lunedì 19 dicembre 2016

Il Manicomio di Volterra - Quello che ci ha lasciato -


È una fredda mattina di Dicembre e Volterra è coperta da una brina che scricchiola sotto i piedi. Quando arriviamo al cancello di accesso dell'ex ospedale psichiatrico San Girolamo e ci vengono date le indicazioni per il percorso, realizziamo che ci siamo perse la prima parte della guida. "Poco male" ci viene detto, "la recupererete strada facendo." In realtà la prima parte non la recupereremo mai in maniera convenzionale, facciamo personalmente un altro percorso, forse più umano, più intimo.
Quando arriviamo noi (io e Maria Luisa) non c'è ancora nessuno. Accettiamo il suggerimento di chi ci ha accolto di cominciare ad avviarci "Se volete fare qualche foto," ci dicono.
Ci inerpichiamo infreddolite e il primo padiglione che incrociamo è lo Charcot (padiglione civile o di recupero)
L'edificio, come tutti gli altri del resto, è in forte stato di abbandono. Per accedere all'ingresso o anche solo affacciarsi alle enormi finestre, dobbiamo farci spazio tra la fitta vegetazione che si è impossessata, prepotente, di questi luoghi.




Sembra quasi di violare qualcosa di sacro, infatti ci ritroviamo a parlare piano piano, sussurrando, in una forma di rispetto che va al di là di dove ci troviamo. Una pianta ricorrente che troviamo (mi sorprendo di come la mia mente abbia registrato questo dettaglio) e che avvinghia letteralmente porte e finestre, è l'edera. Si attorciglia, mangia e stringe ogni infisso da mesi, anni, arrampicandosi ed espandendosi su muri scrostati e vetri rotti. L'edera, scoprirò poi in seguito, ha bisogno di ombra e freddo per crescere bene e produrre le sue bacche, ed è inutile sottolineare quanto qui, ora, trovi il suo ambiente ideale. 


 

Lo Charcot, tra i vari padiglioni, era quello che veniva considerato di pre-inserimento. Qui si cercava un recupero degli ospiti per poter restituire loro un ritorno a casa o alla vita 'normale'. All'interno del manicomio infatti erano presenti una falegnameria, una panificio, una lavanderia e altre piccole botteghe volute fortemente dall'allora direttore Luigi Scabia, per sviluppare il concetto di piccolo villaggio dove l'ospite potesse sentirsi non recluso ma libero di muoversi e/o lavorare.
Questo quadretto un po' rassicurante dove immaginiamo i pazienti affaccendati nelle varie mansioni, fa a cazzotti con quello che vediamo. O intuiamo.



Come ad esempio gli interruttori della luce posti a due metri di altezza per evitare che venissero accesi e spenti di continuo da chi si strusciava intorno al perimetro delle stanze per ore.
Come ad esempio le grandi finestre dalle quali passa, tutt'ora, una luce forte, violenta, che inonda gli ambienti. Illumina, come fossero i protagonisti,  i muri graffiati, disegnati o consumati da quel percorso perpetuo fatto di spalle, tempie e capelli



Finestre grandi che suggeriscono aria, luce, apertura, ma interamente sprangate, chiuse e inaccessibili per ricordarci la libertà negata.










Il nostro percorso prosegue verso il padiglione Ferri, quello giudiziario. Abbiamo avuto accesso all'interno tramite il giardino dove, col bel tempo, i pazienti venivano lasciati liberi di circolare, giocare a bocce, passeggiare. Quando invece il tempo era ostile, per 'tenerli buoni', venivano esortati a farsi un giro intorno a un tavolo. A giornate. Dieci, cento, mille giri intorno a un tavolo rettangolare in uno stanzone, uno dietro l'altro. Il movimento continuo, sempre uguale, li teneva impegnati e calmi, dicono.






Ma il padiglione Ferri è anche quello più famoso perché custodisce l'opera di Oreste Fernando Nannetti (NOF).
Nannetti, dopo un inizio di vita che oggi verrebbe descritto solo un po' travagliato, fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico romano e poi trasferito a Volterra, solo per aver mandato a quel paese un carabiniere. Quello che emergerà, proprio da questo viaggio di anime, è che a quei tempi venivano rinchiusi in manicomio persone non solo affette effettivamente da patologie psichiatriche gravi, ma anche chi si dimostrava leggermente fuori dagli schemi considerati 'normali'; o chi, purtroppo, era semplicemente vittima  di disturbi dell'umore, depressione o attacchi di panico. Questo bastava per farti varcare la soglia del manicomio, con tutte le conseguenze del caso. Come bastava avere un attacco epilettico o un episodio di schizofrenia. Non venivi valutato e curato per quel tipo di disturbo, venivi 'semplicemente' etichettato come matto, rinchiuso  al manicomio e sedato e/o curato con metodi molto discutibili. Provate a pensare alla depressione post partum. Provate a immaginare una depressione magari data dalla povertà di quel periodo o da un grave lutto. Immaginate una persona costretta, nei giorni di pioggia, a camminare per ore intorno a un tavolo o guardare per mesi la stessa crepa nel muro circondato da chi, come lei, ha lo sguardo vacuo, triste o perso.
Quello che mi viene da pensare è che in quel periodo storico si entrava da 'sani' al manicomio e pazzi ci si diventava dopo, grazie ai metodi, all'ignoranza, e alla gestione di tutto quello che era intorno a noi.
Oreste Fernando ne è un esempio. Oreste era romano, e come la maggior parte dei romani amava la sua Roma. Quando fu trasferito all'ospedale psichiatrico di Volterra, lui la prese male. Era un affronto, un'offesa troppo grossa strapparlo dalla sua amata città. Quindi si rinchiuse in un ostinato mutismo. Smise di parlare ma aveva una mente vivida, acuta e trovò  un metodo per dialogare col mondo, quello dentro, ma soprattutto quello fuori. Oreste, per 'dieci anni', sui muri dei padiglioni ha disegnato la sua vita, i suoi pensieri, le sue paure, le sue gioie, forse. Lo faceva con la fibbia del giubbino della divisa che indossava.
Ogni giorno, per dieci anni, Oreste raccontava  in una sorta di quotidiano, quello che gli passava per la testa. Tuttavia nessuno riusciva a decifrare quei simboli, quelle scritte così strane, fino a che in lui non si imbatté  Aldo, un infermiere che aveva fatto la scuola d'arte a Roma, guarda caso in quel breve  periodo in cui l'aveva frequentata Oreste.
Aldo, andando umanamente al di là della regola 'Se facendo così sta buono, lasciamolo fare', volle capire il significato di quelle scritte e interpretarle. Oreste si trovò quindi di fronte non più un infermiere ma un uomo capace di comprendere, capire, interpretare quei simboli e i suoi messaggi. Tra i due quindi iniziò un legame che andava oltre il rapporto paziente-infermiere. Si tramutò ben presto in un'amicizia complice a tal punto che Oreste iniziò a parlare di nuovo, ma solo con lui. Aveva trovato in Aldo un amico, una persona capace di ascoltarlo e che comprendeva questa grande voglia di comunicare.
Aldo trascrisse i graffiti di Oreste (lavoro lungo e certosino perché Oreste scrisse sia sul padiglione Ferri sia sullo Charcot - 180 metri per due di altezza l'uno, e 100 metri e alto 20 cm l'altro) e quando ad Oreste gli venne riconosciuto un compenso per la trasformazione dei suoi graffiti nel libro N.O.F. 4 Il libro della vita, lui rifiutò per motivi legati alla burocrazia.


 Oreste, in quegli anni, scrive tanto, tantissimo e non si ferma nemmeno quando incontra un ostacolo; infatti scrive intorno alle teste dei ricoverati seduti su una panchina. Fa cornici intorno a persone ferme, inermi, quasi in stato catatonico. Loro, assenti agli altri e a se stessi, non si spostano e lui li circumnaviga. Ecco spiegate quelle chiazze di intonaco pulito appena sopra la spalliera della panchina. Oreste, che in quegli anni si definì Colonnello Astrale,  morirà a Volterra nel 1994 non senza aver lasciato un segno fatto di citazioni, una fra tutte  "Come una farfalla libera canta tutto il mondo è mio... e tutto fa sognare."




 
 

La visita dentro al Ferri prosegue con segni di devastazione ovunque. Sia edile che umana. Difficile non immaginare come venissero passate qua dentro le giornate.



Troviamo spesso sedie, panchetti, piccole panchine come se non ci fosse da fare niente, solo aspettare.

Camminiamo tra calcinacci, porte divelte, vetri rotti e squarci nel soffitto dal quale filtra un sole quasi insolente. Nonostante l'evidente devastazione e incuria, tutto è tangibile, come se queste pareti ci parlassero e trasudassero ancora sofferenza fatta di elettroshock, camicie di forza, solitudine e una dignità calpestata, fatta a pezzi. Se venivi rinchiuso qui, venivi spogliato non solo dai tuoi abiti ma anche da te stesso. Ti veniva tolta la dignità con la stessa facilità con cui ti venivano tolti i tuoi occhiali, le tue scarpe, le tue foto nel portafogli. Venivi spogliato letteralmente da qualunque cosa che facesse di te una persona. Venivi gestito come un caso, forse con un numero, un appellativo, un soprannome o semplicemente come il matto X.



Venivi lasciato girovagare senza meta e senza stimoli nei corridoi, nelle stanze intorno ai tavoli, nei viali alberati intorno a quello che sembrava a tutti gli effetti un carcere. I più mansueti giocavano a carte a modo loro, i più agitati venivano calmati con metodi a volte atroci, sotto lo sguardo impotente degli infermieri. Quest'ultimi, scoprirò alla fine, in alcuni casi sono stati realmente minati da così tanta sofferenza. Qualcuno si ribellava, qualcun'altro  non eseguiva gli ordini alla lettera, qualcun'altro ancora si affezionava veramente. Infine c'è stato chi ha tramandato le storie di queste persone perché non si perdessero.


Al manicomio di Volterra si testavano anche cure sperimentali come quella fatta al padiglione Maragliano, dove venivano ricoverati i malati di TBC.



Si avvalsero della climatoterapia e il colonnato dell'edificio (rivolto verso il mare)  veniva usato per collocare i pazienti in carrozzina per fargli usufruire dell'aria di mare come terapia curativa. Dopo qualche mese fu chiaro che tutto ciò non serviva a niente e fu abbandonata questa pratica.



L'accesso a questo padiglione è quello più difficile. La vegetazione è fitta, quasi a sbarrare la strada ai visitatori e gli interni (salvo qualche eccezione) sono molto danneggiati.



All'interno si trovano pezzi di macchinari, libri, oggetti personali, letti e pitali.
Non pubblico le foto dei bagni e delle vasche da bagno solo per decenza ma potete ben immaginare.
 

Nel corso della giornata ci vengono inoltre raccontate altre storie, come quella di un ricoverato che, nella figlia di un infermiere, ci rivedeva il proprio figlio strappatogli e per tanti, tantissimi anni, nel giorno della Befana le regalava una calzetta di dolci.
E poi un'altra: una signora piccola, minuta, che vestiva sempre di merletti e col colletto inamidato, fatta rinchiudere in manicomio dalla famiglia perché non voleva sottostare a un matrimonio combinato. Ripeteva "Piuttosto mi faccio suora!" e fu fatta passare per pazza e costretta a vivere in quello che vedete.
Poi altre storie di famiglie che ti buttavano qui per non darti la tua fetta di eredità, perché ti eri ribellata al marito, perché magari una notte non eri rientrata a casa, perché avevi offeso un pubblico ufficiale, perché avevi tentato il suicidio, perché eri depresso, o triste, o solo.

Il problema è che qui, solo, ci rimanevi comunque.



Ringrazio la volontaria che ha raccontato a noi due questi aneddoti in una sala silenziosa  della biblioteca, in maniera del tutto confidenziale ed empatica.
E Andrea Trafeli che, durante la visita guidata, ci ha fatto conoscere con umanità e commozione Oreste Nannetti e i suoi messaggi al mondo.

                                                                         ***
Prima di andarcene abbiamo scoperto che la signora è la bambina alla quale veniva regalata puntualmente la calza di Befana e Andrea è il figlio di Aldo, l'infermiere personale di Oreste.




13 commenti:

  1. Io ho fatto le scuole superiori in un edificio del manicomio di Reggio Emilia, dove viveva Ligabue,il pittore.
    Mi ricordo che il professore ci raccontava che molti degli ospiti del manicomio erano figli di prostitute,di donne ricoverate e stuprate nel manicomio stesso o di innocenti figli indesiderati.
    Ci raccontavano anche di come,in periodo di guerra, i fascisti facevano esperimenti su quelle povere persone.
    Potrei andare avanti per ore..
    Stefy.

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    1. Anche io sono a conoscenza di una storia simile di stupro, ma non in questo istituto. Brutte cose davvero.

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  2. Io ho fatto le scuole superiori in un edificio del manicomio di Reggio Emilia, dove viveva Ligabue,il pittore.
    Mi ricordo che il professore ci raccontava che molti degli ospiti del manicomio erano figli di prostitute,di donne ricoverate e stuprate nel manicomio stesso o di innocenti figli indesiderati.
    Ci raccontavano anche di come,in periodo di guerra, i fascisti facevano esperimenti su quelle povere persone.
    Potrei andare avanti per ore..
    Stefy.

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  3. Ho la pelle d'oca... grazie per il tuo racconto e le foto da brivido. Il silenzio mi sembra, effettivamente, la colonna sonora più adatta.

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    1. noi ci siamo ritrovate a sussurrare. Non so come spiegarti ma ci veniva naturale.

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  4. mamma mia....che pelle d'oca!!!!
    http://www.gruppocmservizi.it

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  5. Le foto e il tuo articolo fanno stringere il cuore e lacrimare gli occhi perché la storia dei manicomi è stata una vera tragedia anche per chi era sano e veniva ricoverato per vari motivi e prima o poi impazziva.
    Barbara

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  6. Ottimo reportage complimenti Simona
    A te i miei auguri Buon Natale 2016
    Maurizio

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  7. Ho avuto sensazioni simili nel carcere dell'isola di Santo Stefano (Ventotene). Come edificio è bellissimo e mi piange il cuore a vedere come l'abbiano lasciato decadere... a chi appartiene ora?

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  8. Un racconto che mi ha colpito veramente.....
    Grazie per averlo fatto,un abbraccio, Monica

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Nel frattempo, visto il periodo, vuoi una tazza di thè?

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