta che mi ha segnato."
Lei continua a fissarmi. Zitta e immobile in attesa di un cenno, di una risposta.
Facendomi forza allungo una mano e le carezzo la testa. Lei sembra gradire.
Il primo passo è stato fatto. La sto accarezzando.Lei non se ne va, come se percepisse che potrebbe essere 'la mia cura'.
Le dico che è bella, le parlo come se parlassi a un bambino.
Lei di risposta mi poggia il mento sulle gambe. Ci leggo un 'Tranquilla, capisco. Io mi metto qui, tu continua a carezzami che vedrai la paura piano piano ti passa.'
Ho la testa di un cane sulle gambe, gli carezzo il muso, gli struscio il mento. Lo sto facendo. E non ho paura.
Qualcuno versa del vino nei bicchieri, l'incantesimo si spezza, mi sposto un poco, lei alza la testa e aspetta che mi serva.
Presa dalla conversazione non mi curo di lei che nel frattempo girottola ancora un po' e poi torna. Mi infila la testa sotto il braccio per esortarmi a fare qualcosa, giocare, accarezzarla di nuovo. E ricominciamo da capo. Siamo amiche, lo so.
A fine serata sono io che la cerco. La chiamo, allungo una mano per scarruffarle il pelo, e rimango male se non viene subito. D'altra parte il suo compito l'ha svolto, ha abbattuto un altro pezzettino del muro di diffidenza che mi sono costruita attorno negli anni e questo mi deve bastare.
Arriva la sua padroncina e se la porta in camera da letto. Chiudono la porta e ciao ciao amica mia.
Oggi ho chiesto una sua foto per scriverci un pezzo, come tutte le volte che rimango colpita da qualcuno o da qualcosa.
Quel qualcuno oggi è lei: Sabbia.


mercoledì 23 gennaio 2019

LE INSIDIE DEL SUPERMERCATO

Già da fuori se hai Saturno contro non trovi posto nei primi blocchi, ma ti tocca il loculo lontano diciotto km dall'entrata e venticinque dai carrelli. Che in caso di pioggia smadonni come un camionista al quale si sono bucate tre gomme. Il tempo che impieghi per portare il carrello al suo posto e tornare alla macchina è lo stesso che impieghi per imbiancare casa.
Ovviamente hai preso il carrello storpio, dopo aver infilato la monetina in sette carrelli con la chiavetta murata che non si schioda. Quei carrelli sono lì dal '92.
La prima tappa è il bidone della spazzatura per vuotare il suddetto carrello da scontrini, guanti della frutta, liste della spesa, sacchetti vuoti di patatine e se ti va di culo una sciarpa di lana merinos in inverno e un'infradito a luglio.
Poi entri e se non hai la pistolina spara prezzo ok, puoi passare ai tornelli, altrimenti ti tocca registrare la carta, cercare la tua pistola che spesso:
non va
non la trovi perché non si illumina
la trovi e mai una volta che tu la metta nel verso giusto dentro il portapistola
Finalmente sei dentro e in genere c'è subito il reparto frutta che ha quell'insidia del sacchettino. Tu vai a tirare il rotolo e se tiri troppo piano non si stacca e formi una fila dietro di te che manco ai cessi delle donne in Autogrill, ma se tiri troppo forte non solo rischi di dare una gomitata a quello dietro, ma ti salta il rotolo con un guizzo srotolandosi tipo carta Regina fino al banco macelleria. Nel frattempo, come se avessero vita propria, saltano pure tutti gli altri perché sulla mensolina due sono infilati nel bastoncino, mentre altri 9 sono lì a non fare un cazzo.
Ti metti il guanto. Eh. Se riesci ad aprirlo. Ho visto gente prenderci la pensione. Gente che ci soffia dentro, che lo struscia tra le mani che ti chiedi 'Ma che fa, accende il fuoco?', che usa le pinzette, le forbici, la fiamma ossidrica. 
Poi dopo quattro mesi ce la fai e provi a infilarlo, che se hai le mani poco poco sudate non ti entrano nemmeno se piangi in turco. E sbagli sempre: il pollice lo infili dove va il mignolo, perché ci sarebbe pure un verso. Ovviamente per prenderne uno ne fai cadere una caterva.
Prendi le banane e poi le mele e i finocchi e le melanzane. Le cose che puoi fare sono due: 
o per ogni ortaggio fai la giratina alla bilancia
o ti fidi della tua memoria e fai gruppi di quattro tipo 'Ok, allora: le banane tasto 26, le mele 45, i finocchi 82, le melanzane 78. 26 45 82 78 . 26 45 82 78' lo ripeti come un mantra e LA SAI. SEI PREPARATA. Poi alla bilancia trovi la vecchietta che confusa si gira verso di te e fa 'Scusi, cosa c'è scritto là? La bietola 63? O 53? E le carote? 71?'
Quindi ti confonde, non ti ricordi un cazzo e devi recarti a ogni cassettina per rivedere tutti numeri.
Finalmente tocca a te ed è finita la carta, ma non osi chiederlo all'addetto perché ti fa paura quel messaggio minaccioso NON ATTACCARE GLI SCONTRINI ALLA BILANCIA e metti che ne trova uno dei broccoli e poi dà la colpa a te.
Poi vai al reparto panetteria. Solerte e precisa vai a prendere il numerino, ma anche qui sono finiti. Presa dall'ansia di essere attaccata da qualche Goffredo con 'Eh! Va preso il numerino!', chiami subito un addetto per fargli notare la cosa. Il ragazzotto arriva tira su la linguetta, apre la chiocciolina e ti fa 'No, non sono finiti, sono solo rimasti dentro.' Ne fa scorrere qualcuno e tu prendi il tuo numero. Ovviamente la stessa cosa si ripresenterà dopo qualche giorno e alla frase di una donnina 'Sono finiti i numeri' tu esordirai con 'Ma no signora, non sono finiti, sono solo rimasti dentro. Guardi.' Tiri su la linguetta, apri la chiocciolina e sono finiti per davvero.
Tu hai il 56 e mentre la panettiera ha finito di servire il 55 dietro di te qualcuno grida 'Mi scusi, avevo il 51! Ero al banco gastronomia!' 
'Io il 49!'
'Io il 18! Mi piangeva il bimbo.'
Poi, scansando come in una gimcana le sempre presenti caprettine gialle con l'omino che svirgola sul pavimento al grido di 'ATTENZIONE PAVIMENTO BAGNATO' ti rechi al reparto macelleria dove ti verrà soffiato il vassoio che avevi adocchiato e dove il macellaio ti sorride sornione mentre prende a mannaiate una bistecca.
Il tuo percorso verso la cassa sarà reso difficoltoso anche da una serie di personaggi tipo:
quello che lascia il carrello a cazzo de cane in mezzo alla corsia e va a farsi un giretto
quello che non solo lascia il carrello come quello sopra ma lo tiene per la maniglia quindi crea proprio un passaggio a livello tra i budini e lo zucchero di canna
la donnina piccoletta che ti agguanta per il gomito e ti fa 'Oh lei, GIOVINE, visto che è bello lungo me lo prenderebbe il purè lassù in alto?'
quella che non chiude mai lo sportello del freezer
quella che lo apre con talmente tanta foga che a momenti te lo pianta nel naso
quella che lascia il marito a guidare il carrello e che fa avanti e indietro nelle corsie. Non sapete quanti mariti smarriti vengono trovati a chiusura.
Promoter con il loro banchino di cartone rigido che, con un sorriso meraviglioso, stanno lì per farti assaggiare il nuovo formaggio del nonno dell'alpe, o la crema ai carciofi biologica che ti spalmerà su un crackers che ha visto giorni migliori o farti annusare la nuova fragranza alle erbe aromatiche di montagna del nuovo detersivo per lavatrici.
In più, se ti sei lasciato ammaliare da tutto ciò, ti darà pure un codice sconto da presentare alla cassa che tu ovviamente, una volta arrivata là, avrai perso.
E la cassa è un mondo a parte, dove arrivi dopo aver scavalcato diciassette cestelli lasciati sul pavimento da gente che 'Mi servivano solo cinque oggetti, ma ho fatto male i conti e mi serve un carrello.' Ovviamente i cestelli sono pieni di prodotti pubblicizzati dalla promoter in tailleur nero con fazzolettino al collo tipo hostess, per cui se sei un uomo e lei era parecchio gnocca, è tutto nella norma.
Quindi quando vi arriverà a casa dicendovi 'Guarda cosa ti ho preso: un detergente al profumo di rosa canina più la crema corpo alle bacche di goji e già che c'ero pure il solvente per unghie glitterate, ma quanto ti amo?' chiamate il direttore del supermercato e complimentatevi per l'avvenenza delle sue promoter.

martedì 13 novembre 2018

Il massaggio cardiaco

TEMA: il massaggio cardiaco.
SVOLGIMENTO:
Si sa, non ne ho mai fatto un segreto: ho problemi di concentrazione e di memoria. Mi distraggo facilmente perché il mio cervello tende a incamerare le informazioni tutte insieme facendone un quadro completo, ma fa fatica a concentrarsi su un solo elemento. In più ho una memoria fotografica pazzesca, ma mi si disperdono le informazioni dette a voce. Tipo che a una conferenza in cui non posso prendere appunti non saprei ripeterti cosa è stato detto, ma saprei riconoscere tra tre anni tutte le persone presenti, di che colore erano le scarpe del relatore, quanti neon erano accesi e quanti spenti e se la donna accanto a lui portava gli orecchini. Quindi sono la persona perfetta per un identikit, ma pessima per imparare una lezione a voce.
Ovviamente tutto sto pippone per giustificare il fatto che ieri sera, al corso base di soccorritore 118, non mi è riuscito un cazzo.
E andiamo.
Quando arriviamo, il manichino (che chiamerò Giocondo - l'omino moribondo) era già posizionato in mezzo alla stanza.
Dopo una breve introduzione si parte subito con la pratica e bensì l'avessi già fatta anni fa, per il discorso appena fatto, sento che ho il vuoto cosmico dentro di me. Mi sembra la prima volta. Parte la prima coppia di uomini; sono così bravi che temo siano posseduti da Derek Shepherd e Mark Sloan. Poi tocca a me e un'altra ragazza.
Ovviamente, vista la mia difficoltà nell'apprendimento, ripeto tutto ad alta voce per memorizzare meglio.
"Allora, eccoci qua! Arrivo sulla scena del crimin... dell'incidente e vedo che Giocondo è incosciente, quindi mi appresto..."
"Ferma." L'istruttore mi guarda impassibile. "Come fai a capire che è incosciente se sei appena entrata nella stanza?"
"Eh, non si muove. Che fa, dorme secondo te?"
"Ma tu non puoi saperlo!"
"Ma se hanno chiamato il 118 vuol dire che sta male, e che fa sdraiato sul pavimento, pilates? Ma io non lo so."
"Non è così che funziona. Lo devi scuotere. Ricomincia."
"Allora: entro nella stanza, buonasera a tutti, la scena è sicura, mi avvicino al morto... ah no, ancora non sappiamo se è morto, magari ci manca poco ma io sono qua per salvarlo. Mi avvicino e lo scuoto. 'Signore?! Signore mi sente? MI SENTE??!'
"Simona."
"Eh."
"Se fai così gli stacchi la testa. Più piano."
"Eh, ma tanto è incosciente, mica sente dolore. Comunque. 'Signore? Signore mi sente?' e non mi sente. Quindi dico a qualcuno di chiamare il 118 perché l'omino è incosciente, anche se sono già io il 118, quindi è una sorta di supercazzola ma non voglio indagare. Poi: gli allineo gli arti (che qua non ci sono quindi voglio vede' come faccio, comunque toh! gli allineo gli arti per finta e gli scopro il torace. Controllo se in bocca ha qualcosa. Apri un po'? Bravo. Poi iperestensione della testa e..."
"Simona."
"Eh."
"Gli spezzi l'osso del collo. Un po' più delicata."
"Vabbè... conto fino a dieci e dichiaro la morte... ah no, dico a qualcuno del mio staff di chiamare il 118 e comunicare che Giocondo non respira e non ha segnali di circolo. Poi inizio il massaggio cardiaco... uno due tre quattro cinque..."
"Simona."
"Eh."
"Gli fratturi le costole. Più delicata."
"Non posso essere delicata, va bene? Questo me more! Anzi è già morto e io lo devo risuscita'! Quindi porcadiquellamignotta rinvieniti perdio! Uno! Due! Tre! Quattro! Cinque! Sei! Daje bello! Oggi non è una buona giornata per morire! Sette! Otto!..."
"Simona."
"Se mi richiami ti spezzo le rotule. Nove! Dieci! Undici! Dodici!"
"Così muore di sicuro. Gli stai massaggiando il pancreas."
"Ah. Vabbè. Male non fa. È qui lo sterno? Ma fateci un segno!"
"Okay, per agevolarti te lo faccio. Voglio che tu impari bene. Ecco qua il segno con la penna, non puoi sbagliare."
"Oh, bene! Posso farlo anche sul paziente?"
"NO!"
"Ah, okay, chiedevo. Sarebbe stato più facile. Tipo che arrivo al Pronto Soccorso e dico ai colleghi 'L'ho massaggiato in quel punto lì, dove c'è la crocetta col pennarello.' E invece no, vabbè."
"Ricomincia."
"Ossantamadonna. Giocondo! Giocondo riprenditi! Uno! Due! Tre! Quattro! Stayin alive, stayin alive, ah! ah! ah! stayin alive!"
"Simona."
"Ehhhhhhhh."
"Non pensare al ritmo. Pensa a fare bene il movimento. Devi andare su e giù col bacino."
"Sì e un movimento sexy, una mano alla cabeza e una mano alla cintura. Cinque! Sei! Sette! Otto! Risvegliati! Apri gli occhi! Nove! Dieci! Undici! Dodici! Oddio che fatica. Tredici! Quattordici! Crack! Oddio che è sto rumore? Gli ho fratturato lo sterno?!"
"Tranquilla, continua, vuol dire che stai andando in profondità."
"Quindici! Sedici! Diciassette! È segno buono? Non è che ora si risveglia e mi dà due schiaffi? No, perché mi ci manca giusto una denuncia Diciotto! Diciannove! Venti! Giocondo - Ventuno! - io te lo dico - Ventidue! - Guarda in che stato sono Ventitrè! - Tutta sudata coi capelli a sminchio - Ventiquattro! Venticinque! Ma te pare che me devi far durare tutta sta fatica? - Ventisei! Ventisette! Lazzaro, alzati e cammina! - Ventotto! Ventinove! - Giocondo, ora mi fai incazza', ce la vogliamo dare una mossa? Trenta!!! L'ho salvato secondo te?"
"Mmh... temo di no."
"E allora era segno che doveva mori', via! A chi tocca, adesso?"
Il mio formatore era STREMATO. Ha detto che sono il suo caso più difficile.
Quando si dice le soddisfazioni della vita.

giovedì 25 ottobre 2018

Come si fa negli ospedali



La incontro mentre me ne sto andando. Io ho il passo rilassato di chi aspetta un documento, lei è con le spalle appoggiate alla parete azzurra, con la borsetta stretta in grembo. Sono costretta a fermarmi perché un letto mi ostacola il passaggio. Dentro al letto un anziano, un omino piccolo e indifeso con la testa calva e la pelle delle braccia segnata dai lividi delle flebo. Intorno a lui medici e infermieri in evidente stato di apprensione. Ma mai come gli occhi della signora. Ci guardiamo come ci si guarda in un ospedale: con un cenno della testa che dice speriamo bene, ma con gli occhi che scandagliano le paure più profonde.
E ci sorridiamo, come ci si sorride in ospedale: gli angoli delle labbra piegati in un sorriso senza denti, in silenzio. Ma lei non ce la fa e mentre aspetto che finiscano di prepararlo le esce un ‘È da ieri che sta male.’
Lo guardo e non dico mi dispiace anche se avverto una fitta qui, proprio allo stomaco. Domando fredda ‘Che gli è successo?’ nemmeno fossi un medico al pronto soccorso.
“Si è rotto il femore e l’hanno operato una settimana fa.”
Annuisco. Come se capissi davvero l’entità di un trauma del genere in un ottantenne.
“Ma devono operarlo di nuovo. Qualcosa è andato storto.”
Questa volta mi esce un sussurro sincopato, credo mi sia uscito un ‘Dio Santo...’
Lei stringe ancora di più la borsetta che ha in grembo e le tremolano gli occhi come ai personaggi dei cartoni animati giapponesi. Getto un occhio dietro di lei, la stanza è occupata da un altro malato, ma non c’è nessuno che possa supportarla mentre suo marito viene portato via per l’ennesima volta su quel letto.
Rimaniamo a fissarci, vorrei dirle qualcosa che possa tranquillizzarla, ma ci parliamo come ci si parla in ospedale: a sospiri e monosillabi in una sorta di discrezione mista a imbarazzo.
D’un tratto il vecchietto dentro al letto comincia a tremare. Un tremolio talmente violento e anomalo che me ne accorgo io, se ne accorge lei, se ne accorge l’infermiere ai suoi piedi che prontamente lo agguanta per un polpaccio e gli dice ‘Oh! Tutto Bene? Oh! Oh!’ mentre lo scuote. Arriva un medico vestito di verde, credo sia il chirurgo che lo opererà, agguanta la cartella, guarda l’infermiere e gli dice ‘Bisogna portarlo subito su.’ Poi la vede. È rimasta tutto il tempo lì, appoggiata alla parete, l’unico suo sostegno in questo momento, con quella borsetta ancora stretta stretta da farle venire le nocche bianche.
Il chirurgo le mette le mani sulle spalle e le dice ‘Vada fuori, ora, sarà una cosa lunga. Ci pensiamo noi, stia tranquilla.’
La donna guarda il medico come si guardano i medici in ospedale: aspettando una bella notizia che forse non arriverà.
Il vecchietto ha smesso un po’ di tremare, il letto viene spostato per agevolare il passaggio del personale e del carrello delle terapie. La guardo per l’ultima volta e le dico ‘Arrivederci’ come si dicono gli arrivederci in ospedale: con una preghiera che vada tutto bene. Lei ricambia il saluto. Nonostante il terrore che sta provando è composta e mi sorride annuendo.
Supero il letto, il carrello delle terapie, alcuni infermieri e qualche dottore. Mi accomodo in sala d’attesa come mi ha suggerito l’infermiera. Dopo una mezz’ora ritiro i miei fogli, mi butto letteralmente fuori dall’edificio e mentre aspetto che mio fratello mi porti la macchina, la vedo di nuovo. Sta camminando piano, da sola, e dopo essersi guardata intorno si siede su un muretto sotto gli alberi. La borsetta poggiata sulle gambe, le mani strette sul manico rigido. Sembra che stia aspettando la corriera. 
Salgo in auto, faccio qualche manovra e le passo davanti. Mi fermo e tiro giù il finestrino. Lei mi guarda curiosa e mi domando se mi riconosce.
“In bocca al lupo per suo marito. Andrà tutto bene!”
“Grazie”, mi dice sorridendo veramente per la prima volta.
Le faccio un cenno della mano e mi sento un bimbo sull’autobus che saluta la nonna mentre sta per partire per una gita scolastica.
“La conosci?” mi chiede chi siede accanto a me.
“No.” Rispondo.
“E allora come fai a sapere di suo marito?”
“Ci ho parlato prima.”
“Ti sei trattenuta solo pochi minuti.”
Le rispondo come ci si risponde negli ospedali: “Quando siamo qui dentro i minuti diventano ore.” 
Durante la giornata faccio cose e vedo gente, ma mi rimane attaccato addosso qualcosa che non so spiegare.
Oggi ho varcato di nuovo la porta di quell’edificio. Attendo nella sala d’aspetto insieme ai parenti anche se io un parente da visitare lì non ce l’ho. Non più, almeno.
Aprono dopo pochi minuti e lentamente tutti si incamminano nelle stanze che conoscono bene. Tranne me, che tergiverso perché non so nemmeno in che stanza si trova. Sbircio come una curiosa insolente in tutte le stanze e la trovo dopo quattro letti. È china su di lui, gli carezza un braccio. Sono soli, il letto accanto al loro è sfatto, ma vuoto. Entro piano e lei alza la testa. Mi riconosce. Mi sorride. Sorrido anche io. È vivo. Acciaccato, ma vivo.
“Salve…” incespico sentendomi a disagio. “Come va?”
“Insomma” mi fa lei continuando ad accarezzarlo. “Stanotte è stato in terapia intensiva. Ora va un pochino meglio.”
A vederlo non sembra. È molto sofferente, ha ancora qualche tubicino e gli occhi chiusi, di chi non vede da una vita. Lui ci sente parlottare e borbotta un ‘chi è che parla?’. Lei non riesce a spiegarglielo perché è impegnata a coprirlo con gesti veloci, per quel senso di pudore e rispetto tipico degli anziani.
“Non c’è tanto con la testa…” si giustifica in un sussurro.
“Sicuramente è l’anestesia” ribatto io sommessamente.
Lei mi guarda quasi con compassione come per dire ‘Magari fosse l’anestesia.’ In pochi secondi mi racconta del figlio, di come ha passato la notte, della corsa in ospedale e di come lo trova benino ora. 
Continua ad accarezzarlo mentre mi parla e lui si lascia coccolare come un bambino.
“Lei qui ha un parente ricoverato?”
“Sì” mento. Preferisco così che rivelarle che ieri l’ho vista così sola e indifesa da pensare a loro tutto il giorno. Da farmi prendere la macchina all’ora di pranzo, andare all’ospedale, pagare il parcheggio e mescolarmi con altri parenti in visita, solo per vedere come stavano due sconosciuti.
Entra un infermiere, ha in mano una scatolina, parla di lavaggi e terapie. Lei si scusa con lo sguardo, io capisco che è ora di andare. 
“In bocca al lupo ancora” mi congedo.
“Grazie. Tanto ci vediamo in questi giorni, no?”
“Certo. Arrivederci”, le rispondo.
‘Invece probabilmente non li rivedrò più’ penso mentre lui, con un po’ di fatica e sempre con gli occhi appiccicati, apre e chiude la mano in segno di saluto. Ho ricambiato, anche se non poteva vedermi.
Sono uscita quando ancora le stanze erano piene di gente che parlottava, qualcuno sommessamente, qualcuno felice di una dimissione o una buona notizia. E ho fatto quello che a volte si fa fuori dagli ospedali:
ho pianto.

giovedì 18 ottobre 2018

RECENSIONE: NOTTING HILL



                                                                              (Foto: Artstage,info)


Recensione NOTTING HILL:
Allora, c'è un tizio imbranato ma molto piacente che ha una libreria a Notting Hill specializzata in libri di viaggi.
Un giorno nel suo negozio entra una tipa per comprare probabilmente l'ultimo romanzo di Dan Brown, poi si rende conto della gaffe e ripiega sulla guida 'L'Andalusia, terra di corride e flamenco' pur parlando lo spagnolo come Ceccherini ne Il Ciclone. Lui la serve con professionalità, la riconosce come Anna Scott (l'attrice) dopo tre ore e un quarto, la saluta cordiale, ma poco dopo la piglia in pieno con del succo d'arancia della colazione. Lei, con la maglietta bianca nella quale adesso spicca un disegno giallo ocra di Kandinsky, lo sfancula per poi accettare non solo le sue scuse, ma pure di andarsi a cambiare a casa di lui, che guarda caso, sta proprio lì. Il classico tipo da uscio e bottega, diciamo. E tra una maglietta cambiata e un paio di mutande nuove, lei lo bacia. Così. A cazzo (ancora ci stiamo domandando il perché).
Qualche giorno dopo, quando ormai il nostro libraio in prenda alla disperazione si percuoteva con le guide Michelin, il suo coinquilino gallese, sobrio ed elegante come un rutto in chiesa, gli confida che forse forse la tipa lo ha cercato. William il libraio, dopo aver elencato tutti i film Disney dal 56 a oggi al concierge dell'albergo dove l'attrice risiede, finalmente riesce a strappare un appuntamento dove farà delle stratosferiche figure di merda parlando astronavi, cavalli, segugi e nonne morte in ospedale. Tuttavia, pur riconoscendo che è rintronato forte, lei si offre di accompagnarlo al compleanno a casa di amici dove festeggeranno il compleanno della sorella di lui, che si scoprirà essere una stalker a cui piace pettinarsi coi petardi. La cena, dopo un primo imbarazzo pari solo a quando vedi apparire tua suocera a cena che non avevi invitato, fila piuttosto bene, anche se alcuni commensali tramano su come abbattere la sorella di Will che è talmente eccitata da sembrare un chihuahua incazzato sotto anfetamine con problemi alla vescica.
Il dopo cena si conclude con un altro bacio in un giardino incantato al grido di 'Perdindirindina!' seguito da un invito a cena e cinemino. Insomma William Thacker uno di noi. Alla richiesta 'Sali da me?' di Anna, Will accetta pregustando di farle vedere la sua statuetta degli Oscar, ma anche qui MAI UNA GIOIA; una statuetta c'è già ed ha le sembianze di Alec Baldwin. Oltre a non inzuppare il savoiardo, Will viene pure scambiato per un cameriere e viene liquidato con un ‘Ah sì, mi porti anche due uova strapazzate.’
Lì per lì sembra finita, ma un giorno Anna, affranta e in lacrime, si presenta a casa di Will in cerca di consolazione perché dei giornali hanno pubblicato delle foto di lei ignuda di quando era giovane. Will la accoglie in casa, la porta nel confessionale e le dice ‘Che cosa posso fare per te, figliuola?’ lei gli risponde ‘Ho finito i savoiardi’ e lui capisce che ha lasciato Alec Baldwin. Ovviamente tra un savoiardo e l’altra ci scappa un tiramisù e la mattina, grazie a quel rincoglionito di scozzese che obbliga Will ad andare al cinema con la maschera da snorkeling, si ritrovano i giornalisti alla porta che manco Belen sul terrazzo quando dà aria alla farfalla.
Lei a quel punto si incazza di nuovo e gli dice ‘Decido io chi! Decido io cosa! Decido io come! Ah no… aspe’, questa è la battuta di Vivian. Comunque non me lo dovevi fare!’ e va via incazzata come una scimmia.
Will cadrà in depressione e attraverserà le stagioni della vita rimuginando sul perché gli sia uscito quella volta Cavalli&Segugi invece di Eva2000, mentre Anna continua a fare l’attrice. Lui però non molla e infatti la va a trovare sul set dove lei, pettinata come Ornella Vanoni e non sapendo di essere spiata tipo Grande Fratello, lo percula tipo ‘Machicazzosei?’. Lui esce di nuovo deluso (però sei de coccio, fijo mio) e dice basta, ma lei gli piomba in negozio e gli regala un quadro per fare pace. Lui pensa che in casa non sa dove attaccarlo e comunque non gli si addice alla tappezzeria e risponde ‘Mi dispiace, ma no. Rifiuto e vado avanti.’
La sera, a cena con gli amici, si rende conto della puttanata che ha fatto rifiutando una come Anna Scott e la raggiunge in conferenza stampa dove questa volta dichiara che scrive per ‘CACCIA E PESCA’ e lei con un sorrisone da 76 denti capisce che lo ama e che per lei potrebbe pure scrivere per IL GOSSIPPARO di Alfonso Signorini e le andrebbe bene lo stesso.
Alla fine i due si sposano, l’esclusiva delle foto verrà data a CHI e dopo quindici giorni saranno dalla D’Urso, la quale aprirà l’intervista indicando il monitor dove loro Will accarezza il pancione di Anna mentre domanderà loro: “Ma come si chiamerà la creatura bellabbellabbella? Eh? Lo dite a Carmelita vostra? Bellibbellibelli!”
E poi la réclame.




giovedì 4 ottobre 2018

Stai qui

Sono in fila alla cassa del Super. Dietro di me un ragazzo con due bottiglie di birra. Dietro di loro una coppia di anziani. Lei tiene il braccio piegato e lui ci si appoggia ancorando con le dita il suo polso. Ma non stanno sempre così, ogni tanto intrecciano le dita, si danno la mano. Lei ha un viso piacevole, di chi un tempo è stata una bellissima donna. Un tocco di vanità sulle labbra data da un rossetto rosa e degli orecchini vistosi. Lui è molto alto, si muove a piccoli passi e ha occhi piccolissimi, due fessure. La signora getta un occhio al giovane cassiere e attira l'attenzione del marito, muovendo un po' l'avambraccio. "Guarda chi c'è alla cassa. Lo riconosci?"
Lui socchiude ancora di più le asole che si ritrova al posto degli occhi e chiede "Chi è?" guardando in un altro punto.
"È il figlio della Gina."
Lui dice "Ah" annuendo. Forse l'avrebbe riconosciuto comunque, forse no. Forse ci vede poco. Si muove cauto, sempre ancorato al braccio della moglie. Lei saluta il cassiere che la riconosce e le rivolge un saluto mentre passa sullo scanner le birre del cliente.
"Visto? Che ti avevo detto" dice lei muovendo ancora un po' il braccio. "È il bimbo della Gina." Lo ripete con quel vezzeggiativo tipico toscano che fa di noi dei 'bimbi' di tutte le età. Lui annuisce di nuovo, si guarda intorno un po' spaesato, ma alla fine lo vede. Gli regala un sorriso sghembo e dolcissimo, ma rimane fermo sul posto, come un soldatino in attesa di comandi. Lei si avvicina piano al rullo. All'altro braccio ha la busta trasparente della frutta con piccoli oggetti dentro. Lui abbassa il capo, la mano sempre ancorata al suo braccio. Lei, senza nemmeno alzare la testa, dolcemente si stacca da lui, gli prende le mani, gliele appoggia alla cassa e gli sussurra: "Stai qui."
Forse è questo l'amore: qualcuno che nella vita ti prenda per mano e che al momento di lasciarti ti metta al sicuro dicendoti
'Stai qui.'


giovedì 23 agosto 2018

COME CANTAVA LIZA MINNELLI: NEW YORK NEW YORK! - Viaggio USA - 2 -

 

Il giorno dopo i cugini non solo ci trovano vivi, ma pure svegli dalle cinque di mattina grazie al jet leg che ci ha scombussolato i neuroni. Occhi talmente pallati che sembriamo tre gufi sotto anfetamine.
La giornata la trascorriamo cercando di riprenderci con un po’ di shopping e facendoci coccolare dai parenti a colpi di pappardelle ai funghi e bistecche alla brace.
Il giorno dopo siamo pronti per New York, che raggiungiamo col treno dei pendolari e ci scende direttamente sulla settima.
Prima tappa: Grand Central Terminal.  Lo so, detta così, sembriamo dei rincoglioniti: usciamo da una stazione per visitarne un’altra, ma questa è ‘davvero’ una stazione speciale. Non solo pare sia la stazione più grande del mondo, ma ci sono stati girati parecchi film: Armageddon, Intrigo internazionale, Il collezionista di ossa, Un giorno per caso con quel gran tronco di pino di George Clooney, per dirne alcuni.
Effettivamente è molto bella e talmente sciccosa che a me e ad Aly pare di scorgere tra la folla pure gente famosa. Per conferma chiedo al Santo:
“Amo’, guarda quella bionda.”
“Eh. Quindi?”
“Secondo te chi è?”
“Una gnocca?”
Dicevo: la stazione è molto spaziosa e interessantissima.
Vista la risposta del Santo, propongo una visita al Rockfeller Center, in particolare al Top of the Rock, così, tanto da buttarlo di sotto inavvertitamente.
Saliamo al 67 piano dopo aver donato un rene alla macchinetta dei biglietti, ma ne vale così tanto la pena che quasi quasi ci ritorno prendendo le scale così gli lascio anche il cuore e un polmone. Le ovaie invece non ce le ho più in loco perché l’ascensore parte a razzo e me le ritrovo al posto delle tonsille.
La vista, ovviamente, non ha eguali.
In cima facciamo 77598477 foto più o meno tutte uguali e reggiamo i grattacieli con le mani prendendomi una rivincita per tutti i turisti che reggono la mia torre di Pisa.
Ci sediamo lungo il muro e fissiamo il panorama con la stessa intensità di tre pensionati intenti ad ammirare un cantiere. C’è un po’ di venticello, New York dall’alto è bellissima, l’atmosfera meravigliosa e cerco di immortalare il momento sparandomi dei selfie che puntualmente fanno cagare. Provo a girarmi e mi si cappottano i capelli. Sembro la bambina di The Ring.
Dopo un tempo interminabile dove vediamo cambiare pure le generazioni dei turisti, decidiamo a malincuore di scendere per proseguire la visita della città e quello che ci eravamo prefissati:
Il Downton Abbey Exhibition.
Per gli appassionati di questa serie tv, tutto ciò è il massimo: ricostruzioni dei set, abiti e tutto ciò che riguarda una delle serie inglesi più amate.
Inutile dire che ho fatto gli onori di casa, ma Lady Violet mi ha guardato male. Si vede che non le piaceva il mio abito da cerimonia.
Tuttavia me lo sono goduto alla grande e vedere gli abiti di scena e le ricostruzioni tipo la cucina (la mia stanza preferita) mi ha fatto un certo effetto.
Usciti di lì ci buttiamo nella calca di Time Square dove ci allietano con numeri da circo e cantanti country nudi che io e il Santo abbiamo arruolato per la nuova stagione. Al grido di ‘Io il biondo e te la mora’ abbiamo raggiunto un compromesso e tutti contenti. Anche se a me, detto tra noi, va meglio. Il mio è sodo, pe’ capisse.
Comunque.
Troviamo pure, come sempre, negozi di Natale aperti tutto l’anno dove giace roba improbabile come addobbi a forma di parmigiano o prosciutto per lo zio salumiere, il camice e il dentifricio per il cugino dentista e la donnina col camice per l’amica specializzanda in medicina. Chi non ama regalare, ma soprattutto ricevere, regali del genere per addobbare il proprio alberello? A NY lo puoi fare! (dopo aver visto questo sto rivalutando tutte le pashime, i calzini di lana e i babbonatalini di feltro che ho ricevuto in 45 anni.) Tuttavia il Santo mi trascina via prima che acquisti un addobbo utilissimo a forma di incudine che, voglio dire, a Natale è la morte sua.
Usciti di lì non ricordo più nulla. Perché New York ti inghiotte, ti ubriaca, ti stordisce di musica, suoni e colori. Ti senti, e in qualche modo lo sei, al centro del mondo.
La lasciamo sull’ora del tramonto con la promessa, nei giorni seguenti, di rimanere fino a sera. Ci riusciremo, con un grande spettacolo sotto i nostri occhi.
Ah, qualcosa di Natale poi ho acquistato nei giorni seguenti. Ma non lì dal pizzicarolo, ma al Christmas Cottage sulla settima.
Una bellissima, fascinosa, rossissima, fantasmagorica slitta!
Originale a Natale, vero?

















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