lunedì 6 maggio 2019

LA SIGNORA DEL SABATO

Come tutte le attività, anche noi abbiamo i clienti abituali.
C'è una signora, di età da nonnina, che ogni sabato mi cerca. Se dovessi dire quando è cominciata questa cosa, non saprei dirlo, è successo e basta; con mia grande sorpresa perché non ricordo un aneddoto che ci ha fatto avvicinare.
Lei ogni sabato si affaccia al bancone e mi dà un buongiorno pieno di gioia. All'inizio era semplice cortesia, poi piano piano si è aperta e abbiamo cominciato con domande più personali del tipo 'che farà oggi di bello?'. Da lì, ogni volta che affrontiamo l'argomento, lei comincia a piangere. Mi muovo su un campo minato, qualsiasi cosa io le dica, lei piange un pochino e mi rammenta che è vedova, che i figli sono grandi, che è sola, e che l'unico svago è venire al mercato il sabato mattina. Lì, mi dice, tra chiacchiere, banchi colorati e una sosta al nostro banco, riesce a dimenticare la sua triste vita. Nemmeno la signora che la accompagna sempre, riesce a cavarla da casa in un giorno che non sia il sabato.
Ogni volta, tanta ormai la fiducia che ha riposto in me, mi dà in mano il portafogli in modo che io possa prelevare i soldi e contare gli spiccioli. Ogni volta, tanta ormai la fiducia che ha riposto in me, si lascia consigliare e letteralmente 'imboccare' sul pranzo. Ogni volta, tanta ormai la fiducia che ha riposto in me, mi dà appuntamento alla volta dopo, sicura di trovarmi.
"Sabato non ci sono!" l'ho avvertita poche settimane fa.
"Oh..." mi ha risposto un po' dispiaciuta. "Allora non passo."
"Ma no! Si fermi! La serviranno i miei colleghi, come se lo facessi io. Venga al mercato che le fa bene uscire."
"Ma se non ci sei te, non è la stessa cosa."
In questa dichiarazione di stima e affetto ho letto una fragilità e una tristezza di fondo che mi ha commosso. Perché non sono io. Non è la mia persona. Non è il mio viso o le mie parole che cerca, ma solamente qualcuno che le dia la giusta considerazione, due parole sul tempo, su quanto questa primavera sia pazzerella, su cosa guarderà stasera alla tv. Qualcuno che, come me, le prenda le mani e le dica 'Oggi la vedo bene!' anche se in realtà la trova un po' peggiorata. A volte sembra quasi si sia dimentica di pettinarsi, spesso ha gli occhi velati e il labbro tremulo di chi sta per crollare, ma ha bisogno di non sentirsi sola e si fa forza a uscire di casa.
Ieri è arrivata al banco tenendo stretto al petto un pacchetto giallo.
"Guarda cosa ho preso! Aprilo!" mi fa allungandomelo sopra il banco.
"Che cosa è?" mi rigiro l'oggetto tra le mani: è un astuccio rigido, con una stampa di dubbio gusto, con una mezza dozzina di pennarellini e matite. Una cinesata fatta e finita, ma integra, intonsa.
"È un astuccio" le dico chiedendomi per quale motivo abbia comprato un astuccio da asilo.
"Sì, costava poco. E allora l'ho preso."
"Ha fatto bene!" le rispondo con entusiasmo, senza capire.
"Sai... io non ho nipoti e non conosco nemmeno un bimbino al quale darlo... però magari un giorno un bimbino lo conoscerò e allora glielo regalo."
"È bellissimo" le ho detto restituendoglielo. "Un bimbino al quale regalarlo lo troverà di sicuro."
Frase sciocca, banale, di circostanza. Non ho saputo dire altro. Me la sono immaginata al banco delle cianfrusaglie a scegliere un oggetto carino da regalare a qualcuno che ancora non conosce, che non ha mai incontrato, al nipotino che non ha.
Un grido silenzioso, forte e potente, racchiuso in un astuccio di plastica giallo.

lunedì 29 aprile 2019

CIPOLLIN-A

Stamattina mi sono svegliata con l'idea di andare in bicicletta e visto che dovevo andare al mercato per prendere dei pantaloni, ho deciso di farlo in bici. La distanza non è poca da casa mia, ma fattibile. Mi bardo tutta (bardo= vestirsi adeguatamente per la missione) e mi accingo a prendere la bici dal garage.
Opperbacco è sgonfia.
Prendo la pompa, mi rimane un pezzo in mano.
Bene.
Agguanto il compressore, gli do la via, sveglio tutto il quartiere, ma le ruote rimangono sgonfie. Allora mi viene sottoforma di fumetto evanescente il Santo che mi dice 'Ricorda: il compressore è guasto uasto asto sto to ooooo'.
Il diavolo sopra la mia spalla mi diceva 'Ma sarai cretina? Ma vai in macchina no?' mentre l'angelo dall'altra parte ribatteva 'Lasciala stare quando ha queste iniziative. Va assecondata. Le fa bene.'
Mi metto le mani sui fianchi indecisa sul da farsi. Suono alla vicina per sentire se ha una pompa da prestarmi. Non mi risponde nessuno. Provo a vedere se qualcuno del circondario è affacciato al balcone a scuotere i tappeti. Nulla manco qua. Tutti rintanati in casa. Vado in fondo alla strada e chiedo a una conoscente appena uscita di casa, la quale si scusa di non avere una pompa ma mi manda da un biciclettaio in paese.
"Va' da lui. Le gonfia a tutte!"
Che detta così mi aspettavo di ritornare a casa come la Cipriani, ma tant'è.
Trovo il locale. Scendo al salto come una gazzella, parcheggio la bici con nonchalance che Don Matteo scansate ed entro titubante 'Mi scusi, avrei bisogno di una pompat... no, aspetti, dicevo: mi hanno detto che gonfia le bici.'
Lui posa il cencio che ha in mano e mi dice 'Certo!'
'Non vorrei disturbarla, ma sono disperata. Ho le ruote sgonfie e voglio arrivare fino in città.'
'Nessun problema.' Piglia la mia bicicletta e la maneggia come se fosse un modellino. In dieci secondi netti e un compressore a portata di mano mi gonfia le gomme.
'Quanto le devo?'
'Oh, nulla!'
'Ma come nulla?!' 
'Davvero. Per così poco? Come dico sempre: buona ciclopedalata!'
Ha detto proprio così. CICLOPEDALATA. E l'ho trovato un termine bellissimo. Rimonto in sella alla mia bici. Con le ruote gonfie al punto giusto vado via come il vento. Arrivo al mercato, faccio le mie compere e una volta finito cito Forrest Gump 'Se sono arrivato fino a qui, posso arrivare anche un po' più in là." Allungo di qualche km e arrivo da mi'madre. Mi padre vede la bicicletta e si affaccia per strada da tanta è la sorpresa. 'Ma sei in bici?'
"SEI IN BICI????" questa è mi madre.
"Sì, ero al mercato e quindi..."
"LA STRADA E' LUNGHISSIMA, SONO UN BOTTO DI KM MA SEI PAZZA VUOI MANGIARE QUALCOSA HAI SETE HAI FAME CLAUDIO CORRI LANCIALE UNA BORRACCIA UNA BARRETTA ENERGETICA PRESTO UN'AMBULANZA."
Sempre mi madre, questa.
Sono commossa dalla loro fiducia sulla mia forma fisica.
"Mamma, tranquilla. Ce la faccio!"
"E ora come torni a casa?"
"Come come torno. In elicottero. Come vuoi che torni, in bicicletta come sono arrivata!"
"OGGESUMMARIA-CHE-IL-SIGNORE-NON-LA-PORTI-VIA. STAI ATTENTA ALLO STRADONE NON PASSARE DAL VIALE ALBERATO STAI SUL MARCIAPIEDE STAITUTTASULLADESTRA ATTENTA ALLE MACCHINE E VAI PIANO!"
"Mangi con noi?" fa mi padre.
"No, sennò mi appesantisco. Preferisco mangiare quando arrivo a cas..."
"ANCHE DIGIUNA MI VA VIA ORA MI SVIENE PER LA STRADA PRENDI ALMENO UNA CARAMELLA LA CIUCCI TRA UNA PEDALATA E L'ALTRA E..."
"Mamma, vado."
"TELEFONA QUANDO ARRIVI E POI..."
Non so cosa altro abbia detto, ma tutto ciò l'ho preso come un affronto. Non ce la faccio. Tsè. Ma cosa dice. Ma io sono allenata. Io faccio un botto di sport. Cosa vuoi che siano 30 km. Monto in sella che paio Bartali. Ma che dico, Cipollini. Vado via che paio pagata. Avrò fatto 2000 all'ora, le macchine mi suonano e le caprette mi fanno ciao. Mi sorridono pure i monti. Forse sono in debito di ossigeno e ho le allucinazioni. Torno a casa in un tempo da record sudata come un beduino e con le cosce che paio Rummenigge ai tempi d'oro.
Ma che soddisfazione.
Mi sono però dimenticata di chiamare mi madre. Penserà che sono stata asfaltata. Stirata con l'appretto. E la colpa sarà di mi padre che non mi ha allungato la barretta energetica.


mercoledì 17 aprile 2019

IL RE NUDO

Come mi sento, a volte.
Parecchio tempo fa ricevetti una telefonata da una signora. Mi aveva scovato grazie a un'intervista esclusiva sul settimanale F e mi invitava a far parte del suo salotto letterario.
La cosa, lì per lì, mi gratificò molto ma ciò non bastò a non far trapelare il mio scetticismo. Le dissi che la ringraziavo, ma che non mi sentivo a mio agio in quegli ambienti. Insisté talmente tanto che alla fine cedetti. Pensavo, da sciocca quale sono, di poter imparare qualcosa, di colmare alcune mie palesi lacune.
Quello che trovai, invece, fu un coacervo di persone che si ritrovava una volta al mese per l'autopromozione e campagne letterarie egoriferite. Venivano letti dagli stessi autori testi tratti dai loro romanzi e/o racconti, seguiti da applausi, vari bravo bravissimo e pacche sulle spalle. Il tutto senza un minimo di confronto, senso critico. Era solamente un modo di salire in cattedra, riempirsi la bocca di paroloni, elencare i vari premi letterari vinti, e infiniti 'io ho fatto' e 'io ho scritto', per ricevere una volta al mese quella riconoscenza e quella compiacenza che qualsiasi autore brama di avere, soprattutto quando pubblichi a pagamento e/o con piccolissime case editrici e non sei in libreria manco per sbaglio. Come sempre, in questi casi, si tende pure a gettare merda su chi in libreria c'è, accampando teorie come 'Stephen King ha un buon Ghostwriter, non è lui che scrive.'
'Baricco è sopravvalutato'
'Umberto Eco è famoso solo per Il nome della Rosa' senza considerare che se veniva fuori il nome di una donna 'Ha pubblicato perché l'ha data.'
Praticamente un gruppo di geni incompresi, di scrittori sopraffini e arguti, circondati da un mondo letterario ignorante che certo non comprendeva quanto bendiddio veniva scaturito dalla loro finissima mente. Una sorta di autori di nicchia, vittime di un sistema marcio che non li voleva ai primi posti in classifica o finalisti al premio Strega.
Allibita da tutto ciò, una sera esordii con 'Ma vi rendete conto che se siamo tutti in questo salotto a scambiarci pacche sulle spalle a ogni raccontino letto, vuol dire che non contiamo un cazzo? Che se fossimo King, o Dan Brown o la Kinsella, saremmo a festeggiare l'ennesimo best seller da qualche parte e non qui a dirci bravo bravissimo pur pensando che il racconto appena sentito faccia cagare? Ne siete consapevoli, sì?'
La mia affermazione sortì lo stesso effetto di una deflagrazione. Lo stesso disagio di una bestemmia in chiesa. Iniziò con un silenzio assordante, facce sbigottite e occhi sgranati. Finalmente e scomodamente, qualcuno lo aveva detto. Dopo mesi e anni nei quali se la davano ad intendere tra di loro, nei quali giocavano alle tre scimmiette con una ipocrisia quasi imbarazzante, nei quali tutti facevano finta di essere letterati, una tipa appena arrivata, spavalda e anche un po' volgarotta, aveva sparato una sentenza che li metteva davanti alla realtà. Ovviamente non mancarono le reazioni, una tra tutte 'Stai zitta te che scrivi su internet e pubblichi su piattaforme', perché si sa, il vero autore pubblica solo in cartaceo a costo di pagare l'equivalente del prezzo di uno scooter per poi ritrovarsi a elemosinare vendite a parenti e amici. Solo per riempirsi la bocca con 'Eh, ma io ho una casa editrice'. Il risultato fu che da quella sera alla maggior parte degli autori risultavo simpatica come un peto in ascensore. Qualcuno invece mi prese da parte e mi disse 'Grazie di averlo detto. Nessuno qui ha il coraggio di farlo. Mi sono sentito spesso fuori luogo.'
Ho continuato ad andarci, nonostante non mi sentissi parte del gruppo. Non ho partecipato alle iniziative, 'un illustre' mi ha provocato dicendomi 'Hai paura del giudizio. Non ami il confronto'. Gli ho risposto 'Ti sbagli, è esattamente il contrario. Vi ho messo davanti a un confronto e la vostra risposta è stata attaccarmi. A differenza vostra io non ho paura della mediocrità. A me non spaventa. Conosco i miei limiti, le mie lacune che ho sperato di colmare venendo qui, ma ho trovato solo un palco sul quale esibirsi. Non mi interessa arrivare, non ho bisogno di un brava bravissima una volta al mese, di un applauso ai miei scritti per gonfiare il mio ego, di qualcuno che riconosca il mio sapere. Io so quanto valgo, lo so. Siete voi che non lo sapete. La presa di coscienza non è per tutti.'
Il salotto non c'è più. La signora che lo gestiva sta poco bene. Ogni tanto passo davanti a casa sua e ripenso a questo, a quando, per l'ennesima volta ho gridato scomodamente
'Il Re è nudo'.



venerdì 12 aprile 2019

IL BUCO NERO

Allora, partiamo dal fatto che io sono già figa, bella, simpatica e intelligente e quindi non posso essere anche scienziata.
È già tanto se so in quale cassetto ho nascosto le mutande contenitive, quindi il fatto di sapere cosa sia ESATTAMENTE un buco nero, sarebbe un valore aggiunto.
Ovvio che dove mi giri mi giri, soprattutto sui social, trovo i Pieroangela della situazione che sanno BENISSIMO cosa sia un buco nero, il che mi fa sentire molto ignorante, ma ripeto: ho già un fisico da urlo (ah ah ah battutone!), non posso essere anche una figlia delle stelle.
Detto ciò in casa ho due appassionati di astronomia che ieri sera hanno tentato di spiegarmi cosa sia NELLO SPECIFICO un buco nero, oltre all'immagine che gira da giorni in rete e informazioni vaghe che sapevo già di mio, tipo 'una cosa molto bella. Wow'.
È partito il Santo con un pappiè alla Alberto Angela talmente scientifico che mi sono fermata ad 'Allora, fai conto che...'
quindi l'ho pregato di essere un po' più chiaro e meno enfatico. 'Ho bisogno di esempi pratici'
'Quando si parla di queste cose non ci sono 'esempi pratici'. È qualcosa di umanamente incomprensibile per certi versi.'
"E speri che comprenda io?"
"Ma sì. Ascolta..." 
Niente. Mentre mi parlava di galassie e universo pensavo a quanto era bello e di come si sia brizzolato tanto negli ultimi tempi. Cose importanti.
"Ci sei?" mi ha detto dopo un po'.
"No. Spieghi troppo difficile."
"È scienza!"
"Pff! Scienza. Per un buco nero. Figurati."
"Mamma te lo spiego io." Ecco che mi parte la secca. Mi fa esempi pratici spostando cose sul tavolo. Annuisco e faccio le prime ipotesi. Strano, ma sto capendo molto moltissimo.
"Perché con te capisce?" domanda quello bello e brizzolato.
"Perché ti devi rivolgere a lei come se avesse 5 anni. Devi spostare cose, fare disegnini."
"Bravi. Spostate cose, fate disegnini. Io sono una persona pratica.E CREATIVA. Io nel buco nero ci vedo un mucchio di cose che voi non vedete, ad esempio. Forza, continua."
La secca va a prendere un libriciaccolo di astronomia per bambini dagli 8 ai 10 anni che le regalai qualche anno fa.
"Mamma, leggi qui. Non puoi non capire."
Leggo "Oh sì. Ho capito. E dove va a finire tutta la roba?"
"Quale roba?"
"Che inghiotte il buco nero."
"Non lo sappiamo."
"Vedi? Non sapete nulla. E dovrei saperlo io?"
"Ma non è quello, è che..."
"Seeee seee. Vediamo un po': e ora il buco nero in che condizioni sarà? Perché quello che vediamo adesso diciamo che è... in differita, no?"
"Differita."
"Certo. È in ritardo. Quindi adesso come sarà?"
"Non lo sappiamo."
"Vedi? Non sapete nulla. Comunque ho capito."
"Sicura?"
"Come no. Il buco nero è tipo una voragine, un imbuto che risucchia quello che ha intorno. E la roba, una volta finita lì, sparisce. Mica la vedi più. Magari uscirà sotto forma di altra materia da un altro buco nero, no? Tipo me in pasticceria. Le paste mi girano intorno, e puff! Inghiottite nel buco nero. Nessuno sa niente e sospetta di niente, perché pensa 'Non può aver mangiato 8 paste ed essere così magra. Invece sì. È la relatività. TE PAIO magra in relazione a Sora Lella magari, ma in confronto a Kate Moss, no. Quindi la magrezza è relativa. Poi le paste si trasformano ed escono da un altro buco nero. E te lo spiego se riesco a uscire dal cesso perché ultimamente ho dei problemi. Però ora che ci penso: anche il water ha un buco nero. Risucchia tutto al suo interno. Una voragine. E che fine fa la tua roba? Non si sa. Quindi ho capito: il buco nero è come un water."
E niente, hanno chiuso il libro e sono andati via.
Li ho spaventati. Non si aspettavano che io fossi così intelligente. E scienziata.

#ilbuconerosecondome



martedì 9 aprile 2019

AH CORRERE CHE PASSIONE

"Ma cosa vai a correre, che sei magra!"
Questo in genere mi viene detto da chi mi vede ansimare tra i campi tra una imprecazione e l'altra.
Non c'è puttanata più grande. Nel senso che non sono magra. Non per non andare a correre. Vi assicuro che mi porto dietro il mio culo ben tornito e le mie braccia da rugbista. Giusto le gambe salvo un po', ma non corro manco per mantenere quelle. O necessariamente per dimagrire. 
Corro perché in fondo al tunnel mi appare il mio medico con le pastigliette. E io voglio stare lontana dalla luce.
Corro perché non cedo alle sue minacce, non rispondo alle sue provocazioni. La terapia l'ha a prendere lui. Io non la voglio. Piuttosto mi sfondo in palestra o sulla strada. Che detta così pare pure brutto.
Corro per non piegarmi all'età che avanza che mi vorrebbe tutta ciccia e brufoli e cedimenti e patologie e tua sorella.
Corro perché con la musica sparata a mille nelle orecchie per un'ora, mi isolo completamente e mentre macino km lascio per strada tutti i pensieri.
Corro perché, per assurdo, mi rilassa, mi tranquillizza, mi fa sfogare. C'è chi fa yoga, meditazione, io se sono incazzata, corro. A me per farmela passare ME DEVI MASSACRA'. Se dev'essere una guerra, che guerra sia.
Corro anche se a volte non ho voglia.
Corro e a volte ho proprio voglia.
Corro perché non ho mai smesso di fare sport dall'età di 14 anni e zumba e country non mi bastano. Lì ballo. Io devo correre. 
Corro perché è gratis, facile e lo puoi fare ovunque. Corro inseguita dai cani, redarguita dalle vecchiette, osservata dai Goffredi. 
Corro vestita alla ndo cojo cojo, Decathlon con me potrebbe chiudere. Sembro mi nonna. 
Corro col berretto per proteggermi da sguardi indiscreti e con gli occhiali per proteggermi dal sole. Sembra che mi nasconda o che non voglia rotture di coglioni. Sbagliata la prima e giusta la seconda. No, non è vero. Non è che non voglio rotture di coglioni, è che devo correre da sola. Ho il mio ritmo, sminchiato, lento, discutibile, brutto, assolutamente non da record, ma è mio e me lo tengo. Saluto i veri runners con un cenno del mento e bofonchio un 'Sì, bravi...' e alzo la musica.
Se corro così MUORO.
Corro perché mi fa bene.
Corro per superare ogni volta un mio limite piccolissimo.
Corro per sfogarmi, fino a ubriacarmi di endorfine, che mi entrano in circolo e mi fanno passare malumori, pensieri e incazzature. E il mondo, quando ti sei sfiancato bene bene, quando ti sei sfogato lasciando letteralmente tutto alle tue spalle, sotto i tuoi piedi, nella terra, nell'erba, sull'asfalto, ti sembra più bello. Il tuo cuore pompa di più, i muscoli guizzano, la pelle migliora e il buonumore pure.
Correte gente.
La gente vi dirà: ma ndo cazzo corri.
Ma voi non date retta.
Correte.
E mangiate salato voi che potete.
Corro perché ho la pressione alta e se non voglio schioppare un giorno sì e uno pure, me devo move. 
Sono cinque giorni che sto mangiando senza sale.
Mi sta salendo l'istinto omicida.
Sarà meglio che vada a correre.
Vi odio tutti.

martedì 5 febbraio 2019

SABBIA

Ieri sera un incontro, una cena chiamiamola 'di lavoro' e non pensavo di trovarci un cane.
Sapete quanto io abbia il terrore dei cani, ma sapete anche quanta buona volontà e quanto sforzo metta per riuscire a superare questa fobia.
Appena lo vedo sbucare mi irrigidisco. Come sempre.
Guardo la padrona di casa.
"Dimmi che è buono."
"Sì, è BUONA. È una femmina."
"Bene."
"Hai paura? Se vuoi..."
"No. Se mi dici che è buona mi fido. È un problema mio, non suo."
La canetta gironzola tra tutti e dà codate di benvenuto. Io mi muovo con circospezione e la evito un pochino. La conosco da mezzo minuto e accarezzarla per me è troppo. Datemi un attimo. Già riesco a seguire una conversazione e muovermi con una certa scioltezza con un cane intorno, quindi boni. Ci sono.
Ci accomodiamo e lei sparisce, padrona della casa e della situazione. Però poi a un certo punto torna. Si ficca sotto il tavolo e cerca coccole e carezze da tutti i commensali che ovviamente non tardano ad arrivare. Fa il giro e arriva da me.
Si insinua tra me e la padrona di casa e mi guarda.
La guardo.
Ha due occhi dolcissimi e puliti, sembrano dirmi 'Perché mi eviti?' e vorrei dirle 'Non è colpa tua. Sono vittima di un evento traumatico che mi è accaduto da piccola. Una cosa brutta che mi ha segnato."
Lei continua a fissarmi. Zitta e immobile in attesa di un cenno, di una risposta.
Facendomi forza allungo una mano e le carezzo la testa. Lei sembra gradire.
Il primo passo è stato fatto. La sto accarezzando.Lei non se ne va, come se percepisse che potrebbe essere 'la mia cura'.
Le dico che è bella, le parlo come se parlassi a un bambino.
Lei di risposta mi poggia il mento sulle gambe. Ci leggo un 'Tranquilla, capisco. Io mi metto qui, tu continua a carezzami che vedrai la paura piano piano ti passa.'
Ho la testa di un cane sulle gambe, gli carezzo il muso, gli struscio il mento. Lo sto facendo. E non ho paura.
Qualcuno versa del vino nei bicchieri, l'incantesimo si spezza, mi sposto un poco, lei alza la testa e aspetta che mi serva.
Presa dalla conversazione non mi curo di lei che nel frattempo girottola ancora un po' e poi torna. Mi infila la testa sotto il braccio per esortarmi a fare qualcosa, giocare, accarezzarla di nuovo. E ricominciamo da capo. Siamo amiche, lo so.
A fine serata sono io che la cerco. La chiamo, allungo una mano per scarruffarle il pelo, e rimango male se non viene subito. D'altra parte il suo compito l'ha svolto, ha abbattuto un altro pezzettino del muro di diffidenza che mi sono costruita attorno negli anni e questo mi deve bastare.
Arriva la sua padroncina e se la porta in camera da letto. Chiudono la porta e ciao ciao amica mia.
Oggi ho chiesto una sua foto per scriverci un pezzo, come tutte le volte che rimango colpita da qualcuno o da qualcosa.
Quel qualcuno oggi è lei: Sabbia.


mercoledì 23 gennaio 2019

LE INSIDIE DEL SUPERMERCATO

Già da fuori se hai Saturno contro non trovi posto nei primi blocchi, ma ti tocca il loculo lontano diciotto km dall'entrata e venticinque dai carrelli. Che in caso di pioggia smadonni come un camionista al quale si sono bucate tre gomme. Il tempo che impieghi per portare il carrello al suo posto e tornare alla macchina è lo stesso che impieghi per imbiancare casa.
Ovviamente hai preso il carrello storpio, dopo aver infilato la monetina in sette carrelli con la chiavetta murata che non si schioda. Quei carrelli sono lì dal '92.
La prima tappa è il bidone della spazzatura per vuotare il suddetto carrello da scontrini, guanti della frutta, liste della spesa, sacchetti vuoti di patatine e se ti va di culo una sciarpa di lana merinos in inverno e un'infradito a luglio.
Poi entri e se non hai la pistolina spara prezzo ok, puoi passare ai tornelli, altrimenti ti tocca registrare la carta, cercare la tua pistola che spesso:
non va
non la trovi perché non si illumina
la trovi e mai una volta che tu la metta nel verso giusto dentro il portapistola
Finalmente sei dentro e in genere c'è subito il reparto frutta che ha quell'insidia del sacchettino. Tu vai a tirare il rotolo e se tiri troppo piano non si stacca e formi una fila dietro di te che manco ai cessi delle donne in Autogrill, ma se tiri troppo forte non solo rischi di dare una gomitata a quello dietro, ma ti salta il rotolo con un guizzo srotolandosi tipo carta Regina fino al banco macelleria. Nel frattempo, come se avessero vita propria, saltano pure tutti gli altri perché sulla mensolina due sono infilati nel bastoncino, mentre altri 9 sono lì a non fare un cazzo.
Ti metti il guanto. Eh. Se riesci ad aprirlo. Ho visto gente prenderci la pensione. Gente che ci soffia dentro, che lo struscia tra le mani che ti chiedi 'Ma che fa, accende il fuoco?', che usa le pinzette, le forbici, la fiamma ossidrica. 
Poi dopo quattro mesi ce la fai e provi a infilarlo, che se hai le mani poco poco sudate non ti entrano nemmeno se piangi in turco. E sbagli sempre: il pollice lo infili dove va il mignolo, perché ci sarebbe pure un verso. Ovviamente per prenderne uno ne fai cadere una caterva.
Prendi le banane e poi le mele e i finocchi e le melanzane. Le cose che puoi fare sono due: 
o per ogni ortaggio fai la giratina alla bilancia
o ti fidi della tua memoria e fai gruppi di quattro tipo 'Ok, allora: le banane tasto 26, le mele 45, i finocchi 82, le melanzane 78. 26 45 82 78 . 26 45 82 78' lo ripeti come un mantra e LA SAI. SEI PREPARATA. Poi alla bilancia trovi la vecchietta che confusa si gira verso di te e fa 'Scusi, cosa c'è scritto là? La bietola 63? O 53? E le carote? 71?'
Quindi ti confonde, non ti ricordi un cazzo e devi recarti a ogni cassettina per rivedere tutti numeri.
Finalmente tocca a te ed è finita la carta, ma non osi chiederlo all'addetto perché ti fa paura quel messaggio minaccioso NON ATTACCARE GLI SCONTRINI ALLA BILANCIA e metti che ne trova uno dei broccoli e poi dà la colpa a te.
Poi vai al reparto panetteria. Solerte e precisa vai a prendere il numerino, ma anche qui sono finiti. Presa dall'ansia di essere attaccata da qualche Goffredo con 'Eh! Va preso il numerino!', chiami subito un addetto per fargli notare la cosa. Il ragazzotto arriva tira su la linguetta, apre la chiocciolina e ti fa 'No, non sono finiti, sono solo rimasti dentro.' Ne fa scorrere qualcuno e tu prendi il tuo numero. Ovviamente la stessa cosa si ripresenterà dopo qualche giorno e alla frase di una donnina 'Sono finiti i numeri' tu esordirai con 'Ma no signora, non sono finiti, sono solo rimasti dentro. Guardi.' Tiri su la linguetta, apri la chiocciolina e sono finiti per davvero.
Tu hai il 56 e mentre la panettiera ha finito di servire il 55 dietro di te qualcuno grida 'Mi scusi, avevo il 51! Ero al banco gastronomia!' 
'Io il 49!'
'Io il 18! Mi piangeva il bimbo.'
Poi, scansando come in una gimcana le sempre presenti caprettine gialle con l'omino che svirgola sul pavimento al grido di 'ATTENZIONE PAVIMENTO BAGNATO' ti rechi al reparto macelleria dove ti verrà soffiato il vassoio che avevi adocchiato e dove il macellaio ti sorride sornione mentre prende a mannaiate una bistecca.
Il tuo percorso verso la cassa sarà reso difficoltoso anche da una serie di personaggi tipo:
quello che lascia il carrello a cazzo de cane in mezzo alla corsia e va a farsi un giretto
quello che non solo lascia il carrello come quello sopra ma lo tiene per la maniglia quindi crea proprio un passaggio a livello tra i budini e lo zucchero di canna
la donnina piccoletta che ti agguanta per il gomito e ti fa 'Oh lei, GIOVINE, visto che è bello lungo me lo prenderebbe il purè lassù in alto?'
quella che non chiude mai lo sportello del freezer
quella che lo apre con talmente tanta foga che a momenti te lo pianta nel naso
quella che lascia il marito a guidare il carrello e che fa avanti e indietro nelle corsie. Non sapete quanti mariti smarriti vengono trovati a chiusura.
Promoter con il loro banchino di cartone rigido che, con un sorriso meraviglioso, stanno lì per farti assaggiare il nuovo formaggio del nonno dell'alpe, o la crema ai carciofi biologica che ti spalmerà su un crackers che ha visto giorni migliori o farti annusare la nuova fragranza alle erbe aromatiche di montagna del nuovo detersivo per lavatrici.
In più, se ti sei lasciato ammaliare da tutto ciò, ti darà pure un codice sconto da presentare alla cassa che tu ovviamente, una volta arrivata là, avrai perso.
E la cassa è un mondo a parte, dove arrivi dopo aver scavalcato diciassette cestelli lasciati sul pavimento da gente che 'Mi servivano solo cinque oggetti, ma ho fatto male i conti e mi serve un carrello.' Ovviamente i cestelli sono pieni di prodotti pubblicizzati dalla promoter in tailleur nero con fazzolettino al collo tipo hostess, per cui se sei un uomo e lei era parecchio gnocca, è tutto nella norma.
Quindi quando vi arriverà a casa dicendovi 'Guarda cosa ti ho preso: un detergente al profumo di rosa canina più la crema corpo alle bacche di goji e già che c'ero pure il solvente per unghie glitterate, ma quanto ti amo?' chiamate il direttore del supermercato e complimentatevi per l'avvenenza delle sue promoter.

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