Il Manicomio di Volterra - Quello che ci ha lasciato -


È una fredda mattina di Dicembre e Volterra è coperta da una brina che scricchiola sotto i piedi. Quando arriviamo al cancello di accesso dell'ex ospedale psichiatrico San Girolamo e ci vengono date le indicazioni per il percorso, realizziamo che ci siamo perse la prima parte della guida. "Poco male" ci viene detto, "la recupererete strada facendo." In realtà la prima parte non la recupereremo mai in maniera convenzionale, facciamo personalmente un altro percorso, forse più umano, più intimo.
Quando arriviamo noi (io e Maria Luisa) non c'è ancora nessuno. Accettiamo il suggerimento di chi ci ha accolto di cominciare ad avviarci "Se volete fare qualche foto," ci dicono.
Ci inerpichiamo infreddolite e il primo padiglione che incrociamo è lo Charcot (padiglione civile o di recupero)
L'edificio, come tutti gli altri del resto, è in forte stato di abbandono. Per accedere all'ingresso o anche solo affacciarsi alle enormi finestre, dobbiamo farci spazio tra la fitta vegetazione che si è impossessata, prepotente, di questi luoghi.




Sembra quasi di violare qualcosa di sacro, infatti ci ritroviamo a parlare piano piano, sussurrando, in una forma di rispetto che va al di là di dove ci troviamo. Una pianta ricorrente che troviamo (mi sorprendo di come la mia mente abbia registrato questo dettaglio) e che avvinghia letteralmente porte e finestre, è l'edera. Si attorciglia, mangia e stringe ogni infisso da mesi, anni, arrampicandosi ed espandendosi su muri scrostati e vetri rotti. L'edera, scoprirò poi in seguito, ha bisogno di ombra e freddo per crescere bene e produrre le sue bacche, ed è inutile sottolineare quanto qui, ora, trovi il suo ambiente ideale. 


 

Lo Charcot, tra i vari padiglioni, era quello che veniva considerato di pre-inserimento. Qui si cercava un recupero degli ospiti per poter restituire loro un ritorno a casa o alla vita 'normale'. All'interno del manicomio infatti erano presenti una falegnameria, una panificio, una lavanderia e altre piccole botteghe volute fortemente dall'allora direttore Luigi Scabia, per sviluppare il concetto di piccolo villaggio dove l'ospite potesse sentirsi non recluso ma libero di muoversi e/o lavorare.
Questo quadretto un po' rassicurante dove immaginiamo i pazienti affaccendati nelle varie mansioni, fa a cazzotti con quello che vediamo. O intuiamo.



Come ad esempio gli interruttori della luce posti a due metri di altezza per evitare che venissero accesi e spenti di continuo da chi si strusciava intorno al perimetro delle stanze per ore.
Come ad esempio le grandi finestre dalle quali passa, tutt'ora, una luce forte, violenta, che inonda gli ambienti. Illumina, come fossero i protagonisti,  i muri graffiati, disegnati o consumati da quel percorso perpetuo fatto di spalle, tempie e capelli



Finestre grandi che suggeriscono aria, luce, apertura, ma interamente sprangate, chiuse e inaccessibili per ricordarci la libertà negata.










Il nostro percorso prosegue verso il padiglione Ferri, quello giudiziario. Abbiamo avuto accesso all'interno tramite il giardino dove, col bel tempo, i pazienti venivano lasciati liberi di circolare, giocare a bocce, passeggiare. Quando invece il tempo era ostile, per 'tenerli buoni', venivano esortati a farsi un giro intorno a un tavolo. A giornate. Dieci, cento, mille giri intorno a un tavolo rettangolare in uno stanzone, uno dietro l'altro. Il movimento continuo, sempre uguale, li teneva impegnati e calmi, dicono.






Ma il padiglione Ferri è anche quello più famoso perché custodisce l'opera di Oreste Fernando Nannetti (NOF).
Nannetti, dopo un inizio di vita che oggi verrebbe descritto solo un po' travagliato, fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico romano e poi trasferito a Volterra, solo per aver mandato a quel paese un carabiniere. Quello che emergerà, proprio da questo viaggio di anime, è che a quei tempi venivano rinchiusi in manicomio persone non solo affette effettivamente da patologie psichiatriche gravi, ma anche chi si dimostrava leggermente fuori dagli schemi considerati 'normali'; o chi, purtroppo, era semplicemente vittima  di disturbi dell'umore, depressione o attacchi di panico. Questo bastava per farti varcare la soglia del manicomio, con tutte le conseguenze del caso. Come bastava avere un attacco epilettico o un episodio di schizofrenia. Non venivi valutato e curato per quel tipo di disturbo, venivi 'semplicemente' etichettato come matto, rinchiuso  al manicomio e sedato e/o curato con metodi molto discutibili. Provate a pensare alla depressione post partum. Provate a immaginare una depressione magari data dalla povertà di quel periodo o da un grave lutto. Immaginate una persona costretta, nei giorni di pioggia, a camminare per ore intorno a un tavolo o guardare per mesi la stessa crepa nel muro circondato da chi, come lei, ha lo sguardo vacuo, triste o perso.
Quello che mi viene da pensare è che in quel periodo storico si entrava da 'sani' al manicomio e pazzi ci si diventava dopo, grazie ai metodi, all'ignoranza, e alla gestione di tutto quello che era intorno a noi.
Oreste Fernando ne è un esempio. Oreste era romano, e come la maggior parte dei romani amava la sua Roma. Quando fu trasferito all'ospedale psichiatrico di Volterra, lui la prese male. Era un affronto, un'offesa troppo grossa strapparlo dalla sua amata città. Quindi si rinchiuse in un ostinato mutismo. Smise di parlare ma aveva una mente vivida, acuta e trovò  un metodo per dialogare col mondo, quello dentro, ma soprattutto quello fuori. Oreste, per 'dieci anni', sui muri dei padiglioni ha disegnato la sua vita, i suoi pensieri, le sue paure, le sue gioie, forse. Lo faceva con la fibbia del giubbino della divisa che indossava.
Ogni giorno, per dieci anni, Oreste raccontava  in una sorta di quotidiano, quello che gli passava per la testa. Tuttavia nessuno riusciva a decifrare quei simboli, quelle scritte così strane, fino a che in lui non si imbatté  Aldo, un infermiere che aveva fatto la scuola d'arte a Roma, guarda caso in quel breve  periodo in cui l'aveva frequentata Oreste.
Aldo, andando umanamente al di là della regola 'Se facendo così sta buono, lasciamolo fare', volle capire il significato di quelle scritte e interpretarle. Oreste si trovò quindi di fronte non più un infermiere ma un uomo capace di comprendere, capire, interpretare quei simboli e i suoi messaggi. Tra i due quindi iniziò un legame che andava oltre il rapporto paziente-infermiere. Si tramutò ben presto in un'amicizia complice a tal punto che Oreste iniziò a parlare di nuovo, ma solo con lui. Aveva trovato in Aldo un amico, una persona capace di ascoltarlo e che comprendeva questa grande voglia di comunicare.
Aldo trascrisse i graffiti di Oreste (lavoro lungo e certosino perché Oreste scrisse sia sul padiglione Ferri sia sullo Charcot - 180 metri per due di altezza l'uno, e 100 metri e alto 20 cm l'altro) e quando ad Oreste gli venne riconosciuto un compenso per la trasformazione dei suoi graffiti nel libro N.O.F. 4 Il libro della vita, lui rifiutò per motivi legati alla burocrazia.


 Oreste, in quegli anni, scrive tanto, tantissimo e non si ferma nemmeno quando incontra un ostacolo; infatti scrive intorno alle teste dei ricoverati seduti su una panchina. Fa cornici intorno a persone ferme, inermi, quasi in stato catatonico. Loro, assenti agli altri e a se stessi, non si spostano e lui li circumnaviga. Ecco spiegate quelle chiazze di intonaco pulito appena sopra la spalliera della panchina. Oreste, che in quegli anni si definì Colonnello Astrale,  morirà a Volterra nel 1994 non senza aver lasciato un segno fatto di citazioni, una fra tutte  "Come una farfalla libera canta tutto il mondo è mio... e tutto fa sognare."




 
 

La visita dentro al Ferri prosegue con segni di devastazione ovunque. Sia edile che umana. Difficile non immaginare come venissero passate qua dentro le giornate.



Troviamo spesso sedie, panchetti, piccole panchine come se non ci fosse da fare niente, solo aspettare.

Camminiamo tra calcinacci, porte divelte, vetri rotti e squarci nel soffitto dal quale filtra un sole quasi insolente. Nonostante l'evidente devastazione e incuria, tutto è tangibile, come se queste pareti ci parlassero e trasudassero ancora sofferenza fatta di elettroshock, camicie di forza, solitudine e una dignità calpestata, fatta a pezzi. Se venivi rinchiuso qui, venivi spogliato non solo dai tuoi abiti ma anche da te stesso. Ti veniva tolta la dignità con la stessa facilità con cui ti venivano tolti i tuoi occhiali, le tue scarpe, le tue foto nel portafogli. Venivi spogliato letteralmente da qualunque cosa che facesse di te una persona. Venivi gestito come un caso, forse con un numero, un appellativo, un soprannome o semplicemente come il matto X.



Venivi lasciato girovagare senza meta e senza stimoli nei corridoi, nelle stanze intorno ai tavoli, nei viali alberati intorno a quello che sembrava a tutti gli effetti un carcere. I più mansueti giocavano a carte a modo loro, i più agitati venivano calmati con metodi a volte atroci, sotto lo sguardo impotente degli infermieri. Quest'ultimi, scoprirò alla fine, in alcuni casi sono stati realmente minati da così tanta sofferenza. Qualcuno si ribellava, qualcun'altro  non eseguiva gli ordini alla lettera, qualcun'altro ancora si affezionava veramente. Infine c'è stato chi ha tramandato le storie di queste persone perché non si perdessero.


Al manicomio di Volterra si testavano anche cure sperimentali come quella fatta al padiglione Maragliano, dove venivano ricoverati i malati di TBC.



Si avvalsero della climatoterapia e il colonnato dell'edificio (rivolto verso il mare)  veniva usato per collocare i pazienti in carrozzina per fargli usufruire dell'aria di mare come terapia curativa. Dopo qualche mese fu chiaro che tutto ciò non serviva a niente e fu abbandonata questa pratica.



L'accesso a questo padiglione è quello più difficile. La vegetazione è fitta, quasi a sbarrare la strada ai visitatori e gli interni (salvo qualche eccezione) sono molto danneggiati.



All'interno si trovano pezzi di macchinari, libri, oggetti personali, letti e pitali.
Non pubblico le foto dei bagni e delle vasche da bagno solo per decenza ma potete ben immaginare.
 

Nel corso della giornata ci vengono inoltre raccontate altre storie, come quella di un ricoverato che, nella figlia di un infermiere, ci rivedeva il proprio figlio strappatogli e per tanti, tantissimi anni, nel giorno della Befana le regalava una calzetta di dolci.
E poi un'altra: una signora piccola, minuta, che vestiva sempre di merletti e col colletto inamidato, fatta rinchiudere in manicomio dalla famiglia perché non voleva sottostare a un matrimonio combinato. Ripeteva "Piuttosto mi faccio suora!" e fu fatta passare per pazza e costretta a vivere in quello che vedete.
Poi altre storie di famiglie che ti buttavano qui per non darti la tua fetta di eredità, perché ti eri ribellata al marito, perché magari una notte non eri rientrata a casa, perché avevi offeso un pubblico ufficiale, perché avevi tentato il suicidio, perché eri depresso, o triste, o solo.

Il problema è che qui, solo, ci rimanevi comunque.



Ringrazio la volontaria che ha raccontato a noi due questi aneddoti in una sala silenziosa  della biblioteca, in maniera del tutto confidenziale ed empatica.
E Andrea Trafeli che, durante la visita guidata, ci ha fatto conoscere con umanità e commozione Oreste Nannetti e i suoi messaggi al mondo.

                                                                         ***
Prima di andarcene abbiamo scoperto che la signora è la bambina alla quale veniva regalata puntualmente la calza di Befana e Andrea è il figlio di Aldo, l'infermiere personale di Oreste.




Il Massachusetts, i nativi americani e la casa del cuore



Bella, vero? Questa è stata la nostra casa durante il nostro soggiorno a Northbridge, in Massachusetts, e inutile dire che ci abbiamo lasciato il cuore, gli occhi, ma pure il fegato perché una casa così non me la potrò permettere mai. Dire meravigliosa è dire poco. 


La casa era divisa in due, la zona messa a nostra disposizione da Kimberly era la parte inferiore (con veranda, salottino e ingresso principale) che ci faceva realmente sentire i padroni di casa. 


Raramente abbiamo soggiornato in una casa così bella fuori e dentro (forse se la gioca con una casa/fattoria in Irlanda) e raramente abbiamo avuto così tante stanze per una casa vacanza. 
Le foto, purtroppo, non rendono tutta la bellezza di questa dimora in stile vittoriano.
La casa comprendeva un ingresso molto ampio, due camere da letto (di cui una con il letto a baldacchino) una sala da pranzo, un salotto con camino, una cucina con dispensa (fornita di ogni cosa) un bagno e due ripostigli.





Della cucina, ovviamente, mi sono innamorata all'istante. Semplice, spartana, con mobili grezzi di una verde malva pallido. Il piccolo tavolo rotondo (che riportava i segni di una vita vissuta pienamente) era collocato davanti alla finestra che, meraviglia delle meraviglie, si affacciava sul piccolo laghetto dietro casa. 
Nemmeno vi sto a dire cosa ha significato tutto ciò per me: una casa stupenda, un laghetto, una stufa antica, una veranda, un camino. Nei dintorni una vecchia fabbrica, una ferrovia, un bosco. Anche se una non avesse voglia di scrivere, dipingere, comporre musica, qua le parte l'embolo creativo di sicuro.
La cucina era priva di televisione (scelta condivisa) e questo ci ha permesso di cenare assaporando minuto dopo minuto la pace del posto e il silenzio (interrotto solo da qualche animale del bosco che lì per lì ci hanno fatto pure prendere un colpo).
La mattina, infatti, spesso ci facevano compagnia dei simpatici scoiattoli.
Riassumendo: ti alzi la mattina, ti affacci alla finestra che dà sul lago  e gli scoiattoli ti fanno Ciao.



 Il giorno dopo ci rechiamo a Northbridge; carina, accessibile, molto tranquilla e sicura. Mi è sembrato il  tipico paesino americano nel quale succede poco e niente, quindi perfetto per noi che amiamo la tranquillità. L'abbiamo scelta perché ci sembrava ottima per poter accedere a tutto quello che volevamo visitare del Massachusetts che, a differenza del Maine, offre molte più attrazioni e cose interessanti a livello culturale. Una di queste attrazioni è certamente Plymouth Plantation.



 Plymouth Plantation è un villaggio-museo nel quale vieni letteralmente catapultato  nel 1600.
Il villaggio è una fedele ricostruzione dell'insediamento dei primi coloni costruito dagli inglesi. Passeggiando per le vie del villaggio potete incontrare i padri pellegrini intenti nelle loro faccende quotidiane e ammirare gli orti e i giardini curati come si faceva all'epoca. Pure il cibo è preparato come allora e non pensate di avere facili risposte alle vostre domande, perché gli abitanti forse non capiranno per bene la vostra lingua. Infatti, per dialogare con chi abita in questo villaggio, dovete abbandonare i vostri panni e catapultarvi nel 1600. Vi chiederanno da dove venite e spesso faranno facce sorprese dicendo che non conoscono il vostro paese. Vi diranno che siete vestiti in modo strano e saranno affascinati dal vostro modo di porvi e troveranno bizzarro quell'indumento che avete indosso che altro non è che una giacca a vento.
I primi minuti sono spiazzanti, io ve lo dico. Gli abitanti di questo villaggio sono molto ciarlieri e ben disposti al dialogo, basta solo abbandonare quel che siamo e cercare di tornare indietro nel tempo. Sembra facile ma non lo è, credetemi. È un bel salto nella storia ed è un bell'esercizio per capire fino in fondo come vivevano all'epoca; questo fa sì che questo museo sia un gioiellino del Massachusetts.


 





In questo viaggio a ritroso nel tempo abbiamo avuto occasione di conoscere anche i nativi del territorio: i Wampanoag, che aiutarono gli inglesi a insediarsi al meglio in quella terra a loro sconosciuta.
E... ecco, siete mai entrati in una tenda 'vera'? Fatta di corteccia, pelli e legna? Siete mai stati in una tenda con del fuoco 'vero' che scoppietta al centro? Vi siete mai seduti accanto ai nativi americani per farvi raccontare come vivono, come si nutrono, come cacciano? No? Bene. Qui potete fare questa entusiasmante esperienza. Vi potete sedere e passare qualche minuto (vi assicuro che di più è quasi impossibile per il caldo e il fumo) con i Wampanoag che, a differenza dei personaggi del villaggio che interpretano un ruolo, sono dei veri nativi americani. Di conseguenza si esprimeranno nella loro lingua, quella della loro tribù. 





Inutile rimarcare quanto sia stata affascinante questa esperienza, così lontana da noi, dalla nostra storia, dalle nostre abitudini.
Non potevamo non finire questa giornata a spasso nel tempo non visitando la Mayflower, la nave con la quale i padri pellegrini salparono da Plymouth (Inghilterra) diretti negli Stati Uniti.



Anche qui vi accoglieranno persone disposte al dialogo che potranno raccontarvi la difficoltà e il disagio di quella lunga e terribile traversata. Mi raccomando: basta ricordarsi di essere nel 1600 e agire di conseguenza :-)
Plymouth.
Plymouth  è una cittadina piacevole, senza pretese e passeggiando sul lungomare non potete non imbattervi in una importante roccia, quella che riporta incisa la data 1620. Pare che questo fosse il luogo esatto in cui i padri pellegrini misero piede per la prima volta su queste terre.
Piccola curiosità: sapete come nasce il giorno del Ringraziamento?
Quando i pellegrini arrivarono in questo paese, portarono con loro semi di vari prodotti che purtroppo non attecchirono in quelle nuove terre. In loro aiuto arrivarono, come già detto prima, i nativi americani che li guidarono nella semina di piante idonee a quel terreno e suggerirono quali animali allevare, in particolar modo il granturco e i tacchini.
Il successo del primo raccolto, avuto grazie a questi consigli, indusse i pellegrini a indire un giorno di ringraziamento a Dio per l'abbondanza ricevuta. Nei secoli successivi il Giorno del Ringraziamento si è esteso anche in altri paesi.





Ecco, questa è stata una delle esperienze più belle ed entusiasmanti  di questo viaggio, insieme ad altre cose come l'avvistamento delle balene, di cui vi parlerò nel prossimo post. Perché il Massachusetts è questo e altro.

p.s. Vi invito, per comprendere al meglio questa esperienza, di leggere questo articolo al riguardo, che tra i tanti presenti in rete, ho trovato il più vicino a quello che ho percepito.

Quella volta a casa di Stephen King.




Diciamoci la verità: raccontata così, sembra quasi che Stephen King mi abbia accolta in salotto, offrendomi un bicchierino di brandy e chiedendomi un parere sulle bozze del suo prossimo romanzo. Ovviamente non è andata così. Però quella che avevo davanti era davvero casa sua e il cancello era aperto, spalancato. La tentazione di fare un passo dentro il cortile c’è stata, lo ammetto, ma poi mi sono ricordata che con la polizia americana è meglio non scherzare, e sono rimasta fuori a contemplare la splendida villa rossa dove il Re del brivido ha dato vita a storie che hanno segnato la letteratura. Per amore di sincerità, non posso definirmi una sua fan accanita; Bangor, la cittadina del Maine in cui alloggiavamo, non l'abbiamo scelta per lui, è stato un puro caso. Ho letto tre dei suoi libri e uno di questi, Il miglio verde, è stabilmente nella mia top ten di sempre. Di fronte a un autore del genere, però, l'emozione è inevitabile e così, quando una sera ho scoperto che alloggiavamo a un solo chilometro da casa sua, mi sono detta che non potevo assolutamente non andarci. Sotto sotto speri sempre nel colpo di fortuna: incrociarlo mentre passeggia con il cane, vederlo annaffiare le piante o salutarlo da lontano. Invece niente, non si è visto nessuno, ma sono certa che fosse là dentro; magari ha persino buttato un occhio dalla finestra, divertito dall'ennesima turista intenta a fotografare la sua facciata. Mi ha stupito molto trovare tutto così accessibile, senza barriere o guardie all'ingresso. Pare infatti che i vicini lo incrocino spesso a prendere il pane o in giardino, e che ami scambiare due chiacchiere con chiunque, come una persona qualsiasi. Quel giorno, evidentemente, aveva impegni migliori. Mentre scattavo qualche foto si è persino fermata un'auto e un signore anziano si è speso per spiegarmi, in inglese, che oltre alla villa rossa anche la casa bianca adiacente appartiene a King. Insomma, pare che le vendite dei libri negli anni siano andate piuttosto bene! Battute a parte, è stata una bellissima emozione e la casa lo rispecchia moltissimo, a partire dallo splendido cancello in stile gotico. Ma la cosa più bella è stata un'altra: camminare per quelle strade significa assaporare, guardare e respirare esattamente ciò che ha nutrito l'immaginazione del maestro del brivido. Il "suo" Maine, i luoghi che lo hanno ispirato e che lui ama così tanto da averli resi protagonisti indisturbati di quasi tutti i suoi romanzi.


Chiusa parentesi King, i giorni che ci rimangono nel Maine, li passiamo con quello che il Maine ci offre: ovvero laghi, coste e negozi tipici. 






Dalla mappa, dall'intuito, dal fato e dal destino, un giorno ci lasciamo guidare verso un paesino: Greenville.
Quando arriviamo pare una landa desolata anche se la guida la definisce una ridente cittadina. Ecco, nel Maine questo concetto è un po' astratto. Per loro un pub, un negozio e un laghetto in duecento metri quadri, è una ridente cittadina. Non ci scoraggiamo e decidiamo di visitarla. A farci compagnia, in questa breve sosta, orsi intagliati e una marcatissima aria montana fatta di legname e baite. Come ho già detto nel post precedente, la vicinanza con il Canada si sente fortissimo e Greenville ne è la prova. 




Qui visitiamo uno dei negozi più belli di tutto il nostro viaggio americano: l'Indian Store.
Quello che all'esterno si presenta come un rigattiere, all'interno incanta per la sua atmosfera che richiama moltissimo i pellerossa e tutto ciò che gira intorno a quell'epoca. Anche qui la fanno da padrone le varie suppellettili tipiche di questa zona e il legno, ancora una volta, è il protagonista indiscusso.




Il nostro giro giornaliero si conclude con una visione d'insieme del Moose Lake, dove siamo stati sorpresi da un acquazzone che ha testato la nostra preparazione atletica nella disciplina 'rifugiati in macchina prima del diluvio universale'.




 Nel Maine, oltre le aragoste, sono famosi anche i fari. Decidiamo di visitarne due: l'Owls Head Lighthouse e il Portland Head Light a Cape Elizabeth.
Il primo è un piccolo faro bianco del 1825 e intorno a lui aleggiano  storie e leggende che sicuramente aggiungono fascino al luogo (se mai ce ne fosse bisogno). Sorprendentemente è un faro non molto alto ma è situato alla base di un promontorio e ci si accede tramite una breve passeggiata nel bosco.


 

 Il faro è visitabile all'interno e si può salire tramite una piccola scaletta. La permanenza, per questioni di spazio e sicurezza,  è di dieci minuti e per due/tre persone alla volta. Da lì, la vista è mozzafiato: il faro troneggia fiero sul mare punteggiato, su questo tratto di costa, da innumerevoli boe che segnalano la pesca all'aragosta.



 Il faro di Portland, il più antico del Maine e commissionato da George Washington nel 1791, invece sembra appena uscito da un villaggio Lego.



A corredare il faro, la casa del custode dal tetto rosso e un piccolo museo, che però non abbiamo visitato.  Decisamente più affollato, ma non per questo meno accattivante, si trova in un punto molto panoramico e suggestivo.







Noi ci siamo arrivati nel pomeriggio inoltrato, ma sarebbe stato splendido verso il tramonto e magari fotografato da un' altra prospettiva come dimostra questa foto di Kaptain Kimo.


Il giorno dopo dicevamo addio al Maine, il nostro soggiorno stava per terminare. Prima di recarci nel Massachusetts dove ci aspettava una casa da sogno (ve ne parlerò nel prossimo post)  ci siamo concessi una sosta a Crescent Beach, una spiaggia molto ampia dalla sabbia finissima.
Qui abbiamo dovuto pagare per accedervi e il prezzo è piuttosto alto (sui 25 dollari) dato che si trova all'interno di un parco. Devo dire che il posto è tenuto divinamente, con un ampio parcheggio e spiaggia pulitissima dove ci siamo goduti una giornata di relax prima di dire definitivamente addio al Maine.





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