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Tra l'imponenza della storia e un paesino dal nome lunghissimo

 


  Il quarto giorno in terra gallese potrebbe racchiudersi in un contrasto perfetto: un ritorno a una bellezza già nota e l'incontro con qualcosa di decisamente nuovo. Siamo arrivati al Castello di Caernarfon con aspettative molto alte. Io e il Santo lo avevamo già visitato nel lontano 1996, e i ricordi di quell'imponenza erano rimasti meravigliosamente vividi nella memoria. Appena parcheggiata l'auto, però, ci siamo imbattuti in una sorpresa: una grande ruota panoramica installata proprio a ridosso delle mura. Una scelta che a noi è parsa un po' stridente con la solennità del luogo; del resto, anche i visitatori sembravano ignorarla, lasciandola girare quasi vuota nel cielo. Le ruote panoramiche hanno il loro fascino, sia chiaro, ma ritengo che non stiano bene su tutto come il nero. Superata questa prima impressione e varcata la soglia, il castello si è rivelato in tutto lo splendore che ricordavamo. I recenti lavori di miglioria ne hanno esaltato la struttura e la splendida giornata di sole ci ha permesso di esplorarlo in lungo e in largo. All'interno, i filmati dell'epoca proiettati per i visitatori permettono di fare un vero e proprio tuffo nella storia. Se il castello incanta, i dintorni immediati lasciano intravedere una sfumatura diversa. Rispetto ad anni fa, abbiamo trovato la cittadina di Caernarfon un po' spenta e affaticata, con strade meno curate e diversi locali commerciali abbandonati. Solo la piazzetta centrale conserva una parvenza di normalità. Chiacchierando più tardi con il proprietario del nostro alloggio, abbiamo trovato conferma alle nostre sensazioni: il Galles, stretto tra le conseguenze della Brexit e gli anni difficili della pandemia, ha subito un contraccolpo economico profondo. Essendo storicamente una realtà più fragile rispetto alla ricca Inghilterra o alla Scozia, i piccoli centri e l'aree limitrofe alle grandi metas turistiche portano oggi i segni evidenti di questa crisi. Fortunatamente, come scopriremo l'indomani, questa malinconia non guasta l'intera regione. Dopo la visita, ci siamo concessi un pranzo al sacco nel boschetto davanti alle mura. Ricordavamo quel luogo popolato da scoiattoli, ma stavolta non si è fatto vedere nessuno, nonostante il profumo intenso del Camembert nel mio zaino avrebbe dovuto attirare qualsiasi creatura nei paraggi! Siamo ripartiti studiando la mappa per decidere la tappa successiva. Il Santo aveva già una proposta, quando nostra figlia se ne è uscita con una domanda: "Ma vi ricordate quella cittadina dal nome lunghissimo?" Mentre io cercavo di ricordare, lei ha indicato trionfalmente la mappa: "È qui, a soli dieci minuti!" Davanti alla maggioranza femminile della vettura, i piani sono stati felicemente stravolti. Eravamo vicinissimi a Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch che, tradotto dal gallese, significa: "Chiesa di Santa Maria nella valletta del nocciolo bianco, vicino alle rapide e alla chiesa di San Tisilio nei pressi della caverna rossa". La minuscola stazione è deliziosa e il grande negozio locale è pieno di meraviglie (anche se con prezzi quasi proporzionati alla lunghezza del nome!). Ci siamo goduti la scena di un gruppo di anziani in gita che si metteva in posa per una foto ricordo sotto l'infinito cartello della via. È una meta indubbiamente bizzarra e turistica, ma siamo davvero felici di aver fatto questa deviazione. Come sempre è una di quelle curiosità che rendono un viaggio indimenticabile. Prima di rientrare, ci siamo concessi un lento passaggio attraverso le brughiere, la nostra dose quotidiana di armonia, silenzio e serenità, prima di pensare al castello che ci attende domani. Ma quella sarà tutta un'altra storia. Il Castello di Caernarfon merita una visita? Assolutamente sì. Al di là delle tappe commerciali esterne, il suo valore storico e architettonico è immenso e imperdibile. Vale la pena fermarsi nel paese dal nome lungo? Se vi trovate di passaggio, sì. È un'esperienza curiosa e divertente: dopotutto, non capita tutti i giorni di visitare il posto con il secondo nome più lungo del mondo (il primato spetta alla Nuova Zelanda, ma il Galles, decisamente, ci resta più comodo!).











Tra dimore e cabine rosse

 Machynlleth è un paesino di duemila abitanti e poco più con una storia antichissima e reperti dell'età del bronzo. Nel 1291 il re Edoardo I concesse a Owen de la Pole, Lord di Powys, il diritto di tenere un mercato ogni mercoledì e una fiera ogni anno a tempo indeterminato. Ancora oggi il mercato del mercoledì viene mantenuto. La Torre dell'Orologio è la maggiore attrazione turistica di Machynlleth (impossibile non vederla) e fu costruita dai cittadini per marcare l'inizio dell'era di Carlo Stewart, Visconte di Castlereagh. La prima pietra fu posata con una grande festa il 15 luglio 1874. Si visita in pochissimo tempo e non c'è molto da vedere, ma ha negozi e botteghe carine. Una curiosità: girovagando per la strada principale abbiamo scovato l'abitazione e il primo negozio della fondatrice di una delle più celebri case di moda e design tessili: Laura Ashley.






Vista la bella giornata ci siamo spinti verso Aberystwyth, sulla costa, dove abbiamo pranzato al sacco sul mare e acquistato due cappelli caldi e invernali che ci sarebbero serviti fino alla fine del viaggio. Adocchiamo un locale che promette cibo fritto buonissimo e ci promettiamo che lo proveremo. Aberystwyth, oggi, è un importante centro scolastico e la sua università conta più di 7 000 studenti iscritti ogni anno.



Il pomeriggio lo trascorriamo in uno dei luoghi che più amiamo del Galles: Nant-y-Maen. Qualcuno ricorderà la famosa cabina rossa spersa nella brughiera, così isolata e così affascinante. Questa volta la cabina ospita del cibo (uova fresche principalmente) che la fattoria vicina fa trovare a chi passa di lì. La strada per arrivare a Nant-y-Maen è una delle più belle e spettacolari: sarete solo voi, la brughiera e i falchi. Il mio babbo avrebbe detto come sempre: ma come 'bello', non c'è nulla. E io come sempre avrei risposto. 'Appunto'.



Il giorno dopo il meteo ci fa una pernacchia. Una pioggia battente e un freddo porco ci spinge, quindi, a scegliere proprio quel giorno a visitare Llanfair Slate Caverns: le miniere di ardesia. La visita è auto guidata, quindi il personale ti fornisce solo il caschetto e ti invita a munirti di una torcia. Negli anni ne abbiamo visitate alcune e questa è decisamente a portata di bambino: i pannelli sono esplicativi, il poter girare in autonomia fa sì che i più piccoli non si annoino e gli effetti speciali riprodotti regalano un'atmosfera immersiva degna di nota. Da fare, soprattutto se avete bimbi curiosi, per conoscere a fondo la vita dei minatori.

Una volta usciti, se solo il tempo fosse stato più clemente, ci saremmo goduti la notevole vista sulla baia di Cardigan.
Ma non ci abbattiamo e riprendiamo in viaggio: direzione Plas Newydd House. Gestita dal National Trust, è una grande casa di campagna risalente al 1470. Divenne la residenza di campagna dei marchesi di Anglesey e sia la casa che i giardini, con vista sullo stretto e su Snowdonia, sono aperti al pubblico. La casa vanta un grande murale del pittore inglese Rex Whistler. L'opera, lunga all'incirca 17 metri, è un trompe-l'œil che ritrae una scena portuale. Fu dipinto tra il 1936 e il 1938 e occupa un'intera parete della sala da pranzo. All'interno abbiamo individuato edifici italiani che ci sono stati confermati dai uno dei volontari del National Trust. Terminata la visita della casa (bellissima!) ha smesso di piovere, perciò abbiamo potuto passeggiare un po' per i giardini anch'essi meravigliosi. Abbiamo pranzato al bistrot del NT con sfiziose jacket potatoes e golosi brownie, poi siamo rientrati nella nostra casina dove ho messo sul fuoco della minestrina il mio comfort food per eccellenza.








Ritorno in Galles

  


Per questa storia bisogna partire da lontano, precisamente dal 1996, quando io e il Santo, armati d'ammore e di belle speranze, intraprendiamo un viaggio in Galles. Il modus operandi non è cambiato nel tempo, già allora prediligevamo gli spazi aperti e la natura e quindi abbiamo viaggiato attraverso le brughiere e le distese di erica con una Fiesta nera, unico puntino scuro in quella terra brulla. Ed è lì che la trovammo. Una cabina telefonica rossa. A un incrocio in mezzo al nulla. Spiccava così tanto che, nonostante il paesaggio fosse bellissimo, rubava la scena con prepotenza. Era fuori contesto e allo stesso tempo piazzata in modo strategico. Ci fermammo, sorpresi e affascinati. Per due anni è stato il nostro posto, la nostra cabina rossa. Infatti nel '98 tornammo in Galles, attraversando di nuovo quelle montagne desolate con un furgoncino da lavoro, preso in prestito dal mio babbo per provare l'ebbrezza di un viaggio ancora più spartano. Ma il furgoncino, dopo km e km, cominciò a fare un rumore strano. La cinghia ci stava lasciando. Proprio lì, sul calar della sera in mezzo alla brughiera. Ricordo il cigolio, la pioggia battente, la cabina che sembrava l'unico rifugio e il pensiero che se il furgoncino ci avesse lasciato a piedi, saremmo stati spacciati. Nessuno sarebbe passato di lì, se non qualche turista sprovveduto e avventuriero. Le risatine isteriche per stemperare l'ansia si sprecavano, addirittura scendemmo per vedere se c'era vita in quella brughiera e scorsi una lucina in lontananza, forse una fattoria. Facemmo il conto di quanto ci sarebbe voluto raggiungerla se il furgoncino ci avesse dato forfeit e capimmo che ci conveniva rimanere dentro e aspettare qualcuno di passaggio. Per fortuna il furgoncino resse e pianino pianino riuscimmo a portarlo all'alloggio e successivamente dal meccanico per cambiare la cinghia.
Questo aneddoto ormai fa parte della nostra storia e l'abbiamo raccontato spesso ad Alice la quale, sapendo che quest'anno non saremmo stati distanti, ha chiesto di vedere quella famosa cabina rossa.
La giornata era fredda, piovigginosa, come quella sera. Attraversiamo brughiere punteggiate di erica e pecore e tutto sembra immutato. E poi, dopo una curva, eccola, è sempre lì, fiera e brillante nella sua postazione. Intanto ha smesso di piovere e questo ci permette di scendere e goderci quell'angolo selvaggio. La cabina è invecchiata, tanti i segni riportati dai viandanti e lasciati dall'usura, ma conserva fierezza con prepotenza. Il sole comincia a fere capolino, il vento forte sta spazzando via le nubi. Decidiamo di pranzare proprio lì, seduti su un masso poco distante. Come in passato non c'è nessuno, se non qualche pecora che ci guarda curiosa mentre addentiamo i nostri panini. Il tempo, come a volerci regalare un bel momento, ci grazia facendo uscire un bel sole.
Alice decide di immortalare questa giornata con una foto scattata dalla sua polaroid. Anche quella sa di antico e forse è bello così.
Saliamo in macchina per proseguire il viaggio, ma guardo la mai famiglia e dico "Aspettate, voglio fare una cosa." Mi guardano strappare un foglio dal quaderno degli appunti e agguantare una penna. Scrivo un biglietto che dice più o meno così: Simona e Andrea sono stati qui per la prima volta nel 1996. Ci sono tornati 26 anni dopo con la figlia Alice... se trovi questo biglietto contattami.
Io e Aly siamo scese e lo abbiamo lasciato nella cabina. Chissà, ci siamo dette, se qualcuno passerà di qui, se si fermeranno, se lo leggeranno o se volerà via planando nella brughiera come la piuma di Forrest Gump.
Ebbene, il biglietto è stato trovato. David, Florentina e Sarah mi hanno contattato. Ho raccontato loro la storia e di quanto sia importante per noi. Si sono detti emozionati e partecipi.
Ho conosciuto, anche se solo virtualmente, tre persone gentilissime che come noi si sono fermate a quella famosa cabina rossa, ognuna con la propria storia.
Ora non resta che aspettare.













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