Stamattina, posseduta dallo spirito di
un ciclista, mi son detta: “Oggi niente macchina, vado a fare tutte
le commissioni in bicicletta come un tempo. Checcevò?”
Il fisico innanzitutto. Perché a
vent'anni, quando non avevo la patente lo facevo senza mani e a occhi
chiusi. Stamattina sul ponte invece, se non mi rizzavo sui pedali ero
sempre lì. Comunque dettagli.
Indosso dei leggins neri, una canotta,
delle scarpe da ginnastica e via con la bici. Altro che Nibali.
La prima differenza che ho notato con
la macchina è che andando in auto ti perdi un sacco di saluti. Tipo
che ho fatto la prima tappa dal giornalaio e prima era: partenza da
casa- giornalaio-buongiorno-il quotidiano-arrivederci. Stop.
Invece stamattina ho salutato un
mucchio di persone.
Il vicino di casa intento a sistemare
l'orto.
Al semaforo ho incrociato due turisti
olandesi con la loro bicicletta super accessoriata. Hanno visto che
leggevo sulle loro borsine senza capirci una fava, mi hanno sorriso,
ho detto buongiorno, uno di loro mi ha detto Ccciuao! E una volta
scattato il verde siamo ripartiti. Io per le mie commissioni, loro
verso l'infinito e oltre.
Di ritorno dal giornalaio ho incrociato
una carovana di ciclisti tutti bardati nelle loro tutine attillate
nylon misto acrilico con dettagli di pelle umana e anche loro mi
hanno rivolto un saluto caloroso manco avessi staccato il gruppo.
Poi ho incrociato un omino ciclista
dilettante e mi ha salutato pure lui.
Ferma a un incrocio ho fatto passare
una nonnina. Mi ha rivolto un bel sorriso e mi ha detto grazie e io
prego e lei che giornata oggi e io ma davvero e lei l'estate
quest'anno non è mai iniziata e io non ci sono più le mezze
stagioni e nemmeno le stagioni e se non riprendevo a pedalare mi
invitava pure a pranzo che aveva fatto le melanzane alla parmigiana,
che con sto freddo si richiedono davvero.
Poi, per andare in banca ho
attraversato il ponte che, come dicevo prima mi son dovuta mettere
sui pedali. E la gente quando sei sul punte fasciata in dei leggins
ritta sui pedali, saluta un casino. Ti suonano anche e io pensavo
Ciao bello! Ma guarda te che calore sul ponte.
Al ritorno avevo più forza ed ero più
allenata e allora sui pedali non sono salita e non mi ha salutato
nessuno. Mi avevano già salutato prima, si vede. Il Santo mi ha
detto che, se la prossima volta vado sui pedali sul ponte con la
gonnellina, mi salutano di più e mi fanno anche la ola. Ora ci penso
perché il saluto è bello. Quando sei in macchina tutti sti saluti, sti sorrisi, ste gentilezze, te le perdi.
Comunque mi son diretta in banca, ero
sudata come se fossi appena uscita da una sauna e allora mi son
detta 'Se entro in banca con l'aria condizionata a palla, tempo tre
secondi mi prende una broncopolmonite letale e muoro. E non è bello
morire dopo aver salutato un mucchio di persone.' E allora, dopo aver
parcheggiato la bici sul cordolo del marciapiede, mi son messa
seduta su una panchina ad aspettare di freddare un po' come quando
aspetti che ti freddi la minestra.
Dopo dieci secondi arriva un vecchietto
corpulento con una bici con un cestino di vimini bello grosso
piazzato davanti. Penso che dentro quel cestino ci starebbero bene
dei fiori, magari un mazzo di lavanda, ma l'omino non mi pare il
tipo. Ha una stampella infilata lungo la bici, mi guarda e mi dice
buongiorno e io rispondo buongiorno, e ho la sensazione di avergli
'rubato' il posto. Quella panchina, tutte le mattine, è sua. Stamani
ci trova me. Scende dalla bici con cautela, sguaina la stampella e si
siede nella panchina dietro di me. Io e lui seduti tipo sul divanetto
dell'amore, schiena a schiena, testa a testa, con la stampella
poggiata di traverso come per dire qui ci siamo noi.
Dalle sue spalle mi arriva la sua voce,
mi dice che preferisce quella panchina perché è lontana dal
passaggio delle auto che sennò si respira tutto il veleno e si sta
male. Mi chiedo se sta dicendo a me, e infatti ci sono solo io nel
giro di venti metri. Io annuisco, scioccamente. Non può vedermi, ma
come sa che ho sentito, saprà anche che ho annuito. Tiro fuori dalla
borsa il giornale. Se devo aspettare, tanto vale leggere per passare
un po' di tempo. Se non avessi avuto il giornale forse avrei
spippolato sul cellulare, o sul tablet o giocherellato con le chiavi
o sistemato nella borsa. Ogni tanto però mi volto e mi aspetto che
anche lui legga qualcosa, invece fissa i piccioni, alza la mano a
qualche vecchietto più in là, ogni tanto tocca la stampella per
vedere se è sempre lì. Si gode sto venticello fresco che stamattina
scompiglia le foglie degli alberi e fa volare le cartacce che i
ragazzini buttano in piazza.
Ho smesso di sudare, ora posso andare
in banca. Mi volto per salutarlo e sorridergli, ma lui guarda
altrove. Si gode il vento, questa mattina di agosto dall'aria
settembrina. Si gode i gridolini dei bambini, i pettegolezzi delle
signore davanti al negozio di alimentari, i discorsi sullo sport dei
suoi simili, là in fondo, vicino al bar. Si gode il sole che filtra
dagli alberi trasformando la sua camicia in un caleidoscopio di luci
e ombre e si gode in dolce far niente, così raro in questa epoca in
cui, se non fai nulla, sembra che tu non sia connesso, che tu non
viva davvero la tua vita, mentre la vita, in fin dei conti, è tutta
lì. È saper stare su una panchina tutte le mattine a guardar la
gente, e dire a una con una canotta fosforescente che quella è la
panchina migliore perché è lontana dal traffico. È usare una frase
di circostanza per dirmi che quella è la sua preferita e che, se
domani torno in quella piazza, lui lo ritrovo lì, con la bicicletta
dal cestino senza lavanda e la stampella messa di traverso.