LAVORI IN CORSO
Tutti i gatti più uno
Ogni gatto si sa, ha un suo personalissimo carattere. Io ne ho avuti molti e ce ne fosse stato uno uguale all'altro.
Il primo fu Briciola. Una gattina che avevo da ragazza. Manto bianco e colorato. Non fece una bella fine e di lei ho solo una vecchia polaroid.
Poi ci fu Teo, lo portò il mio babbo da una casa in cui stava lavorando. Era tutto bianco con una macchiolina sul naso. Lo sorprendevamo a fissare la gabbia dei pappagallini, ma era un tontolone e non ha mai fatto male a nessuno.
Dopo di lui c'è stato Whisky (che potrebbe sembrare Charlie) il primo gatto rosso. Era geloso del bambino che teneva la mia mamma come baby sitter e cercava di entrare nel passeggino. Ma la migliore performance la fece una mattina di Befana: zompò sulla cucina e si rovesciò addosso tutta la padella piena di olio in cui mi madre aveva fritto le patate la sera prima. Tre giorni a lavarlo, unto e lisciato come un cubista del Cocoricò.
Poi arrivò Roy, il 'gatto rosa' come lo chiamava la mia veterinaria. Aveva il manto color cipria, era magro magro ma faceva delle puzze tremende, da stendere un bisonte. Possedeva uno sfintere debole e nelle sue vicinanze c'era sempre un afrore che ti levava di sentimento.
Dopo di lui arrivò Minù, la regina della casa e dell'universo. Aveva già 5 mesi ed era già padrona del mondo. Di lì a poco mi sarei sposata e decisi di portarla con me. Ha subito tre traslochi e la nascita di un figlio e non ha fatto una piega. Abitavamo in città e lei scorrazzava sui tetti e miagolava alla luna. Amava guardare tutto e tutti dall'alto in basso. Una volta trasferita qui è diventata territoriale, un generale fatto e finito. Non volava una mosca e non c'è mai stata l'ombra di un felino. Una volta ha attaccato un doberman. Fiera, intelligentissima, amata da tutto il vicinato. Come diceva la mi nonna: 'le manca solo la parola'.
Ha avuto per poco la compagnia di Isotta, un persiano color crema. Isotta era molto delicata, quasi priva di personalità. Si è adattata malissimo a qualsiasi novità e ci ha abbandonato ancor prima di farci scoprire il suo vero carattere, ché deve averlo avuto, per forza.
Poi è stata la volta di Minnie, una gattina grigia presa da una signora. Ci illudemmo che potesse, da randagia, diventare malleabile e casalinga. Non è stato così, si faceva toccare solo dal Santo (coincidenze? Io non credo) Ha vissuto per anni fuori e solo l'idea di entrare in casa, la inorridiva. Un giorno non l'abbiamo vista più.
Quando Minù ha cominciato ad ammalarsi abbiamo preso Charlie. Mai accettato dalla regina, ma comunque trattato con rispetto, Charlie si è preso un grande spazio nella nostra famiglia. Il gigante buono ha la salute cagionevole, ogni tre per due ne ha una, mi è costato più lui di veterinario che di tutti i gatti messi insieme. Dovrebbe stare a dieta, ma è impossibile. È un tontolone buonissimo, ha accettato di buon grado tutti i gatti che sono entrati in casa dopo di lui e dal giorno che è arrivato, il mio giardino si è popolato di animali perché per lui sono tutti amici.
Per non lasciarlo solo, in un giorno di giugno, è arrivata Kyra. Nera, bellissima, aspetto fiero, ma paurosissima. Non miagolava, al punto che pensammo fosse pure sorda. Si spaventava per qualsiasi rumore, per qualsiasi spostamento. Andava d'accordissimo con Charlie, amava svuotare i cassetti dei calzini e riusciva ad aprire le porte da sola. Ha lasciato un enorme vuoto che abbiamo colmato con l'arrivo dei due teppisti. Nessuno può sostituirla, anche se 'sti due ci riempiono le giornate e i pensieri.
Snoopy e Lizzie sono dei terremoti. O meglio, lui lo è, la femmina lo segue per emulazione. Lei ha gli occhi orientali, melliflui e seducenti, lui è un filibustiere. Mi mangiano e rosicchiano i libri, siamo costretti a non lasciare niente sul tavolo perché ho sorpreso lui a bere nei bicchieri. Sale sui mobili e getta a terra qualsiasi cosa gli capiti a tiro. Lei, ad esempio, l'ho trovata stamani a giocare con qualcosa di tondo. Mi ha rubato una patata dalla credenza e ci giocava a ping pong con suo fratello. Lei è coccolosa, non riesce a stare da sola e cerca sempre il contatto di qualcuno. Lui è impavido, prepotente, intraprendente e ne combina una dietro l'altra.
Quando mi scatta il "Ora basta! Scendi da lì! Guarda che sei tremendo!" il Santo mi dice: "È inutile che ti arrabbi, è come te. Gli dici le cose, ma non gliene frega nulla, fa comunque come gli pare, è vivace e non lo governi nemmeno a prega'."
Appunto per quello è simpaticissimo. Che ve lo dico a fa'.
Tu scrivi la parola FINE. Non importa quanto tempo hai impiegato a scrivere il romanzo o quello che è, tu la scrivi. Hai detto tutto quello che c'era da dire. Hai finito.
Manco per niente.
Da qui comincia quella fase bellissima di rilettura, revisione e riscrittura che è ostica sì, ma NECESSARIA.
Ti metti a rileggere? NO! Il testo deve decantare un po', come il vino. Lo devi lasciar stare lì, come se tu ci avessi litigato, ma cosa vuoi, ma chi ti conosce.
Questo tempo è utile per farti rileggere con occhi nuovi quello che hai scritto e farti esclamare "Ma va' che puttanata ho scritto!" o far leggere una frase a tua figlia chiedendo "Ma l'ha aggiunta babbo questa frase? È uno scherzo?" o ancora "Ci deve essere un problema al pc perché non capisco questa passaggio."
Invece l'hai scritte tu. Durante la stesura ti senti Ken Follett o l'ennesimo genio incompreso con un capolavoro tra le mani; ora pari nonna Beppina 'mbriaca che manda sms ai nipoti. "Kome va tt bene a cassa? Se voi venissi a cena, andrebbi a fare la spesa, okaj?"
Ovviamente non è così, ma vi SENTITE così.
Attraverserai tutta una serie di dubbi esistenziali, sì anche se sei al decimo romanzo: "Ho scritto una cagata?"
"Non so più scrivere."
"A chi interessa questo romanzo?"
"Basta lo riscrivo TUTTO."
"No, aspetta un attimo, magari un pezzettino."
"Cambio il nome al maggiordomo perché ho trovato lo stesso nome in un testo del 1992 di tal Scrittorina Beneinmeglio e non mi va che mi diano della copiona."
Poi ti dai una calmata e ti dici "No, dai non è così male," e lo accarezzi con benevolenza.
Tanto a dirti queste cose ci pensa l'editor che, ovviamente, non è lì per lisciarti il pelo, ma per farti i cazziatoni.
È il tuo occhio esterno.
È il tuo specchio.
La mia fa anche correzione di bozze.
Voleranno frasi come:
"Qui ad esempio... ma cosa volevi di'?"
"Ma te capisci cosa hai scritto? Perché se lo capisci te, è già qualcosa."
"Bella questa frase, vero?" "Sì!" "Invece no, è orribile. Riformulala."
"Leggi a voce alta. Ti sembra uguale?"
"Per quale motivo, di grazia, la protagonista a inizio capitolo indossa un maglione e alla fine si abbottona la camicetta?"
"Mantieni il focus..."
"Ci vogliamo mettere un punto in questo periodo o con il libro diamo una bombola d'ossigeno in regalo?"
Cose così. Passerete anche ORE su una pagina. Il bravo editor non riscrive al posto vostro, ma ha il compito di guidarvi affinché voi lo facciate al meglio, col vostro stile e il vostro registro. Vi imbecca con suggestioni e vi bacchetta con amore, perché all'editor piace, è lì apposta. Lavorare con un editor è come una storia d'amore: deve funzionare, altrimenti volano i tavoli. Devi capire che quando ti dice "Questo passaggio non va bene, va riscritto," non lo fa perché gli hai schiacciato il gatto in retromarcia, ma perché DAVVERO non funziona, anche se per te QUEL passaggio era perfetto (magari racconta il tuo vissuto).
Per questo lavorare con un editor che non senti nelle tue corde non funziona; tutto quello che ti dirà ti sembrerà offensivo e il gatto glielo schiacceresti col trattore.
Attraverserai montagne russe di profondi scoramenti con picchi di euforia e ti vedrà con gli occhi iniettati di sangue lavorare sodo per la tua ennesima creazione. Si sentirà odiato, ma è un odio a fin di bene perché l'editor lo sa, sulle prime non può essere amato.
Salvo poi, a revisione finita, accorgerti che sì, adesso è più pulito, più leggibile. E sì, anche più bello. Alla fine l'editor è come tu madre: ha sempre ragione.
Come tutte le attività, anche noi abbiamo i clienti abituali.
C'è una signora, di età da nonnina, che ogni sabato mi cerca. Se dovessi dire quando è cominciata questa cosa, non saprei dirlo, è successo e basta; con mia grande sorpresa perché non ricordo un aneddoto che ci ha fatto avvicinare.
Lei ogni sabato si affaccia al bancone e mi dà un buongiorno pieno di gioia. All'inizio era semplice cortesia, poi piano piano si è aperta e abbiamo cominciato con domande più personali del tipo 'che farà oggi di bello?'. Da lì, ogni volta che affrontiamo l'argomento, lei comincia a piangere. Mi muovo su un campo minato, qualsiasi cosa io le dica, lei piange un pochino e mi rammenta che è vedova, che i figli sono grandi, che è sola, e che l'unico svago è venire al mercato il sabato mattina. Lì, mi dice, tra chiacchiere, banchi colorati e una sosta al nostro banco, riesce a dimenticare la sua triste vita. Nemmeno la signora che la accompagna sempre, riesce a cavarla da casa in un giorno che non sia il sabato.
Ogni volta, tanta ormai la fiducia che ha riposto in me, mi dà in mano il portafogli in modo che io possa prelevare i soldi e contare gli spiccioli. Ogni volta, tanta ormai la fiducia che ha riposto in me, si lascia consigliare e letteralmente 'imboccare' sul pranzo. Ogni volta, tanta ormai la fiducia che ha riposto in me, mi dà appuntamento alla volta dopo, sicura di trovarmi.
"Sabato non ci sono!" l'ho avvertita poche settimane fa.
"Oh..." mi ha risposto un po' dispiaciuta. "Allora non passo."
"Ma no! Si fermi! La serviranno i miei colleghi, come se lo facessi io. Venga al mercato che le fa bene uscire."
"Ma se non ci sei te, non è la stessa cosa."
In questa dichiarazione di stima e affetto ho letto una fragilità e una tristezza di fondo che mi ha commosso. Perché non sono io. Non è la mia persona. Non è il mio viso o le mie parole che cerca, ma solamente qualcuno che le dia la giusta considerazione, due parole sul tempo, su quanto questa primavera sia pazzerella, su cosa guarderà stasera alla tv. Qualcuno che, come me, le prenda le mani e le dica 'Oggi la vedo bene!' anche se in realtà la trova un po' peggiorata. A volte sembra quasi si sia dimentica di pettinarsi, spesso ha gli occhi velati e il labbro tremulo di chi sta per crollare, ma ha bisogno di non sentirsi sola e si fa forza a uscire di casa.
Ieri è arrivata al banco tenendo stretto al petto un pacchetto giallo.
"Guarda cosa ho preso! Aprilo!" mi fa allungandomelo sopra il banco.
"Che cosa è?" mi rigiro l'oggetto tra le mani: è un astuccio rigido, con una stampa di dubbio gusto, con una mezza dozzina di pennarellini e matite. Una cinesata fatta e finita, ma integra, intonsa.
"È un astuccio" le dico chiedendomi per quale motivo abbia comprato un astuccio da asilo.
"Sì, costava poco. E allora l'ho preso."
"Ha fatto bene!" le rispondo con entusiasmo, senza capire.
"Sai... io non ho nipoti e non conosco nemmeno un bimbino al quale darlo... però magari un giorno un bimbino lo conoscerò e allora glielo regalo."
"È bellissimo" le ho detto restituendoglielo. "Un bimbino al quale regalarlo lo troverà di sicuro."
Frase sciocca, banale, di circostanza. Non ho saputo dire altro. Me la sono immaginata al banco delle cianfrusaglie a scegliere un oggetto carino da regalare a qualcuno che ancora non conosce, che non ha mai incontrato, al nipotino che non ha.
Un grido silenzioso, forte e potente, racchiuso in un astuccio di plastica giallo.
Ieri sera un incontro, una cena chiamiamola 'di lavoro' e non pensavo di trovarci un cane.
Sapete quanto io abbia il terrore dei cani, ma sapete anche quanta buona volontà e quanto sforzo metta per riuscire a superare questa fobia.
Appena lo vedo sbucare mi irrigidisco. Come sempre.
Guardo la padrona di casa.
"Dimmi che è buono."
"Sì, è BUONA. È una femmina."
"Bene."
"Hai paura? Se vuoi..."
"No. Se mi dici che è buona mi fido. È un problema mio, non suo."
La canetta gironzola tra tutti e dà codate di benvenuto. Io mi muovo con circospezione e la evito un pochino. La conosco da mezzo minuto e accarezzarla per me è troppo. Datemi un attimo. Già riesco a seguire una conversazione e muovermi con una certa scioltezza con un cane intorno, quindi boni. Ci sono.
Ci accomodiamo e lei sparisce, padrona della casa e della situazione. Però poi a un certo punto torna. Si ficca sotto il tavolo e cerca coccole e carezze da tutti i commensali che ovviamente non tardano ad arrivare. Fa il giro e arriva da me.
Si insinua tra me e la padrona di casa e mi guarda.
La guardo.
Ha due occhi dolcissimi e puliti, sembrano dirmi 'Perché mi eviti?' e vorrei dirle 'Non è colpa tua. Sono vittima di un evento traumatico che mi è accaduto da piccola. Una cosa brutta che mi ha segnato."
Lei continua a fissarmi. Zitta e immobile in attesa di un cenno, di una risposta.
Facendomi forza allungo una mano e le carezzo la testa. Lei sembra gradire.
Il primo passo è stato fatto. La sto accarezzando. Lei non se ne va, come se percepisse che potrebbe essere 'la mia cura'.
Le dico che è bella, le parlo come se parlassi a un bambino.
Lei di risposta mi poggia il mento sulle gambe. Ci leggo un 'Tranquilla, capisco. Io mi metto qui, tu continua a carezzami che vedrai la paura piano piano ti passa.'
Ho la testa di un cane sulle gambe, gli carezzo il muso, gli struscio il mento. Lo sto facendo. E non ho paura.
Qualcuno versa del vino nei bicchieri, l'incantesimo si spezza, mi sposto un poco, lei alza la testa e aspetta che mi serva.
Presa dalla conversazione non mi curo di lei che nel frattempo girottola ancora un po' e poi torna. Mi infila la testa sotto il braccio per esortarmi a fare qualcosa, giocare, accarezzarla di nuovo. E ricominciamo da capo. Siamo amiche, lo so.
A fine serata sono io che la cerco. La chiamo, allungo una mano per scarruffarle il pelo, e rimango male se non viene subito. D'altra parte il suo compito l'ha svolto, ha abbattuto un altro pezzettino del muro di diffidenza che mi sono costruita attorno negli anni e questo mi deve bastare.
Arriva la sua padroncina e se la porta in camera da letto. Chiudono la porta e ciao ciao amica mia.
Oggi ho chiesto una sua foto per scriverci un pezzo, come tutte le volte che rimango colpita da qualcuno o da qualcosa.
Quel qualcuno oggi è lei: Sabbia.
Sto percorrendo in macchina una strada che conosco bene, andavo a scuola lì vicino, ed è proprio lì che lo vedo. Un anziano, almeno così mi sembra, in ginocchio vicino a un palo. Il tempo di passare con la macchina e mi sembra che provi a tirarsi su. Ai suoi piedi due borse della spesa. "Aspetta un attimo" dico al telefono a un'amica e butto giù. Mi giro, ma le altre macchine mi oscurano la visuale. Allora giro a destra e cerco un posto per fare una inversione a U.
Torno indietro e lo trovo appoggiato al palo. Accanto a lui una signora bionda. Accosto e tiro giù il finestrino. "Tutto bene? L'ho vista che provava a rialzarsi. È caduto?"
"No no" mi fa lui "Mi ero seduto, mi stavo solo riposando."
Io e la signora bionda non siamo convinte.
"Ma è sicuro?" insisto.
"Ma stai bene?" gli domanda lei con un vago accento dell'est "Lo conosco, è amico del mio compagno" dice poi rivolta a me.
Lui dice sì sì, ma tentenna un po'. "Dove vai ora?" gli chiede ancora lei.
"A casa" risponde lui.
"A piedi? Ma è lontano!"
Non ci penso su due volte "Dove sta di preciso?"
"Vicino all'ospedale" mi risponde lui e penso che è davvero troppo lontano per una persona che si regge a malapena in piedi e se lo lascio lì, all'ospedale ci arriva di sicuro, ma su una barella.
"Venga, l'accompagno". Penso che lui rifiuti invece accetta subito.
"È gentile la signora! Approfitta!" gli dice la signora bionda.
"Mi aiuti?" le fa lui di rimando. E lei gli fa notare che ha bisogno pure di un aiuto per sedersi in macchina e "Dove pensavi di andare, eh?"
"Io faccio questo pezzo qui, sto là in fondo" mi dice lei.
Anche qui mi parte spontaneo. "Salga anche lei, tanto è di strada."
Parto col vecchino al mio fianco e la signora dietro. Una baguette incartata in una busta col marchio Coop le sfiora il mento e mi dà indicazioni ringraziandomi infinite volte.
Scesa lei, rimaniamo io e lui.
"Cosa è questo suono?"
"La cintura. Non l'ha allacciata."
"La allaccio subito."
"Come si sente?"
"Mi gira un po' la testa. Oggi abbiamo festeggiato e ho bevuto un po' troppo." Proprio in quel momento due bottiglie di vetro tintinnano nelle buste della spesa.
"Ma lei va sempre a fare la spesa a piedi? Da casa sua? È lontano."
"Sì, ma io faccio a piedi tanti km tutti i giorni. Ho avuto un ictus pochi mesi fa, ho sfasciato una macchina. Ora non posso più guidare e vado a piedi."
'E beve' mi suggerisce il mio diavolo sulla spalla.
Mi dà indicazioni precise, è comunque lucido e presente a se stesso. Mi chiede dove abito, dice che è una bella zona. "Anche qui è lontano da casa sua. E sta tornando pure indietro per me."
"Vabbè, non si preoccupi, mica la porto in braccio." Rido, mentre lui mi ripete: "Mi gira solo un po' la testa..."
Quando arriviamo, per scendere dalla macchina fa una fatica bestia. Lui mi dice che gli sente pure un braccio.
Scendo e gli porgo le sue buste. Fanno capolino due bottiglie di vino.
"È sicuro di star bene?"
"Sì. Mi gira solo un po' la testa" mi dice ancora.
"Allora vado. Mi stia bene."
"Grazie, grazie davvero."
Vado avanti di qualche metro, c'è un piccolo slargo che mi permette di fare un'altra inversione a U. Quando ripasso di lì lui non c'è più. Non gli ho nemmeno chiesto come si chiama, non ci siamo presentati. Forse vive solo, forse no. Forse aveva bevuto. Forse no. Forse mi ha raccontato una bugia. Forse no.
Ma alla fine della storia è importante saperlo?
Forse no.
Il parco, a quell’ora, brulica di bambini. Un raggio di sole illumina una ciocca di capelli biondissimi che vengono soffiati via da piccole labbra carnose. Gli occhi, invece, sono concentrati sulla punta di un pennarello; la mamma le ha suggerito di provare a non uscire dai contorni. Le gambe, fasciate in leziosi jeans ricamati, sono piegate scomposte sulla vecchia panchina attaccata al tavolo di legno. I suoi occhi si alzano dal foglio solo quando la mamma le dice: “Guarda chi arriva, la tua amichetta.”
Gaia indirizza il suo sguardo verso le nuove arrivate. Beatrice la saluta timidamente con la mano. Oggi lei e la sua mamma camminano più lentamente, quasi fossero già stanche nonostante sia solo ora di merenda. Si siedono accanto a loro e le mamme si salutano come le signore della pubblicità.
Beatrice è silenziosa. A dispetto degli altri giorni, oggi ha i capelli sciolti e i suoi riccioli lunghi e morbidi le nascondono una parte del viso. Gaia la trova molto più bella quando ha i capelli raccolti, le ricorda una principessa delle fiabe. Sua mamma, invece, fa i complimenti alla sua amichetta per questa scelta, fino a che un refolo di vento non le scopre la fronte. Una macchia scura, come un ombretto sbaffato, le sfregia una tempia. Gaia socchiude gli occhi e se non fosse che ha scorto negli occhi della madre quello sguardo un po’ strano, si sarebbe di nuovo dedicata al suo disegno.
“Oh, poverina… che hai fatto?” le chiede infatti curiosa mentre passa l’ennesimo pennarello a sua figlia.
Beatrice guarda prima la sua mamma e poi mormora piano: “Sono caduta dalle scale.”
La sua mamma le carezza la testa e annuisce come per dirle brava, però non è a proprio agio e si muove così forte su quella panchina da farla tremare tutta. Un pennarello scivola giù e finisce sotto i suoi piedi. Lo raccoglie velocemente e una volta poggiato sul tavolo sussurra:
“In realtà l'ho picchiata. Sono uscita fuori di testa. I suoi fratelli mi fanno impazzire e alla fine ci rimette lei. Le ho dato un manrovescio e l'ho presa in pieno con un anello. Mi sono sentita morire. E ho pianto con lei. Guarda come l'ho ridotta, da rovinarle il viso.”
Beatrice, a quella confessione, si rannicchia fino quasi ad accartocciarsi e si ritrae un po’ mentre sua madre cerca di accarezzarle di nuovo la testa. “È meglio dire a tutti che sei caduta dalle scale, vero amore?”
La mamma di Gaia sta per aprire bocca poi ci ripensa. Fissa un punto lontano, forse quel bambino sullo scivolo, ma sembra non vederlo. Gli sguardi tra le due donne ora sono molto diversi, le chiacchiere si fanno più sterili, finiscono a parlarsi a monosillabi.
Gaia sorride a Beatrice e la invita ad aiutarla a colorare un sole. “Dentro i contorni” le suggerisce passandole un pennarello giallo. “Ti fa male?” chiede poi cercando di non guardare quella macchia violacea.
“Non tanto,” risponde Beatrice.
“Bene, perché stai meglio coi capelli legati. Quando hai la treccia sembri una principessa.”
“Davvero?” un lampo di compiacimento attraversa quei piccoli occhi scuri.
“Sì,” prosegue Gaia premendo con forza la punta del pennarello dentro la sagoma di una casetta. “Non hai nulla da nascondere.”
Beatrice timidamente si scosta i capelli dalla fronte. “Così?”
“Così,” le conferma l’amichetta con un sorriso.
Le donne adesso si alzano, la mamma di Beatrice si accende una sigaretta con gesti nervosi; quella di Gaia dà uno sguardo fugace al cellulare prima di riporlo nella borsa.
“Sei brava a colorare. Chi ti ha insegnato?” le chiede Beatrice fissando il disegno.
“Davvero ti ha picchiato?” questa volta Gaia la affronta senza pudore, eludendo la domanda. Beatrice alza impercettibilmente le spalle. “Sì.”
“Ti ha fatto male?” chiede di nuovo con la sfrontatezza tipica della sua età.
“Mi fa più male mentire.”
“E perché allora lo fai?”
“Perché mi hanno insegnato questo.”
Gaia la fissa per un po’, il pennarello bloccato a mezz’aria. “E se dovesse succedere di nuovo? Se a farlo fosse il tuo ragazzo?”
Beatrice fa spallucce, come se non fosse affar suo. “Be’, mentirei di nuovo…” sussurra mentre i suoi occhi spaziano oltre gli alberi. Sembra guardare un tramonto che tarda ad arrivare. Poi si posano su sua madre.
“Forse me lo sono meritato… e anche chi ti ama ti può picchiare, no?”
Uno schiocco secco la fa voltare di scatto, Gaia ha spezzato la punta di un pennarello. Il tetto della sua casetta è colorato a metà. Il contorno è sbaffato quasi come quella macchia sulla fronte. Gaia raccoglie le sue cose e si incammina verso sua madre. Sulle labbra nessun cenno di saluto.
Quella mattina ero con mamma. Quando sono in auto in sua compagnia 'purtroppo' abbiamo libero accesso dentro le strutture. Posso muovermi con l'auto fin sotto la clinica. Quella mattina non fu diverso.
Arrivo con l'auto fin sotto la scalinata, lei apre lo sportello e armeggia tra borsa, mazze e cartelle cliniche. Io mi chino per aiutarla. Nel frattempo dietro di me si forma una coda, quello davanti, in auto, bofonchia qualcosa dal finestrino. Mi rendo conto che stiamo intralciando il passo, ma mia madre più veloce di così non può andare.
"Mamma, scendo? Aspe'..."
"No" mi blocca "Ce la faccio"
Sto per tirare il freno a mano e scendere comunque per aiutarla, quando arriva un uomo sulla cinquantina che le dice "Aspetti, la aiuto io."
Le tiene aperta la portiera, le porge un braccio sul quale mia madre si aggancia. Le tiene la borsa, le dà le stampelle, agguanta la cartella clinica. Io lo riconosco. Lui invece probabilmente no. Gli dico un grazie carico di gratitudine abbassando il capo fino a guardarlo in faccia, e lui senza guardarmi mi risponde "Si figuri. Vada pure. Ci penso io."
Lascio cadere un 'Mamma, vado a parcheggiare faccio presto aspettami qui' e quasi sgommando vado parecchio più avanti dove trovo un posticino.
Di corsa torno indietro e mia madre non c'è. Mi aspetto di vederla sulla panchina in fondo alla scalinata ma non c'è.
Vado in clinica e la trovo in sala d'attesa.
"Che gentile quel signore!" mi fa. "Mi ha accompagnato fin quassù!"
"Gentile davvero."
"Mi ha detto che se avevo bisogno avrebbe aspettato, ma ho detto che facevi presto."
"Lo conosco."
"Davvero?"
"Sì, ma lui non ha presente chi sono."
"L'ho ringraziato tanto."
"Ci credo. La macchina non è lontana. Magari dopo la visita, con calma, camminiamo un po'."
"Va bene."
E così è stato.
Di quell'uomo, in quella clinica o fuori, abbiamo perso le tracce, ma sapevo dove trovarlo.
Giorni dopo, al supermercato, ho scelto la fila più lunga.
Lui passava gli oggetti con quella flemma e quegli occhi bassi che ha riservato alla mia mamma.
Quando è stato il mio turno, al momento di pagare, gliel'ho detto.
"Grazie per l'altro giorno."
Lui ha alzato finalmente gli occhi e mi ha guardato, confuso.
"Ha aiutato la mia mamma a scendere dalla macchina e l'ha accompagnata in clinica."
Ha alzato le sopracciglia ed è diventato un po' rosso.
"Oh sì! Be'... di niente. L'ho fatto volentieri. Come è andata?"
Ho sorriso con sollievo "Per fortuna tutto a posto. Falso allarme."
"Bene. Vi ho visto un po' in difficoltà, la gente non ha rispetto e ha sempre fretta."
"Già..."
"Però la sua mamma è in gamba, ha detto che la potevo lasciare lì."
"Sì, lo è. E io ho fatto presto."
Passa l'ultimo oggetto.
"Grazie di avermelo detto. Non l'avrei riconosciuta"
"Mi pare il minimo" ho risposto.
Mi ha detto il totale.
Ho pagato.
"Ancora grazie."
"Di nulla."
È passato un po' di tempo. Lui continua a tenere gli occhi bassi e a sorridermi un po' timidamente ogni volta che ci salutiamo. Però adesso ci diamo del tu, come dei vecchi amici.
Per lui sarò una delle tante clienti, per me colui che aiutò mia madre in un momento di difficoltà.
Ma da qualsiasi parte la si guardi, la mia o la sua non fa differenza, il messaggio di questo episodio è uno solo: arricchitevi, praticate la gentilezza. Ne uscirete migliori.
Sono in fila alla cassa del Super. Dietro di me un ragazzo con due bottiglie di birra. Dietro di loro una coppia di anziani. Lei tiene il braccio piegato e lui ci si appoggia ancorando con le dita il suo polso. Ma non stanno sempre così, ogni tanto intrecciano le dita, si danno la mano. Lei ha un viso piacevole, di chi un tempo è stata una bellissima donna. Un tocco di vanità sulle labbra data da un rossetto rosa e degli orecchini vistosi. Lui è molto alto, si muove a piccoli passi e ha occhi piccolissimi, due fessure. La signora getta un occhio al giovane cassiere e attira l'attenzione del marito, muovendo un po' l'avambraccio. "Guarda chi c'è alla cassa. Lo riconosci?"
Lui socchiude ancora di più le asole che si ritrova al posto degli occhi e chiede "Chi è?" guardando in un altro punto.
"È il figlio della Gina."
Lui dice "Ah" annuendo. Forse l'avrebbe riconosciuto comunque, forse no. Forse ci vede poco. Si muove cauto, sempre ancorato al braccio della moglie. Lei saluta il cassiere che la riconosce e le rivolge un saluto mentre passa sullo scanner le birre del cliente.
"Visto? Che ti avevo detto" dice lei muovendo ancora un po' il braccio. "È il bimbo della Gina." Lo ripete con quel vezzeggiativo tipico toscano che fa di noi dei 'bimbi' di tutte le età. Lui annuisce di nuovo, si guarda intorno un po' spaesato, ma alla fine lo vede. Gli regala un sorriso sghembo e dolcissimo, ma rimane fermo sul posto, come un soldatino in attesa di comandi. Lei si avvicina piano al rullo. All'altro braccio ha la busta trasparente della frutta con piccoli oggetti dentro. Lui abbassa il capo, la mano sempre ancorata al suo braccio. Lei, senza nemmeno alzare la testa, dolcemente si stacca da lui, gli prende le mani, gliele appoggia alla cassa e gli sussurra: "Stai qui."
Forse è questo l'amore: qualcuno che nella vita ti prenda per mano e che al momento di lasciarti ti metta al sicuro dicendoti
'Stai qui.'
Se chiudo gli occhi sono in Cornovaglia. Scendo una ripida scalinata, ma prima mi fermo ad ammirare il mare increspato dal vento, proprio là, davanti a me. Alla fine dei gradini trovo viuzze strette e case colorate. Qualche negozio vende conchiglie alle poche persone che si sono spinte fino a qui e una vecchina mi sorride cordiale. Il profumo del mare impregna i muri rosa e celesti e il sale incrosta le piccole finestre vestite a festa da alcune tendine.
Se chiudo gli occhi sono in Irlanda. Li ho chiusi davvero quella volta. La potenza delle onde faceva vibrare la scogliera. Il mare era arrabbiato, impetuoso; cercava di impressionarmi con quella sua violenza sfacciata. Il vento gelido mi arruffava i capelli e mi tappava la bocca, la foschia impediva ai miei occhi di vedere fin dove si spingeva quella rabbia. Tutto sembrava dirmi: "Zitta e impara ad ascoltare." Il verso di un gabbiano mi impedì di replicare.
Se chiudo gli occhi sono in Olanda. Le scarpe inadatte che affondano nell'erba bagnata e nelle pozzanghere che circondano i mulini a vento, gli unici spettatori della mia scelta sbagliata. Una bellissima ragazza, con lunghi capelli scuri e un maglione bianco a trecce, mi sorride mentre mi invita a proseguire la visita. Le pale dei mulini sono ferme, sembrano guardarmi con scetticismo aspettando una mia mossa. Sogno un paio di zoccoli di legno asciutti e una crema al formaggio. Troverò tutti e due.
Se chiudo gli occhi sono a Parigi. L'aria profuma di burro e di candele. Il mio mento si spinge in alto, verso i tetti blu e una mongolfiera lontana che volteggia sulla Senna. Un battello gremito di turisti ne solca le acque; qualcuno scatta le foto, altri mi salutano. Ricambio sorridendo a uno sconosciuto. Passeggio tra le bancarelle di libri usati, ne sfoglio tanti, non ne compro nessuno. Un uomo con grandi baffi neri seduto su una seggiolina pieghevole, mi chiede se voglio farmi ritrarre. Scuoto la testa e mi scuso in un francese ridicolo. Il battello è ormai lontano.
Se chiudo gli occhi sono a New York. Sono appoggiata al muretto di un ponticello in Central Park. Il mio sguardo segue le barche che passano sotto di me; ci sono delle coppiette, sembrano felici. Gli uomini remano, le donne scattano foto e ridono molto. Sarà un bel ricordo. Alcuni grattacieli si stagliano poco lontano, mi giro per ammirarli e vengo investita dall'odore acre del sudore di un gruppo di runners. Qui corrono, corrono tutti; per lavoro, per sport, forse per sopravvivere.
Se chiudo gli occhi sono nel Maine. Vengo attratta da un'insegna che promette cose vintage e ricordi. L'odore del legno è così potente da impregnarmi la pelle, i vestiti. Un'alce imbalsamata mi fissa con occhi vitrei da una parete; un orso intagliato e colorate coperte di lana grezza le fanno compagnia poco distanti. Le scene di caccia immortalate in quadri dipinti da sconosciuti sanno di qualcosa di già visto. Una sedia a dondolo è buttata in un angolo, addossata a una parete piena di cianfrusaglie. C'è odore di bosco, ma non c'è nessuno a cui dirlo.
Se chiudo gli occhi sono nel New England. In mezzo al mare il vento mi sferza le guance e il sole crea un manto di piccole stelle. L'attesa è la compagna di questo viaggio, insieme alla sorpresa. L'acqua da blu scuro diventa verde, poi quasi bianca. Prima che uno sbuffo dichiari la sua presenza, la balena si fa intravedere sotto di noi. Avanza lenta, aspetta il momento giusto. Sa che siamo lì per lei. Trattengo il respiro mentre l'enorme coda si agita come un saluto. Il tempo di un click, espiro. Un tuffo ancora e l'acqua da bianca diventa verde e poi di nuovo blu scuro.
Non è mai solo un viaggio. È chiudere gli occhi per guardarsi dentro.
Oggi avevo una visita specialistica all'ospedale in centro. Arrivo piuttosto in anticipo per trovare il parcheggio e l'edifico giusto e infatti trovo subito un posto libero appena imboccata la via. Mentre cerco gli spiccioli per la macchinetta, accanto a me parcheggia un tipo. Lascia la macchina in modo brusco, a momenti picchia nel cordolo del marciapiede. Mi blocco col portafogli in mano e lo osservo dal finestrino. Lui esce in volata come se la macchina andasse in fiamme. Mentre corre verso la macchinetta si fruga nelle tasche, a momenti inciampa. Ne mette una manciata a caso, temo abbia pagato l'equivalente di una cena a base di tartufo, ma non se ne cura. Torna, apre lo sportello con foga, lascia il bigliettino sul cofano, chiude con un tonfo e scappa. Rimango a guardarlo e penso: "Madonnina che fretta, guarda come ha lasciato la macchina..." Mentre sto per scendere con i miei spiccioli pronti nel palmo della mano, ecco che ritorna di corsa. Mi fermo per non intralciarlo, per poco non mi travolge, apre lo sportello del passeggero ed eccola lì la ragione della sua fretta. Mi si allarga un sorriso pieno di tenerezza.
Nella mano sinistra stringe un borsone, di bella fattura, pieno e femminile, con un lezioso fiocchetto azzurro attaccato al manico. Sicuramente contiene i primi cambi, piccoli calzini, forse rossi con qualche buffo animaletto, chissà; un corredino, una camicia da notte.
Quella che io ho scambiato per fretta, in realtà era eccitazione. L'eccitazione di un papà che forse è stato chiamato sul lavoro "Ci siamo. Vado diretta all'ospedale, portami la borsa!" Non ho riconosciuto quella fretta, forse perché mi è stata solo e sempre raccontata. Ricordo che Andrea, svegliato nel cuore della notte, arrivò in bicicletta per fare prima. Rammenta tutto di quella notte, perfino le macchine che incrociò nel tragitto, i visi delle infermiere stanche.
Chissà se un giorno, quel neo papà, ricorderà questo aneddoto: "C'era una tipa che mi guardava strano, poi sono tornato a prendere il borsone e lì la sua espressione è cambiata. Mi ha sorriso."
Ché una gioia, è come in Natale: quando arriva, arriva.
Mi chiamo May e vengo dalla Birmania. Non mi ritrovo a dichiararlo spesso, anche se i miei tratti tradiscono la mia provenienza. Ma un giorno è accaduto. Ero al mercato, mi stavo servendo al solito banco. La commessa mi serve con gentilezza, ma mi fissa con insistenza il cappello che indosso questa mattina.
"Le guardavo il cappello," mi confessa infatti dopo avermi fatto il resto.
"Le piace?"
"Moltissimo."
Decido di sorprenderla. "Guardi..." lo tolgo dalla testa e con pochi e semplici gesti lo chiudo a fisarmonica.
La donna spalanca gli occhi. "Ma è magnifico!"
"Sì, è anche pratico. Può essere messo comodamente in borsa."
"Infatti!" Ribatte ancora più entusiasta. "Poi io ho la fissa dei cappelli e questo è particolare. Immagino sia tipico del suo paese. Vietnam?"
"No, Birmania."
La donna mi guarda con ammirazione e continua curiosa: "Da quanto è in Italia?"
"9 anni."
"Lavoro?"
"Amore. Ho sposato un italiano."
"Uh!" Squittisce lei alzando le sopracciglia. "Come lo ha conosciuto?"
"Lui era lì in vacanza... io ero la sua guida turistica..." la frase mi esce maliziosa e ridiamo insieme mentre lei esclama: "Ma che meraviglia!"
Rispiego il cappello e me lo calco di nuovo in testa mentre le racconto un po' della mia storia.
"Torna mai a casa? In Birmania, intendo," mi chiede ancora questa commessa curiosa.
"Sì, certo. Se tutto va bene, virus permettendo, a dicembre tornerò a trovare la mia famiglia."
"Bene..." fa una pausa poi riprende "Senta, vorrei farle una richiesta..."
Ma io ho già capito. "Glielo porto."
Le si illuminano gli occhi. "Davvero? Ci terrei tanto. Le do subito i soldi se vuole..."
Alzo le mani. "Non scherzi, lo faccio volentieri. Passo spesso di qui e la tengo aggiornata"
"Non sa come mi fa felice. Per lei magari è poca cosa, ma io non vedo l'ora di sfoggiare il cappello del suo paese."
"Allora d'accordo!" Le rispondo facendomi contagiare dal suo entusiasmo.
La saluto con un gesto della mano ritrovandomi a sorridere per questa cosa buffa: raccontare la mia storia grazie a un banale copricapo e una commessa curiosa.
E niente, non potete capire con quanta gioia io aspetti il cappello di May.
22 gennaio 2022
May oggi è tornata, dopo parecchio tempo. Aveva un altro cappello, di lana questa volta. Era lilla, come lilla era il suo cappotto e la collana di bigiotteria poggiata sul petto. Speravo di servirla io e così è stato.
"May! Come stai?"
"Bene," le sorridono gli occhi sopra la mascherina.
"Ma poi sei tornata a casa? Sei riuscita a vedere la tua famiglia?"
Si rabbuia un po' e mi dice "No. Lo so che ti avevo promesso il cappello..."
"Ma lascia stare il cappello, ma ti pare? Mi dispiace per te, ci tenevi tanto."
"Non sono potuta andare nel mio paese a causa del colpo di Stato. È troppo pericoloso."
"Mi dispiace..."
Lei alza le spalle rassegnata, mi fa un ordine e poi mi dice "Ci vediamo dopo."
May oggi è tornata da noi, ma chissà quando potrà tornare dai suoi.
E alla fine, se mai riuscirò ad indossare il suo cappello, mi renderò conto di avere qualcosa di più che un curioso accessorio.
Significherà che May è potuta tornare a casa.
Sono al bar.
Davanti a me, seduti a un piccolo tavolo, una coppia di anziani; dietro di me, sempre seduti a un piccolo tavolo, un giovane padre con un bimbo piccolo. Il bambino avrà sì e no tre anni e indossa una salopette di jeans che gli arriva corta alle caviglie. Si muove tanto su quella sedia, sbocconcellando una brioche davanti a un succo di frutta. Suo padre gli intima con dolcezza 'Dai, mangia a modino,' togliendogli le briciole dalla salopette. Il bimbo annuisce, la frangetta mora che si muove appena, e alla fine si blocca a un gesto del suo babbo.
Tutti e due guardano fuori dove, nel parcheggio, si ferma un camion dei pompieri.
Di lì a poco fa il loro ingresso nel bar la squadra dei vigili del fuoco. Il più alto e il più robusto ordina per tutti la colazione.
Il bimbo li guarda con curiosità, il giovane babbo glieli indica e gli dice qualcosa. Lui sgrana gli occhietti scuri, tra l'eccitato e l'incuriosito.
Fanno in fretta, mangiano e bevono il caffè tra chiacchiere fugaci e saluti vari. Sempre il più alto si dirige alla cassa e paga per tutti. Io sono dietro di lui. Il giovane babbo con il bambino in braccio, a fianco a me, dice alla cassiera: "Guarda, ti lascio i soldi qui, esco subito. Il camion dei pompieri è il suo sogno. Glielo voglio far vedere da vicino prima che vadano via."
I vigili del fuoco montano sul camion uno dopo l'altro. Il giovane babbo e il bimbo avanti a me. Il ragazzo si ferma davanti allo sportello "Vedi? Guarda come è grande!"
L'uomo più robusto sale per ultimo. Sta per chiudere lo sportello quando li vede. Scambia un'occhiata con i colleghi, poi guarda il bambino dritto negli occhi e gli fa "Vuoi provare?"
Il bimbo non dice né sì né no, ma si butta letteralmente a braccia aperte verso quell'omone generoso.
L'uomo se lo mette sulle ginocchia e gli chiede "Come ti chiami?"
Il bimbo si guarda attorno estasiato, comodamente seduto sulle ginocchia dell'uomo. Risponde il babbo: "Gabriele."
"Allora Gabriele, guarda... qui c'è..."
Li ho lasciati così: un vigile del fuoco che spiega a un bimbo i comandi, un babbo orgoglioso che immortala il momento col cellulare e un bambino felice per essere finalmente sul famoso camion dei pompieri.
Io me la immagino proprio così la felicità: avere un sogno, avere vicino qualcuno che faccia di tutto affinché tu possa realizzarlo e qualcun altro che, vedendo i tuoi occhi pieni di passione, allarghi le braccia e ti dica:
"Vuoi provare?"
Casa mia era fresca. Una vecchia casa, in fondo a una corte lunga e stretta dove era impossibile giocare a pallone. Le persiane verdi di cui alzavo le gelosie per infilare la stecca sempre nel solito buchino. Né troppo bassa, né troppo alta. Il ronzio del ventilatore nelle giornate d'agosto, un rumore sordo, quasi ipnotico. L'acqua gassata fatta con le bustine, il cocomero a cui mancava 'il tassello', i pomodori ancora caldi dal sole presi dalle mani di nonno. L'orto tirato su con le canne e innaffiato la sera insieme alle nostre ciabatte. Mamma, fasciata nella sua vestaglietta, chiudeva tutto, 'entra l'afa' diceva; la tenda a fiori sventolava appena, 'è vento caldo' diceva babbo tra una sigaretta e l'altra. Il giornalista del telegiornale ci trovava lì, al 'tocco' preciso, al tavolo rotondo della cucina; le gambe graffiate dalle macchinine di mio fratello, le sedie vecchie che rizzavano il pelo come gatti arrabbiati. La paglia, che di intrecciato ormai non aveva più nulla, mi bucava le gambe. A volte c'erano bei cuscini, mamma li cuciva da sola con gli avanzi di stoffa e quella cucina dai pensili di formica azzurra sembrava più bella. Dopo pranzo la moka borbottava sul fuoco, qualcuno si affacciava alla porta. Il profumo del caffè invitata i vicini come il suono del pifferaio magico. Lo prendevano lì, a volte babbo faceva posto inventandosi una scusa per uscire. Il salotto non veniva preso in considerazione. I centrini messi ovunque, quelli sulla testata del divano non hanno mai conosciuto capelli e profumi altrui. Il salotto era la stanza buona, quella delle foto a Natale, quella dove accogliere qualcuno quando la pila dei piatti giaceva ancora nell'acquaio. E poi a sdraiarsi. Zitti zitti e chiudi tutto. Dormite. Ma non abbiamo sonno. È uguale, state buoni. A merenda vi do il ghiacciolo. Erano fatti in casa in contenitori di plastica. Sapevano di poco e si scioglievano in fretta. Ore infinite, minuti scanditi dal frinire delle cicale, il sudore sul collo, la noia che ci divorava. Le quattro. Alle quattro finiva tutto. Le quattro erano il lasciapassare anche per fare il bagno in mare. E poi mamma che si alza lamentandosi del caldo, il suo ciabattare giù un cucina, noi a piedi scalzi sul marmo freddo. Mettetevi le scarpe e state all'ombra. Libertà. Il Supertele rosso, lasciato al sole, era sempre un po' più sgonfio, le lucertole si rintanavano sotto i vasi. Noi ad abbeverarsi alla fontanella di nonna. La sera arrivava in fretta, spazzava via un po' di calura. La terra innaffiata da nonno sapeva di buono. I pisellini freschi sgusciati e mangiati vicino alla rete, il pozzo che fu chiuso dopo la tragedia di Alfredino, i pomodori sui quali nonno metteva direttamente il sale. 'In picchiata', diceva, e me ne offriva uno. Il 'si mangia!' di mamma urlato dalla porta, la panzanella con le cipolle, le acciughe marinate, il fiasco del vino, il tg delle venti. Lasciavamo i grandi a tavola e riscappavamo fuori a giocare in strada. Poche macchine, poca vita. Un muretto dal quale fare i salti, un marciapiede su cui sfidarsi al gioco dei tappi, prima di far spazio a mia madre, a miei zii, al vicinato, armati di seggioline colorate. In casa le televisioni trasmettevano per nessuno, un leggero sottofondo, una compagnia discreta. Pettegolezzi, segreti, chiacchiere da bar, scivolavano sui muri incrostati, strisciavano sull'asfalto ancora caldo, impregnavano giornate tutte uguali. Hai saputo della Maria? No, cosa? Ogni tanto spuntava un gelato, ma solo nei giorni di festa. Mia madre chiudeva la seggiolina, il mio babbo la guardava già con un piede in casa, i calzoni troppo larghi, la canotta a coste. Io e mio fratello salutavamo
gli altri bambini. A domani. A domani, rispondevano.
Si chiudevano sedie, tende, persiane; si spegnevano luci, lampioni e televisioni.
Entravamo in casa scorgendo qualche scarafaggio e prendevamo le scale di marmo. Fila a letto, forse si dorme.
C'era una storia che veniva raccontata spesso in paese. Ora non più, è scemata un po'. Ma è una storia che le vecchiette, quando torni ad abitare in quelle strette vie, ci tengono a farti sapere. È una storia bella, triste, struggente e maledettamente vera.
Molti anni fa, in quelle viuzze a pochi chilometri dalla città, abitava Marco. Un bel ragazzo dai capelli che davano sul rossiccio, con una spruzzata di lentiggini sul naso e spalle squadrate come un giocatore di rugby.
Insieme a lui era sovente vederci Maria Chiara; una ragazza gracile, ancora acerba nei tratti, ma con un bel caratterino, che non rispecchiava assolutamente l'immagine da pulcino spaurito che aveva.
Il loro era un grandissimo amore. Quegli amori giovani, certo, ma già profondi. Quegli amori dove la domenica lei si fermava a pranzo a casa di lui, con la sua mamma, il suo babbo e la sorella.
Quegli amori da 'fidanzati in casa'. Quegli amori che t'immagini nel giro di pochi anni veder sbocciare in una famiglia, con magari una coppia di gemelli nel doppio passeggino.
Maria Chiara per Marco era la vita, la risposta a tutte le sue domande, la sua casa, la sua aria, il suo cuore.
Marco, per Maria Chiara, era ossigeno, era passione, era tutto quello che aveva sempre desiderato.
Fino a un certo punto. Fino al punto in cui il destino non si è messo a shakerare le carte; fino al punto in cui, sempre il destino, ha deciso che questa storia era troppo bella per essere vissuta davvero. Fino al punto in cui Maria Chiara dice basta, pronunciando quelle parole che nessun innamorato vorrebbe sentire mai: “Non ti amo più”.
Marco, ovviamente si sentì morire, si disperò, non si capacitava di tutto questo, la sua Maria Chiara non poteva fargli così del male. E tutto questo poteva passare inosservato, essere vissuto nelle candide mura domestiche, essere metabolizzato con pianti di dolore camuffati da sorrisi cordiali. Invece no. La gente parlava, il paese partecipò a questa rottura perché Marco era palesemente sconvolto. Uscì pazzo, non si riconosceva più, la famiglia era preoccupata. Fino a che un giorno, dove il destino decise di allungare una mano quasi pentito di avergli tirato un brutto scherzo, Marco trovò rifugio nella parrocchia del paese e in Don Luciano. In quel luogo di culto e di preghiera, Marco sentì di essere compreso e di non essere il solo a cercare conforto in quelle mura. A breve, le sue visite in parrocchia divennero più frequenti e le lunghe chiacchierate con Don Luciano, lo fecero rinascere. La famiglia, da una parte era felice di vederlo di nuovo sereno, dall'altra lo spronavano con frasi fatte e scontate: “Sei giovane. Ti passerà. Troverai altre ragazze che ti faranno battere il cuore”.
Così furono sorpresi quando il ragazzo pronunciò: “Non amerò mai nessuna donna come Maria Chiara. E se non posso avere lei, non avrò nessun'altra.”
Iniziò il suo cammino e il suo percorso e dopo poco tempo ci si rivolgeva a lui come Don Marco.
Diventò un parroco comprensivo, di cuore, uno che aveva fatto quella scelta nel dolore. Ma si sa, il paese è piccolo e la gente mormora. Additare un giovane prete e parlarsi nelle orecchie a ogni messa per poi sospirare come se si trattasse di un bel film romantico, non si addiceva certo a lui. Così preferì allontanarsi dal paese, allontanarsi da qualsiasi possibilità di vedere Maria Chiara uscire dal panettiere, allontanarsi da tutto ciò che gli ricordava lei e allontanarsi da quelle comari, che anche con le più buone intenzioni, lo facevano sentire inadeguato.
Fu così che Don Marco diventò il parroco di un piccolo paese arroccato sulle colline. È un buon prete, dicono, e un uomo adesso. La nuova comunità è felice di averlo tra loro, poche anime si stringono la domenica su quelle panche, un luogo tranquillo, lontano dalle chiacchiere. È un posto romantico, da gita domenicale. Don Marco si trova bene, celebra messa con la sua bella voce da ragazzone, battezza infanti con le sue mani forti e accoglie i fedeli con il sorriso sulle labbra. Come è successo quel giorno con un uomo, quello che gli si è presentato davanti dicendo: “Don Marco, avremmo scelto questa chiesa per celebrare il nostro matrimonio, se lei è d'accordo. La mia futura moglie è rimasta incantata dalla bellezza del luogo. Sarà qui a momenti”.
E, dopo pochi minuti, la vide.
Maria Chiara. In tutti quegli anni era cambiata, era più bella, più in carne, più donna. Ma aveva negli occhi sempre quella luce sbarazzina di quando erano ragazzi. Lei, lì per lì, non lo riconobbe, ma l'incertezza durò pochi istanti, il tempo di farsi chiudere la sua mano in quella del prete.
Don Marco disse sì, li avrebbe sposati. E avrebbe avuto la facoltà di dare a un altro uomo una cosa preziosa che un tempo gli era appartenuta. Di benedire un'unione e cedere la cosa più bella che gli fosse capitata in vita sua. La donna per la quale lui adesso si trovava lì, dietro quell'altare, a confortare, rassicurare e infondere speranze e amore alle poche anime di quel piccolo paese arroccato sulla colline.
Le nozze furono celebrate in un afoso sabato pomeriggio di luglio.
E la gente si commosse, e parlò con sospiri e deboli sorrisi e tramandò questa storia fino ai giorni nostri incrementando ogni volta con particolari personali, come tutte le storie passate di bocca in bocca. Io ho cercato di raccontarla in modo semplice, senza farmi influenzare e cercando di cogliere e lasciare intatto il vero protagonista di questa storia: l'amore in ogni sua forma.
Davanti a me c'è lei. È arrivata alla solita ora, spinta nella sua carrozzella dall'ultimo badante, un ragazzo indiano. Si narra che di badanti ne faccia fuori molte, alcune, dicono, è arrivata a picchiarle. Non ci vuole stare nessuno con lei.
Come sempre alza il sopracciglio e ammicca al banco da saputella, come se ci considerasse degli inetti. Ha la bocca severa di chi non sorride più da molto tempo e rughe profonde intorno agli occhi. Non credo sia troppo anziana, ma la malattia le regala qualche anno in più e dita rattrappite e storte.
È una donna acida, dalla lingua tagliente, spesso maleducata e indisponente. Pure con me, che vengo chiamata a servirla perché verso gli anziani o i più fragili ho una certa empatia. Io non cedo alle provocazioni e ribatto col sorriso, ma lei risponde, fa le facce strane, tratta a pesci in faccia il ragazzo indiano e spesso ha risposto male pure a me.
È una donna con un cervello funzionante e arguto, racchiuso in un corpo che non le risponde più, che la lascia piano piano a pezzi. Sicuramente si sente compatita, derisa, fragile, debole, costretta a farsi spingere e lavare da estranei. La vita, la malattia, l'ha resa dura, rigida, inflessibile, cattiva. E sola.
Dietro di me c'è l'altra.
Una bambina di quattro anni, figlia di una collega. Trotterellava intorno a noi col suo sorriso di denti da latte un po' radi, il nasino reso screpolato dall'ennesimo raffreddore, gli occhi vispi e allegri per essere venuta a trovare la mamma.
È una bambina simpaticissima, affabile, affettuosa e intraprendente. Se le dai spago ti racconta la sua vita e, curiosa come solo i bambini sanno essere, ti chiede della tua, spalancando gli occhi dalla sorpresa se le dici che possiedi un gatto, nemmeno tu le avessi detto che tieni un elefante in garage.
Servo la donna. Impartisce ordini e scuote la testa perché, come sempre, mi chiede cose che sa che ho finito. Bofonchia delle proteste, alle quali rispondo con un sorriso. In silenzio. Infine, a sentir lei, si accontenta di un prodotto. Il ragazzo indiano le prende il portafogli, non prima di averla vista gesticolare in difficoltà per indicargli la borsa. Forse lo offende pure.
Le preparo il sacchetto e faccio il resto.
La bambina mi guarda, guarda la donna in carrozzina e mi dice 'Do io'.
'Non ci arrivi', le rispondo.
La donna vede che parlotto con qualcuno, ma dalla sua posizione non vede con chi. Sbuffa perché perdo tempo.
La madre della bimba le dice 'Prendi il sacchetto e portalo alla signora.'
La bimba non se lo fa ripetere due volte. Agguanta il sacchettino, esce dal banco, fa il giro e si ferma all'angolo.
La donna mi guarda spazientita, si chiede perché ci metta tanto a darle quel benedetto sacchetto. Non ha ancora capito.
La bambina rimane un po' così. Il sacchetto in mano e lo sguardo verso la madre che la incita con un 'Vai.'
Finalmente la donna la vede: un trottolino vestito di verde, dalla bocca con una manciata di dentini, le sorride. Ha la sua misera spesa stretta in pugno, il braccio teso come se le donasse una rosa.
'Tieni' le dice regalandole una confidenza che nessuno di noi si è mai permesso.
La donna si china ancora di più, nonostante sia già quasi rannicchiata, per prendere il sacchetto dalle sue manine.
La bimba rimane ancora lì impalata, forse si aspetta qualcosa. E quel qualcosa, inaspettatamente, arriva.
Per la prima volta in quattro anni la donna sorride. La piega della sua bocca non è più severa, gli occhi brillano di stupore e allunga una mano per farle un complimento.
Dalla sua bocca non esce un rimbrotto, ma un 'Come sei bellina. Grazie' alla quale la bimba risponde con un saltello e un sorriso sgangherato. Avverte di aver fatto qualcosa di straordinario, di magico. Forse lo deduce dal fatto che siamo tutti lì che la guardiamo, impietriti e immobili. E si chiederà come mai regalare un sorriso e un gesto carino, sia così strano per gli adulti.
'Ciao signora!' trilla poi agitando la manina prima di trotterellare di nuovo dietro il banco.
'Ciao,' risponde la donna sempre sorridendo.
Si volta verso di noi. Per qualche istante vediamo una donna diversa. Gli angoli della bocca sono rivolti all'insù, l'espressione è rilassata, quasi commossa. È in leggero imbarazzo per essersi lasciata andare, per aver abbattuto quel muro che si costruisce intorno ogni giorno e ci squadra con occhi nuovi, uno per uno; forse ci vede veramente oggi per la prima volta.
Ma noi siamo gli stessi. Lei, grazie al gesto della bambina, probabilmente no.
Ci ha salutato cordialmente, piegando la testa e aprendo la mano dalle dita rattrappite. Abbiamo ricambiato, come da quattro anni a questa parte, ma con una consapevolezza in più: la gentilezza è un'arma potente.
Usatela.
Anche se non avete quattro anni e una bocca di denti da latte.
Ci dirigiamo a Craco, la città fantasma.
Chiediamo al navigatore di trovarci un punto di ristoro, un locale dove prendere magari dei panini da portarci dietro. La prima scelta ci dirotta verso un paesino di cinquecento anime e poco più, dove si trova un alimentari sulla strada.
Non c'è nessuno, né in strada, né intorno. Il negozio sembra chiuso. Mi chiedo se non abbia sbagliato il navigatore e attraverso quella landa desolata accecata dal sole.
Invece è aperto.
È impostato come un piccolo supermercato; c'è di tutto, nonostante gli scaffali non siano proprio pieni.
In fondo, al banco, un operaio si sta facendo servire, mentre una signora dell'età di mia madre spunta in silenzio da uno scaffale.
Davanti al banco hanno allestito delle panche e dei tavoloni rivestiti da delle tovaglie di plastica colorate e dozzinali. Lì vicino è piazzato un ventilatore che ronza incessantemente.
La voce di uno speaker radiofonico si diffonde nelle casse, con voce allegra annuncia la hit del momento.
Tutto questo, il tavolo, le panche, il ventilatore, la musica, mi suggerisce un generoso servizio per i viandanti, per i turisti capitati lì, spinti dalla curiosità di visitare 'il paese che non c'è più', per chi vuole fare una pausa, per gli operai in cerca di cibo e refrigerio.
La donna dietro il banco mi sorride con gentilezza dandomi il buongiorno. Si chiama Anna. Ha un caschetto di capelli neri composti e mani veloci. Non è giovanissima, ma la stanchezza che le vedo dipinta sul viso magro, le regala sicuramente qualche anno in più.
Serve l'uomo e poi la donna, facendo la spola tra il banco e la cassa che si trova lontanissima, come in un supermercato, infatti. Ogni volta che torna al suo posto, come una formichina laboriosa, si lava diligentemente le mani e si piazza di nuovo dietro il banco.
Rimaniamo sole.
Ridendo le dico che così facendo si mantiene in forma. Tutto quell'andirivieni tra banco e cassa, sfinirebbe anche una persona più giovane.
Lei abbozza un sorriso amaro e mi dice: "Sono sola."
Non le rispondo, è evidente.
Lei mi chiede da dove arrivo, e mi consiglia della focaccia farcita che io avevo già adocchiato. Mentre me la incarta mi spiega la lavorazione, gli ingredienti scelti. Mi elenca i prodotti della sua terra, che sanno di sole e tradizione. Nelle sue parole una passione e una fierezza che le fanno, anche se per poco, illuminare gli occhi.
E poi si abbatte un po'.
Mi racconta che non si può permettere dei dipendenti, che tira avanti stringendo i denti e macinando chilometri su e giù per il negozio, per non far morire la sua attività, che mi confida. "È qui da cinquant'anni."
Mi racconta delle difficoltà, della fatica, ma non molla.
Non molla.
"È il mio negozio. La mia vita."
Mi guardo intorno, dove spiccano prodotti tipici del territorio, fatti con cura e dedizione antica. Non solo non molla, ma non si piega al commercio facile, proponendo a chi entra nel suo locale prodotti della sua terra.
"È molto bello," le dico sincera.
Lei abbozza un sorriso, di quelli che una mamma rivolge a un figlio che ha appena fatto una marachella innocente.
'Non è bello', sembra voglia dirmi, 'ma è tutto quello che ho.'
Oltre ai panini acquisto anche della pasta tipica locale.
Lei sembra contenta e mi precede a passi svelti alla cassa dove batte oggetto per oggetto specificando le voci, quasi volesse farmi capire che i prezzi sono buoni, anche se sa che lì, probabilmente, non tornerò più.
Dopo avermi diligentemente preparato la busta, mi augura buon viaggio. Io le rispondo 'buon lavoro'.
Mi sorride gentile e la sua espressione recita un 'speriamo' in silenzio.
Esco ed è ancora più deserto di prima. Nessuno all'orizzonte, nessuna macchina, nessun viandante. Il prossimo cliente, forse, tra un'ora. Forse dei turisti mandati lì dal navigatore, forse un operaio di un cantiere vicino.
Con il profumo della focaccia ai pomodorini che si diffonde nell'auto, ci dirigiamo a visitare la città fantasma, dove pare che non ci sia più vita.
Forse è vero.
La vita è tutta lì, in quel piccolo supermercato, nelle mani e nel cuore della signora Anna.
Sto per entrare in un negozio in cui vado abbastanza spesso, tanto da conoscere i nomi di alcune commesse e salutarle al di fuori dell'attività. Sulla porta, intento a chiacchierare con un uomo, ci trovo un signore anziano talmente somigliante a una di loro che deduco sia il padre.
Lui entra dopo di me e la mia sensazione si rivela vincente perché la sento esclamare: "Babbo! Che ci fai qui?!"
Lui borbotta qualcosa che non riesco a capire, sembra quasi scusarsi per l'improvvisata.
Lei continua premurosa: "Non dovevi uscire, fa freddo, è troppo presto..." poi si scusa con una cliente perché sta trascurando lei per parlare col suo babbo. Gli dice di aspettare e lui si mette le mani in tasca e si guarda intorno. Io come una guardona lo osservo da lontano e mi pare sereno e non fuori luogo.
Faccio il mio acquisto e sto per uscire quando lei, dopo avergli fatto quelle che a me sembrano raccomandazioni, mi precede. Ci fermiamo tutte e due sulla porta, lui è già fuori.
"È il suo babbo?" chiedo facendo finta di non aver sentito. "Vi somigliate tantissimo."
Lei sorride e mi mette una mano sulla spalla. "Sì."
Anche lui mi sorride e conferma "È la mia figliola", poi bofonchia qualcosa che non afferro. Forse una battuta.
Lei mi tira quasi indietro "Abbi pazienza, è anziano e non ci sta tanto con la testa..."
"Figurati..." le dico riconoscendo in quell'espressione tanto amore quanto sgomento.
Lo raggiungo mentre lei gli dice "Mi raccomando babbo, non me lo perdere il cappello, è un regalo!"
Mi accorgo solo in quel momento che lui nel frattempo si è infilato un berretto di lana. Lo tasta con le mani e mi domanda:
"Ma non è da donna 'sto cappello?"
"Ehm..." tergiverso non sapendo bene che dire, perché è chiaramente da donna. Bordeaux con un pon-pon enorme di pelo come vanno di moda adesso.
Decido per una mezza verità: "Sì. Me la sta bene. Le dà carattere!"
L'anziano si guarda intorno come se temesse il giudizio degli altri, ma ha lo sguardo divertito come se aspettasse una nostra risata dopo una sua barzelletta.
Io insisto ridendo "Giuro! È bellissimo e alla moda!"
Lui tasta ancora il pon-pon per niente convinto e mi fa "Mah...!"
Lei è ancora sulla soglia, la premura le impedisce di chiudere la porta e entrare dentro. "Mi raccomando" gli fa ancora, "non te lo togliere che è freddo!"
In verità non è freddo, è una bellissima giornata di sole, ma credo che lui sia convalescente da un'influenza visto che con mani tremanti armeggia coi fazzoletti intorno al suo naso.
Lo saluta, lui ricambia e si incammina e io, come sempre, intervengo di slancio, di pancia. "Aspetti!" faccio a tutti e due. "È a piedi? Vuole che la accompagni da qualche parte? Ho la macchina proprio qui."
Si bloccano. Mi guardano. Lei quasi mi fa l'inchino per la gentilezza appena espressa e mi dice molte volte grazie, poi lo indica col mento e mi dice "No, tanto sta qui vicino. Grazie."
Lui quasi sormonta le sue parole con "Grazie no, vado un po' qui al bar. Piano piano." Intanto il pon-pon sulla testa oscilla a ogni suo movimento. È tremendamente buffo.
Lei rientra, chiamata forse da una cliente. Io apro lo sportello della macchina e lo congedo con "Via, faccia a modino!"
Lui si asciuga di nuovo il naso e mi confida "Avevo la macchina, sa? Andavo dove mi pareva, ero più libero. Ora la mia figliola non vuole che la prenda, ha paura che mi succeda qualcosa e mi tocca andare a piedi..." Incassa un po' le spalle, come quelli che certe scelte le subiscono. Inermi. Arresi.
"Ma sa che c'è?" comincio io cercando di risollevarlo "Secondo me è meglio! Guardi che bella giornata di sole. Così fa una passeggiatina, sgranchisce un po' le gambe... le fa bene, sa?"
"Eh sì" mi risponde lui, ma non mi pare tanto convinto.
Si incammina un po' claudicante sul marciapiede, intabarrato nonostante la giornata mite, in un giubbotto imbottito e quel buffo cappello da donna. Nonostante svolti l'angolo, lontano da lei e dalle sue eccessive premure, non se lo toglie. Questo pon-pon pelosissimo continua a oscillare a ogni suo passo incerto, e mi chiedo quante persone, vedendolo, pensino quanto sia pazzo, ridicolo, assurdo, risibile, grottesco, un anziano con quel cappello. Chissà che risate. Chissà che scherno. Chissà quanti 'Ma ndo va vestito così?', senza sapere che lui sta solo indossando quel cappello per far felice la figlia.
E che lei ha preferito sfidare il facile giudizio, gli sfottò di quelli del bar, pur di proteggere chi ama da una fresca mattina di gennaio.
L'amore, a volte, ha le sembianze di un berretto di lana coi pon-pon.
Ieri sera abbiamo avuto la bellissima e malsana idea di andare da mia madre a prendere il videoregistratore. Oggetto vintage che puoi trovare ancora nelle case delle persone dell'età dei miei. Tutto questo perché abbiamo ritrovato vecchie cassette e cassettine degli eventi più importanti della nostra vita.
Il nostro percorso, visto lì, in tv, è partito con le risate ed è finito in lacrime.
È stata una visione che mi ha devastata psicologicamente. C'erano tutti.
Ora non ci sono più.
Mentre nelle foto riesco a reggere il loro ricordo, vederli ridere, scherzare, sentire di nuovo le loro voci, mi ha sconvolta.
Non sono pronta e forse non lo sarò mai.
Mi sono commossa a rivedere Alice a un anno, la confronto con quello che è diventata adesso e non avrei mai immaginato fosse così. Nei video riprendo sempre io mentre Andrea gioca con lei buttandola per aria o facendole il solletico come nel più classico degli spot.
Poi ci sono io durante una partita di pallavolo: gesti forti, sicuri, una determinazione da fare spavento, una forza fisica insospettabile.
"Eri una iena, mamma, guarda che grinta" mi ha detto Alice riconoscendomi.
Sì, lo ero. Forse adesso mi sono rammollita.
E poi i nostri viaggi, a 20 anni, dove mi sono rivista con i capelli più corti, l'apparecchio ai denti, e sentita dire le solite battute. In una scena rido alla cinepresa spostando i capelli. Ho visto Alice. A 20 anni ero Alice di adesso.
La somiglianza me l'ero persa, pensavo fosse diversa, invece una vecchia cassetta mi ricorda che i geni non sono un'opinione.
C'è Andrea, alto e allampanato, magro e coi capelli neri. Le smorfie sono le stesse tanto da far esclamare nostra figlia "Babbo, ma hai le stesse espressioni!". Il filmato mi riprende spesso di nascosto, lui non mi avvertiva mai, riprendeva in silenzio e me ne accorgevo troppo tardi.
Poi il nostro matrimonio. Mio zio che riprende tutto e tutti: mamma vestita di verde, un abito cucito su misura da lei stessa, babbo commosso che si confronta con lei, la zia bellissima che ha suscitato qualche sguardo lusinghiero, mio fratello che scherza col prete, gli amici di allora persi per strada a pezzetti perché la vita va così; io al tavolo con nonno e nonna. Nonno mi dice qualcosa con allegria, io rido mentre addento qualcosa. Mi faceva sempre ridere con battute sciocche.
Nonna invece ha l'espressione del gatto che ha appena mangiato il topo: compiaciuta. Sorride sorniona, la sua unica nipote si è sposata. E lei è lì, ne ha passate tante ma è lì tutta imbellettata.
Poi c'è lui, che ride balla e scherza; quel giorno in cui tutto questo non gli basterà più, sarà lontano. Sembra impossibile immaginarlo compiere quel gesto a vederlo in questo video.
Tutto questo è ripreso da una persona, una persona che ha preferito stare dietro la cinepresa a riprendere uno dei giorni più importanti della mia vita e ora non posso nemmeno più dirgli: "Hai fatto un ottimo lavoro quel giorno". Perché è tardi. E per lui è stato troppo presto.
C'è una cosa che ha immortalato: all'uscita dalla chiesa, al violento lancio del riso, Andrea mi calò sul viso il velo da sposa. Un gesto di protezione che alla prima occhiata non avevo colto. Ho premuto Rewind. Mi lascia godere dei primi chicchi festosi, poi parandosi davanti a me, me lo tira giù con delicatezza. Tiro un sospiro di sollievo. Aspettiamo che la pioggia bianca finisca con un applauso, poi me lo alza di nuovo e mi abbraccia.
Mi hanno protetta in tanti quel giorno. C'è chi continua ancora a farlo qui accanto a me e chi da lassù.
Le mie, quelle di oggi, sono lacrime di gioia, di dolore, di mancanza, di impotenza, ma alla fine di grande amore. Per la vita.
Per la famiglia.
"E ora dove vai?”
Guardo Luca e sospiro “A casa.”
“E mi lasci qui. Come sempre.”
Fisso i suoi occhi scuri, contornati da delle ciglia lunghissime e penso che siano il sogno di ogni donna. “Sì, come sempre.”
“Perché non rimani un altro po'?”
“Lo sai che non posso”, rispondo di schiena buttando la roba nel borsone.
Lui mi cinge la vita da dietro e mi attacca le sue mani sui fianchi. “Ti prego.”
Mi stringe; un abbraccio disperato che mi riserva a ogni nostro appuntamento. Un abbraccio struggente carico di richieste.
Mi volto, gli prendo il viso tra le mani e lo bacio. “Questo te lo devi far bastare fino a lunedì.”
“Perché non rimani? Dai!”
“T'ho detto che non posso! Basta adesso, non far finta di non capire.”
“Ma che vai a fare a casa?”
“A casa ho Andrea che mi aspetta.”
Lui socchiude gli occhi con fare minaccioso, inclina la testa di lato e si pianta i pugni chiusi sui fianchi.
“No, te adesso non ci vai! Te stai qui!”
“Ma figurati! Dai, fammi passare.”
“No. Voglio stare con te. Ora. E anche domani. E lunedì, e martedì. Sempre.”
Non ce la faccio più. Mi accascio sulla panca, sfinita. Ogni volta è una lotta, un addio doloroso, una guerra, una pace. E lui ogni volta è sempre più determinato e lasciarlo è sempre più difficile.
Lo fisso attraverso i vapori e il caldo di questo spogliatoio che mi fa afflosciare i capelli, mentre lui sa di bagnoschiuma al borotalco. Ora mi è davanti, allunga una mano e comincia a toccarmi i capelli, li prende in mano con una delicatezza infinita, e mi guarda con un amore innaturale.
“Stai con me, ti prego. Non lasciarmi.”
La sua mano scivola sul mio viso, fa un passo incerto e alla fine si tuffa nel mio collo.
Sento il suo respiro nelle mie pieghe, mi circonda le spalle con le braccia e mi avvinghia con tutto il suo corpo.
Luca ha 5 anni e tiene molto a me. Non so se è innamorato, ma è qualcosa che somiglia molto a questa definizione adulta.
Da quando gli ho rivolto la parola, due mesi fa, il dopo-piscina diventa un addio da telenovela brasiliana.
Lo sento urlare negli spogliatoi con sua madre: “Facciamo presto, voglio andare da Simona!” e una volta uscito si avvinghia. Mi viene in braccio, mi bacia, mi accarezza e vuole che salga nella sua nuova auto spaziale che non è altro che la panca gialla messa di traverso.
E ogni volta è un doloroso addio. Non gliene frega niente che io abbia una figlia da accompagnare a casa, un marito e chissà che cosa, potrei dirgli anche che in salotto tengo un gorilla. La sua richiesta è sempre la stessa: “Portami con te” o “Stai qui.”
E io mi ci sfinisco. Se sono troppo dolce lui se ne approfitta, se sono decisa lui ci rimane male, si arrabbia e mi stringe ancora di più dicendo: “Lo vedi? Ora mi lasci solo.” E sua madre è a mezzo metro di distanza che mi mima ridendo: “Scaraventalo pure”.
L'altra sera è scappato dallo spogliatoio e me lo son visto apparire sulle scale.
“Dove stai andando?”
“Da te”, e mi ha preso la mano. “Andiamo.”
“Ma andiamo dove? Io vado a casa!”
“E allora? Vengo anch'io!”
“Ma non puoi venire, tesoro.”
“Perché no?”
“Be', perché la tua mamma, per esempio, piangerebbe tanto poverina.”
“Sì, ma poi le passa.”
“Ma non posso portarti a casa mia. Via, Luca, torna giù, dài. Senti che ti chiama la mamma.”
“No! Voglio stare con te!”
L'ho dovuto prendere in braccio e riportare giù. Ha strillato, ha pianto, ha fatto una scena dove i “Non mi lasciare!” e i “Voglio te!” si sprecavano.
Alla fine una porta a vetri smerigliata ci ha diviso.
Ero a pezzi.
E sulle scale mi son ricordata di quando tre giorni prima son salita sulla sua auto spaziale e mi ha detto di allacciarmi bene la cintura di sicurezza.
“Ah, okay. Dove andiamo?” ho domandato.
Lui si è girato, mi ha guardato con dolcezza e col suo sorriso smagliante mi ha sussurrato:
“Tieniti stretta. Ti porto a cena a Parigi.”
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