mercoledì 10 giugno 2020

Alfredino Rampi



Se digitate il nome 'Alfredino' su Google, le prime voci che vi appaiono sono quelle riguardanti Alfredo Rampi. Di Alfredino ce n'è uno solo, nella storia italiana.
Io avevo appena 8 anni e ricordo tutto come se fosse ieri. Seguivamo la vicenda da casa di nonna, tutti insieme. Una diretta infinita, angosciante, senza pause.
La televisione piazzata sulla parete scrostata della cucina, vicino al grande camino, guai passarci davanti, guai fiatare. Ricordo che eravamo in tanti, siamo sempre stati una famiglia che si riuniva nel bene e nel male; la vicenda di Alfredino non faceva eccezione. Ricordo mia nonna trafficare sempre con lo straccio in mano e un occhio alla tv, la mia mamma che non si dava pace, il mio babbo e il mio nonno cercare di capire come fare a tirarlo fuori, nemmeno fossero sul posto e potessero sentirli.
E poi immobili, in religioso silenzio, il ronzio del frigo che fungeva a colonna sonora e la frase "È arrivato il Presidente."
Mia mamma disse "Se c'è Pertini è una cosa grossa".
Giorno e notte, notte e giorno. L'afa fuori di un anno in cui i mesi facevano ancora il loro lavoro. Le persiane abbassate, la moka che borbottava sul fuoco, mani che prendevano tazzine senza staccare gli occhi dalla tv.
Aleggiavano nell'aria tensione, paura e sgomento. Non avevo mai visto tutta la mia famiglia così. Mia mamma stringeva al petto mio fratello, piccolino allora, a me non veniva risparmiata questa tortura. Non mi veniva spiegato nulla, era tutto lì, in quelle immagini piene di gente intorno al pozzo. Tutto mi arrivava dalle parole e dagli sguardi della mia famiglia, non venivo rassicurata, non mi veniva risparmiata l'angoscia. Non c'era tempo, non c'era modo di spiegare una tragedia del genere a una bambina quasi dell'età di Alfredino. Me la fecero vivere e basta, con i miei strumenti.
Ricordo la rabbia di mia madre quando dei giornalisti puntarono gli occhi sulla madre di Alfredino rèa di cambiarsi d'abito, di non essere 'abbastanza' provata, disperata. Colpevole di troppa freddezza. Come puoi pensare di cambiarti d'abito quando hai un figlio in un pozzo? Erano queste le voci e i titoli che riempivano alcuni giornali e mia madre non ci stava. Allora non capivo. Adesso sì, sono passati 39 anni, ma questo tipo di pregiudizio esiste ancora. Non è cambiato niente.
Per tre lunghi e infiniti giorni non si parlò d'altro: Alfredino era nelle nostre case. Con la sua flebile vocina, il suo 'Mamma voglio la pizza...', i suoi rantoli.
Il fiato sospeso per ogni tentativo di salvataggio, mentre il frigo ronzava più forte, la disperazione e il senso di colpa di chi tornava su a mani vuote.
Ci abbiamo creduto. Tanto. Abbiamo pregato per quel bambino con la canottiera a righe. Alfredino, per tre giorni e forse di più, è stato il fratello e figlio di tutti. Una tragedia seguita dall'Italia intera, un reality show agghiacciante e spaventoso, da togliere il fiato.
Io ricordo tutto, come se fosse ieri.
Ricordo anche nonno che, appresa la notizia, imprecando andò in fondo all'orto. Poi chiamò mio padre.
Due giorni dopo, sul pozzo che fino ad allora era stato coperto da un tappo di legno, era stato saldato un pesante e inaccessibile coperchio di ferro.

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