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Romanzo Rosa, Rom Com o Romance?



Lo so, la risposta sembrerebbe facile "Sono la stessa cosa!", ma in realtà non è così. 
Se ti va di scoprire la differenza questo post è per te.
Anche se spesso sono usati come sinonimi, questi tre termini indicano sfumature e filoni differenti del genere narrativo sentimentale.
Analizziamoli insieme:

Romanzo Rosa- è il termine storico italiano tradizionalmente associato alla narrativa d'amore classica, sulla scia di autrici come Liala o dei celebri romanzi Harmony. Caratterizzato da un tono struggente, idealizzato e da atmosfere evocative, questo genere punta su una rappresentazione dei sentimenti molto intensa, quasi cavalleresca o tragico-romantica.
La narrazione si sviluppa attorno a una struttura convenzionale in cui l'arco narrativo è guidato principalmente dal destino o da ostacoli esterni. 
I protagonisti si trovano a soffrire per eventi fuori dal loro controllo, come segreti inconfessabili, malintesi, disapprovazione familiare, differenze sociali o malattie. Rispetto alle evoluzioni moderne del genere, la passione viene trattata con maggiore pudore, rimanendo sfumata e suggerita attraverso la tensione emotiva, gli sguardi e i sospiri, senza mai sfociare in scene di sesso esplicite.
Dal punto di vista stilistico, la storia predilige storicamente una prospettiva unica, focalizzata quasi sempre sulla protagonista femminile, oppure la presenza di un narratore onnisciente in terza persona, ideale per accompagnare il lettore attraverso le vicissitudini e i drammi dei due amanti.
(Esempio: Le pagine delle nostra vita - Nicholas Sparks)


Romance - È il termine anglosassone ormai adottato universalmente per definire il macro-genere sentimentale moderno. Per essere definito tale, deve rispettare due regole fondamentali:
1- la storia d'amore è il motore centrale della trama 
2- deve avere obbligatoriamente il lieto fine. 
Il romance comprende infiniti sottogeneri (dal fantasy romance allo dark romance, dal historical al contemporary) e tratta la sensualità e la psicologia dei personaggi in modo diretto.
Poiché la storia d'amore non è una sottotrama ma l'asse portante dell'intera narrazione, il romance trova il suo vero fulcro nella trasformazione interiore dei protagonisti. Il legame affettivo diventa così il motore della loro crescita, all'interno di un registro flessibile che spazia dalla profondità emotiva a una spiccata carica sensuale.
L'arco narrativo è guidato prevalentemente da un trauma o da una ferita del passato; per potersi concedere all'altro e costruire un legame autentico, i protagonisti sono chiamati a superare i propri blocchi emotivi. Questa evoluzione interiore viene esplorata affrontando con realismo le dinamiche di coppia contemporanee, con un'attenzione specifica al benessere psicologico e alla sfera sessuale, la cui rappresentazione può variare da toni appena accennati fino a descrizioni molto esplicite.
Per permettere al lettore di vivere appieno la tensione e la maturazione di entrambi i personaggi, la narrazione adotta quasi sempre il doppio punto di vista (dual POV), alternando i capitoli tra le due prospettive.
Il lieto fine, come dicevamo, è obbligatorio; senza questo requisito, la narrativa anglosassone non lo classifica nemmeno come romance. 
(Esempio: la serie Bridgerton di Julia Quinn)


Rom Com - è un sottogenere del romance caratterizzato da un tono leggero, brillante e fortemente ironico. 
Pur mantenendo la struttura classica del genere e l'immancabile lieto fine, la sua vera priorità narrativa è far sorridere ed intrattenere il lettore, riducendo al minimo il dramma o i traumi cupi per preservare un'atmosfera sempre frizzante.
La dinamica tra i protagonisti si regge su battibecchi spumeggianti, sarcasmo e continui botta e risposta. I personaggi tendono a punzecchiarsi in situazioni bizzarre (a volte grottesche) o divertenti equivoci, spesso valorizzati da espedienti narrativi classici (trope) come il fake dating (la finta relazione), l'enemies to lovers (da nemici ad amanti) o la forced proximity (la vicinanza forzata).
L'arco narrativo è guidato da una crescita personale in chiave comica, infatti i difetti dei protagonisti — come l'orgoglio, la sbadataggine o piccole manie — vengono volutamente esagerati per poi essere gradualmente smussati dalla relazione.
Dal punto di vista stilistico, la narrazione predilige la prima persona o una terza persona (sebbene non manchi talvolta il dual POV), puntando tutto sull'immedesimazione, sull'autoironia e sul monologo interiore.
(Esempio: Sai tenere un segreto? - Sophie Kinsella)


Alla luce di tutto questo, ti sembrano ancora la stessa cosa? Chiamarli semplicemente libri d'amore è corretto?
Qualcosa mi dice di no ;-)

La verità, vi spiego, sulla scrittura

Tu scrivi la parola FINE. Non importa quanto tempo hai impiegato a scrivere il romanzo o quello che è, tu la scrivi. Hai detto tutto quello che c'era da dire. Hai finito.

Manco per niente.
Da qui comincia quella fase bellissima di rilettura, revisione e riscrittura che è ostica sì, ma NECESSARIA.
Quindi, dicevamo, metti la parola fine.
Ti metti a rileggere? NO! Il testo deve decantare un po', come il vino. Lo devi lasciar stare lì, come se tu ci avessi litigato, ma cosa vuoi, ma chi ti conosce.
Questo tempo è utile per farti rileggere con occhi nuovi quello che hai scritto e farti esclamare "Ma va' che puttanata ho scritto!" o far leggere una frase a tua figlia chiedendo "Ma l'ha aggiunta babbo questa frase? È uno scherzo?" o ancora "Ci deve essere un problema al pc perché non capisco questa passaggio."
Invece l'hai scritte tu. Durante la stesura ti senti Ken Follett o l'ennesimo genio incompreso con un capolavoro tra le mani; ora pari nonna Beppina 'mbriaca che manda sms ai nipoti. "Kome va tt bene a cassa? Se voi venissi a cena, andrebbi a fare la spesa, okaj?"
Ovviamente non è così, ma vi SENTITE così.
Attraverserai tutta una serie di dubbi esistenziali, sì anche se sei al decimo romanzo: "Ho scritto una cagata?"
"Non so più scrivere."
"A chi interessa questo romanzo?"
"Basta lo riscrivo TUTTO."
"No, aspetta un attimo, magari un pezzettino."
"Cambio il nome al maggiordomo perché ho trovato lo stesso nome in un testo del 1992 di tal Scrittorina Beneinmeglio e non mi va che mi diano della copiona."
Poi ti dai una calmata e ti dici "No, dai non è così male," e lo accarezzi con benevolenza.
Tanto a dirti queste cose ci pensa l'editor che, ovviamente, non è lì per lisciarti il pelo, ma per farti i cazziatoni.
È il tuo occhio esterno.
È il tuo specchio.
La mia fa anche correzione di bozze.
Voleranno frasi come:
"Qui ad esempio... ma cosa volevi di'?"
"Ma te capisci cosa hai scritto? Perché se lo capisci te, è già qualcosa."
"Bella questa frase, vero?" "Sì!" "Invece no, è orribile. Riformulala."
"Leggi a voce alta. Ti sembra uguale?"
"Per quale motivo, di grazia, la protagonista a inizio capitolo indossa un maglione e alla fine si abbottona la camicetta?"
"Mantieni il focus..."
"Ci vogliamo mettere un punto in questo periodo o con il libro diamo una bombola d'ossigeno in regalo?"
Cose così. Passerete anche ORE su una pagina. Il bravo editor non riscrive al posto vostro, ma ha il compito di guidarvi affinché voi lo facciate al meglio, col vostro stile e il vostro registro. Vi imbecca con suggestioni e vi bacchetta con amore, perché all'editor piace, è lì apposta. Lavorare con un editor è come una storia d'amore: deve funzionare, altrimenti volano i tavoli. Devi capire che quando ti dice "Questo passaggio non va bene, va riscritto," non lo fa perché gli hai schiacciato il gatto in retromarcia, ma perché DAVVERO non funziona, anche se per te QUEL passaggio era perfetto (magari racconta il tuo vissuto).
Per questo lavorare con un editor che non senti nelle tue corde non funziona; tutto quello che ti dirà ti sembrerà offensivo e il gatto glielo schiacceresti col trattore.
Attraverserai montagne russe di profondi scoramenti con picchi di euforia e ti vedrà con gli occhi iniettati di sangue lavorare sodo per la tua ennesima creazione. Si sentirà odiato, ma è un odio a fin di bene perché l'editor lo sa, sulle prime non può essere amato.
Salvo poi, a revisione finita, accorgerti che sì, adesso è più pulito, più leggibile. E sì, anche più bello. Alla fine l'editor è come tu madre: ha sempre ragione.

Libri e pubblicazioni: che strada stiamo prendendo?




"Hai visto il nuovo reel?"
"Hai visto la nuova uscita?"
"Hai sentito il nuovo album?"
"Hai letto il nuovo post?"
La mia risposta spesso è no. Non perché non voglia, semplicemente non ce la faccio.
Non so se anche voi avvertite ciò che avverto io: questa costante corsa a non perdersi un contenuto, l'uscita di un libro, una canzone, l'ultimo trend del momento.
Viviamo un'epoca in cui siamo sommersi di contenuti, iper stimolati a leggere, comprare, ascoltare. Dall'altra parte c'è una spinta alla produzione che non ha niente di umano. Un autore per stare sul pezzo deve pubblicare 'almeno' tre libri all'anno. Non importa come, devi uscire. Questo, a mio avviso, comporta un indebolimento della qualità, perché lo scrivere (così come comporre musica etc) non è un'azione meccanica, è frutto di riflessioni, sospensioni e spesso, ahimè, anche di pause. C'è bisogno di tempo per maturare idee, per elaborare trame, per far sì che un'idea diventi un prodotto valido. Tutti questo processo ha bisogno di tempo. Tempo che non ci concediamo e che non ci viene concesso. Produrre senza sosta per un pubblico disattento e svogliato e per un mercato già saturo, lo ritengo una follia. Un libro dopo due mesi è già vecchio, stantio, ha già fatto il suo tempo. E via che si esce con la novità, pescata tra le varie piattaforme. E deve rendere, perché altrimenti si passa oltre. Fischio. Arbitro. Cambio. Questo porta alla mancanza di un filtro; non c'è ricerca, spesso, purtroppo, non c'è qualità. Ma non importa. L'importante è macinare, cavalcare l'onda, essere presenti, sapersi vendere perché "Se non sei sui social, non vendi" (Book of love cit.)
Fioccano gare a chi legge di più, pile e pile di libri... ma LEGGIAMO davvero? Lasciamo che la storia si sedimenti in qualche anfratto del nostro cuore o cervello? Riflettiamo su un libro, anche se di intrattenimento? Curiosa una frase che ho sentito da una ragazza. Alla domanda: "Come fai a leggere quasi venti libri al mese?" la risposta è stata: "Alcuni li leggo, altri li scorro e non mi soffermo. Dei primi ricordo quasi tutto, dei secondi qualcosa a grandi linee." Allora mi chiedo: perché? Non sarebbe meglio prendersi del tempo e leggerne quattro, ma come si deve? Lasciarsi accarezzare dalle pagine, entrare in connessione coi personaggi, CAPIRE il testo. IMPARARE cose nuove. Prendersi quello spazio sacrosanto per GUSTARE le pagine, ché altrimenti, sono solo lettere buttate a caso. E tu, tu che ne leggi uno o due al mese, ti senti in debito, in difetto. Tutto scorre veloce, ma tu sei al palo. Come una giostra che gira, in cui tutti si dicono divertiti, e tu fuori che tenti di acciuffare un cavallino, ma questa non si ferma, anzi, accelera.
Sarò catastrofica, ma lo scrivo lo stesso: questo andamento ci sta impoverendo. Tutti. Chi fa parte del sistema e chi ne usufruisce. Questa produzione bulimica di contenuti per stare sul pezzo, di opere per stare a galla e di reel per lisciare l'algoritmo altrimenti nessuno sa che esisti, non costruisce niente, ma al contrario crea macerie. Sulle quali ballano il consumismo, il mercato dei libri e i dati delle piattaforme.
Io non dico che dovremmo fermarci, ma solo domandarci che strada stiamo prendendo. Dove vogliamo andare. Quale direzione è meglio per noi. Possiamo fare qualcosa per migliorare il tragitto? Forse sì. Piccoli segnali per tracciare non dico una strada nuova, ma almeno un sentiero alternativo. Non per noi ché ormai è tardi, ma per chi verrà dopo. Una panchina per ascoltare il fischio del vento; una fontanella per rinfrescarsi le idee; un bivacco per sognare sulla strada appena percorsa; un orologio e una mappa disseminati tra i sassolini per ricordarci che il viaggio è più importante della meta.

E noi ce lo stiamo perdendo.

Perché i miei libri non si trovano in libreria

  

"Ma tu, quando sarai in libreria? Sarebbe ora che qualche casa editrice ti scoprisse!"

Ecco, dopo l'ennesima volta che mi viene detto, ci tengo a ribadire un concetto che snocciolo sempre di persona alle presentazioni, ma che a quanto pare qui viene poco afferrato.
Io non ricorro al Self Publishing per ripiego. Il Self Publishing per me non è il piano B. È il piano A.
Forse il piano B lo è stato col primo romanzo, ma dopo aver capito le grandi potenzialità che offre ed essermi confrontata con l'editoria tradizionale, il SP per me è diventata una dimensione in cui, adesso, mi muovo a mio agio.
Il pregiudizio 'chi si autopubblica è uno scrittore mediocre che ricorre al Self Publishing perché scartato dalle case editrici', è sfumato da un pezzo. Ora è esattamente il contrario. La situazione si è ribaltata. Sono le CE che, con un massiccio lavoro di scouting, si adoperano per scovare libri sulle piattaforme di auto pubblicazione. Questo è un modo pulito e concreto di misurare la temperatura di un testo. Se il romanzo è in cima alle classifiche è segno che ha già fatto breccia nel cuore dei lettori, quindi c'è già una fetta di pubblico, una community e di fatto delle vendite. Non è detto che questo porti alla firma di un contratto. C'è chi, come la sottoscritta, che in un periodo storico in cui scrivono tutti e che pur di pubblicare anche con una CE (anche piccola) ammazzerebbe pure il proprio gatto, dice no, grazie. Questo mi fa passare come folle, snob, scellerata e chi più ne ha, più ne metta. Ma solo agli occhi di chi non è addetto ai lavori. Perché chi c'è dentro sa come funziona. Scrivere in questi termini non è un hobby, è un lavoro e in quanto tale in ballo ci sono contratti (che se firmati con troppa ingenuità vi inguaiano a vita) clausole, denaro e scadenze. Una casa editrice non è una onlus, non fa beneficienza, non aspetta te per portarti alla ribalta. Qualsiasi casa editrice è un'azienda e in quanto tale deve (giustamente e comprensibilmente) fatturare. E tu devi produrre. Supportata, tutelata, aiutata e seguita, ma di fatto devi darti da fare secondo le regole di un contratto. O del mercato. O di qualsivoglia richiesta.
C'è chi in questo modo di lavorare ci sta bene e lavora al meglio e chi preferisce avere più spazio per muoversi. Per me il SP è sinonimo di libertà. Di scegliere cosa scrivere, come scrivere; un giallo, un rosa, una raccolta di racconti, un distopico. Senza vincoli, senza paletti, senza preoccuparmi del numero di cartelle e se possa inserirsi nel famoso mercato. Come dico sempre il Self Publishing è (teoricamente) per tutti, ma (praticamente) non da tutti.
È un'attività imprenditoriale, l'autore da solo non basta, non può e non DEVE bastare. Per intraprendere questo percorso bisogna avere una squadra di professionisti ai quali delegare delle competenze specifiche (editor, correttore di bozze, grafico per la cover... solo per citarne alcuni) e non ostinarsi a fare tutto da soli.
Chi ha letto i miei libri si sarà accorto della lunghezza dei miei ringraziamenti finali: una sfilza di nomi, ognuno con un compito ben preciso. Perché ho imparato ben presto che il SP non vuol dire 'pubblico per conto mio, schiaffo un'immagine e ciao', ma è un'opportunità che ti viene concessa per mettere sul mercato un prodotto curato, al pari delle CE. Ingenuità, trascuratezza, superficialità non devono far parte di questo percorso, perché i lettori non sono quelli di dieci anni fa (che facevano differenze). Oggi i lettori comprano tutti, self e non, e si meritano di avere tra le mani un libro che non faccia rimpiangere una casa editrice.
La forbice che separa la pubblicazione tradizionale dal self publishing è sempre meno ampia. Il cambiamento e soprattutto i numeri parlano chiaro. Lo sanno le CE, lo sappiamo noi. La qualità ad oggi è molto alta e soprattutto nella categoria dei romance le autrici self possono vantare un pubblico di lettrici e di vendite così numeroso far impallidire qualsiasi colosso editoriale.
Magari molti anni fa siamo partite come sprovvedute, ma abbiamo imparato presto ad aggiustare il tiro e lavorare sodo e con professionalità.
Quindi, per rispondere alla domanda, non lo so quando (e se) sarò un giorno in libreria. Io, ad ogni proposta, non sbatto mai la porta in faccia, ma la lascio socchiusa. E loro con me, con rapporti e toni sempre gentili. Nessuno fa un piacere all'altro, ognuno è mosso dalle proprie esigenze e necessità. Quando queste si incontrano si fa festa e si allaccia un rapporto, quando non succede ci si saluta con cortesia e ci diciamo 'alla prossima'.
E siamo tutti felici e contenti.


Cosa ci si aspetta da un libro?

Chi scrive (e chi legge, ovviamente), almeno una volta questa domanda se l'è fatta.
Rispondo per me lettrice: evasione, intrattenimento, conoscenza.
Forse potrei rispondere così anche da autrice perché credo che i miei libri non debbano insegnare qualcosa. Rimango sempre un po' scettica quando leggo gli strilloni 'Un libro che ti cambierà la vita.'
Ritengo che la vita stessa cambi la tua vita. Una somma di gioie e dolori, successi e fallimenti, salti e ricadute.
Perciò lo dico: i miei libri non vi cambieranno di una virgola. Non ho quella pretesa e non posseggo l'elisir della felicità.
Il mio intento (peraltro gestito con molto disincanto) al limite è quello di incuriosire.
"Non conoscevo la storia di Elma a Pant Glas. Mi sono documentata. È una storia straordinaria."
"Non avevo mai annusato il cardamomo. Credo che lo userò nei biscotti."
"Come si pronuncia Jessamine? Ho scoperto un nome nuovo..."
"Le Cotswolds, dopo il tuo libro, sono state la meta del mio viaggio. Non conoscevo questa parte di Inghilterra."
Questi sono solo alcuni esempi dei messaggi che mi arrivano, ma potrei continuare per ore.
Vi cambiano la vita? No. Arriverete sempre stanchi la sera dopo una giornata infernale in ufficio, dovrete mettere su cena, la lavatrice, far fare i compiti ai figli, accudire i nipotini, fare i turni in ospedale.
Potessi, vi allevierei questi compiti che ci spremono. Potessi, con un libro, dare un colpo a tutto ciò che non va.
Ma non ho questo potere.
Tuttavia, se alla fine di un racconto o un romanzo, aprite Google o un dizionario per fare un approfondimento, cercare una parola, digitare un argomento per saperne di più, scandagliare delle immagini di città e paesini mai visti, io posso ritenermi soddisfatta.
La conoscenza va ben oltre uno strillone. La curiosità è ciò che la alimenta. Il saperne di più nutre la nostra mente e condiziona il nostro vivere.
Continueremo con la nostra vita sghemba e arruffata, ma forse quella scintilla apparsa a pag. 27 sarà la bacchetta magica per entrare in un altro mondo e scoprire qualcosa del mondo, ma più che altro di noi stessi.
In mezzo a una pila di panni da stirare e le tabelline dell'otto.

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