"Di cosa hai paura?"
"Non mi sento ancora pronta a far leggere le mie cose."
Questa è la risposta che mi è stata data più volte da chi si approccia alla scrittura. Seguita spesso da "Mi vergogno un po' " e "A chi potrà mai interessare?"
Tutto legittimo. E comprensibile.
Tuttavia a volte si dimentica di quanto la scrittura sia terapeutica per noi, non solo nell'atto di buttare giù i pensieri, ma nell'offrirlo agli altri. Farlo leggere, esporlo a un pubblico ci mette, se vogliamo, in una condizione di svantaggio, e non rimane altro che fare i conti con una delle paure più grandi del nostro tempo: il giudizio.
Io quella paura la capisco.
Ci sono passata io, ci sono passati tutti.
E quando dico che è terapeutico intendo che una volta usciti allo scoperto si impara a esporsi con coraggio, a difendersi dai commenti negativi; si impara a migliorarsi, si impara ad avere un confronto. Tutte cose che finché rimaniamo abbarbicati alla comfort zone (espressione spesso abusata, ma tant'è) non 'cresceremo' di un millimetro.
Avevo pensato tempo fa di fare una 'giornata ispirazionale' a casa mia: una tazza di tè, amiche alle quali piace scrivere ma che non hanno ancora affrontato 'il giudizio'. Insomma parlare di storie, vere o di fantasia, ancora intrappolate nella loro mente.
Nessuno sarebbe salito in cattedra e avrebbe 'insegnato a scrivere'. La scrittura, in questo senso, è tecnica, attitudine, studio, ma senza il pathos, il fuoco dentro, il coraggio, a mio avviso si va poco lontano.
Nel mio cammino, spensierato e leggero se vogliamo, ho trovato proprio questo: un supporto, una spinta, qualche consiglio, una persona che mi ha detto: "Io ti capisco."
Ricordo che per me ci fu la signora Diana, una signora dalla voce e l'aspetto piacevole. Aveva già un'età da nonna, era stata una maestra; scriveva racconti e poesie, aveva pubblicato, organizzava eventi e moderava salotti letterari. Si circondava di parole, libri e colori e curava il giardino con mani sapienti. Mi diceva che anche quella era 'creatività'. Mi invitava a casa sua, piena zeppa di libri con la macchina da scrivere piazzata sul tavolo del salottino. Mi invitava a sedermi e leggeva i miei racconti di ragazzina annuendo in silenzio. Da parte sua mai un appunto su qualche errore di grammatica, di ortografia, non si soffermava mai su questi aspetti importantissimi. "Tutto questo lo affini, lo studi", mi diceva "Ma scrivi, butta fuori, hai il cuore e il cervello giusti. Hai sensibilità. Di giorno studia, ma la notte lascia uscire cosa hai dentro."
Diana ormai non c'è più. Il giardino ora è un fazzoletto di sterpaglie, ma io me la ricordo ancora come la prima persona che mi ha spinto ad avere coraggio.
Ed è quello, solo quello, che io mi prometto di fare: essere per qualcuno una Diana. Darvi una spinta affinché possiate trovare il coraggio di far sentire la vostra voce e voi stesse, anche attraverso uno scritto.
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