Alla ricerca dell'atmosfera perfetta: i miei giorni nel Maine



Quando si nomina il Maine, il più delle volte viene citata quella donnina curiosa che risolve i misteri che risponde al nome di Jessica Fletcher. La conoscete, no? Cabot Cove... la casa di legno... eh, peccato che sì, la serie è ambientata nel Maine ma in realtà è girata in California. Questo per dirvi che Jessica Fletcher non l'ho vista, ma il Maine me lo sono goduto eccome, per una serie di motivi. Il principale è che mi ha ispirato tantissimo. Ma tantissimo. Quando abbiamo pianificato questa tappa avevo già in mente la trama del prossimo romanzo e mi serviva giustappunto un luogo, delle atmosfere che mi facessero mettere i puntini sulle i, che mi aggiustassero il tiro su determinate scene che avevo in mente e devo dire che il Maine ha soddisfatto appieno questa mia personale e stravagante richiesta. Quindi a me ha affascinato tantissimo nonostante, a livello di interesse, non sia tra gli Stati più accattivanti. 
Se vuoi tante attrazioni, grandi città e molta 'vita', il Maine non fa per te.
Se invece vuoi tranquillità, natura e adori circondarti del niente (come dico io) tornerai rigenerato.
Il Maine offre coste selvagge e paesaggi prevalentemente montani, dove il legno in ogni sua forma, (che siano abitazioni o oggetti per la casa), la fa da padrone. La vicinanza con il Canada si sente fortemente, sia lungo le strade costeggiate da abeti, sia per la fauna presente.



Questo connubio tra mare e monti a me piace tantissimo perché offre molta variabilità. In un solo giorno puoi fare colazione respirando l'aria di mare, rilassarti in riva a un lago nel pomeriggio e cenare in un piccolo ristorante tutto di legno circondata da orsi e abeti.
Il Maine offre questo a chiunque abbia poche pretese se non quella di lasciarsi avvolgere dalla natura. Armati di binocolo potreste togliervi delle soddisfazioni e potreste ammirare da vicino un'aquila in volo o un alce mentre si gode la lentezza di un lago, o un cervo che si nasconde tra gli alberi o una puzzola dispettosa che vi impesta giusto un filino. E poi castori, volpi, coyote, linci, marmotte, porcospini e chi più ne ha più ne metta. Il paradiso degli animali per la gioia di grandi e piccini.
Una tappa fondamentale nel visitare il Maine è certamente l'Acadia National Park una vera e propria perla della costa orientale degli Stati Uniti.
Il punto più suggestivo  del parco è senz'altro il Cadillac Mountain, il punto più alto della contea di Hancock. Da qui si gode una magnifica vista della baia e un grande senso di onnipotenza.






 Ovviamente in questo grande parco non mancano le spiagge e non ci siamo fatti sfuggire quella sulla via del ritorno per un pranzo frugale e la prima 'abbronzatura' americana che ci ha lievemente arrossato. Sì, perché l'aria del Maine è montana, quindi fresca e il sole lo senti, ma non lo percepisci quindi il rischio di scottature è alto. Inutile dire che è la temperatura perfetta per il mare, ma meno per l'acqua perché qui è veramente fredda.



 Alcune spiagge sono selvagge, frastagliate, disordinate,  in balia dei venti e delle alghe ed è lì secondo me la vera bellezza. L'uomo non tocca e lascia che sia la natura a plasmare la costa con i suoi detriti e i suoi umori. Altre invece (sulle coste degli Stati Uniti)  sono private, ugualmente accessibili e belle, ma si perde un po' quel senso di libertà che il mare spesso offre (ma non è il caso di quelle vi mostro qua)










Un altro luogo che merita certamente una visita è il Lago di Jordan Pond, sempre facente parte dell'Acadia National Park.
L'aria che si respira qui è certamente rilassante e incontaminata. L'acqua del lago, limpida e trasparente, inviterebbe a un bagno ma è severamente vietato perché l'acqua è... potabile. Arriva fino in paese per svariati usi ed come un'opera d'arte: guardare ma non toccare.









Certamente dopo una camminata c'è bisogno di un po' di cibo e potete provare dei Popover (dolcetti tipo muffin da gustare con dell'ottimo tè) nel bistrot vicino al lago. Nonostante non ami molto la contaminazione di luoghi naturali con bar, caffetterie e roba varia, devo dire che il posto non solo è piacevole e silenzioso nel rispetto di dove ci troviamo, ma davvero potreste provare una ricetta tradizionale gustata in uno dei luoghi più incantevoli del Maine. Quindi sì, il Popover s'ha da fare.



 Un'altra chicca del Maine sono le piccole città sul mare. Sono semplicemente in-can-te-vo-li.
Sicuramente da citare Bar Harbor e Camden.
La prima è una graziosa cittadina che si gira davvero in pochissimo tempo: sembra un villaggino dei Lego. Nonostante sia costellata da piccoli negozi graziosi con una chiara impronta turistica, Bar Harbor è piacevole e solare e ci si può tranquillamente immergere nella vita marinara che questo tipo di luoghi comporta.




Camden, invece, è ancora più bella. Località anche questa piccola, ma c'è l'essenziale per trascorrere qualche ora spensierata tra i negozi, il porticciolo, locali sul molo e... matrimoni. Sì, perché siamo stati spettatori di un matrimonio celebrato all'aperto.

Camden, per gli appassionati di vela, è una vera chicca. Si trova nella Penobscot Bay, alla base delle colline del Camden Hills State Park.





   La vita che si respira qui non è quella del classico porto che sa di pesce, ma piuttosto sembra quasi un set cinematografico da quanto è perfetto, limpido, lineare e curato.




 




  A Camden si possono trovare librerie con sale da tè (come 'il Gufo e la Tartaruga'), chiesette di legno bianche, case con delle verande in legno così belle da sembrare finte, negozi di artigianato locale e tante, tantissime lobster (aragosta) in tutte le salse.
Questa cosa la dovevo dire all'inizio, forse. Il Maine è la patria dell'aragosta. Se il nostro detto è 'Non dire gatto se non l'hai nel sacco', qui probabilmente si usa dire 'Non dire Aragosta se non sei nel Maine'. Vi viene presentata cotta, cruda, nel panino, come contorno, sul diario della scuola, come peluche, come cerchietto per capelli, come attaccapanni e pure nella dentiera della nonna. Ricordate Bubba coi gamberetti? Eh, fate conto la stessa cosa. Gli dedicano festival, sagre, feste paesane, libri, quadri, poster e tutto ciò che vi viene in mente. Gli abitanti del Maine ne vanno molto fieri e la prima cosa che probabilmente vi viene offerta in quanto ospiti è un panino all'aragosta. A differenza dell'Italia, dove l'aragosta viene considerata un piatto prelibato e costoso, nel Maine è un piatto comune e la si può trovare anche lungo le strade ficcata in un panino.





Se ve lo state domandando la risposta è sì: il cerchietto della signora stavo per comprarlo, è che non l'ho trovato.


Viaggio in USA.Memoriale dell'11 settembre. Nessuno dovrebbe essere lì.


In ogni viaggio si vivono dei giorni speciali, particolari, e alcuni giorni lo sono più di altri.
Una delle cose che ricorderò con una stretta al cuore è il memoriale dell'11 settembre.
Io, che sono arrivata a scattare più di 1200 foto, davanti a questo monumento del dolore, sono stata incapace di mettere a fuoco e imprimere su pellicola quello che stavo vedendo, ma soprattutto vivendo.




Finché si è trattato di stare fuori, a ridosso delle vasche, con lo scrosciare dell'acqua a coprire i rumori del traffico e a proteggerci dall'inquietudine, la macchina ha fatto il suo lavoro.



Quello che mi aspettava sotto quelle vasche, invece, mi ha devastata.
Il National September 11 Memorial Museum è sotto terra, sotto proprio quelle vasche, nelle fondamenta della torre nord.  Un percorso evocativo ed estremamente emotivo, ci guida fin dai primi minuti di quella tragica mattina e anche se la maggior parte delle aree erano accessibili, fotograficamente parlando, non sono riuscita a scattare in modo convulso come faccio sempre. Avevo la sgradevole sensazione di mancare di rispetto, profanare un luogo così carico di dolore che già il solo visitarlo a mani giunte dietro la schiena, mi faceva sentire a disagio.
Le lettere dell'enorme scritta che campeggia una volta arrivati giù "Nessun giorno vi cancelli dalla memoria del tempo" sono state realizzate fondendo l'acciaio sottratto dalle macerie delle Torri Gemelle e le centinaia di mattonelle turchesi sono a ricordare l'azzurro del cielo sul quale svettavano.


Poco distante 'La scala dei sopravvissuti', un tratto di scala sottratto dalle macerie, che permise a moltissime persone di salvarsi da quell'orribile mattina.
Un'audioguida ci riporta nelle orecchie la testimonianza di chi quel giorno intraprese quelle scale tra fumo, devastazione e terrore, portando in salvo la propria vita.


È un percorso lungo, doloroso, disseminato da oggetti impolverati  personali delle vittime come fotografie dei figli, portafogli, fazzoletti, occhiali, scarpe, berretti, bigliettini personali, e perfino un pupazzo rosa di chi quel giorno ha perso la propria vita.
I mezzi di soccorso devastati e contorti, e i caschi ammaccati dei vigili del fuoco riposti nelle teche, sono a ricordarci del grande lavoro e dell'immenso coraggio dei pompieri e di tutti quelli che, pur rimettendoci la vita, hanno tratto in salvo decine di persone.


 Io non so spiegarlo a parole, per me è molto difficile. Vorrei potermi esprimere meglio, farvi arrivare tutta l'angoscia di ciò che ho visto e sentito e allo stesso tempo preservarvi e preservarmi da tutto questo, e aggrapparmi a un minimo di speranza, per un mondo migliore.
Ho ancora negli occhi  tante immagini  che mi  fanno tutt'ora trattenere il respiro: quasi 3.000 foto di volti sorridenti uno accanto all'altro, disseminati lungo il percorso dell'orrore. Sembra surreale che quella mamma, quel papà, quel figlio, quel nonno, ritratti in giorni felici e spensierati in un giorno qualsiasi, possano essere le vittime di una furia omicida così violenta. Quasi tremila vittime innocenti, spazzate via in pochi minuti. Tra loro chi si è gettato nel vuoto dal sessantesimo piano in fiamme, chi abbiamo sentito chiedere aiuto al telefono negli stralci riportati dai tg, chi piangendo ha detto "Moriro, vero? Morirò." Chi ha pregato che quell'inferno finisse, chi si è stretto  al cuore la foto del proprio figlio prima di finire sotto un ammasso di cemento.
Ho guardato con un groppo in gola i volantini dei familiari dei dispersi; alcuni con foto sbiadite, scritte convulse, fogli impolverati e stropicciati per essere stati invano troppo appesi.
Lettere e messaggi di cordoglio, cuori rossi disegnati coi tratti incerti dei bambini per il loro papà che non c'è più, il "Miss you, always" di una mamma alla propria figlia, l' "I love you" di una moglie ormai sola.
Non siamo preparati a questo dolore, perché in un mondo perfetto, non dovremmo esserlo.
Non siamo preparati a gestire l'impotenza e la rabbia, quella che ci assale quando leggiamo su un quaderno le conversazioni dei dirottatori e del terrore di chi era a bordo.
Di quelle pazze, fredde, folli menti che hanno cancellato dal mondo tremila persone e la vita di chi rimane non al loro fianco ma a piangerli davanti a una foto.
Ho chiuso il quaderno serrando le mascelle quasi in preda al vomito e ho detto ad Alice di non leggerle, per preservarla scioccamente, da quell'atrocità che perfora lo stomaco e avvelena la nostra esistenza.
Nessuno dovrebbe leggere e vedere tutto ciò.
Nessuno dovrebbe essere lì.




Viaggio in USA. Il matrimonio a Ocean City




Alzi la mano chi tra le donne non ha sognato almeno una volta di partecipare a un matrimonio americano di quelli che si vedono in tv. Sì, proprio quelli con cinque damigelle tutte vestite uguali e con le coroncine in testa. Quello con altrettanti ragazzi, anche loro tutti vestiti uguali che stanno al fianco dello sposo ad attendere l'entrata trionfale della fanciulla vestita di bianco. Ecco, io la mano la alzo subito, perché noi donnine siamo un po' così, dolcemente complicate e romanticone. Quindi figuratevi la mia faccia quando Moreno e Jean (mio cugino e consorte) ci hanno proposto di partecipare alla cerimonia in chiesa del matrimonio  della nipote della cugina della prozia della sorella della moglie del cugino del mi'babbo.
Non sapendo cosa mi aspettasse ho buttato in valigia due abitini al volo con un pensiero fisso "Tanto ci ripensano e quel giorno lì andrò nel parco a dar da mangiare agli scoiattoli." Invece no, la mattina, armati di panini al tacchino, capigliatura fai da te a nido di poiana e ciabatte a portata di mano, siamo saliti sull'auto di Moreno (una 7 posti ) alla volta di Ocean City nel New Jersey. Detto tra noi: ci mancavano un paio di suore poi sembravamo la classica gita del prete.
Dopo due ore (con le briciole del panino sul décolleté) arriviamo alla chiesa da dove vedo uscire tre pinguini e un orso polare: temperatura interna 6 gradi. Il crocifisso aveva le stalattiti e Gesù il raffreddore, ma son dettagli.  Rimpiangendo un piumino e un berretto di lana merinos ci addentriamo in quello che io definisco il marasma parentale. Se già in Italia con le parentele non ci capisco un cazzo, figuratevi  in America. Mi sono state presentate 18 persone e ho capito così bene che a un certo punto ho detto "Amo', vedi quello? È il marito di quella col vestito rosso, il babbo dei gemelli. Si chiama Frank!"
"Chetati, quello è il prete."
Devo dire però che nell'attesa della sposa siamo stati coccolati e circondati da sincero affetto da tutti i parenti di Jean. Ci stringevano in caldi abbracci cercando di rivolgersi a noi in italiano e ho visto nei loro occhi una genuina curiosità e una grande voglia di coinvolgerci in un evento importante come un matrimonio.
Nell'attesa della sposa io e Alice cercavamo di coprirci con quell'inutile copri spalle di velo (perché non ho portato lo scialle di lana de mi'nonna? Perché???) ma poi siamo state distratte dall'entrata in scena delle damigelle. 
Una meraviglia. In fila indiana tutte vestite di verde acquamarina, col mazzolino tra le mani e una commozione che scaldava il cuore (ho sperato che scaldasse anche l'ambiente ma nisba). All'altare  le attendevano uno sposo emozionato e altrettanti ragazzi con la cravatta intonata al vestito.



Dopo poco una renna mi ha avvertito che stava per entrare in scena la sposa, che mi immaginavo coperta da pelliccia di muflone, invece era semplicemente incantevole. Alta, magra, bella, con un vestito semplice ma impreziosito da un bellissimo velo tramandato da generazione in generazione per tutte le donne della famiglia.

 
Questa loro usanza l'ho apprezzata tantissimo. Il velo, dopo, è stato riposto in un baule e verrà custodito fino al prossimo matrimonio. 
La cerimonia è stata molto bella, con gli sposi molto, molto emozionati tanto da sentire le loro voci tremare un po'. Infatti la volpe artica al mio fianco a stento  ha capito qualcosa.
Dopo la cerimonia, mentre ai miei piedi si creava una pozza d'acqua causa scongelamento dei miei arti, ci sono stati baci, abbracci, ricchi premi e cotillons, e il lancio in aria dello sposo. 
Io, caparbiamente, cercavo ancora di capacitarmi sulle parentele. 
"Amo', ora ho capito. Il prete è quello lì, è irlandese e si chiama Daniel!"
"Chetati, si chiama Luigi ed è italiano."
Mai una gioia proprio.
Comunque sia penso di aver ripetuto 59474 volte "Nice to meet you" con un una leggera inflessione italiana che lo faceva sembrare "Naistù mitiù"



Ovviamente, come ogni matrimonio che si rispetti, dopo la cerimonia c'è il buffet o la cena che dir si voglia. Siamo stati nuovamente invitati a far parte all'aperitivo ma davvero ci sembrava troppo. Abbiamo conosciuto la sposa e tutti i suoi parenti un'ora prima e già mi pareva miracoloso che non avessero fatto una piega per avere dei parenti acquistati di ventesimo grado presenti in chiesa, quindi la mia risposta è stata "Grazie, ma rifiuto e vado avanti." Flavio Insinna sarebbe orgoglioso di me.
Tuttavia, con un incedere elegante sui miei sandali argentati e un trolley sobrio portato con dignità, abbiamo seguito il parentado fin dentro la hall del bellissimo albergo sul mare dove si sarebbe svolto il ricevimento. 
Abbiamo gentilmente chiesto dove fosse un bagno e una volta individuato c'è stata la trasformazione.
Praticamente siamo entrate vestite da cerimonia e siamo uscite vestite da spiaggia: canottiera, short, berretto e infradito. 
Ovviamente non siamo riusciti a farla pulita perché in bagno incrociamo la mamma della sposa che, vedendoci in costume e l'asciugamano sotto braccio,  sbigottita ci chiede "Where are you going???"
"Ehm...noios going al mare!Thank you for tutto!The wedding is very beautiful and you very gentile con nois, but sarebbe trop. Preferiamo not disturbare ancor."
Lei mi ha sorriso ma è rimasta senza parole. Credo sia rimasta sconvolta dalla padronanza del mio inglese, perché voglio dire, non è così scontato saperlo, no? Ma io lo so, ovvio.
Poi è fuggita. Forse le squillava il cellulare nella borsetta.
Comunque, conciati da mare, ci siamo regalati un pomeriggio sulla spiaggia di Ocean City, tra bagnini alla Baywatch, un Atlantico a tratti inagibile, sorrisi rivolti alle famiglie americane (che hanno un minimo di tre figlioli a coppia) e la raccolta delle prime conchiglie.



 
 

Sul tardi abbiamo passeggiato lungo la spiaggia dove ci sono molti  locali dove mangiare e altri in cui ti puoi divertire.
Una cosa che ho notato delle spiagge di queste zone è la costante presenza di edifici adibiti a luna park. Il lungomare è costellato da divertimenti e cibo di ogni genere e per tutti i gusti.



Sono presenti delle vere e proprie attrazioni e quello che vedete nell'ultima foto (Wonderland ,coi tettini rossi) e un grande parco giochi che si estende all'interno in cui potete trascorrere una giornata intera. Praticamente è il paradiso dei bambini.




 Quindi non solo mare e spiaggia, ma molto divertimento, negozi tipici e allegria, tutto in una distanza così corta che alcuni punti vendita sono dotati di getti d'acqua per permetterti di sciacquarti i piedi dalla sabbia prima di entrare. Infatti  si può tranquillamente entrare a far compere in costume e pantaloncini. Insomma, il lungomare di Ocean City ha un'impronta molto godereccia all'insegna del divertimento, ma questo è solo un aspetto di alcune spiagge dell'East Coast.

(to be continued)

Qui 1° post del viaggio USA


Heidi, il nostro idolo.


                                                    Foto:  https://www.youtube.com/watch?v=GAasmpVQqG8


È uscito il film di Heidi al cinema ed è già un trionfo. Non ne dubitavo, visto che non ho mai conosciuto una donna alla quale Heidi non stia simpatica. Heidi e la sua storia ispirano simpatia e più che altro empatia, perché Heidi siamo noi, ci immedesimiamo in lei, c'è poco da fare. Ecco alcuni punti che secondo me fanno sì che ognuna di noi si senta un po' Heidi almeno una volta nella vita.

-Viene parcheggiata in montagna da una zia che ripete “Non so davvero dove metterla, guarda.” e ci viene in mente quando mamma ci portava da nonna, ci scaraventava di fretta e furia nel salottino e sistemandosi la sciarpa diceva “Mi hanno chiamato d'urgenza al lavoro, li possino!La baby sitter è introvabile, Mario rientra alle otto e...dài che è tardi. Fai la brava con la nonna, tesoro!” Più o meno questa è la scena iniziale della storia.

-Heidi, diciamocelo, è simpatica e tutto, ma è una pastora. E a noi piace per questo. Heidi è una che del capello sistemato, delle treccine fatte bene, dei fiocchini rosa messi con dovizia sulle codine, se ne sbatte altamente le palle. Lei vive col capello selvaggio dal taglio discutibile e passandoci le mani si sente già pettinata, in pace col mondo e anche piuttosto figa. Noi vorremmo avere quella sicurezza e anche quella fortuna.

-Heidi è focosa. Praticamente vive in menopausa già dall'età di sei anni, altrimenti non si spiega come mai sta in canottiera a tremila metri sui monti e cammina scalza sui ghiacciai. Noi, che abbiamo il pigiama imbottito antitrombo a Maggio e il golfino sulle spalle le sere di Luglio, non possiamo che provare ammirazione per questa piccola bambina con le caldane.

-A Heidi le sorridono i monti e le caprette le fanno ciao.
A noi ci sorridono gli ebeti e ci fanno ciao le nonnette. Da questo capite come stiamo messe. Non ho ancora ben capito se la sua è una visione della vita molto ottimista o se si rolla dei cannoni insieme all'amico Peter. Secondo me quelle balle di fieno su cui dorme Heidi non è altro che marijuana compressa.

-Heidi è una tosta. Noi, cresciute con la favola della principessa che non trova posa nemmeno dopo 12 materassi messi su un pisello (e non si può crescere bene se ci inculcano che una principessa su un letto con un pisello ci sta male), ci fa ammirare questa bambina che dorme in piccionaia sulle balle di fieno dure come sassi e un sacco a mo' di lenzuolo sotto una finestra a oblò SENZA VETRI con meno sedici gradi. Noi, che se rimaniamo scoperte nella tenda del campeggio, ci alziamo col torcicollo, la febbre e la pleurite.

-Heidi ha un amico che promette bene; è spensierato, allegro ma più che altro si scrive Peter e si pronuncia PETA. Come dire: l'ottimismo è il PROFUMO della vita.
A dieci anni parte con le sue capre la mattina e torna la sera. Su e giù per i monti a mo' di step, sempre con loro. Quindi non solo è PETA ma ti c'ha anche un sentore di cacio così ruspante che te lo immagini a trent'anni con i polpacci di Rummenigge che si incapretta Bianchina nella stalla del nonno.

-Heidi ha un nonno di poche parole. Un nonno pragmatico, schietto, che per colazione le dà latte appena munto buttato in una scodella dove la sera prima c'era adagiato un pecorino, per pranzo pane e cipolla e alla fine “Il convento passa questo, mangia e non rompere il cazzo.” E Heidi non fa una piega e apprezza questo modo così ruvido di proporre gli alimenti. Le nonne di adesso non sono così. Le nonne di adesso, pur di far mangiare il nipotino, preparano diciotto pietanze con una cura maniacale nemmeno stessero partecipando a una puntata di Master Chef. La mia, ad esempio, pur di farmi mangiare mi veniva dietro per tutta la corte, col piatto in mano. Mia zia, addirittura, mi correva dietro con la minestra pure nel pollaio. Se questa tecnica la adottasse il nonno di Heidi vedremmo il vecchio con una caciotta che si caracolla giù per la montagna. Ma non per inseguire la bambina. No, a Heidi, la caciotta, gliela tirerebbe tra capo e collo al grido di “E mo' m'hai rottoercazzo!”

-Heidi non sopporta le lamentele, le stanno proprio qui. È una di quelle persone che odia chi si piange addosso, chi si lagna per un nonnulla. Per quello quando vede Clara sulla carrozzina ci manca poco che le imponga “Alzati!Alzati e cammina!” manco fosse Lazzaro. “Perché, voglio dire, a Clare' namo su, mica sei invalida.”
Clara, a dire il vero, tenta di spiegare alla piccola pastora che “Sì, cazzo, sono invalida e ci mancavi tu a ricordarmelo” ma Heidi non si perde d'animo: prima la spinge per i sentieri montuosi con la sedia a rotelle (e lì, un brivido la buona e vecchia Clara l'ha avuto, ha pensato “Metti che le sguscio e qui mi ritrovano a valle con le rotine infilate nelle narici”)
Poi, piano piano, ha lavorato ai fianchi della biondina fino a citare Rocky Balboa “Se io posso cambiare, tu puoi cambiare, tutto il mondo può cambiare! Quindi gnamo, prova ad alzarti e fare un passetto avanti, una mano alla cabeza , una mano alla cintura, un movimiento sexy.” E Clara, alla fine, ce la fa.

-Heidi riesce dove gli altri hanno fallito: a tenere testa alla signorina Rottermaier. Lo so, lo so che a tratti vi ricorda vostra suocera o vostra cognata, ma appunto per quello tifiamo per Heidi. La Rottermaier è simpatica come un'emorroide e affabile come un rottweiler da combattimento, ma non è colpa sua: a quel tempo non c'erano ancora i tronisti di Maria De Filippi sui quali fantasticare e nemmeno i toy boy, sennò vedi come stava più tranquilla.

Quindi, alla fine, Heidi va in giro vestita e pettinata come cazzo le pare, manomette le sedie a rotelle, mangia cacio e cipolle e se ne sbatte dell'alitosi, vive tra capre, fieno e PETA impregnando il suo corpo di eau de gabinett, succhia dalla scodella invece di usare il cucchiaio, non sa cosa siano un paio di ballerine o una borsa, dorme seminuda con uno straccio addosso e il moccolo al naso, risponde a tono a quella gran rottura di palle della Rotty e, nonostante questo: STA SIMPATICA A TUTTI.



Per forza poi è la nostra idola. Eh.



Io, intervistata dal settimanale F

Cioè, ecco sì...è una settimana che me lo tengo dentro (lo so, sembra una frase da stitica, ma così è) e finalmente ve lo posso dire.
Respiro.
Sul numero nuovo del settimanale F uscito questa mattina ci sono io.
Io.
Me.
Simona.
Quella un po' rinco, ricordate? Quella che ha scritto un libro, che scrive post, avete presente? Quella che da quanto è maldestra si pianta nelle porte, si cava gli occhi con l'eyeliner , e c'ha i capelli a nido di poiana...quella lì.
Un'intervista, una bellissima intervista, dove si parla del libro, ma soprattutto della mia storia.
Non mi resta che dirvi: correte in edicola. Ma attraversate sulle strisce, che se vi mettono sotto vi c'ho sulla coscienza.

p.s. la mì mamma è da stamattina che gira per il quartiere con la rivista sotto il braccio, la moltiplica e la distribuisce che manco Gesù coi pani e coi pesci.
Son cose.



LinkWithin

Related Posts with Thumbnails