Quella volta a casa di Stephen King.




Diciamoci la verità: raccontata così, sembra quasi che Stephen King mi abbia accolta in salotto, offrendomi un bicchierino di brandy e chiedendomi un parere sulle bozze del suo prossimo romanzo. Ovviamente non è andata così. Però quella che avevo davanti era davvero casa sua e il cancello era aperto, spalancato. La tentazione di fare un passo dentro il cortile c’è stata, lo ammetto, ma poi mi sono ricordata che con la polizia americana è meglio non scherzare, e sono rimasta fuori a contemplare la splendida villa rossa dove il Re del brivido ha dato vita a storie che hanno segnato la letteratura. Per amore di sincerità, non posso definirmi una sua fan accanita; Bangor, la cittadina del Maine in cui alloggiavamo, non l'abbiamo scelta per lui, è stato un puro caso. Ho letto tre dei suoi libri e uno di questi, Il miglio verde, è stabilmente nella mia top ten di sempre. Di fronte a un autore del genere, però, l'emozione è inevitabile e così, quando una sera ho scoperto che alloggiavamo a un solo chilometro da casa sua, mi sono detta che non potevo assolutamente non andarci. Sotto sotto speri sempre nel colpo di fortuna: incrociarlo mentre passeggia con il cane, vederlo annaffiare le piante o salutarlo da lontano. Invece niente, non si è visto nessuno, ma sono certa che fosse là dentro; magari ha persino buttato un occhio dalla finestra, divertito dall'ennesima turista intenta a fotografare la sua facciata. Mi ha stupito molto trovare tutto così accessibile, senza barriere o guardie all'ingresso. Pare infatti che i vicini lo incrocino spesso a prendere il pane o in giardino, e che ami scambiare due chiacchiere con chiunque, come una persona qualsiasi. Quel giorno, evidentemente, aveva impegni migliori. Mentre scattavo qualche foto si è persino fermata un'auto e un signore anziano si è speso per spiegarmi, in inglese, che oltre alla villa rossa anche la casa bianca adiacente appartiene a King. Insomma, pare che le vendite dei libri negli anni siano andate piuttosto bene! Battute a parte, è stata una bellissima emozione e la casa lo rispecchia moltissimo, a partire dallo splendido cancello in stile gotico. Ma la cosa più bella è stata un'altra: camminare per quelle strade significa assaporare, guardare e respirare esattamente ciò che ha nutrito l'immaginazione del maestro del brivido. Il "suo" Maine, i luoghi che lo hanno ispirato e che lui ama così tanto da averli resi protagonisti indisturbati di quasi tutti i suoi romanzi.


Chiusa parentesi King, i giorni che ci rimangono nel Maine, li passiamo con quello che il Maine ci offre: ovvero laghi, coste e negozi tipici. 






Dalla mappa, dall'intuito, dal fato e dal destino, un giorno ci lasciamo guidare verso un paesino: Greenville.
Quando arriviamo pare una landa desolata anche se la guida la definisce una ridente cittadina. Ecco, nel Maine questo concetto è un po' astratto. Per loro un pub, un negozio e un laghetto in duecento metri quadri, è una ridente cittadina. Non ci scoraggiamo e decidiamo di visitarla. A farci compagnia, in questa breve sosta, orsi intagliati e una marcatissima aria montana fatta di legname e baite. Come ho già detto nel post precedente, la vicinanza con il Canada si sente fortissimo e Greenville ne è la prova. 




Qui visitiamo uno dei negozi più belli di tutto il nostro viaggio americano: l'Indian Store.
Quello che all'esterno si presenta come un rigattiere, all'interno incanta per la sua atmosfera che richiama moltissimo i pellerossa e tutto ciò che gira intorno a quell'epoca. Anche qui la fanno da padrone le varie suppellettili tipiche di questa zona e il legno, ancora una volta, è il protagonista indiscusso.




Il nostro giro giornaliero si conclude con una visione d'insieme del Moose Lake, dove siamo stati sorpresi da un acquazzone che ha testato la nostra preparazione atletica nella disciplina 'rifugiati in macchina prima del diluvio universale'.




 Nel Maine, oltre le aragoste, sono famosi anche i fari. Decidiamo di visitarne due: l'Owls Head Lighthouse e il Portland Head Light a Cape Elizabeth.
Il primo è un piccolo faro bianco del 1825 e intorno a lui aleggiano  storie e leggende che sicuramente aggiungono fascino al luogo (se mai ce ne fosse bisogno). Sorprendentemente è un faro non molto alto ma è situato alla base di un promontorio e ci si accede tramite una breve passeggiata nel bosco.


 

 Il faro è visitabile all'interno e si può salire tramite una piccola scaletta. La permanenza, per questioni di spazio e sicurezza,  è di dieci minuti e per due/tre persone alla volta. Da lì, la vista è mozzafiato: il faro troneggia fiero sul mare punteggiato, su questo tratto di costa, da innumerevoli boe che segnalano la pesca all'aragosta.



 Il faro di Portland, il più antico del Maine e commissionato da George Washington nel 1791, invece sembra appena uscito da un villaggio Lego.



A corredare il faro, la casa del custode dal tetto rosso e un piccolo museo, che però non abbiamo visitato.  Decisamente più affollato, ma non per questo meno accattivante, si trova in un punto molto panoramico e suggestivo.







Noi ci siamo arrivati nel pomeriggio inoltrato, ma sarebbe stato splendido verso il tramonto e magari fotografato da un' altra prospettiva come dimostra questa foto di Kaptain Kimo.


Il giorno dopo dicevamo addio al Maine, il nostro soggiorno stava per terminare. Prima di recarci nel Massachusetts dove ci aspettava una casa da sogno (ve ne parlerò nel prossimo post)  ci siamo concessi una sosta a Crescent Beach, una spiaggia molto ampia dalla sabbia finissima.
Qui abbiamo dovuto pagare per accedervi e il prezzo è piuttosto alto (sui 25 dollari) dato che si trova all'interno di un parco. Devo dire che il posto è tenuto divinamente, con un ampio parcheggio e spiaggia pulitissima dove ci siamo goduti una giornata di relax prima di dire definitivamente addio al Maine.





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